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Visto il recente successo nelle sale de “Il risveglio della Forza”, noi di Mentecomportamento non potevamo esimerci dal dire la nostra sulla saga che appassiona milioni di fans in tutto il mondo.
Sebbene secondo alcuni autori il suo successo universale sia dovuto ai temi mitologici e religiosi nella trama, un’altra spiegazione potrebbe risiedere nella struttura di personalità del personaggio principale, attorno al quale si sviluppa la storia: Anakin Skywalker, che nel corso della storia diventerà il malvagio Darth Vader.




Un‘analisi psicologica della storia di vita di Anakin Skywalker sembrerebbe infatti rivelare gli elementi ritenuti più comuni per lo sviluppo di una personalità borderline: l’assenza del padre di Anakin e la sua precoce separazione dalla madre, l’uso di meccanismi di difesa primitivi quali la scissione e la proiezione, e l’illusione di onnipotenza in età infantile. Ulteriori elementi si trovano nelle difficoltà del giovane Anakin nella regolazione emozionale e degli impulsi e le esperienze disfunzionali di sé e degli altri.

Anche facendo riferimento al DSM-IV (il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), si scopre che il personaggio soddisfa ben 6 criteri per la diagnosi del disturbo borderline di personalità. Presenta impulsività e difficoltà a controllare la sua rabbia ed alterna idealizzazioni e svalutazioni (delle sue guide Jedi, ad esempio). Permanentemente impaurito di perdere sua moglie, mise in atto frenetici tentativi per evitare il suo abbandono fino a tradire i suo ex compagni Jedi. Sperimentò anche due eventi dissociativi secondari ad eventi stressanti: uno in seguito alla morte di sua madre, mentre l’altro ebbe luogo poco dopo il suo volgersi al lato oscuro. Massacrò tutti i giovani Jedi prima di esprimere pensieri paranoici riguardo al suo ex mentore e sua moglie. Infine, il film ritrae la ricerca di sé stesso e le sue incertezze su chi fosse. Il passaggio al lato oscuro e il cambiamento nel suo nome potrebbero infine essere interpretati come il segnale di un disturbo di identità.




Pertanto Anakin Skywalker presenta sia caratteristiche psicodinamiche che criteriali che suggeriscono l’aderenza ad un disturbo borderline di personalità.
Questa osservazione è importante per tre motivi:

  • In primo luogo, qualche evidenza sostiene che gli adolescenti presentano tratti caratterizzanti il disturbo borderline di personalità più frequentemente rispetto agli adulti (Chabrol et al., 2001), e spesso identificano sé stessi con gli altri (Porcerelli et al., 1998). Il successo dei film in questa fascia di età può quindi essere così spiegato in relazione alla personalità del personaggio principale.
  • In secondo luogo, i pazienti psichiatrici spesso soffrono per la stigmatizzazione legata alla malattia mentale (Ritsher e Phelan, 2004), e un personaggio famoso riconosciuto per essere affetto da disturbo borderline potrebbe essere utile per educare il pubblico su questo disturbo e combattere la stigmatizzazione.
  • Infine, dal momento che la serie di guerre stellari fa parte del background della maggior parte degli studenti, questo esempio potrebbe rivelarsi utile nell’insegnare i criteri del disturbo borderline di personalità agli studenti.

Bibliografia
-Bui et al. Is Anakin Skywalker suffering from borderline personality disorder? Psychiatry Res. 2011 Jan 30;185(1-2):299.

-Tobia et al. Darth Vulcan? In support of Anakin Skywalker suffering from borderline personality disorder. Psychiatry Res. 2015 Sep 30;229(1-2):625-6






L’emotional eating, detto anche fame nervosa o fame emotiva, corrisponde ad un aumento dell’assunzione di cibo in risposta ad emozioni negative come ansia, stress, rabbia, tristezza. Molto spesso si verifica in presenza di una situazione di disagio, con un comportamento alimentare automatico o distratto in cui la persona non smette di mangiare in risposta al senso di sazietà.




L’iperalimentazione emotiva viene utilizzata per gestire e tentare di cancellare emozioni dolorose ed attenuare le preoccupazioni ma, paradossalmente, la persona che mangia per sentirsi meglio poi finisce con il sentirsi in colpa per aver mangiato.

Questo comportamento è molto frequente in persone obese ed è il risultato di esperienze, ancora in età precoce, in cui la persona ha appreso a gestire problemi psicologici attraverso il cibo. A causa di queste esperienze di apprendimento, alcune persone potrebbero aver sviluppato una scarsa abilità nel distinguere ed identificare con precisione le emozioni e le sensazioni viscerali associate alla fame ed alla sazietà (ovvero una cosiddetta “inconsapevolezza enterocettiva”). Numerose ricerche confermano che l’inconsapevolezza enterocettiva è associata in maniera consistente all’alessitimia, un disturbo che comprende la difficoltà ad identificare i sentimenti e a distinguerli dalle sensazioni corporee che accompagnano le emozioni, insieme a difficoltà nel comunicare i propri sentimenti agli altri.



Sia alessitimia che emotional eating svolgono un ruolo rilevante nei disturbi dell’alimentazione, ed in modo particolare negli individui in forte sovrappeso. Negli ultimi anni infatti la ricerca sui disturbi alimentari ha rivolto un particolare interesse alla relazione esistente tra alessitimia e fame nervosa.
In particolare, uno studio olandese ha cercato di capre se esistano differenze di genere in questo ambito: alessitimia ed emotional eating funzionano allo stesso modo negli uomini e nelle donne obesi?

Secondo questa ricerca, alessitimia ed emotional eating sono in relazione tra di loro, ma il tipo di relazione varia tra uomini e donne obesi. Nei primi infatti l’alessitimia è maggiormente associata a comportamenti di iperalimentazione emotiva: in quegli uomini che hanno una maggiore difficoltà nell’identificare e descrivere i propri sentimenti si rilevano con maggior frequenza comportamenti di iperalimentazione emotiva. Nelle donne invece, l’emotional eating non sembra essere influenzato dalla capacità di identificare ed esprimere correttamente le proprie emozoni. Piuttosto, in esse la “fame nervosa” sembra maggiormente associata a sintomi depressivi, associazione che non si rileva in ugual misura negli uomini.
In pratica, le donne obese mangiano di più quando sono tristi, mentre negli uomini obesi la fame emotiva sembra più legata all’incapacità di riconoscere correttamente le proprie emozioni.

Queste scoperte hanno delle importanti implicazioni a livello di intervento clinico. Nel caso di persone in sovrappeso possono essere delineate terapie che tengano in considerazione le differenze di genere nell’emotional eating. Più specificamente, gli interventi nel caso di uomini, piuttosto che con le donne, devono focalizzarsi anche sull’apprendimento di abilità che consentano alla persona di saper identificare e descrivere i propri sentimenti: intervenendo sulle caratteristiche principali dell’alesitimia si favorisce al contempo una diminuzione degli episodi di iperalimentazione emotiva.

Articolo originale:
Larsen et al. Gender differences in the association between alexithymia and emotional eating in obese individuals. J Psychosom Res. 2006 Mar;60(3):237-43

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Uno dei fattori (anche se ovviamente non l’unico) considerati cruciali per l’origine dei disturbi alimentari nelle ragazze è il loro rapporto con la madre. È indubbio infatti che l’importanza dell’aspetto fisico, così come quella di altri valori, siano trasmessi più o meno consapevolmente dai genitori ai figli.

LA RICERCA. Per cercare di comprendere quanto le madri possano influenzare le figlie in questo senso, in uno studio statunitense sono state seguite nel tempo 86 ragazze di età compresa tra gli 11 ed i 13 anni. Questa ricerca voleva comprendere se alcuni comportamenti delle madri in ambito alimentare potessero influenzare quello delle figlie. In particolare sono stati considerati l’incoraggiamento materno a seguire una dieta e la condivisione delle preoccupazioni per il proprio peso da parte delle madri, indagando gli effetti che questi possono avere sulle abitudini alimentari, la ricerca incessante di perdere peso e l’insoddisfazione verso il proprio corpo provata dalle figlie.
Una valutazione di questi indici è stata condotta annualmente su tutte le partecipanti allo studio insieme al calcolo del BMI (Body Mass Index, ovvero il rapporto tra il peso e il quadrato dell’altezza). La scelta di considerare l’età adolescenziale non è casuale, in quanto la prima adolescenza è un periodo in cui l’insoddisfazione per il proprio corpo e le preoccupazioni legate al peso aumentano, divenendo così una fase particolarmente a rischio per lo sviluppo di disturbi alimentari.




I RISULTATI. I risultati hanno dimostrato che le adolescenti con minor insoddisfazione corporea, minor tendenza a raggiungere un’ideale di magrezza e abitudini alimentari corrette erano coloro le cui madri non le spingevano a perdere peso e che meno frequentemente si confrontavano con loro riguardo alle preoccupazioni per la propria forma fisica.
Tra le adolescenti che invece ricevevano un incoraggiamento da parte della madre a seguire una dieta, gli effetti negativi venivano attutiti quando la madre stessa condivideva con la figlia le preoccupazioni riguardo al proprio peso corporeo. Si può quindi ipotizzare che in un contesto in cui le madri incoraggiano le proprie figlie a fare una dieta, riconoscendo e condividendo al contempo le proprie preoccupazioni, le figlie potrebbero sentire che il problema non è solamente sul proprio peso. Questa combinazione di comportamenti crea una sensazione di solidarietà o coesione emozionale che potrebbe aiutare a far diminuire le sensazioni negative che emergono invece quando una madre incoraggia la figlia a perdere peso senza nessuna condivisione delle proprie preoccupazioni alimentari.

COSA SIGNIFICA? Questi risultati non significano che il comportamento di condivisione delle preoccupazioni sul peso sia sempre benefico per le ragazze adolescenti. Tuttavia, ci dicono invece che una sua presenza piuttosto che assenza può portare dei benefici alle figlie le cui madri sono particolarmente inclini a promuovere l’adesione a diete e la perdita di peso. In pratica, sarebbe meglio non incoraggiare le ragazze a mettersi a dieta, tuttavia tra le madri che lo fanno, quelle che condividono una complicità con le figlie sono meno a rischio di indurre comportamenti dietetici pericolosi, rispetto alle mamme che non rendono partecipi le figlie riguardo le proprie ansie sul peso.
Questo studio evidenzia le importanti implicazioni per gli effetti che il contesto familiare può avere sui problemi alimentari delle ragazze. Date le gravissime conseguenze legate all’incessante ricerca della magrezza e l’insoddisfazione per la propria immagine corporea che possono caratterizzare le ragazze nella prima adolescenza, è d’obbligo per i genitori una comprensione del modo più appropriato con cui affrontare con i propri figli le questioni legate al peso ed alla forma corporea.




Articolo Originale
Hillard et al. In it together: Mother talk of weight concerns moderates negative outcomes of encouragement to lose weight on daughter body dissatisfaction and disordered eating. Int J Eat Disord. 2015, in stampa.

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“Uffa! Che cosce enormi che ho!”
“Non me ne parlare, io sto diventando una mongolfiera, guarda che pancia!”

Conversazioni di questo tipo tra amiche non sono poi così rare, anzi sono così diffuse e di non trascurabile rilevanza che hanno assunto una denominazione particolare: si tratta di “Fat Talk”. Sotto questo termine si raccolgono tutte quelle affermazioni denigratorie verso il proprio aspetto fisico, che tacitamente promuovono l’ideale di magrezza. Tali affermazioni, in apparenza così normali e poco pericolose, nascondono invece degli effetti importanti sia verso chi le pronuncia che verso chi partecipa attivamente a conversazioni che facilmente si sviluppano attorno ad un tale argomento.




La ricerca.
Uno studio ha indagato sperimentalmente il ruolo del Fat Talk nelle relazioni amicali, cercando in particolare di rispondere alla domanda: è possibile che il Fat Talk promuova l’insorgere di alcuni correlati dei disturbi dell’alimentazione quali l’interiorizzazione dell’ideale di magrezza, l’insoddisfazione corporea, il malumore, e l’intenzione di mettersi a dieta?

43 coppie di amiche tra i 17 ed i 25 anni sono state invitate a presentarsi nei laboratori della University of Queensland per partecipare a uno studio a loro presentato con il nome “Chattare con le amiche”. Al loro arrivo, la coppia di amiche veniva separata, ogni donna veniva fatta accomodare in una cabina con un computer in cui era predisposta la finestra di una chat. Ogni partecipante era istruita ad utilizzare la chat per commentare con l’amica 20 foto di alcune celebrità presentate una alla volta, veniva inoltre detto loro che il computer avrebbe assegnato casualmente ad una delle due amiche il ruolo di promotrice della discussione, mentre l’altra amica avrebbe potuto solamente replicare al messaggio ricevuto. In realtà, entrambe le partecipanti erano poste in quest’ultima condizione così da rispondere a commenti già predisposti dallo sperimentatore, ignare di ciò entrambe le partecipanti credevano che i commenti provenissero dall’amica. I commenti erano di tre tipi così da creare tre diverse condizioni:
condizione neutrale: commenti che non riguardavano l’aspetto fisico, esempio: “Che attrice straordinaria!”
condizione di Fat Talk: commenti che esplicitamente valutavano la magrezza o esprimevano insoddisfazione corporea, esempio: “Sta proprio bene da quando ha perso un po’ di chili!” “Dovrei stare più attenta a quello che mangio!”
condizione positiva: commenti caratterizzati da accettazione e soddisfazione per il proprio aspetto fisico, come: “Che bella quella gonna! Mi starebbe benissimo!”
Conclusa questa fase, ogni partecipante compilava dei questionari che andavano a misurare il grado in cui erano presenti vari aspetti quali: malumore, interiorizzazione dell’ideale di magrezza ed intenzione di mettersi a dieta, ed un questionario volto ad indagare le “norme” esistenti all’interno del gruppo amicale riguardo al Fat Talk con domande del tipo: “Quanto spesso le ragazze nel tuo gruppo parlano di suggerimenti per diete/perdita di peso?” “In che modo le tue amiche sono insoddisfatte del proprio peso/forma corporea?”




Quali risultati?
I correlati dei disturbi alimentari rilevati attraverso i questionari erano presenti in maniera significativamente maggiore tra coloro che erano coinvolte in commenti riconducibili alla categoria dei Fat Talk rispetto a coloro che erano esposte a commenti positivi verso il proprio aspetto fisico o commenti neutrali. Di particolare interesse è l’osservazione che le donne che osservavano le proprie amiche commentare con Fat Talk ma che evitavano di rispondere con lo stesso genere di affermazioni, non manifestavano effetti negativi sul proprio benessere; coloro che invece partecipavano attivamente alla conversazione rispondendo a loro volta con commenti di insoddisfazione verso il proprio aspetto fisico, riportavano un’aderenza maggiore a caratteristiche tipiche dei disturbi alimentari. Le persone che non fomentano discussioni attorno all’insoddisfazione corporea riportano dei benefici registrando maggior benessere, ma devono pagare dei costi in termini “sociali”. Vi è infatti una “funzione sociale dei Fat Talk” per cui donne che aderiscono maggiormente all’ideale espresso dal gruppo conformandovisi, vengono valutate più positivamente rispetto a chi se ne discosta, ad esempio in gruppo pro-Fat Talk astenendosi dal pronunciare affermazioni di questo genere.

Il Fat Talk diventa così un mezzo attraverso il quale all’interno del gruppo amicale si crea un clima in cui l’insoddisfazione ed il malcontento verso il proprio corpo vengono perpetuati, svolgendo un ruolo causale nella promozione di atteggiamenti che favoriscono l’insorgere di disturbi alimentari. Ne deriva che modificare una tale modalità di comunicazione porterà dei benefici non solo in termini personali ma anche per l’intero gruppo amicale, anche se ciò potrebbe avere l’effetto paradossale di ridurre la qualità percepita delle relazioni amicali stesse.

Articolo Originale:
Cruwys et al. An experimental investigation of the consequences and social functions of fat talk in friendship groups. Int J Eat Disord. 2015 (in stampa).

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a cura di Daria Giuliani

 

Dal 24 al 26 Settembre si è tenuto a Torino il XVII Congresso Nazionale AIAMC dal titolo “Terapia Cognitivo Comportamentale e psicoterapia scientifica. Nuove prospettive”, promosso dall’AIAMC (Associazione Italiana di Analisi e Modificazione del Comportamento e Terapia Comportamentale e Cognitiva) e organizzato dall’Istituto Watson di Torino.

AIAMC 

Dopo una prima giornata dedicata ai workshop precongressuali, il 25 Settembre si dà inizio al Congresso con il saluto delle autorità e gli interventi di Enrico ROLLA (Direttore dell’Istituto Watson) e di Aristide SAGGINO (Presidente AIAMC). L’Introduzione al Congresso è centrata sulla necessità di formulare e aderire con sempre maggior rigore a terapie di comprovata efficacia (evidence based), al fine di garantire un intervento centrato sul problema che sia scientificamente efficace. Per comprende i progressi della Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) e stimolare possibili riflessioni su nuove prospettive di sviluppo è necessario osservare, come siamo abituati nella pratica clinica, gli antecedenti di questo evento congressuale. Come ricordato dal Presidente A. Saggino, il II Congresso dell’AIAMC si tenne a Torino nel 1981 sul tema “Psicologo clinico: come?” ed ebbe come ospiti Joseph Wolpe e Richard S. Hallam. Proprio negli anni 80 avvenne in Italia il passaggio dalla prima alla seconda generazione della TCC. L’integrazione della terapia del comportamento con teorie e tecniche cognitive ha consentito di ampliare la prospettiva di intervento e potenziare le tecniche preesistenti. Oggi la TCC presenta un vasto bacino di trattamenti evidence based e con l’approdo alla terza generazione diventa fondamentale ottenere numerose prove di efficacia che rafforzino la rigorosità scientifica degli interventi stessi.




 

Il dibattito prosegue nella tavola rotonda tenutasi in apertura del secondo giorno del Congresso, centrata sul tema degli elevati costi sociali dei disturbi mentali e su come intervenire con terapie evidence based potrebbe ridurli. Dai diversi interventi emerge come esista oggi un divario fra le persone che possono accedere ai trattamenti psicoterapeutici (con una conseguente riduzione dell’assunzione di farmaci e un superamento dei propri problemi) e coloro che non possono permettersi di sostenere i costi di una terapia (per cui scelgono un trattamento farmacologico oppure non ricevono assistenza adeguata ai loro problemi). La cronicizzazione dei problemi di una persona non solo implica una bassa qualità di vita del singolo ma si riflette anche nella società con elevati costi di assistenza sanitaria e elevati tassi di assenteismo sul lavoro. Alcuni dati riportati dal Presidente A. Saggino descrivono come nei Paesi ricchi il 38% delle malattie è relativo alla salute mentale, contro il 22% di tutte le malattie più diffuse. Inoltre, solo il 26% di adulti che soffre di disturbi mentali è trattato adeguatamente, il restante 74% non riceve alcun trattamento. La percentuale di persone in età lavorativa che riceve benefit a causa della loro malattia è del 2,5% e la percentuale di giorni di lavoro persi per malattia nei Paesi europei è dell’11,2% riferita a lavoratori con problemi di salute mentale. Per questo, oggi, interesse degli psicoterapeuti cognitivo-comportamentali è far in modo che tutte le persone che ne hanno bisogno possano far uso della TCC. Alla luce di questi dati viene stimolata una riflessione sulla possibilità di adottare in Italia il modello inglese IAPT (Improving Access to Psychological Therapies). È stata proiettata una video-intervista di Lord Richard LAYARD, consulente del governo britannico e noto professore di Economia alla London School of Economics and Political Science, promotore del progetto IAPT che ha portato il governo britannico a stanziare 400 milioni di euro in un triennio per facilitare l’accesso alla psicoterapia cognitivo-comportamentale anche alle fasce più deboli della popolazione. La scelta di investire sulla formazione di nuovi psicoterapeuti cognitivo-comportamentali e sull’istituzione di centri specializzati nella valutazione e trattamento dei disturbi mentali è stata dettata dalla comprovata efficacia della TCC e dall’osservazione di Lord Richard Layard che la salute mentale e il benessere psicologico sono fattori determinanti lo stato di felicità di una persona (e di conseguenza una miglior qualità di vita per l’intera comunità). Con i suoi studi Lord Richard Layard ha dimostrato che se la TCC fosse accessibile a tutti si otterrebbe un significativo risparmio sui costi di assistenza sanitaria e sui sussidi per disabilità mentale, con un risparmio di spesa superiore all’investimento iniziale richiesto dal programma. Lord Richard Layard sottolinea comenel corso dei primi 6 anni abbiamo visto 1 milione di persone riuscendo a trattarne circa il 60% e raggiungendo una ripresa di circa il 50% tra coloro che sono stati trattati in 2 o più sessioni”. Obiettivo successivo è quello di estendere il programma IAPT anche a condizioni mediche spesso in comorbilità con disturbi mentali, rivalutando la figura dello psicologo in un approccio realmente multidisciplinare al problema della persona. Come suggerito dallo stesso Lord Richard Layard il modello IAPT, seppur da perfezionare, potrebbe essere applicato in altri Paesi come l’Italia. Franco ANCONA (Partner in Pricewaterhouse Coopers Advisory – PwC, Consulente progetti trasformazione organizzativa per la sanità pubblica) propone un’analisi della applicazione del modello IAPT nel Sistema Sanitario Italiano, mettendo in evidenza possibili ostacoli, tra i quali: scarsa diffusione dell’approccio TCC nei Centri di Salute Mentale; resistenze al lavoro d’equipe e scarsa comunicazione tra professionisti; elevato debito pubblico che rende difficile investire oggi in prospettiva di un ritorno non immediato ma a lungo termine. Se l’intento è di replicare il modello IAPT nonostante i limiti evidenziati in ambito italiano, secondo F. Ancona, si potrebbe partire da esperienze pilota ovvero individuare dei sottogruppi di pazienti con i quali utilizzare il programma IAPT. Raccogliere evidenze scientifiche sull’applicazione del modello IAPT nel trattamento di alcune patologie potrebbe aiutare a rendere esplicita ed evidente la valenza economica di questo programma anche nel nostro Paese.




 

La Lectio Magistralis della prima giornata ha accolto i contributi di relatori stranieri di fama internazionale. In apertura l’intervento di Irving KIRSCH (direttore associato del Programma degli studi sull’effetto placebo e docente di medicina presso la Harvard Medical School e il Beth Israel Deaconess Medical Center) focalizzato sui risultati delle meta-analisi da lui condotte sull’entità dell’effetto placebo nel trattamento della depressione. Le analisi hanno dimostrato come l’effetto placebo sia considerevole e allo stesso tempo l’effetto del farmaco sia notevolmente piccolo. Inoltre, la differenza tra l’effetto dei farmaci antidepressivi e il placebo è risultata non clinicamente significativa. Il dibattito prosegue con il contributo di Joseph LEDOUX (neuroscienziato e direttore del Center for the Neuroscience of Fear and Anxiety di New York) centrato sullo studio dei meccanismi cerebrali delle emozioni, in particolare dell’ansia e della paura, per comprendere il ruolo del sistema limbico in relazione agli stati emozionali. Ed infine, la presentazione di Lih Mei LIAO (Psicologa Clinica, University College Hospital di Londra) sugli aspetti rilevanti della psicoterapia con coloro che appartengono a minoranze sessuali.

 

Numerosi i simposi che hanno arricchito entrambe le giornate del Congresso, apportando sia risultati evidence based dell’applicazione della TCC sia riflessioni sul trattamento di casi singoli spunto per lo sviluppo di nuove prospettive di trattamento da testare e validare. Tra gli argomenti trattati di particolare interesse sono state le ricerche sull’applicazione in diversi ambiti clinici dei trattamenti di terza generazione (tra cui ACT Acceptance and Commitment Therapy, MBSR Mindfulness Based Stress Reduction e MBCT Mindfulness Based Cognitive Therapy), i contributi sul DOC Disturbo Ossessivo-Compulsivo e sulle nuove forme di compulsione (Disturbo da Accumulo e Tricotillomania – Disturbo da strappamento di peli), i nuovi trattamenti per i disturbi dell’umore, della nutrizione, della sessualità e delle nuove dipendenze (Disturbo da Gioco d’Azzardo). In particolare, la presentazione dell’utilizzo di nuovi strumenti software per la psicodiagnosi e la riabilitazione è stata motivo di discussione rispetto agli effetti che potrebbe avere sul ruolo del terapeuta e sulla relazione terapeutica. Accogliere nuove modalità di comunicazione terapeuta-paziente (come la messaggistica istantanea) e applicazioni per cellulare o tablet (come guida per lo svolgimento degli homework) conduce inevitabilmente ad una rimodulazione della relazione terapeutica che se mantenuta rigorosamente a distanza, escludendo i nuovi canali di comunicazione, rischia di limitare il lavoro del terapeuta rispetto ad un target di popolazione sempre più numeroso. Credo che, come spesso accade, la via migliore sia nel mezzo: nel cercare quella giusta distanza tra terapeuta e paziente che, nonostante l’utilizzo di strumenti software e di comunicazione più facilmente e immediatamente fruibili, garantisca il mantenimento di una relazione professionale e funzionale al raggiungimento degli obiettivi terapeutici.

 

Come ricordato da Lord Richard Layard “voi siete le persone che nel mondo stanno combattendo una battaglia contro la sofferenza” e per vincerla necessitiamo di essere credibili e affidabili. Ciò può avvenire solo rafforzando maggiormente uno dei punti forti della TCC ovvero l’essere una terapia di comprovata efficacia scientifica. Questo può permettere di formare terapeuti in grado di trasferire conoscenze attendibili e sostenere le persone che ne hanno bisogno nel loro percorso terapeutico.





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