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“Iperdotazione Cognitiva – Quando l’eccellenza diventa diversità”

Dott. David Polezzi

Udine • Sabato 14 maggio 2016, h. 9.30 – 18.30

Locandina workshop Iperdotazione CognitivaWorkshop sull’Iperdotazione Cognitiva, che si tiene a Udine con il Dott. David Polezzi. L’iperdotazione cognitiva è la condizione per cui un individuo presenta delle abilità intellettive marcatamente superiori alla media (QI pari o superiore a 130). Tale condizione interessa il 2,28% della popolazione generale. Nel nostro paese, la scuola e le istituzioni si sono largamente occupate dei bambini con vari tipi di deficit (ritardo mentale, DSA) o con bisogni educativi speciali (BES), mentre è tutt’oggi largamente trascurata quella parte di popolazione che si differenzia per un’abbondanza di capacità e non per una carenza. Il nostro paese rimane l’unico paese europeo in cui non esiste alcuna legislazione che sia in grado dii valorizzare l’eccellenza, anzichè il deficit, in ambito cognitivo. L’unico contesto italiano in controtendenza rispetto a questo dato è la Regione Veneto che ha promosso un programma di informazione e valorizzazione dell’iperdotazione cognitiva nella scuola e nelle famiglie, denominato “Education To Talent”. Tipicamente, i bambini o gli adolescenti con tale peculiarità presentano delle disarmonie evolutive, mostrando cioè gradi di maturazione differenti nei vari ambiti di personalità. Rivelando, ad esempio, abilità cognitive eccellenti ma una gestione delle emozioni marcatamente immatura rispetto all’età cronologica. Molti rivelano importanti difficoltà di adattamento e il 20% sviluppano disturbi psicopatologici. Inoltre, è importante ricordare come, all’interno della popolazione degli iperdotati, l’insuccesso scolastico sia sorprendentemente diffuso. A dispetto della dimensione, nel nostro paese tale condizione rimane pressoché sconosciuta e ignorata. Il presente workshop propone una giornata formativa rivolta a insegnanti che permetta di identificare i bambini con tali caratteristiche e fornisca alcune indicazioni sulla gestione in classe.



Destinatari del workshop

Il workshop è aperto agli insegnanti. Al termine del corso verrà rilasciato un regolare attestato di partecipazione.



Quote di partecipazione

  • Quota standard: 120 euro;
  • Allievi ed ex-allievi dell’Istituto Miller: 80 euro.

Il workshop si svolgerà nell’Aula didattica  presso “Enaip – Area Comunicazion & Net Learning
in Via Leonardo da Vinci,27 Pasian di Prato – Udine

Programma Formativo

  • Cos’è l’iperdotazione cognitiva; 
  • Le caratteristiche degli iperdotati;
  • I falsi miti sull’iperdotazione cognitiva;
  • Metodi di identificazione e illustrazione di alcuni casi reali;

13.00/14.00 Pausa pranzo

  • Criticità peculiari nell’iperdotazione cognitiva;
  • Dalla dotazione alle abilità, come l’iperdotazione può diventare talento;
  • La gestione in classe degli iperdotati: Accelerazione;
  • La gestione in classe degli iperdotati: Arricchimento.



Iscrizione

Per iscriversi rimandiamo alla  pagina dei contatti dell’ Istituto Miller.



Essere genitori rappresenta un compito importante e delicato. I genitori sono le persone che i bambini osservano più spesso, le persone di cui si fidano, coloro da cui ricevono apprezzamenti e rimproveri. L’impatto che i genitori possono avere sulla vita dei propri figli è quindi molto rilevante. Ecco alcuni “trappole” in cui è facile cadere:




1-La trappola dell’escalation

La trappola dell’esclation può avvenire in due diversi modi. Il primo è quando l’escalation avviene da parte del bambino. Immaginiamo che un bambino chieda di mangiare una merendina nel pomeriggio e il genitore risponda: “No, tra poco ci mettiamo a tavola per cena”. Per tentare di ottenere ciò che vuole, il bambino può iniziare una serie di comportamenti di protesta (piangere, urlare, controbattere, chiedere con insistenza, etc, ) che aumentano gradualmente di intensità. Di fornte a questa escalation a volte il genitore acconsente alla richiesta, pensando che di fronte ad un comportamento del genere non ci fosse altro modo di fermarlo.

Ma ciò che il bambino ha imparato è che per ottenere una merendina (o un videogioco, o il permesso di andare fuori, etc.) occorre urlare, piangere, strillare sempre più forte. Questo significa che ogni volta che il bambino si roverà di fronte ad un NO, inizierà un escalation di questo tipo, sicuro di riuscire ad ottenere ciò che vuole.




L’escalation può avvenire anche in direzione opposta. Immaginiamo per esempio che un genitore dica al figlio: “Lavati le mani perché tra un po’ andiamo a tavola”. Il bambino sta guardando la TV, o giocando con un videogioco, e risponde di si, ma continua a giocare. Allora il genitore, lo chiede di nuovo. Poi ancora una volta. Infine, il genitore si mette ad urlare e sarà visibilmente arrabbiato. A questo punto, il bambino smette di giocare e va in bagno a lavarsi le mani.

Ciò il bambino può aver capito è che non deve davvero fare qualcosa, fintanto che il genitore non alza la voce. In altre parole, ciò che i genitori dicono tranquillamente può essere ignorato. Il problema qui consiste nel fatto che il genitore impara che l’unico modo per essere obbedito è alzare la voce.

2- La trappola del “E’ solo un periodo, poi passa…”

Un’altra trappola in cui i genitori possono cadere è quella di notare dei comportamenti problematici da parte di un figlio e di sperare che (spontaneamente) si risolvano da soli. Spesso un genitore può pensare, “è solo una fase, poi passa…”.

Questo può accadere quando il figlio è aggressivo nei confronti degli altri bambini, quando a scuola prende note, quando dimentica quaderni e libri in giro e così via. In realtà il modo in cui un genitore risponde può far scomparire rapidamente questi comportamenti.




Se un bambino mette in atto un comportamento eccessivo (per esempio, picchiare un compagno) e non viene messa in atto nessuna conseguenza, il messaggio che il bambino riceve è che qualsiasi comportamento è accettabile. Crescendo questo tipo di messaggio diventa sempre più pericoloso.

La trappola del “L’hai fatto apposta”

Questo tipo di trappola rappresenta un problema perché tenta di “interpretare” le intenzioni del bambino. Per esempio, un bambino che continua a dimenticarsi i quaderni a scuola potrebbe subire delle conseguenze per il suo a comportamento a seconda di come viene interpretato. Un genitore potrebbe lasciar correre in alcuni casi e in altri impedire al bambino di giocare ai videogiochi come punizione. Il messaggio ricevuto è incoerente e il bambino non comprende se il comportamento è sbagliato o irrilevante.

 



Il Rilassamento Muscolare Progressivo è una tecnica di rilassamento molto utilizzata con le persone adulte, poiché è in grado di ridurre in maniera significativa la tensione muscolare risultando particolarmente utili nelle persone ansiose. Ne è stata sviluppata una versione per bambini e di seguito sono riportate le istruzioni da leggere. Prima di iniziare ricordate alcune indicazioni:

  • Il rilassamento deve essere fatto in un ambiente caldo
  • Indossando abiti comodi
  • Ogni esercizio deve essere ripetuto 3 volte

 

1- Il limone- Immagina di avere un limone intero nella tua mano sinistra. Strizzalo forte, cercando di far uscire tutto il succo. Cerca di notare la tensione nella mano e nel tuo braccio, quando stringi così fortemente. Adesso immagina di lasciar cadere il limone di colpo e cerca di rilassarti. Cerca di notare la sensazione piacevole quando la tua mano e il tuo braccio sono rilassati.




2- Il gatto pigro- Fai finta di essere un gatto, che si vuole stirare. Allunga le tue braccia davanti a te e sollevale in alto sopra la tua testa. Prova a notare la tensione che senti nelle spalle. Adesso lasciale cadere di colpo.

3- La tartaruga- Adesso immagina di essere una tartaruga. Ti trovi in una roccia vicina ad un tranquillo stagno e ti stai scaldando al sole. Improvvisamente avverti un pericolo e tiri dentro la testa. Prova ad avvicinare le tue spalle il più possibile vicino alle orecchie. Prova a notare la tensione. Adesso il pericolo è passato e puoi rilassarti.

4- La gomma da masticare gigante- Immagine di avere una gomma da masticare gigante in bocca. E’ veramente dura da masticare. Prova a stringere i denti e senti la tensione che arriva fino ai muscoli del collo. Adesso immagina di aprire la bocca e lasciare cadere la gomma nel cestino. Prova a notare la piacevole sensazioni di rilassamento quando i muscoli non sono tesi.

5- La mosca al naso- Immagina che una mosca si sia posata sul tuo naso. Prova a mandarla via senza usare le mani, provando ad arricciare il naso. Cerca di arricciarlo il più possibile. Adesso immagina che sia volata via e rilassa il tuo naso.




6- L’elefante distratto- Adesso sei disteso per terra. Immagina di essere in un prato e ti stai rilassando al sole. Ad un certo punto, arriva un elefante che non si accorge che sei sdraiato e ti mette una zampa sulla pancia. Tu quindi contrai i muscoli della pancia. Devi contrarre davvero tanto per sopportare il peso dell’elefante. Adesso l’elefante è andato via e ti puoi rilassare.

7- I piedi nel fango- Adesso immagina di avere i piedi immersi nel fango. Tu vuoi uscire dal fango per cui devi allungare i tuoi piedi il più possibile e cercare di sfilarli. Quando sei uscito dal fango puoi rilassare gambe e piedi.




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Vediamo in dettaglio alcune caratteristiche che aiutano a riconoscere un bambino come iperdotato.

1) Spiccate abilità verbali: molti bambini iperdotati iniziano a parlare ben prima degli altri. E già da subito mostrano un lessico, una sintassi, una semantica molto più complesse di ciò che ci si aspetterebbe da un bambino della stessa età. Queste precoci abilità verbali solitamente si mostrano nella comprensione assai sofisticata di concetti astratti (quale, ad esempio, la creatività). Solitamente amano leggere molto e sono abili lettori: queste capacità nascono perlopiù automaticamente e da autodidatti apprendono la lettura e la scrittura.

2) Un’insolita buona memoria: una caratteristica fondamentale è che essi imparano in fretta e facilmente e ricordano con meno allenamento rispetto ai “normodotati”. Essi hanno inoltre un’eccellente memoria visiva e riescono a memorizzare qualsiasi dettaglio di una pagina stampata.




3) Una forte curiosità: i bambini iperdotati solitamente chiedono continuamente “perchè?”, pongono molti quesiti agli adulti, anche su questioni scomode, a cui i più grandi trovano difficoltà nel rispondere.

4) Un’ampia gamma di interessi: i loro interessi sono molto più ampi e sviluppati rispetto alla media. Alcuni concentrano la loro attenzione su un unico interesse; altri invece saltano da una passione all’altra, risultando agli occhi degli adulti dei “disorganizzati”. Quest’ultimo tratto caratteriale, sebbene possa essere irritante per genitori e insegnanti, è molto comune tra i bambini iperdotati.

5) Interesse nella sperimentazione: questi bambini utilizzano buona parte della loro giornata a sperimentare come funzionano gli oggetti della casa, a volte anche ai limiti della pericolosità.

6) Intensa immaginazione e creatività: è comune che questi bambini abbiano spesso un amico immaginario con cui giocano e di cui spesso inventano una vera e propria identità: per loro questo mondo immaginario può diventare davvero reale!

7) Notevole senso dell’umorismo: la loro forte immaginazione si esprime spesso in un insolito senso dell’umorismo, che li spinge a creare in continuazione indovinelli e giochi di parole.

8) Richiesta incessante di spiegazioni: i gifted sono sempre alla ricerca di spiegazioni alle loro domande, e non si accontentano facilmente di risposte superficiali.

9) Intolleranza verso gli altri: l’ enorme energia, che li porta ad avere sempre un contagioso entusiasmo, li può portare anche ad essere impazienti con gli altri. Hanno difficoltà a capire perché gli altri bambini non condividano i loro interessi o non sembrino afferrare la soluzione a problemi, che appare invece a loro così palese.

10) Curva dell’attenzione più lunga: molti bambini iperdotati spendono un gran numero di ore a leggere, disegnare, costruire modelli. La loro concentrazione è intensa, focalizzata su un’attività specifica; possono anche notare dettagli che agli altri sfuggono.

11) Un pensiero complesso: essi sono alla ricerca continua della complessità. Amano organizzare persone o cose entro sistemi complessi, come inventare giochi con regole molto sofisticate.

12) Impegnati in temi politici o sociali: dal momento che sono in grado di vedere le sfumature della vita attorno a loro, i bambini gifted sono preoccupati delle “regole” della vita molto più dei compagni della loro età, specialmente per quanto riguarda il tema della giustizia.

13) Sensibilità: solitamente i ragazzi brillanti sono anche più sensibili: notano molte più cose nell’ambiente che li circonda e reagiscono più energicamente. Sono spesso consapevoli dei loro sentimenti e possono risultare molto emotivi.

14) Intensità: questa è probabilmente la caratteristica più importante negli iperdotati. Semplicemente essi tendono ad essere molto più profondi degli altri bambini in qualsiasi cosa essi facciano. Ad esempio, se essi sono interessati a giocare a scacchi, questo diventerà tutto ciò che vogliono fare.

15) Sognare ad occhi aperti: questi bambini spesso si perdono nelle loro fantasticherie, al punto di diventare inconsapevoli di ciò che succede loro attorno.

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Ogni genitore vuole essere un “buon genitore”, ma cosa lo definisce tale? Quali sono gli obiettivi? Fondamentalmente i genitori hanno sei compiti importanti da portare a termine:

  1. Accettare e apprezzare l’unicità del proprio bambino.
  2. Aiutare il proprio bambino ad essere sé stesso e a relazionarsi con gli altri.
  3. Aiutare il proprio bambino a sviluppare una relazione e un senso di appartenenza all’interno della famiglia.
  4. Coltivare/nutrire lo sviluppo di valori.
  5. Insegnare al bambino l’auto motivazione, l’autogestione e l’autodisciplina.
  6. Aiutare il bambino a scoprire le sue passioni ed impegnarsi a lasciarlo esplorare.

 




Sicuramente i genitori hanno idee molto diverse in merito a che cosa sia un appropriato stile parentale e, solitamente, il loro stile deriva dal modo in cui essi stessi sono stati cresciuti. Di fatto, non esiste un unico modo migliore per crescere un bambino; esso dipende dalle caratteristiche del bambino. Il miglior modo per la vostra famiglia è qualunque cosa sulla quale tu e il tuo partner vi siete accordati, che si implementi coerentemente per raggiungere i sei obiettivi precedentemente elencati.

 

Gli errori sono una parte della vita. Non sempre siamo i genitori che vorremmo essere. Come afferma lo psicologo Haim Ginott: nessun genitore si sveglia la mattina pianificando di rendere la vita di suo figlio infelice. Nessuna madre dice a se stessa Oggi urlerò, tormenterò e umilierò mio figlio ogni qualvolta mi sia possibile. Ma, a dispetto delle buone intenzioni, ci ritroviamo a dire cose che non intendevamo dire o ad usare un tono che non volevamo usare. Noi siamo abbastanza saggi da imparare da questi errori e provare a migliorare.




Come per molti aspetti della vita, essere un buon genitore comprende aspetti che dipendono dal caso o dalla fortuna. Ci sono tantissimi genitori che sembrano aver fatto il loro meglio e nonostante ciò i loro figli non sono cresciuti come speravano. La genitorialità è un’esperienza molto faticosa. Bisogna lottare, facendo il proprio meglio. Si deve avere fiducia nel fatto che si sono costruite solide basi ed instillati solidi valori nei propri bambini, tenendo sempre presente che i risultati dei propri sforzi non si possono vedere immediatamente.

 

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Spesso i genitori di bambini caratterizzati da un elevato perfezionismo si preoccupano di aver causato in qualche modo la nascita di questo tratto nei loro figli. Quasi sempre NON è così.

I bambini perfezionisti mostrano abbastanza precocemente un’inclinazione a compararsi a standard elevati che essi stessi hanno stabilito. Per questi bambini, il perfezionismo sembra essere una caratteristica innata, sebbene altri fattori possano contribuire a renderli tali. I genitori che hanno una forte spinta verso l’eccellenza di solito rappresentano per i figli un modello di perfezionismo e l’innata predisposizione di un bambino può essere rinforzata dall’ambiente familiare.

perfezionismo bambini1- “Solo il meglio è accettabile”- Il perfezionismo può manifestarsi in diversi modi. Molti bambini cognitivamente brillanti, specialmente quando sono piccoli, provano a raggiungere degli obiettivi per gratificare i genitori. Come tutti i bambini, vogliono essere accettati e apprezzati e tendono ad enfatizzare i loro talenti per compiacere gli altri ed attirare la loro attenzione. I genitori o i nonni di questi bambini sono felici di mostrare agli altri le particolari doti di questi bambini, nonchè di lodarli. Questi comportamenti vanno bene se messi in atto con moderazione; quando un bambino viene messo su un piedistallo, i primi riconoscimenti e successi a scuola gli chiedono di aumentare le aspettative che ha per se stesso. Tutto ciò che non è perfetto appare come un fallimento ai suoi occhi.

2- “Meglio non mostrare agli altri i propri errori”- Anche i genitori che vogliono il meglio per i loro figli a volte favoriscono accidentalmente comportamenti perfezionisti: controllano i compiti per casa per essere sicuri che le risposte siano corrette e insistono nel farglieli rifare se ci sono degli errori, inoltre sono molto attenti ai voti in pagella. Gli obiettivi dei genitori sono ammirevoli ma quando la ricerca del successo interferisce con la vita di tutti i giorni e causa una grande quantità di stress, bisogna ridurre la pressione.

3- “Sono pigro se non impegno il mio tempo in attività utili”- Inoltre, dagli studi è emerso anche che il perfezionismo può portare i bambini a sentirsi in colpa, pigri ed egoisti se non sono impegnati tutto il tempo in un lavoro significativo. L’idea che hanno di se stessi diventa legata ai loro compiti e questa diventa negativa quando credono che i loro compiti siano inferiori agli standard che si erano prefissati.

Anche se è molto difficile che un perfezionista smetta completamente di essere tale, è possibile per lui imparare a gestire il suo perfezionismo in modo che diventi una più sana e realistica ricerca di eccellenza combinata con una moderata accettazione di sè.

 

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2765404671_721a833beb_oTra gli anni ’60 e gli anni ’80, e fino ai nostri giorni, si è registrato un aumento impressionante di divorzi, assieme ad una graduale diminuzione di matrimoni. Allo stesso tempo, il concetto di famiglia va modificandosi: la classica famiglia formata da padre e madre, è ora sempre più spesso sostituita da quella costituita da un solo genitore o da quella allargata. Naturale che tali cambiamenti si riflettano sullo sviluppo e sul comportamento del bambino. I bambini che hanno sperimentato il divorzio dei genitori hanno maggiori problemi comportamentali rispetto a quelli che vivono in una famiglia ancora integra, soprattutto se la separazione è avvenuta nei primi cinque anni di vita del figlio. Dall’altra parte, alcune ricerche suggeriscono che maggiore è il reddito familiare minore sarà la probabilità che un divorzio possa inficiare lo sviluppo del bambino. Questo, probabilmente, è dovuto al fatto che un divorzio per le famiglie più povere implica una spesa economica gravosa, e quindi minor tempo e denaro da dedicare al figlio. Al contrario, altri studi, dicono invece che siano i bambini delle famiglie più ricche a subire danni maggiori.

 

Per porre maggiore chiarezza sulla questione la psicologa Rebecca M. Rayan, assieme al suo team, ha condotto uno studio su un campione di famiglie che sono andate incontro alla separazione, e ha indagato se gli effetti dei cambiamenti familiari sul comportamento del figlio varino in base al reddito e se sono più forti quando il bambino è ancora molto piccolo.

 

Lo studio

La ricerca è stata condotta su un campione di bambini, seguiti dalla nascita fino ai dodici anni.

I fattori che, anno dopo anno, venivano esaminati dai ricercatori, erano:

  • i cambiamenti familiari che si erano succeduti nel tempo
  • il livello economico in cui versava la famiglia prima della nascita del figlio e successivamente al divorzio
  • il comportamento del bambino.

 

I risultati

I risultati suggeriscono che i cambiamenti nel comportamento del bambino, successivi ad un divorzio, sono maggiori quando il bambino vive in una famiglia con grandi disponibilità economiche. Perché? Due sono le risposte che gli studiosi hanno dato. La prima afferma che le famiglie con bassi redditi hanno meno da perdere, in termini di denaro e di qualità dell’ambiente di vita. Una famiglia dal reddito medio-alto, al contrario, risentirebbe maggiormente delle conseguenze di un divorzio, sia in termini economici che di tempo: i genitori, che prima avevano maggiori occasioni e possibilità di seguire il figlio, avranno poi minor tempo da dedicargli. La seconda sostiene che le famiglie aperte, o quelle formate da un solo genitore, sono più comuni tra i ceti economici più bassi, cosicchè i figli di famiglie con disponibilità economiche del genere finiscono per percepire i cambiamenti familiari come più normali, prevedibili, e meno stressanti, perciò, questi cambiamenti non inficiano granchè il loro benessere.

L’associazione tra cambiamenti in famiglia e problemi comportamentali del figlio, inoltre, emerge solo quando i cambiamenti sono avvenuti durante la prima infanzia del bambino. Ciò testimonia l’importanza, per lo sviluppo, del primo ambiente di vita in cui il bambino si trova a crescere.

 

Bibliografia: Associations Between Family Structure Change and Child Behavior Problems: The Moderating Effect of Family Income, Rebecca M. Ryan, Child Development, 2015, Volume 86, 1, 112–127.

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Perché due fratelli gemelli, nati nello stesso ambiente, riceventi la medesima educazione familiare, ottengono punteggi diversi in vari test di intelligenza? Uno studio condotto in Inghilterra ha cercato di analizzarne le motivazioni, esaminando un processo di sviluppo che può causare differenze nei livelli di intelligenza tra fratelli: l’apprendimento della lettura. L’abilità di leggere e comprendere testi è sicuramente indispensabile nella nostra società, e le capacità di lettura sono associate ad una migliore educazione, salute e status socio-economico. La lettura potrebbe avere, pertanto, un effetto causale sulle abilità cognitive in generale, che sono a loro volta associate ad una vita migliore. In altre parole la lettura può, nel tempo, migliorare l’intelligenza generale.

L’ipotesi

intelligenzaSe la lettura migliora l’intelligenza, i bambini aventi migliori abilità di lettura rispetto ai loro gemelli, dovrebbero riportare anche un maggior punteggio nei test di intelligenza, sempre rispetto al loro gemello.

Lo studio

Nello studio, durato nove anni e condotto su un campione di gemelli monozigoti seguiti dai 7 ai 16 anni, i partecipanti vennero sottoposti, ogni anno, a tre tipi di test: il primo analizzava le loro abilità di lettura, il secondo esaminava quanto l’ambiente familiare favorisse la lettura, e il terzo era un test d’intelligenza.

I risultati

A distanza di nove anni, i bambini che avevano inizialmente migliori capacità di lettura rispetto al loro gemello, non solo tendevano a mantenere nel tempo questa caratteristica, ma mostravano anche punteggi più elevati del fratello nelle varie batterie dei test di intelligenza. L’esporre il bambino alle letture non sembra aumentare i livelli di intelligenza: piuttosto l’abilità pura a leggere, sviluppata mediante la costanza e la volontà del bambino, è la discriminante fondamentale nel determinare il livello di intelligenza. La lettura è associata non solo allo sviluppo di buone capacità cognitive di tipo verbale, ma anche di quelle di tipo non verbale. Ad esempio, è connessa allo sviluppo del pensiero logico-astratto, probabilmente perché, durante la lettura, è essenziale assumere una prospettiva, o immaginare altri mondi, tempi, scenari.

Utilizzando nello studio gemelli di tipo monozigoti vissuti nella stessa famiglia, i ricercatori si sono assicurati che ciò che differenziasse le abilità dei gemelli non fosse tanto l’ambiente familiare in cui sono nati e cresciuti, ma l’attitudine a leggere, propria di ogni bambino.

 

Inoltre, questo studio ci dimostra l’importanza di stimolare nel figlio l’abitudine a leggere spesso. Non è utile limitarsi a circondare il figlio di libri ed enciclopedie e obbligarlo a leggerli, credendo così di aver svolto il proprio lavoro di genitori: è necessario, piuttosto, instillare, passo dopo passo, l’amore per la lettura, attraverso racconti stimolanti e appropriati agli interessi del bambino. Questo è ancora più importante se e appena si notano nel bambino le prime difficoltà di lettura (ad esempio, nei casi di dislessia): un tipo di intervento del genere potrebbe alleviare notevolmente i problemi futuri, e, inoltre, potrebbe aumentare le abilità cognitive del bambino.

 

Bibliografia : Does Learning to Read Improve Intelligence? A Longitudinal Multivariate Analysis in Identical Twins From Age 7 to 16, S. J. Ritchie e T. C. Bates, Child Development, 2015, 23–36

 

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I traumi psicologici sono purtroppo ad oggi molto diffusi nel mondo, e le cause possono essere le più disparate: dagli attacchi terroristici agli incidenti automobilistici. Molte persone di fronte a questi eventi catastrofici sviluppano quelle che dal DSM V, il principale manuale diagnostico dei disturbi mentali, vengono denominate “memorie intrusive e ricorrenti dell’evento traumatico”. Tali tipi di ricordi sono elementi costitutivi della sindrome da stress post-traumatico (PTSD), disturbo che si verifica subito dopo un trauma. I modi per intervenire nel modulare la persistenza di questi ricordi non sono ancora stati capiti, soprattutto perché le sensazioni emotive provate durante l’evento si consolidano in memoria molto in fretta, entro le sei ore. Dopodichè nel ricordo interviene il riconsolidamento mnestico, quel processo mediante il quale il ricordo (come quello di un episodio scioccante) viene riattivato da un qualsiasi indizio (il rivedere la scena traumatica, ad esempio) e questo ricordo diviene malleabile. Questo tipo di riconsolidamento è un processo naturale della nostra mente, ed è necessario affinchè il ricordo persista in memoria. I cambiamenti nella memoria si possono attuare proprio durante questo processo. Nel passato, le tecniche usate per modificare i ricordi erano spesso invasive, come ad esempio interventi farmacologici o elettroshock. Così, alcuni ricercatori di Cambridge, attraverso un esperimento, hanno messo a punto una tecnica cognitiva non invasiva per attenuare tali ricordi.

L’esperimento

STEP 1: Il primo giorno ai 52 partecipanti all’esperimento, studenti e lavoratori, venne data l’istruzione di guardare un filmato violento, da soli, in una stanza buia.

STEP 2: Il secondo giorno gli stessi partecipanti venivano casualmente divisi in due gruppi: nel primo, i partecipanti rivedevano alcune scene traumatiche del film, e successivamente giocavano a tetris; al secondo, il gruppo di controllo, venne dato da svolgere un semplice compito riempitivo e venne detto di aspettare finché l’altro gruppo non avesse finito.

STEP 3: Per i sette giorni seguenti, entrambi i gruppi continuarono a rievocare le scene violente viste nel filmato e a riportarle in un diario.

STEP 4: Il settimo giorno vennero tutti sottoposti nuovamente alla visione dei contenuti traumatizzanti del film e, successivamente, dovettero compilare un test che misurava il livello di intrusività dei ricordi.

 

I risultati

I risultati suggeriscono che il numero di ricordi intrusivi riguardanti il film era identico per tutti i partecipanti prima dell’intervento del giorno 2. Successivamente però, il primo gruppo, che aveva avuto modo di riattivare in memoria le immagini violente e di concentrarsi subito dopo in un compito (il Tetris) che nulla c’entrava con il video mostrato, registrava un significativo decremento delle memorie traumatiche rispetto al secondo gruppo. Insomma, i ricordi intrusivi permanevano nei giorni successivi nella mente del secondo gruppo di partecipanti (il gruppo di controllo) ma non nel primo.

Ma perché giocare a tetris subito dopo aver riattivato in memoria le immagini violente, permette di ridurre la quantità di ricordi intrusivi? La chiave sta nel fatto che un qualsiasi compito visuospaziale, come il Tetris, svolto dopo un evento, può interferire retroattivamente con il consolidamento in memoria di tale evento. Come spiegato prima, quando è in atto il processo di riconsolidamento, in cui la scena traumatica viene riattivata, la memoria è molto malleabile: svolgere un compito durante tale processo influenza e cancella i ricordi traumatici precedenti.

Al di là dell’esperimento, questa scoperta ha dato alla psicologia un enorme apporto, perché per la prima volta si è dimostrato che è possibile ridurre ricordi intrusivi derivanti dalla visione di un film violento attraverso metodi cognitivi, assolutamente non invasivi. Il prossimo passo sarà mettere in pratica quanto scoperto, al fine di aiutare persone che con i ricordi traumatici, provenienti dalla vita reale (e non da un semplice film), ci convivono tutti i giorni.

 

Bibliografia: Computer Game Play Reduces Intrusive Memories of Experimental Trauma via Reconsolidation-Update Mechanisms, E. J. James e coll., Psychological Science, 2015, 1201-1215

 

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Può essere capitato, nella nostra vita di studenti o di genitori, di aver incontrato bambini molto vivaci a scuola, poco attenti alle lezioni, e spesso incapaci di rimanere al proprio posto: è probabile che quei bambini abbiano sofferto di ADHD. Il deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è un comune disturbo psicologico che caratterizza l’età dello sviluppo contraddistinto da sintomi quali eccessiva iperattività e impulsività, legati a disorganizzazione e inattenzione. Recenti ricerche hanno confermato la familiarità di questo disturbo, tuttavia gli studi riguardo a questo argomento non sono del tutto concordi. Come sostiene lo psicologo Bronfenbrenner, c’ è una certa sinergia tra le influenze genetiche e l’ambiente familiare in cui il bambino cresce. Queste influenze sono sempre state analizzate in negativo, facendo risaltare solo i fattori di rischio dell’ambiente, senza dar peso all’influenza protettiva che può avere la famiglia. Ad esempio, è stato dimostrato che l’assenza di cure parentali adeguate (calore, coinvolgimento) è strettamente associato al successivo sviluppo di ADHD, mentre la presenza delle stesse serve ad attenuare il deficit da ADHD.

Lo studio

Nell’università del Michigan si è voluto, appunto, esaminare quanto le cure parentali possono moderare positivamente le influenze genetiche e ambientali dell’ ADHD. Circa 500 coppie di gemelli monozigoti sono stati sottoposti allo studio. Sono state indagate le variabili genetiche comuni alle coppie di gemelli. Ai genitori sono stati somministrati due questionari: nel primo dovevano indicare se e con quale frequenza erano presenti i comportamenti più tipici dell’ ADHD nei loro figli, nel secondo venivano sondato il coinvolgimento, l’affetto, i conflitti e il rispetto che i genitori avevano nei confronti dei propri figli nella vita di tutti i genitori.

I risultati

L’ambiente non condiviso (ovvero tutto ciò che i bambini esperiscono al di là della vita in famiglia) ha un’influenza molto alta sullo sviluppo di tale deficit se e solo se le cure parentali sono state scadenti, mentre la sua influenza decresce se in famiglia i bambini hanno avuto genitori calorosi e accoglienti.

Ciò sta a significare che il prendersi cura dei propri figli, dando loro il calore e l’affetto di cui hanno bisogno, modera l’influenza che l’ambiente esterno e i geni possono avere sullo sviluppo di questo deficit. E questo accade sia in negativo (quando l’ambiente familiare non è affatto attento ai bisogni del piccolo), aumentando il possibile impatto negativo delle altre variabili, sia in positivo, diminuendo le probabilità che questo deficit insorga. Dunque, è probabile che in un bambino che nasce in una famiglia in cui non viene assicurato un buon livello di coinvolgimento, di affetto, di calore da parte delle figure genitoriali, incidano maggiormente i fattori di rischio provenienti dall’ambiente esterno. Insomma, le cure che i genitori offrono ai propri figli funzionano come una sorta di cuscinetto, che li protegge da influenze negative.

Sebbene non si possa escludere che l’ereditarietà giochi un ruolo nello sviluppo dell’ADHD (essendo l’influenza genetica ben al di sopra dello zero), questo studio ci dimostra quanto è importante l’ambiente in cui il bambino nasce e cresce, per capire l’eziologia di questo deficit.

 

Bibliografia

Parental Involvement Moderates Etiological Influences on Attention Deficit Hyperactivity Disorder Behaviors in Child Twins, A. Nikolas e coll., Child Development, 2015, 224-240

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