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Sebbene sia da tempo confermata l’influenza genetica sulle capacità cognitive, non sono ancora chiari i meccanismi e le implicazioni di tale trasmissione genetica. Solitamente, gli studi che analizzano l’intelligenza nei gemelli o nei figli adottati e i loro genitori adottivi mostrano chiaramente un effetto genetico, che prevale sull’influenza ambientale. Invece, gli studi che confrontano l’intelligenza dei figli tolti dalla povertà con quello dei propri genitori tendono ad attribuire le differenze esistenti ad effetti ambientali. Per fare chiarezza su questo aspetto, E. Turkheimer e coll. (2003) delle Virginia University, nel loro esperimento longitudinale, hanno coinvolto un consistente numero di donne durante la gravidanza e poi successivamente i loro figli, che sono stati seguiti dalla nascita fino ai 7 anni d’età. Nel campione, buona parte dei partecipanti faceva parte delle fasce minoritarie e più povere. Il test d’intelligenza somministrato alle donne intelligenza_2prima e ai loro figli al settimo anno poi, è la scala Wechsler, il più noto test del QI che comprende non solo abilità verbali ma anche di performance (completamento di figure, disegno di cubi…), e che permette pertanto di avere un quadro completo del livello intellettivo del soggetto.  Ciò che si voleva testare era la correlazione tra lo status socioeconomico delle famiglie (SES) e le influenze rispettivamente dei geni e dell’ambiente (familiare ed esterno) in relazione ai punteggi ottenuti nel test del QI.

Nelle famiglie più povere il 60% dell’intelligenza è dovuta all’influenza dell’ambiente familiare e il contributo dei geni si avvicina allo zero, mentre per le famiglie ricche l’effetto è esattamente l’opposto (maggior importanza dei geni, nulla quella dell’ambiente).

La questione fondamentale che si pone di fronte a questo tipo di ricerche è: cosa si intende per status socioeconomico? Solitamente la più ovvia interpretazione è che con esso si intenda e si misuri la qualità dell’ambiente in cui i piccoli nascono e crescono. Un’interpretazione più vasta e semplice, fa riferimento allo SES come ambiente, in generale, in quanto variabile di studio, contrapposta all’influenza genetica. Il problema però è che non è facile distinguere, in una ricerca come questa, quella che è l’influenza genetica da quella ambientale. Il concetto di status socioeconomico, così come quello di genotipo e di ambiente, è troppo ampio e sfaccettato per essere ridotto ad una semplice variabile.

In ogni caso, ciò che è chiaro, è che le forze dello sviluppo al lavoro agiscono in modo qualitativamente differente in contesti poveri e in ambienti ricchi. Se da una parte l’ottenere un buon punteggio nel QI per i bambini nati in famiglie agiate correla in modo molto forte con l’ereditarietà, dall’altra, per chi non ha potuto godere della fortuna di nascere nella ricchezza, l’educazione data in famiglia sarà essenziale per lo sviluppo intellettivo futuro.

Bibliografia

Turkheimer E, Haley A, Waldron M, D’Onofrio B, Gottesman II. Socioeconomic Status Modifies Heritability of IQ in Young Children, Psychological Science, 2003, 623-628

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E’ da tempo noto che i bambini sono incredibilmente in grado di riconoscere facce in movimento già nelle prime ore dalla nascita, e che diventano abili a distinguere il viso della madre di lì a pochi giorni. Tuttavia la capacità di riconoscere i volti allo stesso livello degli adulti non viene acquisita prima dell’adolescenza.

Quello che è meno noto è quali siano le differenze qualitative che riguardano il modo con cui i bambini e gli adulti identificano i volti: secondo alcuni studiosi i bambini analizzano prima le singole parti, per poi ricondurle ad un volto unitario. Secondo altri la strategia utilizzata da bambini e adulti è la stessa, ovvero entrambi codificherebbero il volto in modo olistico, come un tutto unitario.

riconoscimento voltiIn una ricerca di Pellicano e Rhodes (2003) si è voluto scoprire se bambini al di sotto di sei anni riescano ad elaborare e riconoscere i volti in modo olistico. Se i bambini e gli adulti riconoscono in modo olistico i volti presentati verticalmente, come sostenuto nelle ipotesi dei due ricercatori, allora una certa caratteristica del volto dovrebbe essere più facilmente riconosciuta quando questa è presentata all’interno del viso, piuttosto che se presentata singolarmente e isolatamente da questo. I volti raffigurati rovesciati, più difficili da identificare, verrebbero invece elaborati per parti.

I ricercatori erano concordi nel ritenere che i bambini piccoli mostrassero minore accuratezza nella codifica rispetto agli adulti, tuttavia pensavano che i processi alla base dovevano essere gli stessi.

Per verificarlo vennero sottoposte, a partecipanti adulti e bambini di 4 e 5 anni, otto figure rappresentanti volti non familiari, quattro di queste vennero presentate dritte e le altre quattro ribaltate.

Gli stimoli presentati in successione erano:

  • un volto

  • lo stesso volto accanto ad un volto-distrattore identico al primo tranne per una caratteristica (il naso, la bocca..) alterata

  • la caratteristica del volto non alterata e quella alterata presentate isolatamente dal viso.

Negli stimoli rovesciati la successione di presentazione era la stessa.

Quello che si voleva sondare era l’accuratezza nel riconoscere i visi mostrati e le loro parti isolate.

Dai risultati si evince che l’identificazione delle parti di un volto avveniva più facilmente e più accuratamente se esse erano presentate all’interno dello stesso volto piuttosto che presentate singolarmente, ciò a dimostrare quanto, sia adulti che bambini, percepiscano i volti in modo non frazionato bensì unitario.

Tuttavia, l’accuratezza nel rispondere è significativamente migliore negli adulti. Entrambe le categorie di partecipanti, inoltre, mostrava difficoltà nel riconoscere un volto quando era invertito.

Le spiegazioni concernenti le differenze tra piccoli e grandi sono varie e ancora non verificate, alcuni parlano di maggior esperienza che gli adulti hanno con i volti umani rispetto ai bambini, altri di modificazioni che avvengono nel magazzino mnestico con lo sviluppo.

In ogni caso ci sono altre ricerche le quali dicono che la capacità di codificare il viso in modo unitario avvenga molto presto, già ad un anno di età. Sembra dunque che questa capacità di vedere e identificare i volti come un tutto unitario e al di là delle singole parti, come una sorta di “Gestalt“, sia qualcosa di innato che si raffina con la crescita: possiamo parlare di un vero e proprio imprinting, che noi tutti possediamo, per i volti umani!

Bibliografia

Pellicano E., Rhodes G., Holistic Processing of Faces in Preschool Children and Adults, Psychological Science, 2003, 618-622

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Si dice “la fretta è cattiva consigliera”… ma che dire dell’ansia? Ecco una delle maggiori cause di errore nel momento in cui dobbiamo prendere una decisione: quando siamo particolarmente tesi, ansiosi o nervosi, rischiamo fortemente di prendere un granchio. Gli effetti dell’ansia possono però essere limitati da una buon livello di intelligenza emotiva, in particolare dall’abilità di comprensione delle emozioni.
È normale: ogni volta che prendiamo una decisione siamo influenzati dal nostro stato emotivo in quel momento. La soluzione per diventare un “buon decisore” non è certo ignorare le emozioni (positive o negative che siano), ma diventare bravi a saperle interpretare: esse infatti ci possono fornire importanti informazioni sulla decisione in atto, anche se non sempre sono pertinenti ad essa. Per esempio, la discussione avuta con la figlia adolescente prima di andare a lavoro, può influenzare l’importante riunione a cui dobbiamo partecipare: se ne saremo coscienti, potremo gestire al meglio la situazione.

LA RICERCA

ansia decisioniDi questo campo d’indagine si sono occupati J. A. Yip e S. Côte, dell’Università di Yale e dell’Università di Toronto, che grazie ad alcuni esperimenti hanno dimostrato come gli individui con alti livelli di comprensione possono correttamente indentificare quali eventi causano le proprie emozioni e, in particolare, se queste emozioni sono pertinenti al compito decisionale in atto, determinando un’influenza o meno su di esso.
I partecipanti all’esperimento furono 108 studenti dell’Università di Toronto, di circa 20 anni. Lo studio è avvenuto in due sessioni: la prima, della durata di 60 minuti, avveniva in gruppo; la seconda, dopo circa 10 giorni, era individuale. Nella sessione di gruppo, i ricercatori misurarono la capacità di comprensione emotiva dei partecipanti utilizzando dei questionari.
La sessione individuale invece aveva lo scopo di verificare fino a che punto l’ansia (variabile manipolata) poteva influenzare la prestazione dei soggetti nella capacità di prendere decisioni efficaci. i partecipanti furono quindi divisi in due gruppi. Metà di loro aveva 60 secondi per preparare un discorso di tre minuti per un ipotetico colloquio di lavoro: tale discorso sarebbe stato videoregistrato e poi mostrato ad altri per la valutazione (condizione “ansia indotta”). Passato il breve tempo preparatorio, il ricercatore si assentava dicendo di dover andare a recuperare una chiavetta usb per la registrazione del video. L’altra metà dei partecipanti (condizione “neutra”) invece dovevano preparare mentalmente una lista della spesa in 60 secondi. Anche in questo caso, lo sperimentatore lasciava la stanza dicendo di dover andare a recuperare i fogli per scrivere la lista della spesa. In entrambe le condizioni, prima di lasciare la stanza, lo sperimentatore consegnava ai partecipanti dei questionari dicendo che erano per un’altra ricerca, e che comprendevano dei compiti decisionali (risk taking) e un questionario per rilevare i loro livelli di ansia in quel momento. Una volta rientrato, lo sperimentatore, comunicava ai partecipanti il reale scopo dello studio, per cui non sarebbe stato necessario effettuare il discorso o completare la lista.

I RISULTATI

I risultati emersi mostrarono che la manipolazione dell’ansia aveva avuto successo: i partecipanti nella condizione di ansia presentavano maggiori livelli di nervosismo e preoccupazione rispetto ai partecipanti della condizione neutra. Inoltre, maggiori livelli di ansia appartenevano ai soggetti con basse capacità di comprensione emotiva e ciò andava ad influire sul compito di presa di decisione a cui erano stati sottoposti.
In un secondo esperimento, con procedura simile al primo sopra descritto, venne indotta nei partecipanti anche la consapevolezza delle proprie emozioni. Ovvero, a metà del campione veniva detto esplicitamente che l’ansia che provavano in quel momento non aveva alcun collegamento con il compito decisionale a cui si stavano per sottoporre (le attività per un altro ricercatore). In questo caso, è emerso che i soggetti che erano stati resi consapevoli delle proprie emozioni, svolgevano il compito di decisione con tranquillità, anche se avevano una bassa capacità di comprensione emotiva.

IN CONCLUSIONE…

Lo studio ha così confermato che le persone con una buona intelligenza emotiva sono più capaci di riconoscere l’origine delle proprie emozioni, e quindi di agire in determinati compiti senza che il proprio operato sia influenzato da esse. In pratica, quando dobbiamo prendere una decisione importante, non dobbiamo “resettare” le nostre emozioni, dobbiamo riuscire a prestare attenzione solo a quelle che effettivamente sono rilevanti in quella situazione.

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Nella vita di tutti i giorni abbiamo a che fare con le emozioni, i pensieri, le credenze di coloro che circondano: la capacità di “mettersi nei panni degli altri” è utile per capire il perché le persone agiscano in un certo modo. Ma a che età iniziamo ad acquisire questa abilità? Molti studi testimoniano che già dopo pochi mesi dalla nascita iniziamo ad essere in grado sia di comprendere gli scopi delle azioni altrui, sia di riconoscere se un’azione sia dannosa oppure no. Come arrivano a queste conclusioni i bambini? Sono in grado davvero di impersonarsi e ragionare come l’altro o interpretano il comportamento secondo il loro punto di vista?

i bambini comprendono le intenzioni degli altri Per andare più a fondo nel problema tre ricercatori della Yale University hanno cercato di indagare il tipo di valutazione che fanno i piccoli tra i 5 e 12 mesi d’età nell’osservare il comportamento orientato ad una meta, in due situazioni, una precedente e una successiva.

SITUAZIONE 1: comprendeva la visione di due filmati:

  • nel primo una palla saliva la prima collina e poi era aiutata da un triangolo a raggiungere la vetta della seconda collina (aiuto)
  • nel secondo la stessa palla saliva la prima collina ma poi era ostacolata da un quadrato nella sua ascesa nella seconda collina, e cadeva al punto iniziale (ostacolo)

SITUAZIONE 2: venivano fatti vedere altri due filmati con gli stessi oggetti presentati precedentemente: la palla, il triangolo e il quadrato.

  • nel primo video la palla si avvicinava al triangolo
  • nell’altro la stessa si avvicinava al quadrato

I risultati documentano come i piccoli di 12 mesi mostravano una tendenza forte a preferire il video in cui la palla si avvicinava a chi le era stato d’aiuto (triangolo), rispetto a quello in cui la palla andava verso il quadrato, che nella prima situazione l’aveva ostacolata. Il ragionamento di base che i bambini operarono fu probabilmente questo: se fossi nella palla preferirei avvicinarmi a chi prima mi ha aiutato e vorrei allontanarmi da chi mi ha bloccato la strada.

Sebbene siano state date varie interpretazioni a questo fenomeno, gli autori di questo studio sono pervenuti tuttavia alla conclusione che già ad un anno di età siamo in grado di capire i motivi per cui le persone si comportano in un certo modo, ragionando come se ad agire fossimo noi in prima persona.

 

Bibliografia

Kuhlmeier V., Wynn K., Bloom P. (2003) Attribution of Dispositional States By 12-months-olds, Psychological Science, 402-407

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