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Seminario Gratuito a Padova il 23 Marzo 2018 dalle 10:00 alle 12:00, via della Provvidenza 43/D, Rubano (PD).

I partecipanti al seminario avranno diritto al 70% di sconto sui primi 5 test acquistati.

Il seminario sarà tenuto dal dr. Eran Sandel della ditta Neurotech Solutions. Il dr. Sandel ha contribuito alla creazione del test, fornisce assistenza ai colleghi che usano il test negli altri paesi europei e conosce gli studi più recenti su MOXO. Il seminario prevede una traduzione completa  in italiano.

Programma:

  • Moxo Test: Funzionamento ed utilizzo
  • Dimostrazione pratica
  • Sensibilità e affidabilità del test
  • Studi recenti su MOXO

 

 

E’ stato recentemente creato un nuovo test computerizzato di misurazione delle capacità attentive, somministrabile sia a bambini che ad adulti (dai 6 anni in avanti). MOXO, questo il nome del test, permette di misurare la capacità di mantenimento dell’attenzione, i tempi di reazione, l’impulsività e l’iperattività. Essendo un test computerizzato, non richiede materiale cartaceo o tempo di scoring, ma è in grado di fornire immediatamente un report con il profilo del paziente.  Test analoghi a MOXO richiedono dei costi di acquisto elevati, superiori a 2000€. Questo tipo di costo è sostenibile per le cliniche o le strutture pubbliche ma non è ammortizzabile per i liberi professionisti. Diversamente, il test MOXO è un test online che permette di comprare un numero limitato di accessi utilizzabili al bisogno e senza limiti di tempo. Questo tipo di costo è accessibile per ogni libero professionista, permettendogli così di somministrare uno dei test più recenti, sempre nella versione più aggiornata. Ad oggi, è stato somministrato già a 120 000 pazienti nel mondo.

Il test è stato creato in Israele nel 2012, viene già impiegato in molto paesi (Stati Uniti, Olanda, Australia, etc.) e da settembre 2016 è disponibile anche per l’Italia.

 

Per una breve descrizione del test, è possibile vedere il video a questo link

https://www.youtube.com/watch?v=jKPArLgck3o

 

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Questo tipo di iniziativa può essere interessante sia per coloro che iniziano la nostra professione, sia per i colleghi che già lavorano nell’ambito clinico o forense e desiderano essere aggiornati in merito. I seminari saranno tenuti nella maggior parte della regioni italiane ed avranno una durata di 1 ora circa, che permetta ai colleghi di conoscere le potenzialità del test e le modalità di utilizzo.

Contatti & Maggiori Informazioni:

Per informazioni relative al test MOXO, ai seminari o per richiedere assistenza nell’uso del test contattare: mentecomportamento@gmail.com



A Genova– Venerdì 11 Novembre 2016- ore 21:00, presso l’Istituto Miller, corso Torino 17

E’ stato recentemente creato un nuovo test computerizzato di misurazione delle capacità attentive, somministrabile sia a bambini (dai 6 ai 12 anni) che ad adolescenti e adulti (dai 13 anni in avanti). MOXO, questo il nome del test, permette di misurare la capacità di mantenimento dell’attenzione, i tempi di reazione, l’impulsività e l’iperattività. Essendo un test computerizzato, non richiede materiale cartaceo o tempo di scoring, ma è in grado di fornire immediatamente un report con il profilo del paziente. Inoltre, il MOXO, è l’unico test che utilizza aspetti di vita reale nelle prove, con un set di distrattori progettato per i specifici gruppi di età. 

Test analoghi a MOXO richiedono dei costi di acquisto elevati, superiori a 2000€. Questo tipo di costo è sostenibile per le cliniche o le strutture pubbliche ma non è ammortizzabile per i liberi professionisti. Diversamente, il test MOXO è un test online che permette di comprare un numero limitato di accessi utilizzabili al bisogno e senza limiti di tempo. Questo tipo di costo è accessibile per ogni libero professionista, permettendogli così di somministrare uno dei test più recenti, sempre nella versione più aggiornata. Ad oggi, è stato somministrato già a 120 000 pazienti nel mondo.

Il test è stato creato in Israele nel 2012, viene già impiegato in molto paesi (Spagna, Canada, Francia,  Australia, Messico, Brasile, Polonia, Sud Africa, etc.) e da settembre 2016 sarà disponibile anche per l’Italia.

 

Per una breve descrizione del test, è possibile vedere il video a questo link

https://www.youtube.com/watch?v=jKPArLgck3o

 

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Gli psicologi di Mentecomportamento hanno seguito un percorso di formazione direttamente con i creatori di MOXO e lo stanno già utilizzando nella pratica clinica (con ottimi riscontri).  Essendo già in grado di usarlo, gli psicologi di Mentecomportamento sono disponibili a tenere dei seminari informativi gratuiti, rivolti ad altri psicologi. 

Questo tipo di iniziativa può essere interessante sia per coloro che iniziano la nostra professione, sia per i colleghi che già lavorano nell’ambito clinico o forense e desiderano essere aggiornati in merito.

 

Contatti & Maggiori Informazioni:

Per informazioni relative al test MOXO, ai seminari o per richiedere assistenza nell’uso del test contattare: dr.ssa Francesca Poeta, 339 4366770 oppure scrivere a francesca.poeta@gmail.com



A Padova– Mercoledì 5 Ottobre 2016- ore 18:15, presso l’Istituto di Terapia Cognitiva e Comportamentale, via De Amicis 5.




 

E’ stato recentemente creato un nuovo test computerizzato di misurazione delle capacità attentive, somministrabile sia a bambini (dai 6 ai 12 anni) che ad adolescenti e adulti (dai 13 anni in avanti). MOXO, questo il nome del test, permette di misurare la capacità di mantenimento dell’attenzione, i tempi di reazione, l’impulsività e l’iperattività. Essendo un test computerizzato, non richiede materiale cartaceo o tempo di scoring, ma è in grado di fornire immediatamente un report con il profilo del paziente. Inoltre, il MOXO, è l’unico test che utilizza aspetti di vita reale nelle prove, con un set di distrattori progettato per i specifici gruppi di età. 

Test analoghi a MOXO richiedono dei costi di acquisto elevati, superiori a 2000€. Questo tipo di costo è sostenibile per le cliniche o le strutture pubbliche ma non è ammortizzabile per i liberi professionisti. Diversamente, il test MOXO è un test online che permette di comprare un numero limitato di accessi utilizzabili al bisogno e senza limiti di tempo. Questo tipo di costo è accessibile per ogni libero professionista, permettendogli così di somministrare uno dei test più recenti, sempre nella versione più aggiornata. Ad oggi, è stato somministrato già a 120 000 pazienti nel mondo.

Il test è stato creato in Israele nel 2012, viene già impiegato in molto paesi (Spagna, Canada, Francia,  Australia, Messico, Brasile, Polonia, Sud Africa, etc.) e da settembre 2016 sarà disponibile anche per l’Italia.

Per una breve descrizione del test, è possibile vedere il video a questo link

https://www.youtube.com/watch?v=jKPArLgck3o

 




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Gli psicologi di Mentecomportamento hanno seguito un percorso di formazione direttamente con i creatori di MOXO e lo stanno già utilizzando nella pratica clinica (con ottimi riscontri).  Essendo già in grado di usarlo, gli psicologi di Mentecomportamento sono disponibili a tenere dei seminari informativi gratuiti, rivolti ad altri psicologi. 

 

Questo tipo di iniziativa può essere interessante sia per coloro che iniziano la nostra professione, sia per i colleghi che già lavorano nell’ambito clinico o forense e desiderano essere aggiornati in merito.

 

Contatti & Maggiori Informazioni:

Per informazioni relative al test MOXO, ai seminari o per richiedere assistenza nell’uso del test contattare: dr.ssa Francesca Poeta, 339 4366770 oppure scrivere a francesca.poeta@gmail.com

 







Le storie che contengono elementi soprannaturali o magici incantano generazioni di lettori, da sempre. Durante queste letture, le persone si trovano a simulare mentalmente un mondo diverso da quello reale: questa situazione provoca un processo a cascata, che parte dalla maggiore attenzione necessaria per elaborare un racconto che si discosta significativamente dalla realtà. Questa “iperattenzione” porta il lettore ad una profonda immersione nella storia, e quindi ad un forte coinvolgimento emotivo. Curiosamente, il piacere derivante dalla lettura risulta essere tanto più intenso quanto maggiore è la differenza tra l’evento narrato e ciò che il lettore ha sperimentato nella sua vita. Ma cosa rende così diversa la lettura di storie narranti mondi fantastici e scene magiche rispetto ad altri tipi di racconti?




harry potter libriUno studio ha cercato di scoprire quali aree del cervello sono più attive durante la lettura di testi appartenenti al genere della letteratura fantastica. In particolare sono stati scelti dei passaggi provenienti dalla saga di Harry Potter, in modo da creare due condizioni sperimentali: nella condizione “magia” sono stati utilizzati 20 brani descriventi scene magiche e surreali, invece per la condizione di controllo sono stati scelti 20 passi dal contenuto neutro. Mentre i partecipanti leggevano, venivano sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fMRI), una tecnica di neuroimmagine utilizzata per valutare, in questo caso, quali aree cerebrali sono maggiormente attive nelle diverse condizioni.

l'immagine mostra l'amigdala, (ce ne sono due, a destra e a sinistra) nei lobi temporali del cervello
l’immagine mostra l’amigdala, (ce ne sono due, una a destra e una a sinistra) nei lobi temporali del cervello

Il più interessante tra i risultati raccolti è la maggior attivazione dell’amigdala sinistra durante la lettura di eventi magici. L’amigdala è una struttura cerebrale che svolge un ruolo importante nell’elaborazione di stimoli esterni salienti, tra cui anche quelli emotivamente forti, ed è parte integrante di un circuito cerebrale che si attiva in risposta alla presentazione di stimoli nuovi e salienti (salience network).

I racconti magici e fantastici violano le conoscenze che una persona ha sul mondo, rendendo saliente il contenuto della storia, ed una volta che uno stimolo viene elaborato come significativamente differente rispetto all’esperienza quotidiana e quindi come una “novità”, il lettore si trova nella condizione di maggior sensibilità agli elementi affettivi del testo.
Inoltre, i partecipanti nella condizione “magica” hanno riportato maggiori emozioni di sorpresa e piacere nella lettura rispetto a coloro che erano coinvolti nella lettura dei testi a contenuto neutro, evidenziando perciò come eventi magici siano associati a vissuti emotivi di sorpresa ed all’esperienza edonica di piacere nella lettura. Entrambi i fenomeni potrebbero spiegare come mai nel linguaggio comune il termine “magico” viene usato come sinonimo di emozionalmente intenso.

Inoltre, nel gruppo di coloro che leggevano brani a contenuto magico e fantastico, sono state individuate delle connessioni cerebrali con un’attività più bassa rispetto all’attivazione delle stesse aree nel gruppo di coloro che erano impegnati nella lettura brani narranti scene quotidiane. In particolare, una minore attivazione è stata rilevata nelle aree corrispondenti alla memoria autobiografica, plausibilmente poiché la persona nella prima condizione ha minor possibilità di richiamare eventi di vita già vissuti nel passato (e che vengono appunto “registrati” nella propria memoria autobiografica) dal momento che eventi così affascinanti ed al di là dell’esperienza quotidiana non sono rinvenibili nel bagaglio esperienziale della persona.

Quindi, l’attivazione delle diverse aree cerebrali osservata durante la lettura di storie a contenuto soprannaturale offre una spiegazione al “come la letteratura fantastica riesce ad essere così accattivante coinvolgendo completamente il lettore”: l’immaginare vividamente questi eventi soprannaturali occupa il nostro circuito cerebrale dell’attenzione e della sorpresa, coinvolgendoci molto più intensamente rispetto ad altri mondi immaginari ma che non sono a carattere soprannaturale. In più, attivano in modo particolare una struttura cerebrale che non è solamente coinvolta nell’individuare eventi salienti (quali sicuramente sono gli eventi magici), ma è soprattutto connessa all’esperienza emozionale ed edonica (esperienza che è molto probabilmente ricercata da molti appassionati lettori di romanzi fantasy): l’amigdala.









Articolo Originale:
Hsu et al. The Magical Activation of Left Amygdala when Reading Harry Potter: An fMRI Study on How Descriptions of Supra-Natural Events Entertain and Enchant. PLoS One 2015, 10(2).

 

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Generalmente, siamo portati a pensare che le nostre scelte siano i prodotti di precisi processi logici. Eppure, secondo alcune teorie, non solo il nostro stato emotivo, ma anche la posizione del nostro corpo potrebbe modificare i nostri processi di pensiero, perfino la ricerca del partner o la capacità di giudicare una relazione amorosa. 

Secondo alcuni scienziati, la “cognizione incarnata” (embodied cognition) è il fenomeno per il quale anche le attività cognitive più astratte sono in realtà influenzate dalle più basilari esperienze corporali. Le nostre scelte quindi non sarebbero semplicemente il risultato del modo in cui pensiamo, ma anche dello stato fisico in cui ci troviamo nel momento stesso in cui svolgiamo quella determinata attività cognitiva. La realtà non viene percepita in modo passivo ma attraverso la nostra continua attività corporea. È anche in base alla propria esperienza corporea che gli oggetti circostanti, così come le persone, possono sembrare attraenti, significativi o minacciosi.

the-obamasL’esperimento. Alcuni ricercatori dell’università di Waterloo – D.R. Kille, A. L. Forest, J.V. Wood – hanno predisposto un esperimento per verificare se alcune sensazioni corporee, provocate appositamente modificando l’ambiente, possano influire in particolare sulla percezione che abbiamo degli altri e sui nostri giudizi su di loro. In questo studio, un gruppo di volontari veniva fatto sedere ad una sedia e un tavolo traballante; l’altro gruppo stava seduto su una sedia e a un tavolo stabile. In queste condizioni, entrambi i gruppi dovevano formulare dei giudizi sulla stabilità di alcune relazioni sentimentali di personaggi famosi (ad esempio, i coniugi Obama), e poi indicare le caratteristiche del proprio partner ideale.

 

Risultati. I partecipanti che avevano svolto il compito su sedie e tavoli instabili giudicavano la relazione delle coppie famose come altrettanto instabili, dando dei giudizi da 1 a 7 dove 1=molto probabile che la coppia si lascerà nei prossimi 5 anni; 7=estremamente improbabile che si lascino nei prossimi 5 anni. Inoltre, questi stessi soggetti indicavano tra le caratteristiche che più ricercavano in un ipotetico partner proprio la stabilità, espressa in termini come “affidabilità”, “sicurezza”, molto più che il gruppo che compilava il questionario su sedia e tavolo non semoventi.

Conclusioni. I risultati sembrerebbero confermare che le esperienze corporee possono incidere sulla percezione che abbiamo delle persone e perfino sui nostri desideri, tanto che possono guidare, o meglio motivare, la nostra idea di partner ideale. Questo esperimento ha tuttavia dei grossi limiti: infatti, poiché le condizioni con mobilio stabile e instabile sono state proposte a due gruppi di persone differenti, è possibile che i loro gusti e le loro opinioni fossero già diverse in partenza!

Infine, non dobbiamo dimenticare che il dibattito sulla Cognizione Incarnata è ancora aperto tra gli scienziati che si occupano di Neuroscienze Cognitive: non tutti sarebbero d’accordo con questa teoria del funzionamento della mente.

Bibliografia

  • David R. Kille, Amanda L. Forest, and Joanne V. Wood. Tall, Dark, and Stable: Embodiment Motivates Mate Selection Preferences. Psychological Science 24(1) 112–114

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A tutti è sicuramente capitato di non riconoscere qualcuno: quella persona l’abbiamo già incontrata, ma il suo nome non ci viene proprio in mente, o non riusciamo a ricordare dove e quando abbiamo fatto la sua conoscenza per la prima volta. Tuttavia, per alcune persone, questo problema può diventare molto più che una semplice dimenticanza occasionale.

prosopagnosiaIn questi casi ci si trova di fronte alla prosopoagnosia, un problema di percezione specifico per il quale non si riesce più a riconoscere i volti delle persone. A seconda della gravità, alcune persone con prosopoagnosia non saranno più in grado di riconoscere volti familiari, altri non saranno in grado di discriminare tra volti sconosciuti e nei casi più gravi non si è in grado di riconoscere neanche il proprio volto se visto in fotografia. La prosopoagnosia è un deficit neurologico specifico, causato da un danno ai lobi occipito-temporali dell’emisfero destro. Chi soffre di difficoltà del riconoscimento dei volti, può avere difficoltà a riconoscere anche alcuni oggetti (agnosia), ma non sempre. È bene sottolineare che la prosopoagnosia, come tutte le agnosie in genere, non è né un disturbo del linguaggio (non riuscire a dire il nome di ciò che si vede) né un disturbo visivo, in quanto il paziente può avere una visione perfetta e non fare nessuna difficoltà a riconoscere altri tipi di immagini. Inoltre, essa non è causata da disturbi intellettivi, tanto che spesso è possibile riscontrarla anche in persone intelligenti.
Nonostante la presenza di questo deficit, le persone prosopoagnosiche potrebbero ancora riuscire a riconoscere gli altri basandosi sulle loro caratteristiche peculiari come per esempio il tono della voce, la postura, il modo di vestirsi.

La scoperta di un disturbo specifico per il riconoscimento dei volti umani rivela la presenza di un circuito nel cervello la cui funzione principale è quella di elaborare le informazioni relative ai volti permettendoci di riconoscerli, diverso e separato dal sistema con cui riconosciamo gli altri oggetti.

Italy Berlusconi Scandal

 

Il caso: la donna che riconosceva solo Berlusconi. V.Z. era una signora italiana, casalinga, studiata da due ricercatori di Padova nel 2005. La particolarità di questa paziente non era tanto il fatto che, a causa di una malattia neurodegenerativa, riuscisse ormai a riconoscere un solo volto, ma il fatto che questo unico volto fosse proprio quello dell’allora premier Silvio Berlusconi: la signora non solo era in grado di riferirne correttamente il nome, ma era anche capace di dare alcune informazioni sul personaggio, come il fatto di essere un politico.
Questo caso clinico potrebbe dimostrare che certe immagini, facce o informazioni veicolate dai mass-media si imprimono nel nostro cervello in un circuito diverso da quello che usiamo abitualmente per ricordare le facce di chi ci circonda. E’ come se il volto dell’ex premier fosse stato inciso nella mente in un formato speciale, diverso non solo da quello ordinario degli oggetti ma anche da quello ordinario dei volti.

Bibliografia

Mondini S., Semenza C. How Berlusconi keeps his face: a neuropsychological study in a case of semantic dementia. Cortex. 2006 Apr;42(3):332-5.

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La dislessia è un disturbo dell’apprendimento che si manifesta come una difficoltà nel leggere in modo corretto e fluente, che non ha nulla a che vedere con deficit di tipo intellettivo o con una insufficiente istruzione.

Gli errori nella lettura consistono spesso nella confusione tra lettere che hanno lo stesso suono (esempio “d”-“t” o “g”-“c”); oppure tra lettere che sono graficamente simili, le quali vengono capovolte (la “n” diventa una “u” o la “p” diventa una “d”), lette specularmente (la “p” diventa una “q” o la “b” in una “d”) o si ha l’omissione di una loro parte grafica (esempio “m”-“n” oppure “v”-“w”). Altro errore tipico consiste nell’invertire le lettere che costituiscono la parola stessa, per cui se sul testo c’è scritto “capra” la si può leggere come “carpa”. Il testo scritto, agli occhi dei dislessici, sembra animato e caratterizzato di una vita propria: per questo motivo la lettura risulta molto lenta e spesso si incorre anche nel rischio di non comprendere ciò che si sta leggendo in quanto si spendono tutte le proprie energie nel leggere correttamente e senza alcun errore, soprattutto quando lo si deve fare in presenza di altre persone e ad alta voce.

 

Spesso le persone con dislessia si sentono "inferiori" agli altri.
Spesso le persone con dislessia si sentono “inferiori” agli altri.

Per tutti questi motivi, i dislessici incontrano serie difficoltà nei compiti scolastici, in quanto hanno bisogno di più tempo non solo per studiare e svolgere i compiti a casa, ma anche per trascrivere un dettato o per copiare un testo dalla lavagna. Gli studenti dislessici tendono quindi a sentirsi incapaci e a sviluppare un atteggiamento sempre più negativo non solo nei confronti della scuola, ma successivamente anche per l’ambiente lavorativo. In realtà, essere dislessici non implica assolutamente il doversi precludere qualsiasi attività di tipo intellettuale.
Il primo passo è quello di riconoscere che tutte queste problematiche sono dovute appunto alla dislessia e non ad altri fattori, in quanto solo tramite la corretta diagnosi è possibile per l’individuo capire la natura delle sue difficoltà e quindi adoperare determinate tecniche che possano rendergli la lettura più facile.

 

Tra i vari interventi atti ad arginare i problemi di lettura, il più “classico” consiste nel seguire delle sedute dal logopedista o dallo psicologo specializzato in disturbi dell’apprendimento. Tuttavia, grazie all’incessante sviluppo tecnologico degli ultimi anni, sono state ideate nuove tecniche di supporto per i dislessici, come la creazione di font (ovvero: il carattere del testo sul pc) appositamente creati per facilitare la lettura.

i caratteri del font "dyslexie"
i caratteri del font “dyslexie”

Tali font sono stati creati in modo tale che ogni lettera abbia una dimensione, una “curvatura” ed una inclinazione unica nel suo genere, in modo da evitare la confusione con le altre lettere che graficamente risultano simili se capovolte o rispecchiate. Alcuni studi hanno dimostrato che l’adozione di queste tipologie di font ha comportato effettivamente una diminuzione degli errori di lettura dei dislessici, tant’è che in alcuni paesi sono stati adottati non solo nelle scuole, ma anche nei luoghi di lavoro quali aziende ed negli istituti governativi per aiutare i propri dipendenti; inoltre sono aumentati i numeri di libri stampati ed ebook scritti con questi font.

Ad esempio, DYSLEXIE,  il font creato da Christian Boer (lui stesso dislessico), è scaricabile da questo sito gratuitamente, in modo tale che possa essere impostato come font di default sul proprio computer: utile quindi non solo per convertire i propri documenti e poi stamparli, ma anche per poter leggere comodamente la propria posta elettronica o navigare e visitare in tutta tranquillità tutte le pagine web di proprio interesse.

 

[Leggi anche: I disturbi dell’apprendimento]

 

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Con il termine demenza si intende una malattia del cervello, una condizione di progressivo deterioramento delle funzioni cerebrali che interferisce con le attività lavorative e sociali del vivere quotidiano. Nel gruppo delle demenze rientrano varie patologie. Tra di queste la Malattia di Alzheimer è la più comune (50-60% dei casi di demenza). 

Contrariamente a quanto si pensi, la demenza non costituisce una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento. Anche se è fortemente associata all’invecchiamento stesso, rappresenta una condizione patologica, quindi non tutti gli anziani sono per forza anche affetti da demenza.

Come si presenta il problema?

La Malattia di Alzheimer è una patologia progressiva che solitamente inizia in maniera ambigua e insidiosa.
È spesso difficile individuare l’inizio della malattia perché la storia delle demenze comincia con una fase chiamata preclinica. In questa fase le alterazioni cerebrali sono già cominciate, ma non emergono ancora dei sintomi evidenti e osservabili. Per questo motivo, la durata di questa fase non è nota in quanto difficilmente studiabile.
I sintomi iniziali dell’Alzheimer sono di solito caratterizzati da piccole ma frequenti dimenticanze (ad esempio la persona dimentica gli appuntamenti, perde spesso oggetti personali, è più ripetitiva nelle conversazioni…) e da modificazioni del carattere (calo dell’umore, aumento dell’ansia, calo d’interesse per le attività…). Spesso tale quadro non viene riconosciuto dal paziente o dai familiari e viene erroneamente attribuito all’invecchiamento oppure a periodi di stress o a depressione. Per tali motivi, in molti casi, passa oltre un anno prima che la persona decida di recarsi da uno specialista per gli approfondimenti necessari.

alzheimer (1)
Calo di memoria e non solo: Depressione, disorientamento, ritiro sociale, possono essere sintomi dell’inizio della malattia.

Il sintomo principale e il primo a comparire è il calo di memoria. Di solito disordini di altre funzioni cognitive (il linguaggio, abilità visuo-spaziali, capacità di ragionamento e organizzazione) arrivano dopo o comunque sono di entità minore rispetto al disturbo di memoria.
Nei disordini del linguaggio la persona può avere difficoltà nel trovare il nome degli oggetti o avere difficoltà nel trovare le parole giuste durante le conversazioni, oppure può sbagliare il nome delle cose. I disturbi visuo-spazali sono spesso riconoscibili durante la guida dell’auto: la persona ha difficoltà nello scegliere la strada adeguata per il raggiungimento della meta; oppure ha difficoltà nello svolgere semplici manovre come parcheggiare l’auto. Le difficoltà di pianificazione ed organizzazione si notano quando una persona necessità di molto più tempo per svolgere attività ben conosciute perché caotica e disorganizzata. È evidente che tali alterazioni cognitive sono più facilmente riconoscibili nei giovani o nelle persone che comunque continuano ad avere una vita lavorativa ed attiva; possono invece non essere riconosciute negli anziani o nelle persone che non svolgono lavori che impegnino molto le funzioni intellettive.

Spesso capita che quando il paziente si accorge di non essere più in grado di svolgere correttamente le attività, inizi a sentirsi strano, inadeguato alle situazioni ed ai compiti che svolgeva abitualmente con conseguente calo del tono dell’umore, ritiro sociale e apatia.
In alcuni casi sono i famigliari ad accorgersi del cambiamento, mentre il paziente tende a negare la presenza di difficoltà ed a trovare giustificazioni per le sue dimenticanze. Spesso, inoltre, l’esordio della malattia è attribuito ad un evento (un’operazione chirurgica o un incidente), ma in realtà queste circostante costituiscono solamente un periodo maggiormente stressante che rende più evidente gli effetti di una malattia cerebrale che era già presente.

Con il passare del tempo ed il progredire della malattia il deficit alle funzioni cognitive arriva ad essere di gravità tale da compromettere lo svolgimento autonomo della abituali attività della vita quotidiana diventando dipendente dall’assistenza di altre persone (dette caregiver). Inizialmente ad essere colpite sono le funzioni più complesse, nelle quali è richiesta maggiore competenza. Tali funzioni sono dette ‘strumentali’ e comprendono attività quali: gestire le proprie finanze in banca, fare acquisti nei negozi, usare i mezzi di trasporto. Infine, con il progredire della demenza vengono compromesse anche le attività quotidiane di base, come lavarsi, vestirsi e controllare la continenza urinaria.

Oltre ai sintomi che riguardano le funzioni cognitive, vi sono spesso dei disturbi psico-comportamentali che si manifestano nel 90% dei pazienti e sono parte integrante della malattia di Alzheimer. La frequenza di tali disturbi e l’esordio variano da persona a persona. Questa classe di disturbi può essere suddivisa in 4 categorie:
1- alterazioni del tono dell’umore (ad esempio depressione o euforia)
2- manifestazioni psicotiche (deliri, allucinazioni)
3- sintomi positivi (aggressività, agitazione, ansia)
4- disturbi neurovegetativi (aumento o diminuzione del sonno e/o dell’appetito)
Tendenzialmente le caratteristiche caratteriali e di personalità della persona si accentuano. Per cui: chi era ansioso diventerà ancora più ansioso, e chi era molto estroverso diventerà ancora più espansivo. In alcuni casi, ma sono più rari, si osserva un cambiamento della personalità: persone molto introverse e chiuse diventeranno disinibite e poco controllate

La diagnosi

Attualmente non esistono indicatori biologici che permettono di effettuare una diagnosi certa, per cui si parla di diagnosi possibile o probabile. La diagnosi certa può essere fatta solo con l’autopsia prelevando ed analizzando campioni di sostanza cerebrale, tuttavia tale procedura non viene mai eseguita.
Un elemento fondamentale è la Valutazione Neuropsicologica, ovvero l’analisi delle funzioni cognitive attraverso al somministrazione di specifici test, che solitamente costituisce il primo passo del percorso diagnostico. Se alla valutazione neuropsicologica si rilevano dei deficit il paziente viene inviato da un medico specialista (solitamente un Geriatra o un Neurologo) che attraverso l’insieme di vari dati, i principali sono gli esami del sangue ed un neuroimaging del cervello (TAC, Risonanza Magnetica o SPECT), formula la diagnosi di demenza ed eventualmente prescrive farmaci specif
ici in grado di rallentarne il decorso.

Come capire se si soffre di questo problema?

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I test effettuati dal neuropsicologo permettono di formulare la diagnosi di malattia di Alzheimer.

Le caratteristiche della malattia variano molto da persona a persona, per questo motivo solo uno specialista può essere i grado di capire se si tratta di demenza o solo di un fisiologico calo delle funzioni cognitive.
È consigliato un primo approfondimento (valutazione neuropsicologica) quando si nota un calo di memoria (ha difficoltà nell’apprendere cose nuove o a ricordare eventi recenti, è più ripetitivo nelle domande o nelle conversazioni, perde frequentemente oggetti personali o dimentica gli impegni) oppure se si nota delle difficoltà nelle abilità visuo-spaziali (ha difficoltà nel ricordare strade e percorsi) o se il paziente ha un calo di attenzione (appare distratto durante le conversazioni, ha difficoltà a mantenere al concentrazione per lunghi periodi…).

La valutazione neuropsicologica

Compito dello Psicologo (meglio se esperto in test neuropsicologici) è quello di rilevare la presenza di un calo delle funzioni cognitive. Come abbiamo ampiamente descritto, la presenza di deficit cognitivo costituisce il nucleo centrale delle demenze, per cui la misurazione delle funzioni intellettive si delinea come un elemento fondamentale nel percorso di diagnosi. La valutazione neuropsicologica inoltre permette di raccogliere dati essenziali per la diagnosi differenziale (ad esempio tra disturbi attentivi o di memoria) o distinguere deficit all’interno di quadri non chiari (ad esempio un calo delle funzioni cognitive all’interno di una forte depressione).

La Stimolazione Cognitiva

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Stimolazione cognitiva: una “palestra per la memoria” che rallenta il progredire della malattia.

Qualora alla valutazione neuropsicologica si riscontrasse la presenza di un calo delle funzioni cognitive o nel caso si soffrisse di una demenza diagnosticata, è possibile effettuare dei cicli di ‘stimolazione cognitiva’.
Tra gli scopi del training vi sono quello di potenziare le funzioni cognitive residue e rallentare la progressione alle abilità risultate deficitarie.
La stimolazione cognitiva è inquadrata nell’ambito dei trattamenti non-farmacologici per le demenze. Gli studi scientifici ne hanno provato l’efficacia sul miglioramento sulle abilità cognitive del paziente, sullo stato affettivo e sulla qualità di vita. Per tali motivi è stata inserita recentemente e nelle linee-guida del NICE (National Institute for Clinical Excellence) come intervento raccomandato per le persone con demenza.




© 2019 Mentecomportamento. All rights reserved.



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