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Nelle ultime decadi svariati studi hanno dimostrato che il quoziente intellettivo nella popolazione ha subito picchi vertiginosi, un fenomeno questo chiamato “Flynn Effect”.

In merito a ciò sono state avanzate varie spiegazioni. La prima concerne una miglior e più completa alimentazione della popolazione attuale rispetto a quella di alcuni decenni fa. Un altro fattore importante riguarda la maggior complessità degli stimoli ambientali a cui siamo sottoposti: pensiamo ad esempio alla nuova tecnologia, computer, tv, o alla crescente urbanizzazione. Anche la nuova struttura familiare può aver contribuito al Flynn Effect: il decremento delle nascite ha fatto sì che le dimensioni delle famiglie si riducessero. In questo modo, i genitori hanno potuto dedicare più attenzioni e risorse a ogni singolo figlio. Un altro elemento essenziale è stata la maggior scolarizzazione dei genitori, fattore, quello scolastico, decisivo dal momento che si stima che un solo anno di scuola ha enormi effetti sull’intelligenza, sia essa fluida o cristallizzata.

La principale critica rivolta a queste ricerche, però, riguarda il fatto che lo studio di questo fenomeno si sia concentrato prevalentemente nelle aree industrializzate. E nelle aree rurali?

Flynn EffectIn uno studio di Daley e coll. condotto in Kenya (paese in cui l’urbanizzazione è ancora debole) vennero analizzati due campioni di bambini, uno nel 1984, e l’altro nel 1998, a 14 anni di distanza. Per misurare il QI vennero utilizzati due tipi di test: le matrici di Raven (per verificare le abilità spaziali), un test, culturalmente adattato, che misurava le abilità non-verbali, e il Digit Span Test (per analizzare le capacità mestiche). Una peculiarità di questo studio è consistita nella misurazione accurata, giorno dopo giorno, della quantità e della qualità di cibo assunta nelle famiglie di questi bambini. Le altre variabili studiate furono la composizione e struttura delle famiglie, nonchè il livello di istruzione dei genitori.

Il risultato della ricerca confermò le aspettative: in tutti e tre i test si registrò un effettivo aumento del QI a 14 anni di distanza.

I fattori analizzati potenzialmente in grado di spiegare l’effetto sono:

  • alimentazione: si registrò un incremento delle kcal assunte tra il campione del ’84 e quello del ’98;
  • complessità degli stimoli ambientali: è stata riportata una maggior circolazione di giornali, sebbene altri mezzi di comunicazione, quali televisione e computer, siano oggi ancora poco diffusi;
  • fattori familiari: è stato attestato un significativo decremento delle nascite anche in Kenya, e ciò ha permesso alle famiglie di spendere più soldi per la cura e l’educazione dei figli;
  • istruzione dei genitori: si può notare una crescita consistente dell’alfabetizzazione dei genitori, soprattutto delle madri;
  • scolarizzazione: nonostante non siano stati raccolti dati empirici riguardanti la qualità dell’insegnamento, essendo i bambini da poco entrati nel mondo scolastico, è stato in ogni caso registrato un significativo aumento della frequenza alla scuola dell’infanzia;
  • stato di salute: anche l’aumento del benessere e la riduzione della probabilità di contrarre infezioni è un elemento da tenere in considerazione.

Sebbene non sia possibile stabilire un rapporto di causalità diretto, sono sempre di più le evidenze che attestano che tali fattori (tra cui, in particolare, la maggior enfasi posta oggi rispetto al passato sull’educazione e sulla cultura) siano stati decisivi nel contribuire all’incremento del QI della popolazione, tanto nelle aree industrializzate quanto in quelle rurali.

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Bibliografia

Daley, Whaley, Sigman, Espinosa, Neumann. IQ on the rise. The Flynn Effect in Rural Kenyan Children. Psychological Science, 2003, 215-219



Quante volte, nella nostra vita, abbiamo sentito un bambino nominare oggetti diversi nello stesso modo, solo perché simili tra loro?

Quando i bambini imparano il nome di un nuovo oggetto tendono a estenderlo ad altri manufatti che condividono la stessa forma, un normale errore chiamato “shape bias”.

sviluppo del linguaggio shape biasPer spiegare ciò sono state avanzate due ipotesi: la prima sostiene che i bambini piccoli si focalizzano solo sulla forma e non sulla funzione; secondo l’altra ipotesi i bambini piccoli pensano che oggetti di forma simile abbiano la stessa funzione.

Per testare questa seconda ipotesi, in uno studio venivano presentati a bambini di 3 anni triplette di oggetti: un primo oggetto-target a cui veniva data un’etichetta, un secondo della stessa forma (che serviva da contenitore dell’oggetto-target) e un terzo dello stesso materiale. Successivamente, veniva mostrato che il secondo oggetto, anche se aveva la stessa forma dell’oggetto-target, serviva da contenitore.

In questo caso pochi bambini tendevano ad estendere l’etichetta dell’oggetto-target al contenitore. Mostrare il perché due oggetti condividono la stessa forma fa diminuire la tendenza a generalizzare il nome sulla base della loro similarità percettiva.

In un secondo studio vennero mostrati a bambini con la stessa età tre tipi di stimoli: l’oggetto-target,sviluppo del linguaggio shape bias un oggetto con la stessa funzione e un terzo oggetto con la stessa forma (ma diversa funzione). Solo nel caso in cui lo sperimentatore dimostrava ai bambini la funzione sia dell’oggetto- target, sia dell’oggetto con la stessa funzione si ebbe un significativo decremento dello shape bias. Lo stesso effetto non si notò descrivendo solamente la funzione del target.

Riassumendo, i bambini tendono a chiamare con lo stesso nome oggetti di forma simile. Nel caso in cui conoscano la funzione di entrambi gli oggetti, non cadono nell’errore detto “shape bias”.

Questi studi dimostrano quanto i bambini si basino sulle loro intuizioni riguardanti le funzioni degli oggetti, in mancanza di spiegazioni reali. Spiegazioni più accurate da parte degli adulti circa il funzionamento effettivo degli oggetti li aiuta a costruire più accuratamente le loro categorie mentali.

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Bibliografia

Children’s reliance on creator’s intent in extending names for artifacts. Psychological Science, 2003, 164-168



Sia gli animali che gli umani sono portati a riconoscere istintivamente le dinamiche sociali, come la dominanza e i rapporti di potere; questa nostra capacità risulta molto utile per capire sin dall’inizio con chi possiamo competere o con chi dobbiamo evitare lo scontro.

Ancora più sorprendente risulta scoprire che l’abilità di individuare le strutture gerarchiche all’interno dei rapporti sociali non viene trasmessa o insegnata dai membri più esperti ai più giovani del gruppo ma è presente in ognuno di noi sin dalla nascita.

Anche i bambini, quindi, sanno riconoscere da subito chi comanda e utilizzano questa conoscenza soprattutto mentre giocano: esistono compagni a cui rubano i giocattoli di mano e altri dai quali se li lasciano rubare oppure nel gioco della lotta scelgono compagni al proprio livello o meno forti, per essere certi di avere la meglio.

Seppur con finalità ludica, queste dinamiche rappresentano un primo approccio alle gerarchie sociali e se un bambino tende a essere dominatore probabilmente sarà un adulto più prepotente rispetto ad altri e viceversa i bambini più timidi diventeranno adulti accondiscendenti o talvolta passivi.

Tutta questa complicata rete di potere e dominanza può essere rappresentata in due diversi modi:

  • esistono dinamiche di potere lineari in cui un individuo domina e l’altro è dominato (“Marco domina su Luca”) ma esistono anche rapporti più complicati,
  • detti dinamiche circolari, in cui ogni individuo è sia dominato che dominatore (“Marco domina su Luca, Luca domina su Andrea e Andrea domina su Marco”).

chi comanda bambini gerarchia Se i rapporti di potere sono di tipo circolare e se sono tante le persone appartenenti al gruppo può risultare più difficile cogliere queste dinamiche e capire come comportarsi adeguatamente.

In uno studio del 2014 i due psicologi Olivier Mascaro e Gergely Csibra si sono proposti di analizzare questi meccanismi in bambini molto piccoli e hanno scelto un campione di partecipanti di 15 mesi. Per indagare gli effetti in bambini così piccoli, non ancora in grado di esprimersi correttamente, gli sperimentatori hanno utilizzato una tecnica molto diffusa negli studi con bambini: si tratta di proiettare due diverse immagini e registrare con sofisticati strumenti tecnologici quanto tempo i soggetti trascorrono a fissare ciascuna delle due immagini.

Attraverso l’analisi dei tempi di fissazione, Mascaro e Csibra hanno evidenziato che i bambini trovano più difficile comprendere relazioni di tipo circolare rispetto a quelle di tipo lineare, inoltre se i bambini si sono fatti delle aspettative sui rapporti che intercorrono tra due persone (ad esempio “Marco è più alto e muscoloso di Luca, Marco domina Luca”) per loro è più facile comprendere le effettive dinamiche sociali.

Questo studio dimostra che i bambini partecipano a dinamiche gerarchiche di potere sin dalla tenera età e che, soprattutto in caso di rapporti lineari, sono molto abili a cogliere quale individuo sia dominante e quale dominato. La consapevolezza di questa loro abilità si può tradurre in una maggiore attenzione ai contenuti che vengono loro mostrati e alle esperienze a cui li si sottopone perché non bisogna sottovalutare le capacità dei bambini di comprendere la situazione e anche l’effetto che questo avrà sulle loro relazioni future.

 

Bibliografia. Mascaro O., Csibra G. Human infants’ learning of social structire: The case of dominance hierarchy. Psychological Science. 2014;26(1):250-255. 

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Quando si assiste a una qualche forma di violenza sembrerebbe logico pensare che più sono le persone presenti e maggiori sono le probabilità che qualcuno presti soccorso alla vittima di violenza. In realtà, in letteratura scientifica è stato da tempo dimostrato che non funziona proprio così: già dagli anni ’60 i due psicologi Latané e Darley teorizzarono il fenomeno del “bystander effect”, o “effetto spettatore”.

effetto spettatore unione forzaIn cosa consiste? La teoria del bystander effect dimostra che, contro ogni previsione, maggiore è il numero di persone che assistono a una forma di violenza e minore è l’aiuto che ognuno presta alla vittima. Questo fenomeno può essere spiegato ipotizzando che nel gruppo di spettatori la responsabilità di intervenire si diffonda tra le persone del gruppo ed ognuno creda che sarà l’altro a prestare soccorso alla vittima.

Questo fenomeno esiste anche nei bambini?

Un team di psicologi ha realizzato di recente uno studio sulla capacità di prestare aiuto in bambini di 5 anni. I bambini sono stati divisi in tre diversi gruppi: quelli del primo gruppo venivano lasciati da soli in classe insieme alla maestra (condizione da soli), il secondo gruppo era composto da più bambini nella classe insieme alla maestra (condizione con spettatori), mentre nel terzo gruppo erano presenti vari bambini ma solo uno di questi era libero di muoversi mentre gli altri compagni non avevano possibilità di spostarsi (condizione con spettatori non disponibili).

Ad ognuno dei tre gruppi veniva presentata un’identica situazione in cui la maestra si trovava in una situazione di emergenza, mentre nel frattempo il comportamento dei bimbi nella classe veniva filmato. A fine lezione, gli sperimentatori realizzavano una breve intervista con questi bambini per chiedere se si fossero accorti di ciò che stava succedendo e per quale ragione fossero intervenuti o meno in aiuto della maestra.

Quali sono i risultati? I bambini da soli aiutavano più spesso la maestra rispetto a coloro che si trovavano in classe con altri compagni. Per capire quale sia la motivazione alla base del bystander effect gli studiosi si sono affidati alle interviste e al confronto tra le situazioni dei tre gruppi, specialmente tra il secondo e terzo gruppo (condizione con spettatori contro quella con spettatori presenti ma non disponibili). Nell’ultimo caso, ovvero in cui i compagni non potevano agire, i bambini si dimostravano altrettanto disponibili ad aiutare la maestra come nella condizione in cui erano da soli.

Non è quindi la sola presenza degli altri a impedirci di agire quando dovremmo prestare soccorso a6825748012_3b696025bc_o chi ne ha bisogno, ma è piuttosto il meccanismo sopracitato di diffusione di responsabilità, la causa principale del bystander effect.

Anche nelle interviste con gli sperimentatori, i bambini del terzo gruppo, così come quelli del primo, ritenevano che fosse un loro compito aiutare la maestra in difficoltà. Inoltre, sentirsi responsabili di prestare soccorso agli altri rappresenta la spinta necessaria ad agire e prestare effettivamente aiuto.

Questo esperimento ha dimostrato che il fenomeno del bystander effect si manifesta attraverso le stesse dinamiche sia tra adulti che tra i bambini e che, al pari dei loro genitori, anche bambini di 5 anni sanno essere coraggiosi e decidere di aiutare gli altri, soprattutto quando sono da soli!

Bibliografia. Ploetner M., Over H., Carpenter M., Tomasello M. Young children show the bystander effect in helping situation. Psychological Science. 2015;26(4):499-506. 

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La maternità è un evento che cambia per sempre la vita di una donna perché dà inizio a un percorso unico e speciale con il bambino che porta in grembo: un legame particolare che resiste anche quando il bambino cresce e diventa adulto. Molte donne, durante la gravidanza, sostengono che il bambino possa sentire e riconoscere la loro voce. Ma si tratta solo di un’impressione o c’è un fondamento scientifico?

Esistono diversi studi (noi ne citeremo solo uno per semplicità) che danno conferma alla sensazione di queste mamme: i feti possono sentirci e sono in grado di riconoscere la voce della mamma da quella di tutti gli altri sconosciuti!

Uno studio condotto nel 2003 da un team di psicologi provenienti dalla Queen’s University in Canada e dall’ Ospedale Femminile in Cina ha indagato questo tema. In letteratura, infatti, è stato già appurato che a partire dalla 30esima settimana il feto riesce a percepire e a reagire agli stimoli uditivi ma non era ancora chiaro se distinguesse fra familiari ed estranei.

voce madre bambinoNello studio sono state coinvolte 60 madri che avevano già superato la 30esima settimana di gravidanza e sono state divise in due gruppi: a un gruppo di madri veniva posizionato un registratore con la loro stessa voce vicino alla pancia mentre nell’altro gruppo la voce registrata apparteneva a un’estranea, sempre di sesso femminile. Ai feti del secondo gruppo venivano fatte ascoltare le voci registrate delle mamme del primo gruppo in modo che, seppur estranee, fossero sempre madri che parlano al loro bambino. Dopo aver fatto ascoltare la registrazione i medici dell’ospedale registravano il battito cardiaco nei feti.

Cosa hanno scoperto? I risultati si sono dimostrati assolutamente chiari ed inequivocabili: dopo aver ascoltato la voce registrata della loro stessa madre i feti riportavano una notevole accelerazione del battito cardiaco mentre i feti del secondo gruppo che ascoltavano la voce di un’estranea rallentavano la frequenza del battito.

Questo studio si è dimostrato interessante per due motivi. Innanzitutto, ha confermato gli studi precedenti che riportano come il feto sia in grado di percepire e reagire agli stimoli esterni. Questo implica che la gravidanza non dovrebbe essere vissuta solo come il periodo in cui stare attenti a non fare sforzi, non bere e non fumare ma rappresenta già la prima occasione per far interagire il feto con il mondo esterno. Inoltre, lo studio è riuscito a confermare l’ipotesi dalla quale era partito: i feti riconoscono la voce della loro mamma, distinguendola da quella di altre madri, al punto che il loro cuore risponde a questo richiamo unico e speciale.

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Galileo Galilei, Isaac Newton, Albert Einstein, Stephen Hawking. Cosa hanno in comune questi individui? Sono tutti personaggi famosissimi che hanno rivoluzionato la storia e la scienza e soprattutto, sono tutti uomini!

bambini maschi femmine scienzaÈ molto diffusa l’idea che i maschi siano più predisposti per le materie scientifiche rispetto alle femmine, ma da cosa nasce questa opinione? E si tratta solo di un parere o di un dato di fatto? In realtà già negli anni ’90 un gruppo di psicologi aveva scoperto che le maestre si approcciano in modo diverso ai bambini e alle bambine riguardo le spiegazioni e domande scientifiche e che questa differenza nel trattamento era una delle cause del perché i maschi fossero più bravi delle loro compagne nei compiti di matematica e di scienze. (American Association of University Women, 1995; Jones & Wheatley, 1990; Kelly, 1988). Allora ci siamo chiesti: anche i genitori si comportano con i loro bambini come se i maschi fossero più bravi nelle materie scientifiche rispetto alle femmine?

In uno studio del 2001 e condotto da un team di psicologi provenienti dalle Università di Pittsburgh e della California è stato scoperto che i genitori (soprattutto i papà) sono molto più propensi a fornire spiegazioni a domande scientifiche ai figli maschi piuttosto che alle femmine. Gli sperimentatori hanno escogitato un ingegnoso stratagemma per studiare le interazioni fra genitori e figli senza che questi si accorgessero di essere osservati. L’esperimento si è svolto in un museo interattivo per bambini in California, con un gruppo di età compresa fra i 3 e gli 8 anni. I bambini potevano giocare e sperimentare direttamente con il materiale esposto nel museo, riguardante argomenti di fisica, biologia, ingegneria, geografia e psicologia.

L’analisi dei filmati ha dimostrato che in realtà non esistono differenze tra i bambini e le bambine circa l’uso e l’interesse per il materiale interattivo della mostra: il 99% dei bambini, sia maschi che femmine, ha partecipato volentieri alle attività proposte. Il tempo trascorso in ogni attività era pressoché identico nei maschi e nelle femmine. La differenza principale è stata invece riscontrata nel comportamento dei genitori: ogni tre interazioni che i genitori avevano con un figlio maschio era presente una spiegazione del fenomeno scientifico proposto nell’esposizione. Diversamente, quando interagivano con le femmine le spiegazioni venivano fornite solo una volta ogni dieci. Questa differenza non si è verificata quando le interazioni riguardavano altri argomenti come ad esempio su come utilizzare gli oggetti esposti. Questa sorta di pregiudizio si è verificato a prescindere dal fatto che nell’interazione fosse coinvolta la mamma, il papà o entrambi i genitori.

I ricercatori hanno ipotizzato che la forza dello stereotipo secondo cui i maschi sono più abili nell’ambito scientifico fosse talmente potente da indurre la maggior parte dei genitori a dedicare più tempo alle spiegazioni date ai maschi. Questo tipo di atteggiamento, con il passare degli anni, permette ai maschi di comprendere meglio i concetti scientifici, mentre le bambine, avendo avuto meno spiegazioni, riescono a comprendere meno questi concetti.

bambini maschi femmine scienzaMolto probabilmente queste spiegazioni non solo forniscono più conoscenze in ambito scientifico ma sono fondamentali per sviluppare, crescendo, un ragionamento di tipo scientifico. Forse Marie Curie e Margherita Hack, oltre ad un’ottima intelligenza, hanno avuto dei genitori che le hanno ritenute capaci di comprendere concetti scientifici… Ed avevano ragione!

 

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C’è chi dice che la nascita dei propri figli sia l’evento più bello nella propria vita, che i primi passi e le prime parole pronunciate dai nostri bimbi danno una gioia ineguagliabile. Che la vita è più bella da quando si è diventati genitori.

Anche se… le notti insonni, la costante paura che il bambino possa farsi male, decidere dove mandarlo a scuola, che sport fargli praticare, i primi litigi, i figli che crescono e cercano di guadagnarsi ostinatamente la loro indipendenza… non sembra essere poi così facile essere genitori. Qualcuno pensa che avere figli significhi più stress che felicità.

A chi dare ragione? Noi vogliamo parlarvi di tre studi che dimostrano che i genitori, ed in particolare i padri, sono più felici di coloro che non hanno figli!

Un team di psicologi provenienti dalle prestigiose University of California, University of British Columbia e Stanford University si sono riuniti nel 2013 per cercare di scardinare l’idea (diffusa tra genitori e non) che avere figli significhi avere più stress che gioie.

genitori feliciIl primo degli studi effettuati ha raccolto dati da un campione molto eterogeneo di cittadini statunitensi. La raccolta dei dati è stata effettuata più volte a distanza di anni, così da assicurarsi che lo stress/gioia di essere genitori non fosse influenzato da specifiche condizioni del momento (come un boom economico o una crisi). Ai partecipanti veniva chiesta l’età, lo stato coniugale e se e quanti figli avessero; infine a tutti i partecipanti veniva chiesto “tutto sommato quanto ti senti soddisfatto della tua vita? Considerando una visione d’insieme, diresti di essere una persona felice?”. I risultati del primo studio riportano che rispetto ai non-genitori, i genitori riportano punteggi più alti di soddisfazione, felicità e senso di essere importante al mondo; inoltre all’aumentare del numero di figli aumentava anche la soddisfazione dei genitori.




Il secondo studio è molto simile al primo ma ha prestato maggiore attenzione alla soddisfazione quotidiana e non a quella complessiva. I partecipanti a questo studio non hanno svolto un’intervista ma gli è stato chiesto di compilare individualmente un questionario online ogni giorno. Nel questionario venivano presentate domande circa il benessere al momento della compilazione e quello globale. I risultati di questo studio confermano quello precedente e dimostrano, inoltre, che il benessere riportato dai genitori rispetto agli adulti senza figli non riguarda solo una valutazione complessiva ma la soddisfazione e la felicità sono maggiori anche quando valutate giorno per giorno.

Il terzo ed ultimo studio è stato dedicato esclusivamente ai genitori per valutare se la soddisfazione che percepiscono quotidianamente sia legata esclusivamente ai momenti di interazione con i figli, ad attività fuori le mura domestiche oppure ad entrambe le attività. Con l’aiuto dei ricercatori, i genitori erano invitati a ricordare ed elencare minuziosamente ciò che avevano fatto nella giornata precedente; dopo aver passato in rassegna le azioni svolte nelle ventiquattro ore precedenti ogni mamma e papà doveva indicare quale emozione e reazione affettiva aveva provato in quel preciso momento. Confrontando le diverse situazioni è emerso che, durante la cura dei propri figli, i genitori provano emozioni più positive e sostengono di sentirsi molto più utili e influenti nella loro vita.

Insomma, essere genitori non sarà certo un’impresa facile ma rende la vita più felice e soddisfacente!

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Oggi è difficile, se non impossibile, definire con precisione come funziona una famiglia dal momento che esistono coppie separate, famiglie allargate, mamme in carriera e uomini che chiedono la paternità al posto delle compagne. Insomma, quella che era una distanza insormontabile tra i doveri di una madre e quelli di un padre si sta sempre più riducendo e forse in un futuro non molto lontano non ci saranno più differenze. Quali sono le conseguenze dei cambiamenti a cui stiamo assistendo all’interno della famiglia? Destabilizzano i bambini? O trasmettono loro un’idea più paritaria dei compiti che devono rivestire i due genitori? In uno studio del 2012 la Dottoressa Alyssa Croft , della British Columbia University, è arrivata alla conclusione che i ruoli rivestiti dai genitori in casa abbiano un fortissimo impatto sulle aspirazioni dei bambini e delle bambine rispetto ciò che vogliono fare da grandi. In particolar modo la disuguaglianza fra i due generi sarebbe alla base di un sistema futuro in cui le donne continueranno ad essere penalizzate anche al lavoro.

È stato chiesto a 326 bambini tra i 7 e i 13 anni e ai loro genitori di rispondere a domande rispetto alle loro credenze circa i ruoli di genere ovvero ciò che secondo loro spetta a una mamma/moglie e cosa al papà/marito. In un secondo momento, è stato chiesto ai genitori quanto si considerassero partecipi nelle faccende di casa, quante ore lavorassero ogni giorno e quanti soldi percepissero di stipendio. I risultati mostrano come, rispetto agli uomini, le donne dichiaravano di occuparsi della maggior parte dei lavori domestici, lavoravano per un numero di ore simile ma con un salario significativamente inferiore. Nell’ultima fase dello studio i ricercatori hanno chiesto ai bambini di parlargli delle loro aspirazioni per il futuro, cioè di cosa vorrebbero fare da grandi e infine sono state confrontate le risposte dei bambini con quelle dei loro genitori.

Qual è l’effetto di questa disuguaglianza sui nostri figli?

Le madri che avevano manifestato espressamente un’idea molto stereotipata delle differenze di genere (ovvero l’uomo più forte, che si deve occupare del lavoro e la donna che invece ha come compiti la cura della casa e della famiglia) erano quelle i cui figli avevano idee più stereotipate rispetto agli altri bambini; come ad indicare che le nostre convinzioni, soprattutto se espresse esplicitamente, hanno un fortissimo impatto sulle convinzioni e aspettative dei nostri bambini. Quando i padri4269258845_614e20f861_z riportavano una suddivisione dei lavori domestici più equa con la propria compagna le loro figlie femmine dimostravano di essere più propense a lavorare fuori di casa e ambivano a ruoli “meno tipicamente femminili”. In accordo con quanto sostenuto dalla dottoressa Croft, concludiamo dicendo che una distribuzione più equilibrata dei doveri e dei ruoli all’interno della famiglia rappresenta una condizione auspicabile non solo per noi genitori ma anche per i nostri bambini, perché un giorno possano sentirsi liberi di poter scegliere il ruolo che ritengono più adatto per loro, indipendentemente dagli stereotipi.

 

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L’obesità infantile è un problema sempre più comune nella nostra società. L’obesità è chiaramente il risultato di un alimentazione eccessiva o non equilibrata. La soluzione più ovvia sembrerebbe quella di far seguire al bambino una dieta equilibrata, magari accompagnata da un’attività fisica. In realtà, l’obesità non è un problema prettamente alimentare, ma sottende importanti difficoltà dal punto di vista psicologico.

Rimke C. Vos, una giovane psicologa olandese, in uno studio del 2011 ha dimostrato come la semplice dieta sia poco o per nulla efficace nell’obesità infantile, mentre la psicoterapia cognitivo comportamentale), andando ad intervenire sugli aspetti psicologici, si sia rivelata di gran lunga più efficace.

obesità infantile Lo studio ha coinvolto un gruppo di bambini con problemi di obesità, tutti con un livello di obesità simile, calcolato tramite l’indice di massa corporea (BMI). Successivamente i bambini sono stati divisi in due gruppi: il primo gruppo è stato sottoposto ad una psicoterapia cognitivo comportamentale; mentre al secondo gruppo sono state fornite delle indicazioni circa l’alimentazione equilibrata e l’attività sportiva consigliata da svolgere. Anche i genitori dei bambini sono stati coinvolti nell’esperimento ed è stato chiesto a loro e ai loro figli di compilare un questionario per valutare il livello di qualità della vita (Health Related Quality of Life, HRQOL). Il trattamento è durato tre mesi e dopo un anno dall’esperimento entrambi i gruppi di bambini sono stati ricontattati per compilare nuovamente il questionario e verificare i risultati dei due tipi di interventi.

Quali conclusioni ha riportato lo studio?

Innanzitutto non solo i bambini ma anche i loro genitori avevano una qualità della vita molto più bassa rispetto a quelli dei bambini e dei genitori di figli normopeso. I due gruppi di bambini non mostravano grandi differenze immediatamente dopo aver partecipato ai due diversi interventi ma le differenze sono emerse un anno dopo. I bambini che avevano partecipato alla psicoterapia avevano una qualità di vita più elevata, una maggiore autostima ed una migliore percezione delle proprie abilità fisiche, ma soprattutto erano riusciti a perdere molto peso, abbassando notevolmente l’indice di massa corporea. Il secondo gruppo, che aveva ricevuto solo indicazioni su una dieta equilibrata ed una corretta attività fisica, non aveva ottenuto simili progressi, rimanendo sostanzialmente nella condizione in cui era più di un anno prima. Dopo 12 mesi anche i genitori dei bambini che avevano partecipato alla psicoterapia riportavano un grande miglioramento nel livello di qualità della vita, indicando come l’obesità sia un problema che non riguarda un solo il singolo bambino ma ricade anche sulla famiglia. Ovviamente, quando i figli stanno meglio migliorano anche i genitori.

Questo studio è solo uno dei tanti che vengono realizzati per cercare di capire come affrontare e superare il problema dell’obesità infantile ma ci è utile per capire che l’obesità può rappresentare un vero fardello per il bambino e per la sua famiglia perché intacca la percezione del proprio corpo, l’autostima e le relazioni con gli altri tanto da rendere la vita più difficile e meno piacevole. In ultimo, l’obesità non è un problema che si risolve spontaneamente e che non voler affrontare la situazione o rimandare ogni intervento porterà difficilmente a qualche tipo di risultato.

 

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Vi è mai capitato di osservare i vostri bambini parlare da soli dicendo cose del tipo “non devo far cadere il bicchiere sennò la mamma si arrabbia” oppure “adesso mi allaccio le scarpe e poi esco a giocare”? E se vi stavate chiedendo se fosse tutto normale o fosse meglio intervenire, sappiate non c’è nulla di male e che il dialogo interiore può essere uno strumento molto utile per il bambino, soprattutto per imparare a controllare i propri comportamenti. Ecco 5 buone ragioni per lasciare che il vostro bambino faccia due chiacchiere con sé stesso:

1# Aiuta a decidere come comportarsi. Gli eventi di per sé non sono completamente positivi o completamente negativi, molto dipende dalla nostra reazione ovvero se vogliamo comportarci come di fronte a una tragedia o a un’occasione per imparare. Mentre gli adulti riflettono sulle situazioni senza bisogno di parlare, molto spesso i bambini utilizzano il dialogo con sé stessi per stabilire come comportarsi, magari ripetendosi quello che spesso gli viene detto da un adulto. Ad esempio, dopo un litigio con un compagno potrebbe capitare di sentire nostro figlio dire: “mi sa che sono stato un po’ cattivo, forse è meglio se vado a chiedere scusa”.

737711334_aa3ea6f193_o2# Serve a ricordare meglio le cose. E’ risaputo che a volte i bambini sono un po’ distratti e spesso la loro vivacità li porta a prestare poca attenzione. Ripetere tra sé e sé una cosa aiuta a ricordarla meglio senza paura di dimenticarla (è un trucco che usano spesso anche gli adulti). Se insegniamo ai bambini ad utilizzare il dialogo interiore otterremo certamente più risultati che ripetendogli le cose infinite volte. “Devo ricordarmi di dire al papà che la cena è pronta”.

3#Permettono di capire cosa pensano i bambini. Il dialogo interiore rappresenta una comunicazione intima e spontanea che il bambino ha con sé stesso. Ascoltando ciò che i nostri figli si dicono possiamo capire molto di ciò che davvero pensano e che a volte hanno timore di dire ai genitori. Il dialogo interno rispecchia molto la personalità del bambino. Se nostro figlio ha una bassa stima di sé potrebbe capitare di sentirlo ripetersi “sono un buono a nulla, anche questa volta ho fatto un disastro!”

4#Mantiene allenata la fantasia. Attraverso il dialogo interno il bambino inventa storie o personaggi con i quali passare il tempo e divertirsi. Non solo nostro figlio si abituerà a ritagliarsi degli spazi tutti suoi senza aver bisogno di essere controllato continuamente dai genitori, ma attraverso questi giochi saprà passare il tempo senza bisogno di game-boy, wii o ipad. Un bambino che sa giocare da solo, senza bisogno di troppi stimoli esterni, è un bambino che sa adattarsi a molteplici situazioni, dal viaggio in macchina a una cerimonia o l’attesa nello studio del dentista.

5#Dà conforto al bambino quando è solo. Quando i nostri figli sono in difficoltà o hanno paura solitamente si rivolgono ai genitori o alle maestre. Cosa succede però quando si trovano di fronte a situazioni impreviste e noi non siamo con loro? Le opzioni sono due: o scoraggiarsi e spaventarsi oppure provare a affrontare le paure/difficoltà da soli. Ripetersi “non ho paura del buio, sono un bambino grande” può davvero aiutare nostro figlio a superare la paura del buio e entrare in una stanza anche se noi non ci siamo.

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