Notizie

Tieniti informato

Tutte le news sulla Plusdotazione Cognitiva, Psicologia Adulti, Psicologia Bambini e Adolescenti, Psicologia Forense, Neuropsicologia, Comunicati, Corsi, Curiosità e Laboratori di Mentecomportamento


Negli ultimi 20 anni, la quantità di coppie il cui primo incontro è avvenuto su internet è aumentata ininterrottamente. Non solo: al giorno d’oggi sono cambiate anche le modalità con cui una relazione romantica si sviluppa; ad esempio si parla di escalation internet-assistita”, composta da un iniziale incontro faccia a faccia che prosegue con diverse interazioni online (chat, whatsapp, facebook), in seguito alle quali le persone coinvolte cominciano a frequentarsi anche nella vita offline. Tuttavia, in parecchi casi questa sequenza può essere interrotta se uno dei due potenziali partner riporta sul proprio profilo Facebook di essere già impegnato ufficialmente.

Un anello di fidanzamento digitale?
Sin dai tempi più antichi, l’oggetto simbolico più popolare per rappresentare il legame esistente tra due persone è l’anello nuziale o di fidanzamento. Ma nell’era del web 2.0, i nuovi ambienti di interazione non permettono di ostentare fisicamente un tale simbolo che viene quindi trasposto nell’ambiente virtuale con la personale decisione di dichiarare la propria situazione sentimentale. Essere “Ufficialmente impegnati” su Facebook può essere considerato come una specie di anello digitale per la nuova generazione. Il volerlo indicare è una scelta deliberata della persona, proprio come si può decidere o meno di indossare un anello. Alcune ricerche hanno dimostrato che questa scelta può essere interpretata come un segnale che la coppia vuole dare di essere “fuori dal mercato”, riflettendo inoltre una nuova dimensione della relazione in cui il partner riconosce pubblicamente il suo impegno e coinvolgimento.

Quali differenze vi sono tra coloro che decidono di rendere pubblica la propria situazione sentimentale su un social network e coloro che invece decidono deliberatamente di non farlo?
La risposta arriva da uno studio che ha coinvolto 532 ungheresi di età compresa tra i 16 e 69 anni, di cui 292 impegnati in una relazione al momento della compilazione del questionario. In questo sottocampione una parte non riportava sul proprio profilo Facebook la situazione sentimentale, un’altra parte invece manifestava pubblicamente il proprio coinvolgimento in una relazione amorosa.
I ricercatori hanno confrontato in modo particolare le differenze relative ai livelli di amore romantico e di gelosia riportati da questi due gruppi attraverso la compilazione di un questionario online.
I risultati raccolti hanno dimostrato come coloro che dichiarano la propria situazione sentimentale su Facebook – facendo comparire il nome del partner o meno – riportano dei sentimenti di amore più forti verso il partner rispetto a coloro che decidono di non condividere tale informazione. Inoltre, i primi riportano anche livelli più elevati di gelosia, il che potrebbe indicare la volontà di proteggere la relazione, fornendo una maggiore sicurezza per ridurre possibili minacce. Altri studi infatti riportano come la maggior parte degli utenti Facebook possiede tra i propri amici ex-fidanzati/e, inoltre più del 90% dei rispondenti afferma che il loro partner presenta tra gli amici persone che loro non conoscono, il che potrebbe contribuire ad elevare i livelli di incertezza e quindi di gelosia.
Il legame esistente tra amore romantico e gelosia è ragionevole in una relazione consolidata, difatti la durata media della relazione nel presente studio è di circa tre anni. Le persone che provano un amore romantico più elevato sono sensibili alle minacce alla loro relazione in diversi contesti. Facebook è un contesto alquanto speciale, che facilita l’interazione con ex-partner e potenziali rivali ed a causa di queste sue caratteristiche potrebbe indebolire la stabilità della coppia. Da un lato, le persone che provano un intenso amore verso i loro partner sono più gelosi in questo contesto; dall’altro, per le stesse ragioni, sono più motivati ad esprimere il loro impegno sui social, proprio con il fine di proteggere la relazione.

È comunque da tener presente che questi risultati non ci danno informazioni sul rapporto causale: non è chiaro infatti se più alti livelli di amore e gelosia predicono la scelta di voler dichiarare la propria situazione sentimentale, o se sia invece l’opposto: e se fosse l’annunciare la propria relazione ad aumentare l’amore e la gelosia in una coppia?

 

Articolo originale:

Elevated romantic love and jealousy if relationship status is declared on Facebook. Front. Psychol., 26 February 2015

logo

Chi siamoDove siamoContattaci



Può essere capitato, nella nostra vita di studenti o di genitori, di aver incontrato bambini molto vivaci a scuola, poco attenti alle lezioni, e spesso incapaci di rimanere al proprio posto: è probabile che quei bambini abbiano sofferto di ADHD. Il deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è un comune disturbo psicologico che caratterizza l’età dello sviluppo contraddistinto da sintomi quali eccessiva iperattività e impulsività, legati a disorganizzazione e inattenzione. Recenti ricerche hanno confermato la familiarità di questo disturbo, tuttavia gli studi riguardo a questo argomento non sono del tutto concordi. Come sostiene lo psicologo Bronfenbrenner, c’ è una certa sinergia tra le influenze genetiche e l’ambiente familiare in cui il bambino cresce. Queste influenze sono sempre state analizzate in negativo, facendo risaltare solo i fattori di rischio dell’ambiente, senza dar peso all’influenza protettiva che può avere la famiglia. Ad esempio, è stato dimostrato che l’assenza di cure parentali adeguate (calore, coinvolgimento) è strettamente associato al successivo sviluppo di ADHD, mentre la presenza delle stesse serve ad attenuare il deficit da ADHD.

Lo studio

Nell’università del Michigan si è voluto, appunto, esaminare quanto le cure parentali possono moderare positivamente le influenze genetiche e ambientali dell’ ADHD. Circa 500 coppie di gemelli monozigoti sono stati sottoposti allo studio. Sono state indagate le variabili genetiche comuni alle coppie di gemelli. Ai genitori sono stati somministrati due questionari: nel primo dovevano indicare se e con quale frequenza erano presenti i comportamenti più tipici dell’ ADHD nei loro figli, nel secondo venivano sondato il coinvolgimento, l’affetto, i conflitti e il rispetto che i genitori avevano nei confronti dei propri figli nella vita di tutti i genitori.

I risultati

L’ambiente non condiviso (ovvero tutto ciò che i bambini esperiscono al di là della vita in famiglia) ha un’influenza molto alta sullo sviluppo di tale deficit se e solo se le cure parentali sono state scadenti, mentre la sua influenza decresce se in famiglia i bambini hanno avuto genitori calorosi e accoglienti.

Ciò sta a significare che il prendersi cura dei propri figli, dando loro il calore e l’affetto di cui hanno bisogno, modera l’influenza che l’ambiente esterno e i geni possono avere sullo sviluppo di questo deficit. E questo accade sia in negativo (quando l’ambiente familiare non è affatto attento ai bisogni del piccolo), aumentando il possibile impatto negativo delle altre variabili, sia in positivo, diminuendo le probabilità che questo deficit insorga. Dunque, è probabile che in un bambino che nasce in una famiglia in cui non viene assicurato un buon livello di coinvolgimento, di affetto, di calore da parte delle figure genitoriali, incidano maggiormente i fattori di rischio provenienti dall’ambiente esterno. Insomma, le cure che i genitori offrono ai propri figli funzionano come una sorta di cuscinetto, che li protegge da influenze negative.

Sebbene non si possa escludere che l’ereditarietà giochi un ruolo nello sviluppo dell’ADHD (essendo l’influenza genetica ben al di sopra dello zero), questo studio ci dimostra quanto è importante l’ambiente in cui il bambino nasce e cresce, per capire l’eziologia di questo deficit.

 

Bibliografia

Parental Involvement Moderates Etiological Influences on Attention Deficit Hyperactivity Disorder Behaviors in Child Twins, A. Nikolas e coll., Child Development, 2015, 224-240

logo

Chi siamoDove siamoContattaci



Molte ricerche hanno dimostrato come lo stato civile di una persona sia associato alla sua soddisfazione di vita: in generale, le persone divorziate sono meno soddisfatte nella vita di quelle sposate. Da queste ricerche non è però possibile concludere che il divorzio sia la causa del loro minor benessere.
Per chiarire la questione, Lucas (2005) ha esaminato i cambiamenti rispetto alla soddisfazione di vita, prima e dopo il divorzio, in famiglie tedesche, in uno studio longitudinale lungo 18 anni iniziato nel 1984. Complessivamente 30.000 persone parteciparono allo studio, di cui 845 divorziarono almeno dopo un anno dall’inizio della ricerca. Ogni anno, attraverso un’intervista faccia a faccia, venivano raccolte informazioni riguardo alla soddisfazione di vita di ciascun partecipante.

divorzioGeneralmente, le persone risultano essere davvero meno felici dopo il divorzio?
I risultati hanno dimostrato che la soddisfazione di vita diminuisce prima del divorzio, raggiungendo un livello minimo l’anno precedente; in seguito il benessere aumenta raggiungendo dei valori che si stabilizzano dopo circa 5 anni. Però, il picco di soddisfazione dopo il divorzio è significativamente più basso rispetto a quello raggiunto durante il matrimonio. I dati raccolti durante tutti gli anni a seguito della fine del matrimonio mostrano che anche se avvengono alcuni adattamenti, non vi è un ritorno completo ai valori di soddisfazione di vita che le persone provavano durante il matrimonio.
Questi risultati suggeriscono come le persone non si adattino completamente ad un evento di vita importante quale è il divorzio, contrariamente a quanto sostenuto dalle cosiddette “teorie del set-point”.
Secondo queste teorie, qualsiasi evento di vita possa colpire una persona, avrà su di essa degli effetti temporanei: le persone hanno un’incredibile capacità di adattarsi a qualsiasi circostanza di vita ritornando con il tempo a dei punti fissi (set-point) di benessere. La forza di questa capacità viene però messa in discussione dai risultati di questo esperimento.

Le differenze nel benessere psicologico tra divorziati e sposati sono dovute a differenze preesistenti o al divorzio in sé?
I risultati di questo studio fanno pendere l’ago della bilancia verso le differenze preesistenti tra persone che perdurano nel matrimonio e coloro che invece si trovano a dover porvi fine. Vennero considerate 2388 persone che iniziarono lo studio da celibi/nubili e solo nell’arco dei 18 anni di ricerca si sposarono, successivamente alcune di loro divorziarono altre invece no. Queste ultime risultavano essere più soddisfatte della propria vita ancora prima del matrimonio se comparate a coloro che successivamente divorziarono.
Quindi le differenze nella soddisfazione di vita tra i due gruppi non erano dovute al divorzio in sé che poteva aver causato una diminuzione nel benessere. Al contrario, le persone che alla fine divorziarono risultavano essere meno felici degli altri ancor prima del matrimonio.

Ma allora, da cosa dipende il tornare a stare bene dopo un divorzio?

È importante sottolineare che esistono importanti differenze da persona a persona nel modo di reagire e adattarsi ad importanti eventi di vita: infatti, per alcuni il divorzio porta invece ad un aumento nella soddisfazione di vita, mentre per altri la sofferenza nel tempo rimane invece più elevata della media.

Secondo questo studio inoltre, l’adattamento a una nuova condizione non è sempre né veloce né completo. Per esempio, lo stesso gruppo di ricerca ha dimostrato che le persone si adattano molto velocemente al matrimonio (circa 2 anni), mentre più tempo è necessario per adattarsi alla morte del coniuge (circa 8 anni). Infine, un adattamento incompleto è stato rilevato anche in ambiti al di fuori del matrimonio, ad esempio nel caso della disoccupazione.

Messi insieme, questi studi ci dicono che nonostante abbiamo una notevole capacità di adattamento ai grandi cambiamenti, tale adattamento non è necessariamente veloce o inevitabile. Le reazioni variano a seconda dell’evento e a seconda della persona che vive uno stesso avvenimento. Chi circonda la persona che attraversa un divorzio o una separazione, che siano amici, parenti o perfino psicologi, non dovrebbe dare per scontato che il tempo sistemerà le cose. Al contrario, alcune persone potrebbero non adeguarsi mai ad alcuni eventi di vita, almeno senza che vi sia alcun tipo di intervento.

Bibliografia:
Richard E. Lucas. Time Does Not Heal All Wounds. A Longitudinal Study of Reaction and Adaptation to Divorce. Psychological Science December 2005 vol. 16 no. 12 945-950



I bambini imparano a comunicare e a relazionarsi principalmente in tre modi:

  1. Guardando come i genitori si relazionano con lui;
  2. Osservando come i genitori si relazionano con gli altri;
  3. Apprendendo dalla loro personale e passata relazione con gli altri.



A volte, il modo in cui i genitori si comportano, specialmente durante una punizione, ostacola la sana comunicazione con proprio figlio perché scoraggia la fiducia e l’estroversione del bambino. Urlare e alzare la voce può impaurire il bambino, che potrebbe non correre più il rischio di raccontarsi apertamente. Se urlare è il modello di comunicazione utilizzato, il genitore potrebbe perdere la preziosa fiducia del figlio.

comunicazione bambiniI dissapori fanno parte della vita ma a volte possono anche creare situazioni in cui gli adulti agiscono in modi che scoraggiano la comunicazione. Lo psicologo e autore Martin Seligman sottolinea alcuni comportamenti che possono compromettere una positiva comunicazione:

  • non usare aggressioni fisiche di fronte a tuo figlio. Questo include lanciare oggetti o sbattere le porte. Queste azioni fanno davvero paura a tuo figlio.
  • esprimi più che puoi i tuoi sentimenti a parole. Usa l’assertività più che l’aggressione. Dì “sono davvero arrabbiata/o ora”.



  • trasmetti il controllo della rabbia a tuo figlio. Fai le cose con calma e prenditi tutto il tempo necessario per ritornare calma/o. Dì, “sto andando nel retro del cortile per darmi una calmata un po’ prima di ridiscuterne”.
  • non criticare il tuo partner di fronte a vostro figlio con etichette offensive e permanenti (“tuo padre è sempre…”, “tua madre non è mai…”)
  • se devi criticare il tuo partner in un luogo in cui il bambino potrebbe sentirvi, usa un linguaggio che rimproveri un comportamento specifico piuttosto che la sua intera personalità.
  • non trattare il tuo partner con il silenzio e pensare che tuo figlio non lo noterà.
  • non chiedere a tuo figlio di scegliere da che parte stare tra i due genitori.
  • non iniziare una discussione con il tuo partner o un tuo amico di fronte a tuo figlio, a meno che non progetti di finirla nella stessa conversazione.
  • risolvi i conflitti e fai pace quando tuo figlio può osservare ciò. Questo gli dimostrerà che il conflitto è parte naturale dell’amore e di ogni relazione e che i conflitti possono essere risolti. Se non vede come si risolvono le discussioni, non saprà mai come farlo.
  • lascia tuo figlio all’oscuro di certi argomenti. Fai un accordo con il tuo partner per evitare alcuni temi quando i figli sono presenti, e, se dovete discutere, cercate un posto privato dove i bambini non possano vedervi o sentirvi.

logo

Chi siamoDove siamoContattaci






Ci piace credere che gli uomini siano animali razionali, eppure una moltitudine di pensieri e comportamenti non vanno in questa direzione. Quale legame logico dovrebbe esistere tra l’incrociare le dita quando si esprime un desiderio e il suo avverarsi? Con quale potere il portafortuna che portiamo a scuola può effettivamente farci prendere un bel voto? Di fatto, pensieri e comportamenti superstiziosi invadono il nostro quotidiano, e difficilmente riusciamo a separarcene.

michael_jordan_portafortuna
i pantaloncini “portafortuna” di Michael Jordan

È già noto come le persone siano maggiormente inclini all’uso di superstizioni quando vivono situazioni di incertezza, alti livelli di stress e bassa percezione di controllo sulla situazione. Ed è proprio in queste circostanze che la performance di una persona è importante. Non a caso, è facile trovare degli esempi in ambito sportivo. Durante tutta la sua carriera, Michael Jordan sotto l’uniforme dei Chicago Bulls ha sempre indossato, come portafortuna, i pantaloncini risalenti ai tempi della University of North Carolina. La tennista Serena Williams ha invece ammesso di aver indossato lo stesso paio di calzini durante un intero torneo.

Se da un lato le superstizioni sono delle creazioni irrazionali della nostra mente, dall’altro esse possono effettivamente portare ad un miglioramento nella performance. Ma perché?

I ricercatori hanno ipotizzato che attuare dei comportamenti superstiziosi abbassi la tensione psicologica e crei una sensazione di controllo e prevedibilità in un ambiente altrimenti percepito come caotico.
Ricerche condotte sul legame esistente tra prestazione e superstizione suggeriscono come un ruolo importante nel trasformare questi pensieri, apparentemente irrazionali, in benefici direttamente riconoscibili, sia dovuto alla percezione di autoefficacia che la persona prova quando ha con sé un portafortuna o esegue riti scaramantici. Il senso di auto-efficacia consiste nella percezione che una persona ha della propria capacità di riuscire ad affrontare con successo il particolare compito che ha di fronte.

cornetti
amuleti: aumentano la sensazione di “autoefficacia”

In sostanza, più le persone credono nella buona sorte e più sono ottimiste, speranzose e fiduciose in sé stesse; ovvero, più siamo fiduciosi nelle nostre abilità di padroneggiare una certa attività e migliore è il modo in cui la svolgeremo.

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Colonia, sulla base di queste conoscenze ha verificato in condizioni di laboratorio controllate come l’attivazione di superstizioni (incrociare le dita, eseguire un compito con un oggetto presentato come fortunato o con il proprio portafortuna) provochino realmente una miglior prestazione in compiti di destrezza motoria, di risoluzione di anagrammi e di memoria, rispetto a condizioni in cui questi portafortuna non accompagnavano le persone durante l’esecuzione del compito.
Lo stesso gruppo di ricerca ha poi dimostrato come questi innalzamenti nella performance siano mediati da un aumento nell’autoefficacia percepita dalla persona qualora sia in presenza del suo oggetto portafortuna o sia stata attivato il pensiero o comportamento superstizioso. In particolare, due sono i meccanismi che consentono alle persone con alti livelli di autoefficacia percepita di avere delle prestazioni migliori: la loro tendenza a fissare degli obiettivi più elevati ed a perseverare più a lungo nei compiti intrapresi.

Ma questi benefici riscontarti in un ambiente di laboratorio, possono estendersi anche nella vita reale?
Una risposta affermativa deriva da studi in ambito sportivo: le migliori squadre, così come i migliori giocatori all’interno di una squadra, esibiscono un maggior numero di comportamenti superstiziosi.
(Buhrmann e Zaugg,1981).

Le scoperte qui presentate aiutano a capire perché pensieri e comportamenti superstiziosi si siano mantenuti nel corso dei secoli nelle diverse culture. Il constatare che effettivamente avere con sé il proprio portafortuna porti ad un successo nella situazione da affrontare, seppur senza una piena consapevolezza del motivo per cui ciò sia possibile, porta le persone a non voler abbandonare queste pratiche.
Inoltre, per quanto riguarda le prestazioni veramente eccezionali, queste scoperte suggeriscono che potrebbe essere stata una equilibrata combinazione tra talento, duro allenamento e “pantaloncini portafortuna” ad aver condotto Michael Jordan a raggiungere gli straordinari risultati a cui è giunto.

Articolo originale:
Lysann Damisch, Barbara Stoberock, and Thomas Mussweiler. Keep Your Fingers Crossed! How Superstition Improves Performance. Psychological Science 21(7) 1014–1020, 2010. 


Mentecomportamento



© 2019 Mentecomportamento | All rights reserved



Copyright by Mentecomportamento 2019. All rights reserved.