La signora W si trova ad un corso post partum, ad un certo punto riferisce che una serie di esercizi ha provocato un aumento del battito cardiaco ed appena si è resa conto di questo ha pensato: “oddio succederà qualcosa al mio cuore? Durante il parto ho sforzato troppo?”. A questi pensieri riferisce che il battito cardiaco è aumentato ancora, le mani hanno cominciato a formicolare, i muscoli si sono irrigiditi, ha cominciato a sudare, a tremare e ad avere dolori lancinanti al petto. La signora W riferisce con molta sofferenza che in quel momento era sicura di morire e raccogliendo le sue ultime forze si è alzata in piedi ed è andata a chiedere aiuto. Un medico l’ha soccorsa e visitata dicendole che si trattava solo di un attacco di panico, a quel punto la signora W ha smesso di preoccuparsi e in poche decine di secondi si è sentita subito più tranquilla e al sicuro: adesso i sintomi erano spariti.

Questa era la descrizione in breve di un attacco di panico. L’attacco di panico è un evento che provoca sintomi fisici (aumento frequenza cardiaca, mani che formicolano, tensione muscolare, tremori, sudorazione…) molto spiacevoli, dovuti all’attivazione del sistema simpatico, e pensieri drammatici (paura di morire, di impazzire, soffocare).

attacco di panico sintomi

Cuore a mille, sudori freddi, senso di soffocamento e paura di morire: alcuni sintomi dell'attacco di panico.

I sintomi fisici e i pensieri catastrofici sono seguiti da tentativi utilizzati dalla persona per cercare di controllare l’evento (per esempio molti cercano di controllare il respiro producendo respiri lenti e profondi). Questi comportamenti hanno però l’effetto paradossale di aumentare sia sintomi fisici che lo spavento associato, e viceversa (per esempio i respiri profondi producono iperventilazione, con conseguenti sintomi come capogiri, sintomi dissociativi, aumento della mancanza di respiro; il presentarsi di questi sintomi fisici aumenta la probabilità che si verifichi l’evento temuto –morire, impazzire, soffocare – quindi aumenta lo spavento).

ciclo di clark panico

Il "circolo vizioso" dell'attacco di panico (Clark, 1986)

Spavento e sintomi fisici si rinforzano a vicenda formando uno spiacevole circolo vizioso, nel quale si inseriscono i comportamenti e pensieri dedicati all’attacco. Durante l’attacco di panico infatti tutte le attenzioni sono dirette a monitorare i sintomi fisici, ciò aumenta lo spavento e la preoccupazione per quello che può succedere. Gli attacchi di panico possono verificarsi in concomitanza di alcune situazioni specifiche o inaspettatamente. Proprio questa imprevedibilità fa sì che tutte le energie si attivino per cercare di fronteggiare l’evento, come descritto sopra. Una volta verificatosi il primo attacco di panico, la persona colpita cercherà in tutti i modi di evitare il ripetersi dell’evento. Per evitare altri attacchi di panico o cercare comunque di ottenere un certo controllo su questi, la persona colpita utilizzerà determinati comportamenti che si ripercuotono in varie aree dell’esistenza.

Al lavoro:
Al lavoro la persona porrà molta attenzione al monitoraggio dei sintomi corporei quindi dedicherà gran parte delle risorse attentive e molto tempo a questo monitoraggio. Come risultato si ha una peggiore perfomance lavorativa.

A casa e con gli altri:
Chi soffre di attacchi di panico può assumere due atteggiamenti opposti: il primo è l’atteggiamento di richiesta di rassicurazione, il secondo è l’evitamento.
Le richieste di rassicurazione sono costanti e frequenti nell’arco della giornata: ogni rassicurazione produce un sollievo immediato, ma quando l’effetto svanisce il paziente richiede di nuovo rassicurazioni, producendo negli altri stress e sensazione di impotenza.
L’atteggiamento di evitamento invece è in genere guidato dalla vergogna nel mostrare la propria malattia. La vergogna guida la persona ad evitare il confronto, ad essere schivo, inducendo negli altri lo stesso atteggiamento di evitamento della relazione.
In conclusione, si verifica un’importate limitazione delle relazioni sociali.

Come capire se si ha un problema:
urlo munch panicoI sintomi dell’attacco di panico sono facilmente distinguibili, tuttavia per essere sicuri di soffrire di disturbo da attacco di panico è necessario rivolgersi ad un professionista che escluderà altre possibili cause dei sintomi sperimentati. La diagnosi di disturbo di panico deve prendere in considerazione ed escludere patologie fisiche o altre patologie psichiche, inoltre è necessario valutare se l’attacco è collegato all’uso di sostanze come caffeina o droghe o alcool.
Il disturbo da attacchi di panico determina dei comportamenti che il paziente utilizza per cercare di evitare che l’attacco si ripresenti. Per questo motivo l’attacco di panico può essere associato ad Agorafobia, ovvero all’evitamento di posti in cui sarebbe difficile avere un aiuto nel caso in cui si verificasse l’attacco (mezzi pubblici, spazi aperti o spazi chiusi come l’ascensore). Questa serie di evitamenti non solo ha una funzione menomante nella vita del paziente, ma anche tende a mantenere attivo il disturbo. Infatti, più si evitano queste situazioni, più ci si convince che non accade niente proprio grazie a questi evitamenti. Inoltre, si crede che se non si mettessero in atto questi evitamenti l’attacco si presenterebbe e sarebbe molto pericoloso per la vita. Quindi, attraverso gli evitamenti il paziente dà maggior forza al disturbo e tende a proteggersi sempre di più, chiudendosi in un circolo vizioso che diventa una vera e propria prigione. Detto questo, risulta evidente come sia necessario intervenire tempestivamente sul disturbo per evitare che diventi sempre più forte e per rendere al paziente una vita adeguata.

Cosa si può fare per affrontare il problema:
I trattamenti Cognitivo – comportamentali per l’attacco di panico prevedono:
1) Una buona valutazione dell’attacco attraverso i modelli del disturbo (Clark, 1986) e la condivisione del modello;
2) Verifiche comportamentali per stabilire come quali comportamenti aumentino i sintomi;
3) Esposizione con inibizione dei comportamenti protettivi: si affrontano le situazioni sopprimendo la tendenza ad utilizzare comportamenti protettivi;
4) Ristrutturazione cognitiva.
Arrivati al punto 4 l’attacco è stato superato. Il terapeuta tuttavia potrà insegnare delle tecniche di rilassamento o di respirazione adeguate, a meno che non siano già utilizzate dal paziente come comportamenti protettivi.

La terapia farmacologica del disturbo di panico, qualora necessaria, prevede solitamente l’uso di due classi di farmaci: le benzodiazepine e gli antidepressivi. Le benzodiazepine (alprazolam, clonazepam, diazepam, lorazepam) producono solitamente un effetto ansiolitico immediato, ma con il tempo possono dare problemi di dipendenza e sintomi di astinenza. Per questo sono solitamente prescritte nelle fasi iniziali della cura in associazione agli antidepressivi per essere gradualmente sospese quando interviene l’effetto di questi ultimi.

Bibliografia
DM., C. (1986). A cognitive model of panic. Behaviour Research and therapy. , 24, 461-470.