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I traumi psicologici sono purtroppo ad oggi molto diffusi nel mondo, e le cause possono essere le più disparate: dagli attacchi terroristici agli incidenti automobilistici. Molte persone di fronte a questi eventi catastrofici sviluppano quelle che dal DSM V, il principale manuale diagnostico dei disturbi mentali, vengono denominate “memorie intrusive e ricorrenti dell’evento traumatico”. Tali tipi di ricordi sono elementi costitutivi della sindrome da stress post-traumatico (PTSD), disturbo che si verifica subito dopo un trauma. I modi per intervenire nel modulare la persistenza di questi ricordi non sono ancora stati capiti, soprattutto perché le sensazioni emotive provate durante l’evento si consolidano in memoria molto in fretta, entro le sei ore. Dopodichè nel ricordo interviene il riconsolidamento mnestico, quel processo mediante il quale il ricordo (come quello di un episodio scioccante) viene riattivato da un qualsiasi indizio (il rivedere la scena traumatica, ad esempio) e questo ricordo diviene malleabile. Questo tipo di riconsolidamento è un processo naturale della nostra mente, ed è necessario affinchè il ricordo persista in memoria. I cambiamenti nella memoria si possono attuare proprio durante questo processo. Nel passato, le tecniche usate per modificare i ricordi erano spesso invasive, come ad esempio interventi farmacologici o elettroshock. Così, alcuni ricercatori di Cambridge, attraverso un esperimento, hanno messo a punto una tecnica cognitiva non invasiva per attenuare tali ricordi.

L’esperimento

STEP 1: Il primo giorno ai 52 partecipanti all’esperimento, studenti e lavoratori, venne data l’istruzione di guardare un filmato violento, da soli, in una stanza buia.

STEP 2: Il secondo giorno gli stessi partecipanti venivano casualmente divisi in due gruppi: nel primo, i partecipanti rivedevano alcune scene traumatiche del film, e successivamente giocavano a tetris; al secondo, il gruppo di controllo, venne dato da svolgere un semplice compito riempitivo e venne detto di aspettare finché l’altro gruppo non avesse finito.

STEP 3: Per i sette giorni seguenti, entrambi i gruppi continuarono a rievocare le scene violente viste nel filmato e a riportarle in un diario.

STEP 4: Il settimo giorno vennero tutti sottoposti nuovamente alla visione dei contenuti traumatizzanti del film e, successivamente, dovettero compilare un test che misurava il livello di intrusività dei ricordi.

 

I risultati

I risultati suggeriscono che il numero di ricordi intrusivi riguardanti il film era identico per tutti i partecipanti prima dell’intervento del giorno 2. Successivamente però, il primo gruppo, che aveva avuto modo di riattivare in memoria le immagini violente e di concentrarsi subito dopo in un compito (il Tetris) che nulla c’entrava con il video mostrato, registrava un significativo decremento delle memorie traumatiche rispetto al secondo gruppo. Insomma, i ricordi intrusivi permanevano nei giorni successivi nella mente del secondo gruppo di partecipanti (il gruppo di controllo) ma non nel primo.

Ma perché giocare a tetris subito dopo aver riattivato in memoria le immagini violente, permette di ridurre la quantità di ricordi intrusivi? La chiave sta nel fatto che un qualsiasi compito visuospaziale, come il Tetris, svolto dopo un evento, può interferire retroattivamente con il consolidamento in memoria di tale evento. Come spiegato prima, quando è in atto il processo di riconsolidamento, in cui la scena traumatica viene riattivata, la memoria è molto malleabile: svolgere un compito durante tale processo influenza e cancella i ricordi traumatici precedenti.

Al di là dell’esperimento, questa scoperta ha dato alla psicologia un enorme apporto, perché per la prima volta si è dimostrato che è possibile ridurre ricordi intrusivi derivanti dalla visione di un film violento attraverso metodi cognitivi, assolutamente non invasivi. Il prossimo passo sarà mettere in pratica quanto scoperto, al fine di aiutare persone che con i ricordi traumatici, provenienti dalla vita reale (e non da un semplice film), ci convivono tutti i giorni.

 

Bibliografia: Computer Game Play Reduces Intrusive Memories of Experimental Trauma via Reconsolidation-Update Mechanisms, E. J. James e coll., Psychological Science, 2015, 1201-1215

 

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Può essere capitato, nella nostra vita di studenti o di genitori, di aver incontrato bambini molto vivaci a scuola, poco attenti alle lezioni, e spesso incapaci di rimanere al proprio posto: è probabile che quei bambini abbiano sofferto di ADHD. Il deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è un comune disturbo psicologico che caratterizza l’età dello sviluppo contraddistinto da sintomi quali eccessiva iperattività e impulsività, legati a disorganizzazione e inattenzione. Recenti ricerche hanno confermato la familiarità di questo disturbo, tuttavia gli studi riguardo a questo argomento non sono del tutto concordi. Come sostiene lo psicologo Bronfenbrenner, c’ è una certa sinergia tra le influenze genetiche e l’ambiente familiare in cui il bambino cresce. Queste influenze sono sempre state analizzate in negativo, facendo risaltare solo i fattori di rischio dell’ambiente, senza dar peso all’influenza protettiva che può avere la famiglia. Ad esempio, è stato dimostrato che l’assenza di cure parentali adeguate (calore, coinvolgimento) è strettamente associato al successivo sviluppo di ADHD, mentre la presenza delle stesse serve ad attenuare il deficit da ADHD.

Lo studio

Nell’università del Michigan si è voluto, appunto, esaminare quanto le cure parentali possono moderare positivamente le influenze genetiche e ambientali dell’ ADHD. Circa 500 coppie di gemelli monozigoti sono stati sottoposti allo studio. Sono state indagate le variabili genetiche comuni alle coppie di gemelli. Ai genitori sono stati somministrati due questionari: nel primo dovevano indicare se e con quale frequenza erano presenti i comportamenti più tipici dell’ ADHD nei loro figli, nel secondo venivano sondato il coinvolgimento, l’affetto, i conflitti e il rispetto che i genitori avevano nei confronti dei propri figli nella vita di tutti i genitori.

I risultati

L’ambiente non condiviso (ovvero tutto ciò che i bambini esperiscono al di là della vita in famiglia) ha un’influenza molto alta sullo sviluppo di tale deficit se e solo se le cure parentali sono state scadenti, mentre la sua influenza decresce se in famiglia i bambini hanno avuto genitori calorosi e accoglienti.

Ciò sta a significare che il prendersi cura dei propri figli, dando loro il calore e l’affetto di cui hanno bisogno, modera l’influenza che l’ambiente esterno e i geni possono avere sullo sviluppo di questo deficit. E questo accade sia in negativo (quando l’ambiente familiare non è affatto attento ai bisogni del piccolo), aumentando il possibile impatto negativo delle altre variabili, sia in positivo, diminuendo le probabilità che questo deficit insorga. Dunque, è probabile che in un bambino che nasce in una famiglia in cui non viene assicurato un buon livello di coinvolgimento, di affetto, di calore da parte delle figure genitoriali, incidano maggiormente i fattori di rischio provenienti dall’ambiente esterno. Insomma, le cure che i genitori offrono ai propri figli funzionano come una sorta di cuscinetto, che li protegge da influenze negative.

Sebbene non si possa escludere che l’ereditarietà giochi un ruolo nello sviluppo dell’ADHD (essendo l’influenza genetica ben al di sopra dello zero), questo studio ci dimostra quanto è importante l’ambiente in cui il bambino nasce e cresce, per capire l’eziologia di questo deficit.

 

Bibliografia

Parental Involvement Moderates Etiological Influences on Attention Deficit Hyperactivity Disorder Behaviors in Child Twins, A. Nikolas e coll., Child Development, 2015, 224-240

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I bambini imparano a comunicare e a relazionarsi principalmente in tre modi:

  1. Guardando come i genitori si relazionano con lui;
  2. Osservando come i genitori si relazionano con gli altri;
  3. Apprendendo dalla loro personale e passata relazione con gli altri.



A volte, il modo in cui i genitori si comportano, specialmente durante una punizione, ostacola la sana comunicazione con proprio figlio perché scoraggia la fiducia e l’estroversione del bambino. Urlare e alzare la voce può impaurire il bambino, che potrebbe non correre più il rischio di raccontarsi apertamente. Se urlare è il modello di comunicazione utilizzato, il genitore potrebbe perdere la preziosa fiducia del figlio.

comunicazione bambiniI dissapori fanno parte della vita ma a volte possono anche creare situazioni in cui gli adulti agiscono in modi che scoraggiano la comunicazione. Lo psicologo e autore Martin Seligman sottolinea alcuni comportamenti che possono compromettere una positiva comunicazione:

  • non usare aggressioni fisiche di fronte a tuo figlio. Questo include lanciare oggetti o sbattere le porte. Queste azioni fanno davvero paura a tuo figlio.
  • esprimi più che puoi i tuoi sentimenti a parole. Usa l’assertività più che l’aggressione. Dì “sono davvero arrabbiata/o ora”.



  • trasmetti il controllo della rabbia a tuo figlio. Fai le cose con calma e prenditi tutto il tempo necessario per ritornare calma/o. Dì, “sto andando nel retro del cortile per darmi una calmata un po’ prima di ridiscuterne”.
  • non criticare il tuo partner di fronte a vostro figlio con etichette offensive e permanenti (“tuo padre è sempre…”, “tua madre non è mai…”)
  • se devi criticare il tuo partner in un luogo in cui il bambino potrebbe sentirvi, usa un linguaggio che rimproveri un comportamento specifico piuttosto che la sua intera personalità.
  • non trattare il tuo partner con il silenzio e pensare che tuo figlio non lo noterà.
  • non chiedere a tuo figlio di scegliere da che parte stare tra i due genitori.
  • non iniziare una discussione con il tuo partner o un tuo amico di fronte a tuo figlio, a meno che non progetti di finirla nella stessa conversazione.
  • risolvi i conflitti e fai pace quando tuo figlio può osservare ciò. Questo gli dimostrerà che il conflitto è parte naturale dell’amore e di ogni relazione e che i conflitti possono essere risolti. Se non vede come si risolvono le discussioni, non saprà mai come farlo.
  • lascia tuo figlio all’oscuro di certi argomenti. Fai un accordo con il tuo partner per evitare alcuni temi quando i figli sono presenti, e, se dovete discutere, cercate un posto privato dove i bambini non possano vedervi o sentirvi.

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Debbie Phelps lavora come preside di una scuola media a Baltimora (USA) ed è la madre del campione olimpionico di nuoto Michael Phelps.

 

Dedicare la propria vita al nuoto è stata, per Michael Phelps, senza dubbio una scelta azzeccata. Nel 2004, all’età di 18 anni, ha ottenuto 8 medaglie (di cui sei d’oro) alle Olimpiadi estive di Atene. Adesso, a 30 anni, di medaglie ne ha conquistate ben 77. L’amore per il nuoto non è sempre stato presente nella sua vita. “Quando aveva 7 anni, odiava bagnarsi la faccia”, dice Debbie. “Così abbiamo iniziato stando con la pancia verso l’alto e gli abbiamo insegnato il dorso”. Michael mostrava dei progressi davvero notevoli nel nuoto. Ma a scuola, la situazione era molto difficile! la difficoltà di concentrazione era il suo problema più grande. “Una delle sue insegnanti mi disse che non riusciva a concentrarsi in nessun compito”, racconta Debbie. Lei decise allora di sottoporlo ad una visita specialistica e gli venne diagnosticato l’ADHD (Deficit di Attenzione con Iperattività). “Quello fu un colpo al cuore!”, ricorda Debbie. “ Io volevo dimostrare a tutti che si sbagliavano. Io sapevo che, se avessi lavorato con Micheal, lui avrebbe potuto raggiungere tutti gli obiettivi che si fosse prefissato.” Debbie, che aveva gestito la scuola media per più di 20 anni, iniziò a lavorare a stretto contatto con le insegnanti di Micheal per potenziare l’attenzione di cui lui era carente. “Ogni volta che un’insegnante mi diceva: Michael non riesce a fare questo, io rispondevo: Bene, che cosa dobbiamo fare per aiutarlo?”. Quando Michael iniziò michael phelps mamma adhdad infastidire il compagno di banco, strappandogli dei fogli dal quaderno, Debbie suggerì di farlo sedere in un banco da solo. Quando si lamentava dicendo quanto odiasse leggere, lei gli proponeva di leggere la sezione sportiva del giornale. Avendo notato che l’attenzione di Michael diminuiva molto durante le lezioni di matematica, lei trovò un tutor e gli chiese di creare dei problemi che suscitassero l’interesse di Michael: “Quanto tempo impieghi a nuotare per 500 metri se nuoti ad una velocità di 3 metri al secondo?”. Durante le lezioni di nuoto, Debbie aiutava il figlio Michael a rimanere concentrato ricordandogli quali erano le conseguenze del suo comportamento. Debbie ricorda quando, a 10 anni, Michael arrivò secondo ad una gara ed era così arrabbiato che gettò i suoi occhiali in piscina. Durante il viaggio di ritorno, lei gli spiegò che l’amore per lo sport conta molto di più di una vittoria. “Abbiamo concordato un segnale che io gli avrei fatto dagli spalti.”- dice Debbie- Una specie di C, che voleva dire ‘riComponiti’. Ogni volta che lo vedevo frustrato, io gli facevo quel segnale. Una volta, mentre stavamo cenando, fu lui a farmi questo segnale perché vide stressata.”

Debbie usò molte strategie per aiutare Michael. Con il tempo, come la passione di Michael per il nuoto crebbe, lei fu orgogliosa di vedere come Michael stesse sviluppando un’importante autodisciplina. “Negli ultimi 10 anni, non è mai mancato un giorno in piscina, neanche a Natale. La piscina è il primo posto dove andiamo e lui è felice di essere lì.” Debbie ha cercato anche di ascoltare le richieste di suo figlio. In prima media, Michael le disse che non avrebbe più voluto prendere i farmaci per l’attenzione. Nonostante avesse grossi dubbi, Debbie gli permise di interrompere l’assunzione dei farmaci. La settimana di Michael, densa di allenamenti e lezioni, richiedeva molta organizzazione, che lui riuscì ad avere anche senza l’aiuto dei farmaci per l’attenzione. Madre e figlio non si vedevano sempre prima di ogni incontro, ma lui ha sempre capito quanto sia stato cruciale il ruolo di sua madre per il suo successo. Immediatamente dopo aver ottenuto la medaglia d’oro ad Atene, Michael saltò giù dal podio, poi corse fino agli spalti per dare a sua madre il bouquet e la corona dall’alloro che aveva in testa. Questo momento è molto vivido nei ricordi di Debbie, “Ero così felice. Ho pianto”.

Oggi, Michael Phelps è ritenuto uno dei più grandi nuotatori di tutti i tempi. Sua madre Debbie, che lavora come preside a Baltimora (USA), applica ciò che ha imparato crescendo suo figlio ai suoi studenti, indipendentemente dal fatto che abbiano l’ADHD o meno. “Tutti i bambini possono fallire a volte”- dice Debbie- “Ma se lavori con loro, nove volte su dieci, ti renderanno orgogliosa”.

 

Testo dell’intervista in inglese su: http://www.additudemag.com/adhd/article/1998.html

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Sebbene sia da tempo confermata l’influenza genetica sulle capacità cognitive, non sono ancora chiari i meccanismi e le implicazioni di tale trasmissione genetica. Solitamente, gli studi che analizzano l’intelligenza nei gemelli o nei figli adottati e i loro genitori adottivi mostrano chiaramente un effetto genetico, che prevale sull’influenza ambientale. Invece, gli studi che confrontano l’intelligenza dei figli tolti dalla povertà con quello dei propri genitori tendono ad attribuire le differenze esistenti ad effetti ambientali. Per fare chiarezza su questo aspetto, E. Turkheimer e coll. (2003) delle Virginia University, nel loro esperimento longitudinale, hanno coinvolto un consistente numero di donne durante la gravidanza e poi successivamente i loro figli, che sono stati seguiti dalla nascita fino ai 7 anni d’età. Nel campione, buona parte dei partecipanti faceva parte delle fasce minoritarie e più povere. Il test d’intelligenza somministrato alle donne intelligenza_2prima e ai loro figli al settimo anno poi, è la scala Wechsler, il più noto test del QI che comprende non solo abilità verbali ma anche di performance (completamento di figure, disegno di cubi…), e che permette pertanto di avere un quadro completo del livello intellettivo del soggetto.  Ciò che si voleva testare era la correlazione tra lo status socioeconomico delle famiglie (SES) e le influenze rispettivamente dei geni e dell’ambiente (familiare ed esterno) in relazione ai punteggi ottenuti nel test del QI.

Nelle famiglie più povere il 60% dell’intelligenza è dovuta all’influenza dell’ambiente familiare e il contributo dei geni si avvicina allo zero, mentre per le famiglie ricche l’effetto è esattamente l’opposto (maggior importanza dei geni, nulla quella dell’ambiente).

La questione fondamentale che si pone di fronte a questo tipo di ricerche è: cosa si intende per status socioeconomico? Solitamente la più ovvia interpretazione è che con esso si intenda e si misuri la qualità dell’ambiente in cui i piccoli nascono e crescono. Un’interpretazione più vasta e semplice, fa riferimento allo SES come ambiente, in generale, in quanto variabile di studio, contrapposta all’influenza genetica. Il problema però è che non è facile distinguere, in una ricerca come questa, quella che è l’influenza genetica da quella ambientale. Il concetto di status socioeconomico, così come quello di genotipo e di ambiente, è troppo ampio e sfaccettato per essere ridotto ad una semplice variabile.

In ogni caso, ciò che è chiaro, è che le forze dello sviluppo al lavoro agiscono in modo qualitativamente differente in contesti poveri e in ambienti ricchi. Se da una parte l’ottenere un buon punteggio nel QI per i bambini nati in famiglie agiate correla in modo molto forte con l’ereditarietà, dall’altra, per chi non ha potuto godere della fortuna di nascere nella ricchezza, l’educazione data in famiglia sarà essenziale per lo sviluppo intellettivo futuro.

Bibliografia

Turkheimer E, Haley A, Waldron M, D’Onofrio B, Gottesman II. Socioeconomic Status Modifies Heritability of IQ in Young Children, Psychological Science, 2003, 623-628

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E’ da tempo noto che i bambini sono incredibilmente in grado di riconoscere facce in movimento già nelle prime ore dalla nascita, e che diventano abili a distinguere il viso della madre di lì a pochi giorni. Tuttavia la capacità di riconoscere i volti allo stesso livello degli adulti non viene acquisita prima dell’adolescenza.

Quello che è meno noto è quali siano le differenze qualitative che riguardano il modo con cui i bambini e gli adulti identificano i volti: secondo alcuni studiosi i bambini analizzano prima le singole parti, per poi ricondurle ad un volto unitario. Secondo altri la strategia utilizzata da bambini e adulti è la stessa, ovvero entrambi codificherebbero il volto in modo olistico, come un tutto unitario.

riconoscimento voltiIn una ricerca di Pellicano e Rhodes (2003) si è voluto scoprire se bambini al di sotto di sei anni riescano ad elaborare e riconoscere i volti in modo olistico. Se i bambini e gli adulti riconoscono in modo olistico i volti presentati verticalmente, come sostenuto nelle ipotesi dei due ricercatori, allora una certa caratteristica del volto dovrebbe essere più facilmente riconosciuta quando questa è presentata all’interno del viso, piuttosto che se presentata singolarmente e isolatamente da questo. I volti raffigurati rovesciati, più difficili da identificare, verrebbero invece elaborati per parti.

I ricercatori erano concordi nel ritenere che i bambini piccoli mostrassero minore accuratezza nella codifica rispetto agli adulti, tuttavia pensavano che i processi alla base dovevano essere gli stessi.

Per verificarlo vennero sottoposte, a partecipanti adulti e bambini di 4 e 5 anni, otto figure rappresentanti volti non familiari, quattro di queste vennero presentate dritte e le altre quattro ribaltate.

Gli stimoli presentati in successione erano:

  • un volto

  • lo stesso volto accanto ad un volto-distrattore identico al primo tranne per una caratteristica (il naso, la bocca..) alterata

  • la caratteristica del volto non alterata e quella alterata presentate isolatamente dal viso.

Negli stimoli rovesciati la successione di presentazione era la stessa.

Quello che si voleva sondare era l’accuratezza nel riconoscere i visi mostrati e le loro parti isolate.

Dai risultati si evince che l’identificazione delle parti di un volto avveniva più facilmente e più accuratamente se esse erano presentate all’interno dello stesso volto piuttosto che presentate singolarmente, ciò a dimostrare quanto, sia adulti che bambini, percepiscano i volti in modo non frazionato bensì unitario.

Tuttavia, l’accuratezza nel rispondere è significativamente migliore negli adulti. Entrambe le categorie di partecipanti, inoltre, mostrava difficoltà nel riconoscere un volto quando era invertito.

Le spiegazioni concernenti le differenze tra piccoli e grandi sono varie e ancora non verificate, alcuni parlano di maggior esperienza che gli adulti hanno con i volti umani rispetto ai bambini, altri di modificazioni che avvengono nel magazzino mnestico con lo sviluppo.

In ogni caso ci sono altre ricerche le quali dicono che la capacità di codificare il viso in modo unitario avvenga molto presto, già ad un anno di età. Sembra dunque che questa capacità di vedere e identificare i volti come un tutto unitario e al di là delle singole parti, come una sorta di “Gestalt“, sia qualcosa di innato che si raffina con la crescita: possiamo parlare di un vero e proprio imprinting, che noi tutti possediamo, per i volti umani!

Bibliografia

Pellicano E., Rhodes G., Holistic Processing of Faces in Preschool Children and Adults, Psychological Science, 2003, 618-622

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Nella vita di tutti i giorni abbiamo a che fare con le emozioni, i pensieri, le credenze di coloro che circondano: la capacità di “mettersi nei panni degli altri” è utile per capire il perché le persone agiscano in un certo modo. Ma a che età iniziamo ad acquisire questa abilità? Molti studi testimoniano che già dopo pochi mesi dalla nascita iniziamo ad essere in grado sia di comprendere gli scopi delle azioni altrui, sia di riconoscere se un’azione sia dannosa oppure no. Come arrivano a queste conclusioni i bambini? Sono in grado davvero di impersonarsi e ragionare come l’altro o interpretano il comportamento secondo il loro punto di vista?

i bambini comprendono le intenzioni degli altri Per andare più a fondo nel problema tre ricercatori della Yale University hanno cercato di indagare il tipo di valutazione che fanno i piccoli tra i 5 e 12 mesi d’età nell’osservare il comportamento orientato ad una meta, in due situazioni, una precedente e una successiva.

SITUAZIONE 1: comprendeva la visione di due filmati:

  • nel primo una palla saliva la prima collina e poi era aiutata da un triangolo a raggiungere la vetta della seconda collina (aiuto)
  • nel secondo la stessa palla saliva la prima collina ma poi era ostacolata da un quadrato nella sua ascesa nella seconda collina, e cadeva al punto iniziale (ostacolo)

SITUAZIONE 2: venivano fatti vedere altri due filmati con gli stessi oggetti presentati precedentemente: la palla, il triangolo e il quadrato.

  • nel primo video la palla si avvicinava al triangolo
  • nell’altro la stessa si avvicinava al quadrato

I risultati documentano come i piccoli di 12 mesi mostravano una tendenza forte a preferire il video in cui la palla si avvicinava a chi le era stato d’aiuto (triangolo), rispetto a quello in cui la palla andava verso il quadrato, che nella prima situazione l’aveva ostacolata. Il ragionamento di base che i bambini operarono fu probabilmente questo: se fossi nella palla preferirei avvicinarmi a chi prima mi ha aiutato e vorrei allontanarmi da chi mi ha bloccato la strada.

Sebbene siano state date varie interpretazioni a questo fenomeno, gli autori di questo studio sono pervenuti tuttavia alla conclusione che già ad un anno di età siamo in grado di capire i motivi per cui le persone si comportano in un certo modo, ragionando come se ad agire fossimo noi in prima persona.

 

Bibliografia

Kuhlmeier V., Wynn K., Bloom P. (2003) Attribution of Dispositional States By 12-months-olds, Psychological Science, 402-407

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Con l’ingresso alle scuole superiori, l’interesse per le materie scientifiche inizia a calare. In particolare compare un calo sia nel rendimento che nella frequenza ai corsi di scienze, tecnologia, ingegneria e matematica (in inglese: STEM”: Science, Technology, Engineering, Mathematics). Tale dato diventa particolarmente evidente nel sistema scolastico statunitense, dove la scelta di alcune delle materie da frequentare al liceo è facoltativa, a differenza che nella scuola italiana.
A partire da queste osservazioni, uno studio scientifico ha cercato di capire quanto la motivazione degli adolescenti possa essere influenzata dall’atteggiamento dei genitori nei confronti di queste materie. Secondo gli studiosi infatti, il sostegno dei genitori (unito all’interesse personale dello studente per gli studi scientifici) avrebbe un influsso significativo sulle scelte scolastiche dei ragazzi.

Per verificare questa ipotesi, un gruppo di ricercatori di Harvard, ha inizialmente inviato materiale informativo sull’utilità delle materie STEM ai genitori di figli adolescenti. Questi opuscoli forniscono consigli su come motivare e supportare i figli nelle loro decisioni, e sull’importanza delle scienze nei vari ambiti della vita. In seguito i ricercatori hanno acquisito i dati delle iscrizioni di questi ragazzi ai corsi del gruppo STEM.

LA RICERCA

Lo studio, durato circa 15 mesi, ha coinvolto 188 studenti ai primi anni delle scuole superiori e i loro genitori. Il campione è stato diviso in due gruppi: un gruppo sperimentale al quale venne inviato il materiale informativo, e un gruppo di controllo.
GENITORI-SCUOLAAl primo gruppo -quello sperimentale– durante l’ottobre del secondo anno di scuola, i ricercatori hanno mandato via email a entrambi i genitori e agli studenti stessi una brochure in cui si descriveva come aiutare i ragazzi a trovare un certo valore nella scuola, fornendo informazioni sull’importanza della matematica e delle scienze nella vita di tutti i giorni e per molte professioni. Successivamente, a gennaio del penultimo anno, venne inviata ai genitori un’altra brochure intitolata “Helping your teen with the choice ahead”. Questo opuscolo enfatizzava gli stessi temi tramite alcuni esempi, con un focus sulla rilevanza della matematica e delle scienze nelle semplici attività giornaliere, per il college e per la preparazione professionale. Inoltre includeva interviste di studenti del college che parlavano dell’importanza dei corsi STEM frequentati alle scuole superiori. Nell’ultima parte dell’esperimento, durante la primavera del penultimo anno, vennero inviati due tipi di questionari da completare online: uno era per i genitori, per rilevare se avessero utilizzato i consigli dell’ultima brochure inviata; il secondo era invece per gli studenti, e rilevava la loro percezione dell’utilità dei corsi di matematica e scienze.
Questo primo gruppo veniva confrontato con le scelte di un gruppo di controllo, che non aveva ricevuto alcun tipo di materiale informativo: in questo caso genitori e ragazzi completarono solamente un questionario durante l’estate dell’ultimo anno di scuola.

I RISULTATI

I risultati dello studio dimostrano che l’intervento informativo ha generato un incremento della comunicazione tra genitori e adolescenti per quanto riguarda il valore dei corsi di matematica e scienze e, ancora più importante, un maggiore livello di iscrizione alle materie del gruppo STEM negli ultimi due anni di scuola rispetto al gruppo di controllo. Gli ultimi anni sono infatti i più critici, in cui i corsi di scienze e matematiche forniscono la base per il percorso universitario. Lo studio ha dimostrato quindi che i genitori possono influenzare positivamente le scelte accademiche dei propri figli, se forniscono loro un adeguato supporto.
Nella stessa ricerca è infine emerso che anche il grado di istruzione dei genitori aumenta la propensione per le materie scientifiche e che, rispetto ai padri, sono le madri coloro che riescono a percepire un maggiore valore dell’importanza delle materie del gruppo STEM.

IN CONCLUSIONE…

I ragazzi, se adeguatamente supportati, possono raggiungere grandi successi anche nei campi che obiettivamente sembrano loro più difficili. A volte sembra che le scelte dei nostri figli siano solo dei sogni irraggiungibili ma, come dimostrato, possono essere concretizzati con successo se invece di indirizzarli verso un qualcosa di più semplice, più sicuro e più facilmente raggiungibile, vengono supportati e motivati. Ogni genitore vuole il bene e il meglio dei propri figli e allo tesso tempo i ragazzi si comportano in modo da non deludere le aspettative dei propri genitori. Se entrambi riescono a trovare un punto di incontro, tramite la comunicazione e il confronto, niente diventa irraggiungibile, i ragazzi possono realizzarsi nei campi in cui si sentono più portati e i genitori non potranno che ricavare grandi soddisfazioni dal vedere i propri figli felici e realizzati.

BIBLIOGRAFIA

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Sally depone una barra di cioccolato nella scatola e esce dalla stanza. Ann entra nella stanza e sposta il cioccolato di Sally nel cesto. Poi Sally rientra. Dove andrà a cercare il suo cioccolato?

sally ann test teorie della menteI bambini piccoli avranno molta difficoltà a rispondere al quesito, e nel farlo si baseranno sulle loro conoscenze, piuttosto che su quelle di Sally. Dunque risponderanno che Sally molto probabilmente andrà alla ricerca della barretta nel cesto. Questo è un esempio della difficoltà che i bambini nel capire cosa possono pensare gli altri.

In ambito scientifico c’è un ampio dibattito sulla natura di tale incapacità. Alcuni studiosi suggeriscono sia una differenza di tipo qualitativo, che si acquisisce solo con lo sviluppo. Altri ipotizzano che questa si dovuta a una generale limitatezza delle abilità di memoria e di logica presenti nell’infanzia, piuttosto che ad una difficoltà di comprensione degli eventi che accadono.

 

Birch e Bloom (2003) affermano invece che questo errore sia dovuto a diversi fattori e sia presente anche negli adulti con il nome di curse of knowledge: quante volte di fronte alla nostra conoscenza della soluzione di un problema abbiamo sovrastimato la sua facilità nel risolverlo?

Questi ricercatori sostengono che questa difficoltà si presenti soprattutto nei bambini molto piccoli, che si manifesti anche in compiti che non coinvolgono direttamente il bias della falsa credenza, e che l’aiutarli a superare con successo la prova avrà enormi effetti su di loro.

Per provare ciò, a bambini dai 3 ai 5 anni vennero mostrati due giocattoli, uno, che si diceva, amico del pupazzo Percy, e un altro sconosciuto a Percy. Inoltre veniva detto loro che entrambi i giocattoli avevano un oggetto al suo interno, ma solo a metà dei partecipanti fu mostrato qual era l’oggetto effettivamente contenuto. La domanda che gli sperimentatori rivolsero loro fu: Percy sa che oggetto è contenuto nei due giocattoli? Il pupazzo Percy non poteva sapere quale fosse il contenuto del giocattolo a lui sconosciuto ma solo di quello del giocattolo a lui familiare. Tuttavia i bambini, a causa dell’errore avrebbero (secondo l’ipotesi) esteso la loro conoscenza anche al giocattolo sconosciuto a Percy, non immedesimandosi perciò in lui. Questo sarebbe successo quando essi avessero avuto la possibilità di vedere effettivamente gli oggetti che i due giocattoli contenevano.

I risultati confermarono l’ipotesi. I bambini di 3 anni tendevano ad attribuire a Percy la conoscenza dell’oggetto nel giocattolo sconosciuto solo quando essi avevano avuto la possibilità di vederlo e non quando ne erano all’oscuro pure loro. Quindi tendevano a sbagliare solo quando indotti a farlo a causa del loro bias. Nei bambini di cinque anni tale fenomeno non si presentava più.

Questo effetto sembra essere in accordo con la teoria di Piaget, la quale afferma che i bambini hanno difficoltà nell’assumere prospettive diverse dalla loro. In realtà l’errore non deriva dall’egocentrismo infantile: i bambini testati non avevano difficoltà ad assumere qualsiasi prospettiva, ma semplicemente quella di colui che ne sapeva di meno.

Insomma, la ricerca dimostra come i bambini piccoli sono particolarmente suscettibili al curse-of-knowledge bias identificato anche negli adulti e questo li porta a produrre degli errori nell’attribuzione degli stati mentali.

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Bibliografia

Children are Cursed: An Asymmetric Bias in Mental-State Attribution, Psychological Science, 2003, 283-285



I ragazzi trascorrono una gran parte del loro tempo a scuola, con i compagni di classe oppure con i loro compagni di sport . Ma quanto peso hanno queste relazioni ne loro comportamento? Molti studi hanno dimostrato l’enorme effetto che ha l’ambiente sociale (tra cui la scuola, il vicinato e la comunità) sullo sviluppo sociale e cognitivo dei ragazzi.

Poche ricerche hanno indagato invece i cambiamenti nel comportamento. I pochi studi fatti in passato hanno perlopiù attribuito all’influenza dei geni la maggior parte dei comportamenti dei ragazzi, dimenticando l’impatto dei fattori ambientali.

Un’ipotesi recente afferma invece che alcuni comportamenti adolescenziali, tra cui in particolare l’abitudine al fumo o all’alcool, siano spiegabili quasi esclusivamente facendo riferimento al gruppo dei pari in cui il bambino o l’adolescente è inserito, e che in ciò i geni abbiano un effetto minimo.

Dimmi che amici hai Per dimostrare quanto appena affermato, in uno studio condotto in Finlandia sono stati coinvolti: gemelli monozigoti; gemelli eterozigoti; ragazzi con fratelli non gemelli. Tutti con un’età compresa tra gli undici e i dodici anni. E’ noto come, i gemelli monozigoti, a differenza degli eterozigoti, condividano tutto il patrimonio genetico. Ogni ragazzo frequentava una classe differente rispetto al proprio gemello o fratello. Tutti i ragazzi vivevano nella stessa area residenziale, così da poter escludere qualsiasi altra influenza legata a differenze ambientali.

Ad ognuno venne sottoposto un questionario con domande relative al fumo, all’uso di alcool, e una domanda a contenuto religioso. In base alle conoscenze derivanti dagli studi sull’influenza dei geni, gli studiosi si attendevano che la maggiore similarità fosse fra i gemelli monozigoti (identici dal punto di vista genetico).

Al contrario, i ragazzi che dicevano di bere alcolici, si trovavano in classe con altri ragazzi che facevano effettivo uso di alcolici. La probabilità che anche il fratello bevesse alcolici era la stessa per i gemelli mono ed eterozigoti o per i fratelli. Insomma, l’impatto dei “compagni di classe” è risultato molto più forte di quello dei geni.

Nello studio si è riscontrato un basso peso delle variabili socio-economiche, dal momento che in Finlandia, rispetto ad un paese come gli USA, le differenze di educazione, salute, status sociale hanno un minor impatto. In ogni caso, lo studio dimostra quanto i compagni di classe, che fanno anche parte del vicinato di casa, influenzino specifici comportamenti dei ragazzi, sebbene questa influenza possa essere temporanea e confinata alla tarda infanzia o prima adolescenza.

Questo testimonia, infine, quanta importanza i genitori abbiano, non tanto nella scelta della scuola quanto nella selezione della comunità e del vicinato in cui si troveranno a vivere.

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Bibliografia

It does take a village: Nonfamilial Environments and Children’s Behavior, Psychological Science, 2003, 273-277

 

 




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