Il razzismo è un sistema organizzato entro una società, che provoca un’ingiusta disuguaglianza nella distribuzione del potere, delle risorse e delle opportunità tra diversi gruppi etnici o razze. Si può manifestare attraverso convinzioni, stereotipi, pregiudizi o discriminazioni.
Il razzismo persiste ancora oggi come causa di esclusione, conflitto e svantaggio su scala globale, ma il suo effetto va ben oltre. Numerosi studi hanno infatti dimostrato che il razzismo fa male alla salute di chi lo subisce, influenzandola nei suoi diversi aspetti sia fisici che psicologici.

In un recentissimo articolo pubblicato su PLoS One , sono stati ri-analizzati statisticamente i risultati di 293 studi pubblicati tra il 1983 ed il 2013, mediante una cosiddetta “meta-analisi”. Oltre a confermare le precedenti conoscenze sul legame esistente tra razzismo subìto e salute fisica e psicologica, esso ha portato a nuovi risultati.
Gli articoli presi in considerazione si proponevano di analizzare la relazione esistente tra il razzismo riferito da ogni partecipante ed il suo livello di salute fisica e psicologica.
La prima variabile (razzismo) è stata misurata considerando molteplici misure, tra cui: l’autovalutazione delle esperienze di razzismo vissute direttamente dal soggetto; esperienze vicarie di razzismo come l’aver assistito ad episodi di discriminazione vissuti da familiari o amici; razzismo interiorizzato che consiste nell’incorporazione nella propria visione del mondo di atteggiamenti o convinzioni razziste.
La seconda variabile (salute) è stata rilevata con 3 tipi di misure: (1) salute mentale, sia sul versante negativo considerando depressione, ansia, stress psicologico, che sul versante positivo con indici di autostima, soddisfazione di vita e benessere; (2) misure della salute fisica come pressione sanguigna ed ipertensione, sovrappeso, malattie cardiache e diabete; (3) indicatori del benessere generale comprendenti sensazioni che rientrano in entrambe le categorie precedenti.

I risultati hanno evidenziato come livelli più elevati di razzismo subìto siano associati ad una più scarsa salute mentale (con maggiori episodi di depressione, ansia e stress psicologico), più scarso benessere generale e più scarsa salute fisica. Variabili quali l’età, il sesso, il luogo di nascita ed il livello scolastico della persona non sembrano influenzare questo effetto, che viene invece significativamente influenzato dall’etnia di appartenenza.
Difatti, l’associazione tra razzismo e minor salute mentale e fisica è più forte per gli asioamericani ed i latino-americani rispetto agli afro-americani. Queste scoperte suggeriscono che gli afro-americani potrebbero aver sviluppato delle capacità di resilienza più forti rispetto agli altri gruppi. La resilienza è la capacità di superare in modo efficace agli eventi avversi della vita.

Attraverso quali meccanismi fisiologici può il razzismo avere un effetto sulla salute fisica e psicologica delle sue vittime?
Un’esposizione cronica al razzismo potrebbe causare una disregolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che a sua volte può danneggiare il sistema corporeo e condurre a malattie cardiovascolari, psicosomatiche ed obesità. Si tratta infatti dello stesso circuito biologico che regola le risposte allo stress prolungato. L’impatto del razzismo sulle regioni cerebrali cognitivo-affettive come la corteccia prefrontale, corteccia cingolata anteriore, amigdala e talamo, condivide invece delle somiglianze con le vie che inducono ad ansia, depressione e psicosi. Studi di neuroimaging hanno infatti identificato l’attivazione di queste regioni in risposta al rifiuto sociale, le quali sono a loro volta analoghe alle regioni che si attivano per il dolore fisico.

Sembra quindi che il razzismo produca dei costi per la società in cui è più diffuso: infatti, un incremento delle malattie sia fisiche che mentali, porterà a maggiori costi sanitari per lo Stato: il razzismo, quindi, logora sia chi lo subisce che chi lo mette in pratica.

Articolo originale: 
Paradies et al. Racism as a Determinant of Health: A Systematic Review and Meta-AnalysisPLoS One. 2015 Sep 23;10(9)

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