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“ancora una partita e poi spengo il pc…” ed ecco che dopo due ore siamo ancora davanti al computer. Cosa sta succedendo?

Potremmo avere una cosiddetta “Dipendenza da Internet” (in inglese Internet-addiction): una condizione di incapacità a limitare l’utilizzo di Internet, che nel più serio dei casi finisce per dare problemi nella vita sociale, scolastica, lavorativa o finanziaria. Una persona con dipendenza da internet (come qualsiasi altra dipendenza patologica, del resto) infatti finisce con il passare così tanto tempo al computer che può arrivare a trascurare i suoi affetti, e nei casi più gravi anche a perdere il lavoro o anni di scuola.
Diviene dunque di fondamentale importanza comprendere quali caratteristiche psicologiche si riscontrano in coloro che utilizzano massicciamente internet, in particolare distinguendo tra coloro che hanno sviluppato una Internet-addiction da chi invece mantiene un sano equilibrio tra vita online ed offline.

A questo scopo un gruppo di ricercatori dell’Università di Berlino ha condotto uno studio, proponendo ad un campione di giocatori adulti coinvolti in un gioco di strategia disponibile all’interno di Facebook, “Combact zone”, un sondaggio per misurarne le variabili socio-demografiche, psicopatologiche ed il tasso di dipendenza da Internet.

 

Che caratteristiche psicologiche ha una persona internet-dipendente?
Circa un sesto dei partecipanti coinvolti (totale 370 persone) rientrava nei criteri per la dipendenza da Internet, secondo le risposte fornite ad un questionario standardizzato (Internet Addiction Test): infatti, la loro routine quotidiana e le loro situazioni sociali, occupazionali ed emozionali venivano influenzate in maniera consistente dall’utilizzo di Internet.
Queste persone riportavano inoltre un maggior numero di sintomi depressivi, una più bassa qualità di vita ed una prevalenza dei sintomi di Alessitimia.
L’Alessitimia (letteralmente “Mancanza di parole per le emozioni”) in particolare, è una difficoltà nell’identificare e descrivere emozioni proprie ed altrui. Le persone alessitimiche faticano a distinguere i sentimenti dalle sensazioni fisiche, ed hanno uno stile cognitivo orientato esternamente (cioè focalizzano la loro attenzione all’esterno piuttosto che sulla loro vita interiore).

Quali sono le cause?
Ad oggi tuttavia, rimane ancora poco chiaro se sia l’alessitimia a portare alla dipendenza da Internet, o se invece la relazione sia inversa, ovvero persone che passano molto tempo al pc e nei giochi di ruolo diventino col tempo e con l’isolamento sociale incapaci di riconoscere le emozioni proprie ed altrui. Allo stesso modo, i dati raccolti in questo studio confermano ricerche precedenti in cui era stata individuata una relazione tra un uso problematico di Internet e livelli di depressione, senza però chiarirne la direzionalità. Difatti, potrebbe essere che pazienti depressi cerchino di alleviare i propri sintomi attraverso un eccessivo uso di giochi nei social network, così come un utilizzo patologico di Internet potrebbe provocare sintomi depressivi.

Qual è l’utilità di queste scoperte?
Quanto emerso da questo studio, tuttavia orienta nella comprensione delle patologie più comuni negli adulti che convivono con una dipendenza da Internet, considerando lo specifico caso di giocatori all’interno dei social network. Difatti, una maggior comprensione dei possibili quadri clinici che accompagnano questo tipo di dipendenza, diventa di estrema importanza nel momento in cui si passa al trattamento, ed in tal senso alcune tecniche cognitivo-comportamentali sembrano essere le più promettenti.

 

 

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I traumi psicologici sono purtroppo ad oggi molto diffusi nel mondo, e le cause possono essere le più disparate: dagli attacchi terroristici agli incidenti automobilistici. Molte persone di fronte a questi eventi catastrofici sviluppano quelle che dal DSM V, il principale manuale diagnostico dei disturbi mentali, vengono denominate “memorie intrusive e ricorrenti dell’evento traumatico”. Tali tipi di ricordi sono elementi costitutivi della sindrome da stress post-traumatico (PTSD), disturbo che si verifica subito dopo un trauma. I modi per intervenire nel modulare la persistenza di questi ricordi non sono ancora stati capiti, soprattutto perché le sensazioni emotive provate durante l’evento si consolidano in memoria molto in fretta, entro le sei ore. Dopodichè nel ricordo interviene il riconsolidamento mnestico, quel processo mediante il quale il ricordo (come quello di un episodio scioccante) viene riattivato da un qualsiasi indizio (il rivedere la scena traumatica, ad esempio) e questo ricordo diviene malleabile. Questo tipo di riconsolidamento è un processo naturale della nostra mente, ed è necessario affinchè il ricordo persista in memoria. I cambiamenti nella memoria si possono attuare proprio durante questo processo. Nel passato, le tecniche usate per modificare i ricordi erano spesso invasive, come ad esempio interventi farmacologici o elettroshock. Così, alcuni ricercatori di Cambridge, attraverso un esperimento, hanno messo a punto una tecnica cognitiva non invasiva per attenuare tali ricordi.

L’esperimento

STEP 1: Il primo giorno ai 52 partecipanti all’esperimento, studenti e lavoratori, venne data l’istruzione di guardare un filmato violento, da soli, in una stanza buia.

STEP 2: Il secondo giorno gli stessi partecipanti venivano casualmente divisi in due gruppi: nel primo, i partecipanti rivedevano alcune scene traumatiche del film, e successivamente giocavano a tetris; al secondo, il gruppo di controllo, venne dato da svolgere un semplice compito riempitivo e venne detto di aspettare finché l’altro gruppo non avesse finito.

STEP 3: Per i sette giorni seguenti, entrambi i gruppi continuarono a rievocare le scene violente viste nel filmato e a riportarle in un diario.

STEP 4: Il settimo giorno vennero tutti sottoposti nuovamente alla visione dei contenuti traumatizzanti del film e, successivamente, dovettero compilare un test che misurava il livello di intrusività dei ricordi.

 

I risultati

I risultati suggeriscono che il numero di ricordi intrusivi riguardanti il film era identico per tutti i partecipanti prima dell’intervento del giorno 2. Successivamente però, il primo gruppo, che aveva avuto modo di riattivare in memoria le immagini violente e di concentrarsi subito dopo in un compito (il Tetris) che nulla c’entrava con il video mostrato, registrava un significativo decremento delle memorie traumatiche rispetto al secondo gruppo. Insomma, i ricordi intrusivi permanevano nei giorni successivi nella mente del secondo gruppo di partecipanti (il gruppo di controllo) ma non nel primo.

Ma perché giocare a tetris subito dopo aver riattivato in memoria le immagini violente, permette di ridurre la quantità di ricordi intrusivi? La chiave sta nel fatto che un qualsiasi compito visuospaziale, come il Tetris, svolto dopo un evento, può interferire retroattivamente con il consolidamento in memoria di tale evento. Come spiegato prima, quando è in atto il processo di riconsolidamento, in cui la scena traumatica viene riattivata, la memoria è molto malleabile: svolgere un compito durante tale processo influenza e cancella i ricordi traumatici precedenti.

Al di là dell’esperimento, questa scoperta ha dato alla psicologia un enorme apporto, perché per la prima volta si è dimostrato che è possibile ridurre ricordi intrusivi derivanti dalla visione di un film violento attraverso metodi cognitivi, assolutamente non invasivi. Il prossimo passo sarà mettere in pratica quanto scoperto, al fine di aiutare persone che con i ricordi traumatici, provenienti dalla vita reale (e non da un semplice film), ci convivono tutti i giorni.

 

Bibliografia: Computer Game Play Reduces Intrusive Memories of Experimental Trauma via Reconsolidation-Update Mechanisms, E. J. James e coll., Psychological Science, 2015, 1201-1215

 

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