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Non tutti amiamo allo stesso modo. Gli studi scientifici confermano che esistono ampie differenze individuali negli orientamenti dell’amore romantico, ma le origini di queste differenze sono ancora poco chiare. Infatti, non sono ancora stati individuati con precisione i fattori genetici che influenzano i diversi stili d’amore. Sicuramente il modo in cui cresciamo, l’ambiente che ci circonda, il modo di amarci dei nostri genitori è un fattore determinante il nostro modo di amare in età adulta. Ma in che misura siamo influenzati dal nostro DNA?

 

LA RICERCA. 

amore_DNAUno studio condotto nel 1994 da Niels Waller e Philip Shaver, dell’Università della California, ha cercato di verificare se i vari stili amorosi possano dipendere anche da fattori genetici oltre che ambientali. Per verificare ciò lo studio è stato condotto su coppie di gemelli, sia sposate che single, con un’età compresa tra i 34 e i 98 anni. Le coppie di gemelli vengono spesso utilizzate per studiare le influenze genetiche del comportamento: i gemelli monozigoti infatti condividono tra loro il 100% del patrimonio genetico, quindi eventuali differenze tra gemelli sarebbero imputabili sicuramente a cause ambientali. Gli autori della ricerca hanno ipotizzato che, se è vero che il DNA influenza il modo di amare, i gemelli monozigoti (che condividono il 100% dell’eredità genetica) dovrebbero presentare una maggiore similitudine nei comportamenti amorosi, rispetto ai gemelli dizigoti (che condividono tra loro solo il 50% dei geni). La rilevazione degli stili d’amore venne effettuata tramite la compilazione di un questionario, il LAS (Love Attitude Scale), in riferimento al modello a sei dimensioni dell’amore proposto da Lee. Secondo questo modello esistono sei stili di comportamento in amore, ognuno caratterizzato da diversi atteggiamenti e comportamenti. Le sei dimensioni così indagate sono:

– Stile Eros: gli individui danno molto valore all’amore passionale, sono sicuri di sé, godono dell’initimità e si innamorano abbastanza rapidamente. Un esempio di domanda relativa a questa dimensione è: “Io e il mio partner siamo stati attratti l’uno dall’altra subito dopo che ci siamo conosciuti”;

– Stile Ludus: è un amore che viene “giocato”, gli amanti ludici sono più interessati alla quantità che alla qualità della relazione; vogliono divertirsi il più possibile, tendono a vedere il matrimonio come una trappola, sono gli amanti che, con più probabilità, saranno infedeli in quanto vedono il sesso come una sfida in cui impegnarsi e vincere. Esempio di domanda “Cerco di non dare certezze al partner sul mio impegno nei suoi confronti”;

– Stile Storge: stile di amore che si sviluppa gradualmente da un’iniziale amicizia, che dura anche quando il rapporto finisce. Gli amanti con uno stile Storge si impegnano molto per far funzionare il rapporto ed hanno una forte motivazione a non commettere infedeltà e a salvaguardare la fiducia che il partner prova nei loro confronti. Es.: “E’ difficile per me dire esattamente quando la nostra amicizia si trasformò in amore”;

– Stile Pragma: identifica un amore guidato dalla testa e non dal cuore, gli amanti pragmatici valutano attentamente i costi e i benefici che possono trarre da una relazione, vedono nell’amore un lavoro da effettuare con il partner al fine di raggiungere un obiettivo comune. Es.: “Prima di impegnarmi con il mio partner ho valutato cosa lui/lei potrebbe diventare in futuro nella mia vita”;

– Stile Mania: è contraddistinto da una bassa autostima degli amanti, in virtù di ciò essi hanno bisogno dell’altro. L’amore è ardentemente desiderato, ma spesso causa dolori e malesseri anche a livello fisico. Es: “Quando le cose con il mio partner non vanno bene, mi viene mal di stomaco”;

– Stile Agape: gli amanti che presentano questo stile sono spesso persone spirituali o religiose. Essi vedono i loro partner come una benedizione e desiderano ardentemente prendersi cura di loro per evitare qualsiasi loro sofferenza. Es: “Cerco sempre di aiutare il mio partner nei momenti difficili”.

In base alle risposte date per ogni dimensione, veniva poi indicato il profilo dei comportamenti d’amore di ogni soggetto e confrontato con quello del proprio gemello. Successivamente, venivano anche rilevati i tratti di personalità dei soggetti tramite un altro questionario, l’IPS, che individua la gamma degli stili individuali di personalità di ogni soggetto, già precedentemente utilizzato in studi su gemelli. 

 

Quanto conta quindi la genetica?

I risultati emersi, in contrasto con le ipotesi iniziali, indicarono che nei gemelli omozigoti non vi era maggiore concordanza di stili amorosi rispetto ai gemelli dizigoti. Le differenze tra fratelli erano infatti simili nei due gruppi. Ciò sta a significare che i fattori genetici non hanno alcuna influenza nelle loro determinazioni: le similitudini presenti tra gemelli sono quindi da riferire all’esperienza condivisa, più che al patrimonio genetico. Determinante è l’influenza ambientale, in particolar modo l’ambiente familiare durante l’infanzia. Infatti, lo stile relazionale che presentiamo da adulti dipende in larga misura dallo stile di attaccamento (sicuro-insicuro) e dallo stile amoroso dei propri genitori: è proprio in questo contesto che i bambini apprendono il modo di amare che successivamente metteranno in atto. Tuttavia, altre differenze individuali tra gemelli sono dovute ai diversi ambienti frequentati, come il gruppo dei pari di cui ci si circondavano, dagli altri adulti in genere con cui interagivano (es. parenti, insegnanti, ecc..). Un ulteriore fattore che sembra giocare un ruolo nella determinazione dei propri stili comportamentali in amore sono il tipo di partner avuto in passato e il grado di stabilità e soddisfazione con il quale si vivono le proprie relazioni.

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Bibliografia

The Importance of Nongenetic Influences on Romantic Love Styles: A Twin-Family Study. Psychological Science 1994, 5 (5) 268-274



COS’È IL FETICISMO

La parola “feticcio” deriva dalla lingua portoghese: i mercanti di schiavi usavano questo termine per indicare gli oggetti adorati dagli indigeni africani, ritenuti sacri dalle popolazioni locali. Il feticismo infatti è una forma di perversione sessuale per cui si prova piacere sessuale esclusivamente a contatto con un oggetto specifico, una parte del corpo o una qualità. Infatti, all’interno di questa parafilia, il feticcio diviene quasi come un “oggetto di culto”, essenziale all’eccitazione e al piacere sessuale.

Ma tranquillizziamoci: un certo grado di feticismo rientra abitualmente nell’ambito della sessualità normale, può aggiungere un pizzico di pepe al rapporto con il partner e assecondare le fantasie erotiche di ognuno di noi in modo assolutamente sano. La condizione diventa patologica solo quando il feticcio arriva a sostituirsi completamente al coito, o quando esso diventa oggetto sessuale esclusivo: il partner non è più un compagno con cui condividere il piacere, ma un semplice veicolo del feticcio stesso.

GLI OGGETTI-FETICCIO PIÙ DIFFUSI

-una specifica parte del corpo (i più comuni sono seno, natiche, piedi, mani, gambe; ma anche altre parti meno consuete come ascelle, naso e peli),

caratteristiche o condizioni particolari: donne incinte, cicatrici o mutilazioni, estremo sovrappeso;

fluidi o escreti biologici: il sudore, la saliva, l’urina e le feci;

-oggetti inanimati: biancheria intima, calze, guanti, scarpe, materiali specifici come latex, pelle, pvc.

 

FORME DI FETICISMO

Secondo lo psicologo Alfred Binet l’“amore normale” è il risultato di una complicata forma di feticismo, e lo classifica in due forme:

“amore spirituale” : è caratterizzato dalla devozione di specifici fenomeni mentali, come i comportamenti, le classi sociali o i ruoli. In questo caso il feticismo si manifesta come “gioco delle parti” durante il rapporto, scaturito da un’ossessione verso un dato comportamento;

“amore plastico”: si riferisce alla devozione ad oggetti materiali come parti del corpo o oggetti inanimati; infatti per alcuni feticisti, vedere, sentire, annusare, inghiottire o palpare l’oggetto della propria attrazione è importante almeno quanto il coito ordinale, se non addirittura di più.

dangling: far dondolare una scarpa parzialmente indossata.
dangling: far dondolare una scarpa parzialmente indossata.

Le pratiche feticistiche possono essere raggruppabili anche in base al canale sensoriale coinvolto: alcuni si eccitano principalmente guardando (ad esempio con il cosiddetto dangling –in foto-), altri annusando, altri toccando materiali specifici.

Ogni feticista può utilizzare il proprio oggetto in tre diverse modalità:

Modalità attiva, in cui il feticista usa attivamente il feticcio;

Modalità passiva, in cui vuole che il feticcio sia in qualche modo usato su di lui da un’altra persona;

Modalità contemplativa, in cui si trae piacere dalla semplice contemplazione dei feticci collezionati.

Come abbiamo già detto però, una preferenza per un qualcosa di inusuale non implica necessariamente la presenza di feticismo, che può esistere in una certa gradualità:

– ad un primo livello è presente una leggera preferenza per certi tipi di partner, stimoli o attività sessuali, tuttavia non risulta appropriato l’utilizzo del termine fetish;

livello 2: bassa intensità di feticismo, caratterizzato da una preferenza più marcata per i casi citati nel primo livello;

livello 3: moderata intensità di feticismo, dove sono necessari degli stimoli specifici per consentire l’eccitazione e la prestazione sessuale;

livello 4: alto livello di feticismo, in quanto gli stimoli specifici prendono il posto del partner.

LA SUBCULTURA FETISH

Considerato fino a qualche tempo fa una perversione malsana e da condannare, al giorno d’oggi il feticismo non solo sta entrando nelle abitudini sessuali diffuse, ma estende la propria influenza nella moda e nell’arte. Esistono riviste specializzate, blog, forum e siti internet che permettono di mettere in contatto gli appassionati; e appositi locali organizzano spesso degli eventi a tema a cui partecipare o assistere. La stessa frequentazione di sexy shop ormai non è più un tabù per il sesso femminile, al punto che si stanno diffondendo anche in Italia catene di negozi pensati appositamente per le donne.

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Sia gli animali che gli umani sono portati a riconoscere istintivamente le dinamiche sociali, come la dominanza e i rapporti di potere; questa nostra capacità risulta molto utile per capire sin dall’inizio con chi possiamo competere o con chi dobbiamo evitare lo scontro.

Ancora più sorprendente risulta scoprire che l’abilità di individuare le strutture gerarchiche all’interno dei rapporti sociali non viene trasmessa o insegnata dai membri più esperti ai più giovani del gruppo ma è presente in ognuno di noi sin dalla nascita.

Anche i bambini, quindi, sanno riconoscere da subito chi comanda e utilizzano questa conoscenza soprattutto mentre giocano: esistono compagni a cui rubano i giocattoli di mano e altri dai quali se li lasciano rubare oppure nel gioco della lotta scelgono compagni al proprio livello o meno forti, per essere certi di avere la meglio.

Seppur con finalità ludica, queste dinamiche rappresentano un primo approccio alle gerarchie sociali e se un bambino tende a essere dominatore probabilmente sarà un adulto più prepotente rispetto ad altri e viceversa i bambini più timidi diventeranno adulti accondiscendenti o talvolta passivi.

Tutta questa complicata rete di potere e dominanza può essere rappresentata in due diversi modi:

  • esistono dinamiche di potere lineari in cui un individuo domina e l’altro è dominato (“Marco domina su Luca”) ma esistono anche rapporti più complicati,
  • detti dinamiche circolari, in cui ogni individuo è sia dominato che dominatore (“Marco domina su Luca, Luca domina su Andrea e Andrea domina su Marco”).

chi comanda bambini gerarchia Se i rapporti di potere sono di tipo circolare e se sono tante le persone appartenenti al gruppo può risultare più difficile cogliere queste dinamiche e capire come comportarsi adeguatamente.

In uno studio del 2014 i due psicologi Olivier Mascaro e Gergely Csibra si sono proposti di analizzare questi meccanismi in bambini molto piccoli e hanno scelto un campione di partecipanti di 15 mesi. Per indagare gli effetti in bambini così piccoli, non ancora in grado di esprimersi correttamente, gli sperimentatori hanno utilizzato una tecnica molto diffusa negli studi con bambini: si tratta di proiettare due diverse immagini e registrare con sofisticati strumenti tecnologici quanto tempo i soggetti trascorrono a fissare ciascuna delle due immagini.

Attraverso l’analisi dei tempi di fissazione, Mascaro e Csibra hanno evidenziato che i bambini trovano più difficile comprendere relazioni di tipo circolare rispetto a quelle di tipo lineare, inoltre se i bambini si sono fatti delle aspettative sui rapporti che intercorrono tra due persone (ad esempio “Marco è più alto e muscoloso di Luca, Marco domina Luca”) per loro è più facile comprendere le effettive dinamiche sociali.

Questo studio dimostra che i bambini partecipano a dinamiche gerarchiche di potere sin dalla tenera età e che, soprattutto in caso di rapporti lineari, sono molto abili a cogliere quale individuo sia dominante e quale dominato. La consapevolezza di questa loro abilità si può tradurre in una maggiore attenzione ai contenuti che vengono loro mostrati e alle esperienze a cui li si sottopone perché non bisogna sottovalutare le capacità dei bambini di comprendere la situazione e anche l’effetto che questo avrà sulle loro relazioni future.

 

Bibliografia. Mascaro O., Csibra G. Human infants’ learning of social structire: The case of dominance hierarchy. Psychological Science. 2014;26(1):250-255. 

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Quello della sessualità è un bisogno fondamentale dell’essere umano, caratterizzato da varie componenti. Un ruolo importante viene rivestito dall’eccitazione, un’emozione simile al desiderio ma che coinvolge le sensazioni corporee. L’eccitamento sessuale si configura come una percezione, sia mentale che fisica, di cambiamenti che portano all’attivazione sessuale: infatti l’eccitazione nasce dal desiderio, prepara all’orgasmo e produce un’attivazione generale dell’organismo corrispondente a un vissuto soggettivo del piacere sessuale.

I disturbi dell’eccitazione sono piuttosto frequenti in entrambi i sessi: si parla di disturbo dell’eccitazione femminile (per le donne) e di disturbo dell’erezione (per gli uomini). Il disturbo può presentarsi in momenti e con cause differenti: può dipendere dal tipo di partner, dalla qualità della relazione o da fattori psicologici personali.

Come si presenta il disturbo?

 Nel disturbo dell’eccitazione femminile, la donna presenta una persistente o ricorrente incapacità di raggiungere o mantenere, fino al completamento dell’attività sessuale, un’adeguata risposta psicofisiologica di eccitazione sessuale con lubrificazione-tumescenza (gonfiore) vaginale, legata all’eccitazione stessa. In alcuni casi la mancanza di eccitazione è accompagnata da dolore nel corso del rapporto sessuale, per cui la donna può cominciare ad evitare il contatto sessuale con il partner. Nell’uomo, invece, il disturbo dell’erezione si presenta come una persistente o ricorrente impossibilità a raggiungere o a mantenere un’erezione adeguata fino al completamento dell’attività sessuale. La frequenza del disturbo aumenta regolarmente con l’avanzare dell’età, ma può colpire anche uomini giovani.

 

 Quali sono le cause?

Il disturbo dell’eccitazione femminile è riconducibile a varie cause, tra cui:

– scarso tono dei muscoli perivaginali (soprattutto pubo-coccigei), che conferiscono un’assenza di sensibilità comportando difficoltà di eccitamento e dell’orgasmo;

– mancanza di fantasie sessuali, o fobie sessuali specifiche,

– problemi ormonali e menopausa;  

-scarse abilità sessuali e comunicative della coppia.

Anche le cause della disfunzione erettile possono essere sia organiche (dipendenti da alcune condizioni mediche quali problemi cardiovascolari o utilizzo di antidepressivi) che psicologiche. Un “esame” preliminare per verificare a quale delle due cause ricondurre il problema consiste nel valutare la presenza di eventuali erezioni spontanee durante la notte e/o al risveglio, oppure raggiunte durante la masturbazione o con una stimolazione mentale (fantasie). Se in queste situazioni non si presenta alcun problema, è molto probabile che vi sia un corretto funzionamento organico e che quindi le cause siano di natura psicologica e/o relazionali. le cause psicologiche più frequenti sono:

emozioni negative come depressione, rabbia e risentimento;

difficoltà a gestire l’ansia, soprattutto quella “da prestazione”; caratterizzata dalla paura di non riuscire a soddisfare le aspettative della propria partner. Questi pensieri di fallimento potrebbero provocare degli insuccessi nei rapporti successivi, creando quindi un circolo vizioso;

– sviluppo del timore dell’abbandono o di non essere amato a causa di una probabile performance deludente;

In entrambi i sessi possiamo trovare anche le seguenti cause:

– incapacità di abbandonarsi alle proprie sensazioni corporee, spesso dovute ad un’educazione sessuale rigida e sessuofobica o altamente religiosa e a informazioni erronee;

– presenza di pensieri stereotipati riguardo il sesso, come per esempio: “l’uomo deve concentrarsi sulla prestazione e non sul sentimento”, “negli anziani il sesso non è più importante”, “ è l’uomo che deve prendere l’iniziativa”;

problemi relazionali come la fiducia, capacità di stabilire relazioni intime, vicinanza e distanza emotiva.

conoscere l'anatomia e il funzionamento del proprio corpo è il primo passo per trovarci a proprio agio con esso.
conoscere l’anatomia e il funzionamento del proprio corpo è il primo passo per trovarci a proprio agio con esso.

Come faccio a superarlo?

Sia per gli uomini che per le donne, una volta escluse cause mediche, il disturbo può essere efficacemente trattato con una serie di approcci terapeutici. Tra questi abbiamo:

– la psicoeducazione, che permette di conoscere meglio il proprio e l’altrui corpo liberandosi da pensieri e attribuzioni erronee riguardo il sesso e il funzionamento degli organi sessuali;

esercizi di focalizzazione sensoriale, procedura mediante la quale si ricomincia a manifestare l’affetto per il contatto fisico;

– esercizi di stimolazione genitale e/o uso di vibratori (per la donna), o utilizzo di creme lubrificanti;

training della comunicazione: facilitare la comunicazione generale e sessuale tra i partner;

interventi interpersonali: trattamento di problemi e conflitti quali l’intimità, la fiducia, la perdita dell’attrazione, i cambiamenti di status all’interno della coppia (ad es. in seguito ad un licenziamento);

tecniche di gestione dell’ansia, soprattutto in caso di impotenza;

terapia cognitivo-comportamentale: ristrutturazione cognitiva degli atteggiamenti, dei modi di pensare e delle convinzioni disfunzionali riguardanti il sesso che producono aspettative irrealistiche; e dei condizionamenti sessuali (miti sessuali).



Quando si assiste a una qualche forma di violenza sembrerebbe logico pensare che più sono le persone presenti e maggiori sono le probabilità che qualcuno presti soccorso alla vittima di violenza. In realtà, in letteratura scientifica è stato da tempo dimostrato che non funziona proprio così: già dagli anni ’60 i due psicologi Latané e Darley teorizzarono il fenomeno del “bystander effect”, o “effetto spettatore”.

effetto spettatore unione forzaIn cosa consiste? La teoria del bystander effect dimostra che, contro ogni previsione, maggiore è il numero di persone che assistono a una forma di violenza e minore è l’aiuto che ognuno presta alla vittima. Questo fenomeno può essere spiegato ipotizzando che nel gruppo di spettatori la responsabilità di intervenire si diffonda tra le persone del gruppo ed ognuno creda che sarà l’altro a prestare soccorso alla vittima.

Questo fenomeno esiste anche nei bambini?

Un team di psicologi ha realizzato di recente uno studio sulla capacità di prestare aiuto in bambini di 5 anni. I bambini sono stati divisi in tre diversi gruppi: quelli del primo gruppo venivano lasciati da soli in classe insieme alla maestra (condizione da soli), il secondo gruppo era composto da più bambini nella classe insieme alla maestra (condizione con spettatori), mentre nel terzo gruppo erano presenti vari bambini ma solo uno di questi era libero di muoversi mentre gli altri compagni non avevano possibilità di spostarsi (condizione con spettatori non disponibili).

Ad ognuno dei tre gruppi veniva presentata un’identica situazione in cui la maestra si trovava in una situazione di emergenza, mentre nel frattempo il comportamento dei bimbi nella classe veniva filmato. A fine lezione, gli sperimentatori realizzavano una breve intervista con questi bambini per chiedere se si fossero accorti di ciò che stava succedendo e per quale ragione fossero intervenuti o meno in aiuto della maestra.

Quali sono i risultati? I bambini da soli aiutavano più spesso la maestra rispetto a coloro che si trovavano in classe con altri compagni. Per capire quale sia la motivazione alla base del bystander effect gli studiosi si sono affidati alle interviste e al confronto tra le situazioni dei tre gruppi, specialmente tra il secondo e terzo gruppo (condizione con spettatori contro quella con spettatori presenti ma non disponibili). Nell’ultimo caso, ovvero in cui i compagni non potevano agire, i bambini si dimostravano altrettanto disponibili ad aiutare la maestra come nella condizione in cui erano da soli.

Non è quindi la sola presenza degli altri a impedirci di agire quando dovremmo prestare soccorso a6825748012_3b696025bc_o chi ne ha bisogno, ma è piuttosto il meccanismo sopracitato di diffusione di responsabilità, la causa principale del bystander effect.

Anche nelle interviste con gli sperimentatori, i bambini del terzo gruppo, così come quelli del primo, ritenevano che fosse un loro compito aiutare la maestra in difficoltà. Inoltre, sentirsi responsabili di prestare soccorso agli altri rappresenta la spinta necessaria ad agire e prestare effettivamente aiuto.

Questo esperimento ha dimostrato che il fenomeno del bystander effect si manifesta attraverso le stesse dinamiche sia tra adulti che tra i bambini e che, al pari dei loro genitori, anche bambini di 5 anni sanno essere coraggiosi e decidere di aiutare gli altri, soprattutto quando sono da soli!

Bibliografia. Ploetner M., Over H., Carpenter M., Tomasello M. Young children show the bystander effect in helping situation. Psychological Science. 2015;26(4):499-506. 

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A seconda dell’emozione che proviamo, ci comportiamo in modo diverso: l’amore può portarci ad affrontare un viaggio impegnativo, la rabbia può portarci a rompere qualcosa, la paura a scappare. Ed ogni nostra azione può avere effetto su qualsiasi piano della nostra vita, da quello sociale e relazionale fino a quello economico. In particolare, la tristezza quanto ci costa? A tutti è capitato, in un momento difficile, di andare in cerca di qualcosa che ci tiri su: una fetta di torta, un pomeriggio di shopping, la compagnia di qualcuno… E se invece di consolarci con un semplice paio di scarpe ci rifacessimo l’intero armadio? A quanto pare, la tristezza in generale comporta un costo abbastanza sostanziale sul piano monetario: quando siamo tristi pensiamo solo al benessere immediato, compiendo scelte di cui potremmo successivamente pentirci. Oltre che portare ad atti impulsivi, la tristezza pregiudica inoltre la propria capacità di valutazione dei benefici: vogliamo “tutto e subito” piuttosto che aspettare e posticipare la gratificazione per ricevere vantaggi maggiori e più convenienti.

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Spendere soldi quando si è tristi: aiuta o peggiora le cose?

Le conseguenze delle nostre azioni diventano quindi particolarmente onerose quando scaturiscono dalla tristezza. Jennifer Lerner dell’Harvard Kennedy School of Government e i colleghi Yi Le e Elke U. Weber della Columbia University, utilizzando il metodo del mood induction, hanno studiato come la tristezza possa compromettere le proprie scelte finanziare. In particolare, erano interessati a vedere come la tristezza influenzi scelte che possono avere un vantaggio maggiore col passare del tempo rispetto all’immediato.

L’esperimento. 202 partecipanti furono reclutati tramite un annuncio nel quale si offrivano 15$ di compenso per la partecipazione allo studio. I soggetti così reclutati furono assegnati in modo casuale a tre condizioni (neutrale, di tristezza e di disgusto), che avevano lo scopo di manipolare lo stato affettivo del partecipante mediante la visione di brevi filmati della durata di tre minuti. Nella condizione di tristezza, il partecipante visionava un clip sulla morte del mentore di un ragazzo; nella condizione di disgusto la clip riguardava dei bagni sporchi e antigienici; infine nella condizione neutra i partecipanti assistevano ad un video sulla barriera corallina. Successivamente, i soggetti assegnati alla prima e alla seconda condizione dovevano descrivere delle esperienze in cui avevano provato rispettivamente tristezza o disgusto, mentre i soggetti della condizione neutra dovevano scrivere le loro attività serali. Alla fine dell’esperimento, ogni partecipante poteva scegliere quando ricevere il compenso di partecipazione: avrebbero potuto avere una somma minore immediatamente (tra gli 11$ e gli 80$); oppure potevano ricevere una somma maggiore successivamente, da una settimana fino ai 6 mesi successivi (dai 25$ agli 85$).

 

Risultati. Come è prevedibile, i partecipanti a cui era stata indotta tristezza riportarono emozioni molto più tristi rispetto a quella neutrale. Inoltre, in loro era incrementato il livello di impazienza, per questo motivo erano più disposti a ricevere un basso compenso nell’immediato, piuttosto che aspettare del tempo per riceverne uno maggiore. La tristezza infatti incrementa il senso di perdita, il quale a sua volta scatena un bisogno immediato di ricompensa. Quindi, i partecipanti più tristi risultavano essere i meno saggi nell’effettuare una scelta di natura finanziaria, che poteva portare a dei maggiori benefici più in là nel tempo.

Come si evidenzia nell’esperimento quindi, le emozioni guidano le nostre scelte, che possono essere più o meno onerose anche sul piano economico: questa urgenza di avere tutto e subito è stata chiamatapresent bias”, e non è molto diversa dal meccanismo che, quando siamo a dieta, ci porta a preferire la gratificazione immediata (il cibo ipercalorico) piuttosto che un risultato più lontano nel tempo (rientrare nei nostri vecchi jeans).

Per contrastare i costi finanziari della tristezza dovremmo allora sperare di essere sempre allegri e ottimisti? Certo che no: le emozioni di per sé non sono né “negative” né “positive”, dipende da quanto siamo capaci di sfruttarle come segnali utili, riconoscerle in noi stessi e negli altri, esprimerle adeguatamente e gestirle per prendere decisioni in linea con le nostre reali motivazioni. In mancanza di questo, veniamo sopraffatti dalle emozioni, che diventano cattive consigliere per le proprie finanze.
Insomma, anche la gestione del denaro è influenzata da fattori psicologici: imparare a riconoscere e gestire le proprie emozioni comporta un beneficio anche per il nostro conto corrente.

Bibliografia. Lerner J.S., Li Y., Weber E.U. The financial costs of sadness. Psychological Science. 2013 Jan 1;24(1):72-9. 

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La maternità è un evento che cambia per sempre la vita di una donna perché dà inizio a un percorso unico e speciale con il bambino che porta in grembo: un legame particolare che resiste anche quando il bambino cresce e diventa adulto. Molte donne, durante la gravidanza, sostengono che il bambino possa sentire e riconoscere la loro voce. Ma si tratta solo di un’impressione o c’è un fondamento scientifico?

Esistono diversi studi (noi ne citeremo solo uno per semplicità) che danno conferma alla sensazione di queste mamme: i feti possono sentirci e sono in grado di riconoscere la voce della mamma da quella di tutti gli altri sconosciuti!

Uno studio condotto nel 2003 da un team di psicologi provenienti dalla Queen’s University in Canada e dall’ Ospedale Femminile in Cina ha indagato questo tema. In letteratura, infatti, è stato già appurato che a partire dalla 30esima settimana il feto riesce a percepire e a reagire agli stimoli uditivi ma non era ancora chiaro se distinguesse fra familiari ed estranei.

voce madre bambinoNello studio sono state coinvolte 60 madri che avevano già superato la 30esima settimana di gravidanza e sono state divise in due gruppi: a un gruppo di madri veniva posizionato un registratore con la loro stessa voce vicino alla pancia mentre nell’altro gruppo la voce registrata apparteneva a un’estranea, sempre di sesso femminile. Ai feti del secondo gruppo venivano fatte ascoltare le voci registrate delle mamme del primo gruppo in modo che, seppur estranee, fossero sempre madri che parlano al loro bambino. Dopo aver fatto ascoltare la registrazione i medici dell’ospedale registravano il battito cardiaco nei feti.

Cosa hanno scoperto? I risultati si sono dimostrati assolutamente chiari ed inequivocabili: dopo aver ascoltato la voce registrata della loro stessa madre i feti riportavano una notevole accelerazione del battito cardiaco mentre i feti del secondo gruppo che ascoltavano la voce di un’estranea rallentavano la frequenza del battito.

Questo studio si è dimostrato interessante per due motivi. Innanzitutto, ha confermato gli studi precedenti che riportano come il feto sia in grado di percepire e reagire agli stimoli esterni. Questo implica che la gravidanza non dovrebbe essere vissuta solo come il periodo in cui stare attenti a non fare sforzi, non bere e non fumare ma rappresenta già la prima occasione per far interagire il feto con il mondo esterno. Inoltre, lo studio è riuscito a confermare l’ipotesi dalla quale era partito: i feti riconoscono la voce della loro mamma, distinguendola da quella di altre madri, al punto che il loro cuore risponde a questo richiamo unico e speciale.

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