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Quando ci piace qualcuno, i nostri pensieri e le nostre fantasie sono totalmente assorbiti da questa persona. Ma da cosa dipende il nostro interesse? Uno studio condotto dai ricercatori dell’Università della Virginia ha cercato di vedere come cambia il nostro livello di interesse in base alla consapevolezza di piacere o meno all’altro. I risultati sono stati sorprendenti e, in parte, concordano con il vecchio detto popolare.

cuori_laptopL’esperimento. La ricerca è stata condotta mediante l’utilizzo dei social network. Ad alcune ragazze veniva detto che dei ragazzi, visitando il loro profilo Facebook, avrebbero dato dei giudizi su di loro. I giudizi in realtà erano stabiliti a priori dagli sperimentatori. Un primo gruppo di ragazzi dava un punteggio molto alto, dicendo in modo chiaro che avrebbero voluto conoscere le ragazze. Un secondo gruppo dava un punteggio intermedio, e il terzo gruppo non esprimeva alcun giudizio, presentando quindi una condizione di incertezza. Alle ragazze vennero quindi fatti visualizzare i profili di questi ipotetici partner e i giudizi espressi da questi. Dopo un intervallo di 15 minuti, le ragazze davano un giudizio sul livello di attrazione che provavano per ogni ragazzo, sul proprio umore e sulla frequenza con cui avevano ripensato ad ognuno di essi.

 

I risultati. Le ragazze risultavano più attratte dagli uomini che avevano espresso un voto alto nei loro confronti rispetto a coloro che avevano dato un voto medio, mostrando verso i primi uno stato d’animo molto positivo. Fin qui, nulla di strano: questo fenomeno corrisponde al principio di reciprocità, secondo il quale ci piacciono le persone alle quali sappiamo di piacere. Tuttavia, anche nella condizione di incertezza sono emersi dati simili, se non superiori: infatti, le studentesse hanno riferito di pensare con maggiore frequenza agli uomini che avevano mostrato incertezza, dimostrando uno stato d’animo altrettanto positivo verso questi. Quindi, l’essere diretti attrae, ma l’essere sfuggenti agisce da vera e propria calamita.

Girl-thinkingMa è proprio vero che le persone amano le persone alle quali “sperano” di piacere? L’attrazione aumenta non tanto perché l’altro mostra incertezza, ma per ciò che questa condizione implica. Infatti il non sapere cosa i ragazzi realmente pensino, porta le ragazze a pensare continuamente alle varie possibilità e a ricercare piccoli indizi per confermare o meno l’interesse nei propri confronti: è proprio l’alta frequenza di questi pensieri e delle azioni rincorrenti che aumenta l’attrazione. “Il fascino per l’ignoto” sembra quindi essere una tecnica di seduzione a tutti gli effetti, ma è bene ricordare che ha dei limiti, poiché riguarda solamente la fase iniziale dell’attrazione. È stato riscontrato che una volta che si conosce meglio il partner misterioso, tutta l’aura seduttiva di cui era investito tende a scomparire.

Nonostante si tratti solo di un esperimento, questa situazione è molto comune anche nella vita reale. I social-network giocano un ruolo fondamentale, agendo come vere e proprie vetrine per farci un’idea della persona che tanto ci piace. E allo stesso tempo li usiamo per capire se noi piacciamo all’altro: un suo “mi piace” alla nostra foto diventa per noi un segnale di interesse, anche se spesso ci sbagliamo. Anche se internet è sicuramente un mezzo efficace per fare nuove conoscenze, ossessionarsi troppo per qualcuno potrebbe sfociare in una cocente delusione. Per questo, non bisogna fare altro che prendere un po’ di coraggio e conoscere questa persona vis à vis, in quanto è solo in una relazione reale che possiamo capire meglio se l’altro rispecchia le nostre aspettative.

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L’obesità infantile è un problema sempre più comune nella nostra società. L’obesità è chiaramente il risultato di un alimentazione eccessiva o non equilibrata. La soluzione più ovvia sembrerebbe quella di far seguire al bambino una dieta equilibrata, magari accompagnata da un’attività fisica. In realtà, l’obesità non è un problema prettamente alimentare, ma sottende importanti difficoltà dal punto di vista psicologico.

Rimke C. Vos, una giovane psicologa olandese, in uno studio del 2011 ha dimostrato come la semplice dieta sia poco o per nulla efficace nell’obesità infantile, mentre la psicoterapia cognitivo comportamentale), andando ad intervenire sugli aspetti psicologici, si sia rivelata di gran lunga più efficace.

obesità infantile Lo studio ha coinvolto un gruppo di bambini con problemi di obesità, tutti con un livello di obesità simile, calcolato tramite l’indice di massa corporea (BMI). Successivamente i bambini sono stati divisi in due gruppi: il primo gruppo è stato sottoposto ad una psicoterapia cognitivo comportamentale; mentre al secondo gruppo sono state fornite delle indicazioni circa l’alimentazione equilibrata e l’attività sportiva consigliata da svolgere. Anche i genitori dei bambini sono stati coinvolti nell’esperimento ed è stato chiesto a loro e ai loro figli di compilare un questionario per valutare il livello di qualità della vita (Health Related Quality of Life, HRQOL). Il trattamento è durato tre mesi e dopo un anno dall’esperimento entrambi i gruppi di bambini sono stati ricontattati per compilare nuovamente il questionario e verificare i risultati dei due tipi di interventi.

Quali conclusioni ha riportato lo studio?

Innanzitutto non solo i bambini ma anche i loro genitori avevano una qualità della vita molto più bassa rispetto a quelli dei bambini e dei genitori di figli normopeso. I due gruppi di bambini non mostravano grandi differenze immediatamente dopo aver partecipato ai due diversi interventi ma le differenze sono emerse un anno dopo. I bambini che avevano partecipato alla psicoterapia avevano una qualità di vita più elevata, una maggiore autostima ed una migliore percezione delle proprie abilità fisiche, ma soprattutto erano riusciti a perdere molto peso, abbassando notevolmente l’indice di massa corporea. Il secondo gruppo, che aveva ricevuto solo indicazioni su una dieta equilibrata ed una corretta attività fisica, non aveva ottenuto simili progressi, rimanendo sostanzialmente nella condizione in cui era più di un anno prima. Dopo 12 mesi anche i genitori dei bambini che avevano partecipato alla psicoterapia riportavano un grande miglioramento nel livello di qualità della vita, indicando come l’obesità sia un problema che non riguarda un solo il singolo bambino ma ricade anche sulla famiglia. Ovviamente, quando i figli stanno meglio migliorano anche i genitori.

Questo studio è solo uno dei tanti che vengono realizzati per cercare di capire come affrontare e superare il problema dell’obesità infantile ma ci è utile per capire che l’obesità può rappresentare un vero fardello per il bambino e per la sua famiglia perché intacca la percezione del proprio corpo, l’autostima e le relazioni con gli altri tanto da rendere la vita più difficile e meno piacevole. In ultimo, l’obesità non è un problema che si risolve spontaneamente e che non voler affrontare la situazione o rimandare ogni intervento porterà difficilmente a qualche tipo di risultato.

 

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A tutti è sicuramente capitato di non riconoscere qualcuno: quella persona l’abbiamo già incontrata, ma il suo nome non ci viene proprio in mente, o non riusciamo a ricordare dove e quando abbiamo fatto la sua conoscenza per la prima volta. Tuttavia, per alcune persone, questo problema può diventare molto più che una semplice dimenticanza occasionale.

prosopagnosiaIn questi casi ci si trova di fronte alla prosopoagnosia, un problema di percezione specifico per il quale non si riesce più a riconoscere i volti delle persone. A seconda della gravità, alcune persone con prosopoagnosia non saranno più in grado di riconoscere volti familiari, altri non saranno in grado di discriminare tra volti sconosciuti e nei casi più gravi non si è in grado di riconoscere neanche il proprio volto se visto in fotografia. La prosopoagnosia è un deficit neurologico specifico, causato da un danno ai lobi occipito-temporali dell’emisfero destro. Chi soffre di difficoltà del riconoscimento dei volti, può avere difficoltà a riconoscere anche alcuni oggetti (agnosia), ma non sempre. È bene sottolineare che la prosopoagnosia, come tutte le agnosie in genere, non è né un disturbo del linguaggio (non riuscire a dire il nome di ciò che si vede) né un disturbo visivo, in quanto il paziente può avere una visione perfetta e non fare nessuna difficoltà a riconoscere altri tipi di immagini. Inoltre, essa non è causata da disturbi intellettivi, tanto che spesso è possibile riscontrarla anche in persone intelligenti.
Nonostante la presenza di questo deficit, le persone prosopoagnosiche potrebbero ancora riuscire a riconoscere gli altri basandosi sulle loro caratteristiche peculiari come per esempio il tono della voce, la postura, il modo di vestirsi.

La scoperta di un disturbo specifico per il riconoscimento dei volti umani rivela la presenza di un circuito nel cervello la cui funzione principale è quella di elaborare le informazioni relative ai volti permettendoci di riconoscerli, diverso e separato dal sistema con cui riconosciamo gli altri oggetti.

Italy Berlusconi Scandal

 

Il caso: la donna che riconosceva solo Berlusconi. V.Z. era una signora italiana, casalinga, studiata da due ricercatori di Padova nel 2005. La particolarità di questa paziente non era tanto il fatto che, a causa di una malattia neurodegenerativa, riuscisse ormai a riconoscere un solo volto, ma il fatto che questo unico volto fosse proprio quello dell’allora premier Silvio Berlusconi: la signora non solo era in grado di riferirne correttamente il nome, ma era anche capace di dare alcune informazioni sul personaggio, come il fatto di essere un politico.
Questo caso clinico potrebbe dimostrare che certe immagini, facce o informazioni veicolate dai mass-media si imprimono nel nostro cervello in un circuito diverso da quello che usiamo abitualmente per ricordare le facce di chi ci circonda. E’ come se il volto dell’ex premier fosse stato inciso nella mente in un formato speciale, diverso non solo da quello ordinario degli oggetti ma anche da quello ordinario dei volti.

Bibliografia

Mondini S., Semenza C. How Berlusconi keeps his face: a neuropsychological study in a case of semantic dementia. Cortex. 2006 Apr;42(3):332-5.

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Vi è mai capitato di osservare i vostri bambini parlare da soli dicendo cose del tipo “non devo far cadere il bicchiere sennò la mamma si arrabbia” oppure “adesso mi allaccio le scarpe e poi esco a giocare”? E se vi stavate chiedendo se fosse tutto normale o fosse meglio intervenire, sappiate non c’è nulla di male e che il dialogo interiore può essere uno strumento molto utile per il bambino, soprattutto per imparare a controllare i propri comportamenti. Ecco 5 buone ragioni per lasciare che il vostro bambino faccia due chiacchiere con sé stesso:

1# Aiuta a decidere come comportarsi. Gli eventi di per sé non sono completamente positivi o completamente negativi, molto dipende dalla nostra reazione ovvero se vogliamo comportarci come di fronte a una tragedia o a un’occasione per imparare. Mentre gli adulti riflettono sulle situazioni senza bisogno di parlare, molto spesso i bambini utilizzano il dialogo con sé stessi per stabilire come comportarsi, magari ripetendosi quello che spesso gli viene detto da un adulto. Ad esempio, dopo un litigio con un compagno potrebbe capitare di sentire nostro figlio dire: “mi sa che sono stato un po’ cattivo, forse è meglio se vado a chiedere scusa”.

737711334_aa3ea6f193_o2# Serve a ricordare meglio le cose. E’ risaputo che a volte i bambini sono un po’ distratti e spesso la loro vivacità li porta a prestare poca attenzione. Ripetere tra sé e sé una cosa aiuta a ricordarla meglio senza paura di dimenticarla (è un trucco che usano spesso anche gli adulti). Se insegniamo ai bambini ad utilizzare il dialogo interiore otterremo certamente più risultati che ripetendogli le cose infinite volte. “Devo ricordarmi di dire al papà che la cena è pronta”.

3#Permettono di capire cosa pensano i bambini. Il dialogo interiore rappresenta una comunicazione intima e spontanea che il bambino ha con sé stesso. Ascoltando ciò che i nostri figli si dicono possiamo capire molto di ciò che davvero pensano e che a volte hanno timore di dire ai genitori. Il dialogo interno rispecchia molto la personalità del bambino. Se nostro figlio ha una bassa stima di sé potrebbe capitare di sentirlo ripetersi “sono un buono a nulla, anche questa volta ho fatto un disastro!”

4#Mantiene allenata la fantasia. Attraverso il dialogo interno il bambino inventa storie o personaggi con i quali passare il tempo e divertirsi. Non solo nostro figlio si abituerà a ritagliarsi degli spazi tutti suoi senza aver bisogno di essere controllato continuamente dai genitori, ma attraverso questi giochi saprà passare il tempo senza bisogno di game-boy, wii o ipad. Un bambino che sa giocare da solo, senza bisogno di troppi stimoli esterni, è un bambino che sa adattarsi a molteplici situazioni, dal viaggio in macchina a una cerimonia o l’attesa nello studio del dentista.

5#Dà conforto al bambino quando è solo. Quando i nostri figli sono in difficoltà o hanno paura solitamente si rivolgono ai genitori o alle maestre. Cosa succede però quando si trovano di fronte a situazioni impreviste e noi non siamo con loro? Le opzioni sono due: o scoraggiarsi e spaventarsi oppure provare a affrontare le paure/difficoltà da soli. Ripetersi “non ho paura del buio, sono un bambino grande” può davvero aiutare nostro figlio a superare la paura del buio e entrare in una stanza anche se noi non ci siamo.

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Può capitare che un genitore faccia le scelte al posto di suo figlio. E’ normale e rientra appieno nei compiti di un genitore ovvero prendersi cura del proprio bambino. Il problema è che a volte siamo talmente abituati a prendere decisioni per i nostri figli da non considerare nemmeno l’eventualità di lasciarli scegliere qualcosa da soli. In realtà, in contesti controllati è giusto e sano lasciare ai bambini un loro spazio, offrendogli la possibilità di fare delle scelte. Ci sono certe cose che non sono contrattabili (non è accettabile che il bambino decida di non andare più a scuola) ma ad esempio si potrebbe chiedere a lui quale sport preferisce praticare o quale strumento suonare.

Un concetto chiave è quindi quello di scegliere entro dei limiti: i genitori presentano diverse opportunità tra cui scegliere e il bambino decide quale tra queste preferisce. Ad esempio, può scegliere come vestirsi a scuola o quando esce a giocare, ponendo come limite che non si esce a giocare con il vestito nuovo perché si sporca e non si può andare a scuola in pigiama!

Perché scegliamo al posto loro? Perché crediamo che non siano in grado di fare delle buone scelte. In realtà, molto spesso prendiamo decisioni che anche loro sarebbero capaci di prendere per loro stessi e li priviamo dell’opportunità di imparare a decidere. Si tratta di un processo graduale che va da scelte più semplici a quelle più importanti e poco alla volta i nostri bambini imparano a prendersi le loro responsabilità.

imparare a scegliere psicologo cognitivo comportamentaleLasciarli scegliere è una forma di rispetto: che si tratti di scegliere quale sport praticare o cosa ordinare al ristorante dal Menù Bimbi, dare l’opportunità di scegliere dimostra ai nostri figli che rispettiamo le loro posizioni, come faremmo con qualsiasi altro adulto. Certo, i nostri figli sono bambini e non adulti, ma prima o poi lo diventeranno e se continuiamo a intrometterci nelle loro decisioni saranno adulti incapaci di tollerare l’incertezza della scelta, di formulare una loro opinione o di sostenere le conseguenze delle loro azioni.

Bisogna lasciare i nostri bimbi scegliere, ma quanta libertà lasciare loro? Come genitori dovete sempre ricordare che esistono “vere scelte” e altre situazioni in cui invece non si può decidere diversamente; se non riusciamo a cogliere le differenze non sapremo spiegarle nemmeno al bambino che rimarrà confuso dal fatto che certe volte è libero di decidere mentre altre volte gli vengono imposte delle cose senza possibilità di rifiutare. Una “vera scelta” è quella in cui le varie possibilità sono tutte valide, a prescindere dalle nostre preferenze, come ad esempio decidere se prendere il latte con biscotti a colazione oppure lo yogurt. Ancora, se nostra figlia decide di tagliarsi i capelli corti anche se a noi piacciono molto lunghi. Non si può scegliere invece se prendere o meno gli antibiotici quando si è molto malati, o se giocare con dei coltelli molto affilati.

Concludendo, piuttosto che dire “vuoi mettere a posto la stanza?” ( con ovvia risposta “no”) o imporre “metti immediatamente a posto la tua camera!” abbiamo imparato che è meglio dire “preferisci mettere a posto la stanza prima o dopo aver fatto merenda?”

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Ci siamo mai chiesti perché più insistiamo a ripetere le regole meno ascolto otteniamo dai nostri bambini? E se fosse meglio dire le cose una volta in modo chiaro piuttosto che ritornare sempre sullo stesso argomento? Certo, la comunicazione è un aspetto fondamentale del rapporto tra genitori e figli ma certe volte è meglio risparmiare le parole e dimostrare ai nostri figli con le azioni ciò che a parole non riusciamo a dire. Ecco spiegati i passi per rendere i nostri gesti più efficaci di mille parole:

1-Fare una pausa quando si esagera. Quando i bambini sono sovreccitati capita spesso che infrangano qualche regola: sono talmente presi dalle loro attività da dimenticarsi del resto del mondo. Piuttosto che fare la ramanzina riguardo ciò che va fatto o non va fatto, imponiamo ai nostri bambini una tregua durante la quale possano calmarsi e capire ciò che il genitore sta dicendo. Non si tratta di lunghe punizioni ma di pause di 5-10 minuti e quando il bambino sarà tornato tranquillo potrà ricominciare a svolgere le sue attività; altrimenti la pausa viene prolungata. Si potrebbe spiegare loro dicendo “stai diventando aggressivo con i tuoi compagni, entriamo in casa per cinque minuti e quando ti sei calmato torniamo fuori a giocare”.

2- Non premiare il comportamento scorretto. Non si tratta di ricompense esplicite ma a volte anche la semplice attenzione della mamma e del papà può rappresentare un incentivo per il bambino a comportarsi in un determinato modo. Anche le punizioni devono essere pensate in base al proprio figlio affinchè siano davvero efficaci: a nulla serve proibire le uscite se nostro figlio è di natura pigro e ama starsene chiuso in camera, finiremmo solo per incoraggiare il suo comportamento scorretto. Senza essere troppo duri bisogna trasmettere il messaggio che comportamenti sgradevoli hanno conseguenze sgradevoli.

bambini regole mentecomportamento3- Evitate di ripetervi. Se i nostri figli non ci danno retta alla prima o seconda volta che stiamo dicendo loro qualcosa è molto improbabile che lo faranno alla terza volta. Se voi continuate a ripetere sempre le stesse cose e loro continuano a non darvi retta i bambini impareranno che le regole possono essere infrante e che il volere dei genitori non è poi così importante. Piuttosto che insistere nel chiedere di spegnere la televisione, sarebbe meglio agire direttamente prendendo il telecomando e spegnendo la tv. Se riuscite a motivare il vostro comportamento non solo riuscirete a ottenere ciò che stavate chiedendo ma aiuterete vostro figlio a capire il perché lo chiedete, ad esempio “spegni la televisione altrimenti non riesco a concentrarmi sul lavoro che devo finire”.

4- Basta lamentele. Anche gli adulti, specialmente quando sono stanchi, tendono a lamentarsi dimenticando gli effetti negativi che la lamentela ha sui bambini: innanzitutto la lamentela rappresenta una costante critica e valutazione del bambino, inoltre così facendo suggeriamo al bambino che è lecito lamentarsi. I bambini imparano così a lamentarsi e le loro lamentele sono talmente persistenti ed estenuanti che molti genitori preferiscono arrendervisi piuttosto che opporsi, ottenendo come risultato un aumento delle lamentele da parte del bambino.

5- Cercate di essere più chiari possibile. I nostri bambini hanno bisogno di regole certe e immutabili, così come di premi e punizioni giusti e calibrati. Cambiare atteggiamento, essere incerti nel fornire indicazioni e mandare messaggi contraddittori rappresentano comportamenti che confondono il bambino e non portano i risultati sperati. Molti genitori provano senso di colpa nell’aver messo il figlio in punizione ma il tornare sui propri passi rappresenta più un danno che un vantaggio per il bambino perché non insegnerà mai che i limiti esistono per essere rispettati, che non rappresentano un capriccio dei genitori ma che vengono imposti per valide ragioni.

 

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