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La nostra alimentazione viene regolarmente influenzata da scelte che nulla hanno a che fare con il nostro palato: possono influire motivi religiosi (ad esempio, un ebreo seguirà la dieta kosher e un musulmano seguirà una dieta halal), estetici (chi vuole dimagrire seguirà una dieta per perdere peso), etici (chi non vuole nuocere agli animali seguirà una dieta vegetariana o vegana), infine culturali (in alcune zone del mondo ad esempio si consumano insetti, mentre noi li consideriamo disgustosi). Indipendentemente dalle ragioni, seguire una dieta che si discosta dalla maggioranza della popolazione che ci circonda, potrebbe modificare l’opinione che gli altri hanno di noi. Il consumo di cibo può essere infatti utilizzato strategicamente come “biglietto da visita”, sia in base al tipo che alla quantità di cibi consumati. Ad esempio, è stato dimostrato che chi mangia cibi “spazzatura” viene giudicato in modo più negativo rispetto a chi consuma cibi sani.




Margareth Thomas, una ricercatrice statunitense, ha cercato di rispondere con uno studio sperimentale a una domanda particolare: è vero che gli uomini che seguono una dieta vegetariana o vegana sono percepiti dagli onnivori come meno mascolini rispetto a quelli che mangiano carne?
Innanzitutto bisogna dire che molti cibi sono associati ad una percezione o stereotipo di genere: la carne sembra essere più associata agli uomini, mentre, ad esempio, le insalate alle donne. Numerose ricerche sono già state condotte in questo campo, portando però a risultati discordanti.

La Thomas ha quindi voluto approfondire come l’assunzione di determinate tipologie di cibo possa influire sul modo in cui la persona viene percepita, con una serie di quattro esperimenti.

Nel primo esperimento, ai partecipanti (74 uomini e 63 donne onnivori) venivano mostrate delle vignette corredate da brevi descrizioni, ad esempio “a Jacob/Jessica piace andare al cinema, ascoltare musica e camminare in montagna nel tempo libero.”
Nella condizione “Vegetariano”, la storia proseguiva così: “Jacob/Jessica segue una dieta vegetariana molto variata che include frutta, verdura, formaggio, uova e cereali (ma non carne o pesce)”
Nella condizione “Onnivoro”, la storia diceva “Jacob/Jessica segue una dieta onnivora molto variata che include frutta, verdura, formaggio, uova, cereali, carne e pesce)”
Ai partecipanti veniva chiesto poi di valutare come giudicassero il personaggio descritto in base a 12 aggettivi, tra i quali: mascolino, amichevole, attento alla salute, indipendente etc.
Questo primo esperimento ha dimostrato che i partecipanti non percepivano i vegetariani come meno mascolini rispetto agli onnivori. Questo effetto potrebbe essere dato però dal fatto che la dieta vegetariana include una assunzione quotidiana di cibi grassi (formaggi, uova) che sono solitamente associati ad alti livelli di mascolinità.




Nel secondo esperimento, eseguito su un campione più ampio di soggetti e inserendo nelle descrizioni anche una dieta di tipo vegano (senza carne, latticini e uova), la Thomas dimostra che la percezione di mascolinità per vegetariani e vegani è simile, ma che i partecipanti maschi giudicavano i vegetariani e vegani come meno mascolini rispetto ai partecipanti femmine. Attraverso la comparazione di questa ricerca con ricerche passate, si deduce quindi che la percezione dei vegetariani è più variabile, e che quindi aggiungere la variabile “vegano” può dare maggiori informazioni in merito alle percezioni di genere.

Nel terzo studio la Thomas, inserendo nuove variabili, dimostra ulteriormente che l’essere vegani comporta una mascolinità percepita minore rispetto agli onnivori. 

In un quarto esperimento infine, la Thomas chiarisce un ulteriore punto: è la dieta vegana in sé che fa percepire gli uomini come meno mascolini o è la scelta etica di essere vegani? In questo caso, utilizzando la stessa procedura descritta sopra, ha descritto ai partecipanti due tipi di individui:
-vegano per scelta “Jacob/Jessica, a causa delle sue convinzioni personali, segue una dieta senza carne né derivati animali come latticini e uova…”
-vegano per necessità “Jacob/Jessica, a causa dei suoi problemi digestivi, segue una dieta senza carne né derivati animali come latticini e uova…”
I risultati di questo ultimo esperimento indicano che è la scelta dell’essere vegetariano che diminuisce il livello di mascolinità percepita nei partecipanti. Quindi, non sono gli uomini vegani o vegetariani in quanto tali ad essere percepiti come meno mascolini, ma sono quelli che scelgono di esserlo per motivi etici.

Attraverso questi quattro studi emerge la conferma che la scelta del tipo di dieta può influire sull’opinione che gli altri hanno di noi, confermando la rilevanza del tipo di alimentazione nell’immagine che diamo agli altri e di conseguenza sulla nostra identità. Future ricerche investigheranno ancora meglio questo argomento.




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Articolo originale
M.A. Thomas. Are vegans the same as vegetarians? The effect of diet on perceptions of masculinity. Appetite 97 (2016), 79-86.



 

Uno dei fattori (anche se ovviamente non l’unico) considerati cruciali per l’origine dei disturbi alimentari nelle ragazze è il loro rapporto con la madre. È indubbio infatti che l’importanza dell’aspetto fisico, così come quella di altri valori, siano trasmessi più o meno consapevolmente dai genitori ai figli.

LA RICERCA. Per cercare di comprendere quanto le madri possano influenzare le figlie in questo senso, in uno studio statunitense sono state seguite nel tempo 86 ragazze di età compresa tra gli 11 ed i 13 anni. Questa ricerca voleva comprendere se alcuni comportamenti delle madri in ambito alimentare potessero influenzare quello delle figlie. In particolare sono stati considerati l’incoraggiamento materno a seguire una dieta e la condivisione delle preoccupazioni per il proprio peso da parte delle madri, indagando gli effetti che questi possono avere sulle abitudini alimentari, la ricerca incessante di perdere peso e l’insoddisfazione verso il proprio corpo provata dalle figlie.
Una valutazione di questi indici è stata condotta annualmente su tutte le partecipanti allo studio insieme al calcolo del BMI (Body Mass Index, ovvero il rapporto tra il peso e il quadrato dell’altezza). La scelta di considerare l’età adolescenziale non è casuale, in quanto la prima adolescenza è un periodo in cui l’insoddisfazione per il proprio corpo e le preoccupazioni legate al peso aumentano, divenendo così una fase particolarmente a rischio per lo sviluppo di disturbi alimentari.




I RISULTATI. I risultati hanno dimostrato che le adolescenti con minor insoddisfazione corporea, minor tendenza a raggiungere un’ideale di magrezza e abitudini alimentari corrette erano coloro le cui madri non le spingevano a perdere peso e che meno frequentemente si confrontavano con loro riguardo alle preoccupazioni per la propria forma fisica.
Tra le adolescenti che invece ricevevano un incoraggiamento da parte della madre a seguire una dieta, gli effetti negativi venivano attutiti quando la madre stessa condivideva con la figlia le preoccupazioni riguardo al proprio peso corporeo. Si può quindi ipotizzare che in un contesto in cui le madri incoraggiano le proprie figlie a fare una dieta, riconoscendo e condividendo al contempo le proprie preoccupazioni, le figlie potrebbero sentire che il problema non è solamente sul proprio peso. Questa combinazione di comportamenti crea una sensazione di solidarietà o coesione emozionale che potrebbe aiutare a far diminuire le sensazioni negative che emergono invece quando una madre incoraggia la figlia a perdere peso senza nessuna condivisione delle proprie preoccupazioni alimentari.

COSA SIGNIFICA? Questi risultati non significano che il comportamento di condivisione delle preoccupazioni sul peso sia sempre benefico per le ragazze adolescenti. Tuttavia, ci dicono invece che una sua presenza piuttosto che assenza può portare dei benefici alle figlie le cui madri sono particolarmente inclini a promuovere l’adesione a diete e la perdita di peso. In pratica, sarebbe meglio non incoraggiare le ragazze a mettersi a dieta, tuttavia tra le madri che lo fanno, quelle che condividono una complicità con le figlie sono meno a rischio di indurre comportamenti dietetici pericolosi, rispetto alle mamme che non rendono partecipi le figlie riguardo le proprie ansie sul peso.
Questo studio evidenzia le importanti implicazioni per gli effetti che il contesto familiare può avere sui problemi alimentari delle ragazze. Date le gravissime conseguenze legate all’incessante ricerca della magrezza e l’insoddisfazione per la propria immagine corporea che possono caratterizzare le ragazze nella prima adolescenza, è d’obbligo per i genitori una comprensione del modo più appropriato con cui affrontare con i propri figli le questioni legate al peso ed alla forma corporea.




Articolo Originale
Hillard et al. In it together: Mother talk of weight concerns moderates negative outcomes of encouragement to lose weight on daughter body dissatisfaction and disordered eating. Int J Eat Disord. 2015, in stampa.

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“Uffa! Che cosce enormi che ho!”
“Non me ne parlare, io sto diventando una mongolfiera, guarda che pancia!”

Conversazioni di questo tipo tra amiche non sono poi così rare, anzi sono così diffuse e di non trascurabile rilevanza che hanno assunto una denominazione particolare: si tratta di “Fat Talk”. Sotto questo termine si raccolgono tutte quelle affermazioni denigratorie verso il proprio aspetto fisico, che tacitamente promuovono l’ideale di magrezza. Tali affermazioni, in apparenza così normali e poco pericolose, nascondono invece degli effetti importanti sia verso chi le pronuncia che verso chi partecipa attivamente a conversazioni che facilmente si sviluppano attorno ad un tale argomento.




La ricerca.
Uno studio ha indagato sperimentalmente il ruolo del Fat Talk nelle relazioni amicali, cercando in particolare di rispondere alla domanda: è possibile che il Fat Talk promuova l’insorgere di alcuni correlati dei disturbi dell’alimentazione quali l’interiorizzazione dell’ideale di magrezza, l’insoddisfazione corporea, il malumore, e l’intenzione di mettersi a dieta?

43 coppie di amiche tra i 17 ed i 25 anni sono state invitate a presentarsi nei laboratori della University of Queensland per partecipare a uno studio a loro presentato con il nome “Chattare con le amiche”. Al loro arrivo, la coppia di amiche veniva separata, ogni donna veniva fatta accomodare in una cabina con un computer in cui era predisposta la finestra di una chat. Ogni partecipante era istruita ad utilizzare la chat per commentare con l’amica 20 foto di alcune celebrità presentate una alla volta, veniva inoltre detto loro che il computer avrebbe assegnato casualmente ad una delle due amiche il ruolo di promotrice della discussione, mentre l’altra amica avrebbe potuto solamente replicare al messaggio ricevuto. In realtà, entrambe le partecipanti erano poste in quest’ultima condizione così da rispondere a commenti già predisposti dallo sperimentatore, ignare di ciò entrambe le partecipanti credevano che i commenti provenissero dall’amica. I commenti erano di tre tipi così da creare tre diverse condizioni:
condizione neutrale: commenti che non riguardavano l’aspetto fisico, esempio: “Che attrice straordinaria!”
condizione di Fat Talk: commenti che esplicitamente valutavano la magrezza o esprimevano insoddisfazione corporea, esempio: “Sta proprio bene da quando ha perso un po’ di chili!” “Dovrei stare più attenta a quello che mangio!”
condizione positiva: commenti caratterizzati da accettazione e soddisfazione per il proprio aspetto fisico, come: “Che bella quella gonna! Mi starebbe benissimo!”
Conclusa questa fase, ogni partecipante compilava dei questionari che andavano a misurare il grado in cui erano presenti vari aspetti quali: malumore, interiorizzazione dell’ideale di magrezza ed intenzione di mettersi a dieta, ed un questionario volto ad indagare le “norme” esistenti all’interno del gruppo amicale riguardo al Fat Talk con domande del tipo: “Quanto spesso le ragazze nel tuo gruppo parlano di suggerimenti per diete/perdita di peso?” “In che modo le tue amiche sono insoddisfatte del proprio peso/forma corporea?”




Quali risultati?
I correlati dei disturbi alimentari rilevati attraverso i questionari erano presenti in maniera significativamente maggiore tra coloro che erano coinvolte in commenti riconducibili alla categoria dei Fat Talk rispetto a coloro che erano esposte a commenti positivi verso il proprio aspetto fisico o commenti neutrali. Di particolare interesse è l’osservazione che le donne che osservavano le proprie amiche commentare con Fat Talk ma che evitavano di rispondere con lo stesso genere di affermazioni, non manifestavano effetti negativi sul proprio benessere; coloro che invece partecipavano attivamente alla conversazione rispondendo a loro volta con commenti di insoddisfazione verso il proprio aspetto fisico, riportavano un’aderenza maggiore a caratteristiche tipiche dei disturbi alimentari. Le persone che non fomentano discussioni attorno all’insoddisfazione corporea riportano dei benefici registrando maggior benessere, ma devono pagare dei costi in termini “sociali”. Vi è infatti una “funzione sociale dei Fat Talk” per cui donne che aderiscono maggiormente all’ideale espresso dal gruppo conformandovisi, vengono valutate più positivamente rispetto a chi se ne discosta, ad esempio in gruppo pro-Fat Talk astenendosi dal pronunciare affermazioni di questo genere.

Il Fat Talk diventa così un mezzo attraverso il quale all’interno del gruppo amicale si crea un clima in cui l’insoddisfazione ed il malcontento verso il proprio corpo vengono perpetuati, svolgendo un ruolo causale nella promozione di atteggiamenti che favoriscono l’insorgere di disturbi alimentari. Ne deriva che modificare una tale modalità di comunicazione porterà dei benefici non solo in termini personali ma anche per l’intero gruppo amicale, anche se ciò potrebbe avere l’effetto paradossale di ridurre la qualità percepita delle relazioni amicali stesse.

Articolo Originale:
Cruwys et al. An experimental investigation of the consequences and social functions of fat talk in friendship groups. Int J Eat Disord. 2015 (in stampa).

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