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Cosa vuol dire essere un genitore autoritario? Cosa succede se il bambino vede la mamma e il papà come due ”dittatori” a cui obbedire?

In tutte le famiglie possono esserci piccoli o grandi litigi tra genitori e figli: per i compiti, per aver detto una bugia o aver rotto una finestra giocando con la palla. Certe discussioni sono inevitabili e servono al bambino per crescere in modo sano e maturo, poiché lo aiutano a comprendere quali sono le regole e i limiti entro i quali si può spingere. I genitori un po’ troppo severi non sono dei cattivi genitori, ma possono rendere più complicato il processo di crescita e autonomia del bambino, quando le regole sono applicate in modo troppo rigido e autoritario.

Ecco quali sono gli svantaggi dell’essere un genitore-dittattore (o, secondo la terminologia psicologica, dello “stile genitoriale autoritario”).

1) PRENDE TUTTE LE DECISIONI. Sin da piccoli, i bambini hanno i loro gusti e le loro opinioni, ma i genitori autoritari prendono tutte le decisioni su cosa è meglio per il bambino e sono insensibili alle richieste del figlio. “Si fa così perché lo dico io!”, questa è la frase fatidica che stronca sul nascere ogni possibilità di obiezione. Il bambino non può scegliere quali compagni frequentare, come passare il tempo libero, quale sport praticare, come vestirsi e cosa mangiare perché i genitori hanno già deciso per lui: non gli resta che adeguarsi alle loro decisioni.

 

2) USA PREMI E PUNIZIONI. È vero, qualche volta una punizione può insegnare più di mille parole, ma i genitori-dittatori le usano in modo così rigido che il bambino impara a rispettare le regole perché ha paura della punizione, non perché ne comprenda il significato. Sarebbe meglio che le punizioni non fossero troppo numerose ed è importante aiutare il bambino a capire che lo scopo della punizione è di renderlo migliore, non certo di farlo soffrire: molto spesso i genitori autoritari trascurano questo aspetto importantissimo. Cosa dire dei premi invece? Se i successi vengono premiati è certamente una grande soddisfazione per il bambino, che non solo sarà molto felice, ma verrà anche incoraggiato a impegnarsi ancora di più in futuro. L’importante è che il premio materiale non sia il solo tipo di riconoscimento: non esiste giocattolo che potrà mai eguagliare le lodi e le coccole della mamma o del papà!

3) VEDE SE STESSO COME MIGLIORE DEL BAMBINO. I genitori-dittatori hanno l’abitudine di considerarsi più importanti e influenti nelle decisioni per il solo fatto di essere genitori. Anche se il bambino è più piccolo e ha pochissima esperienza alle spalle, è importante che i genitori sappiano valorizzare il suo punto di vista e le sue capacità. I bambini sono infatti molto sensibili al modo in cui li si tratta e, se sentono di essere poco importanti e di valere poco, crescendo avranno problemi di autostima e faranno fatica nelle relazioni con gli altri. Può essere utile ad esempio spiegare al bambino che essere genitore non è solo uno stato di diritto, ma che comporta anche delle responsabilità e che comunque ogni membro della famiglia, dal più piccolo al più grande, ha il suo ruolo ed è unico e speciale.

 

Troppe regole, senza spiegazioni chiare, creano problemi di frustrazione e di autostima nel bambino.
Troppe regole, date senza spiegazioni chiare, creano problemi di frustrazione e di autostima nel bambino.

4) IMPONE REGOLE STRETTE E LASCIA POCA LIBERTÀ. “Non parlare con la bocca piena, non scarabocchiare i muri, non urlare, non giocare con la palla, non rispondere male, non uscire se non hai finito i compiti…” Le regole servirebbero a proteggere e indicare al bambino la giusta strada da seguire, ma se sono troppe finiscono per sopprimere ogni sua iniziativa e privarlo di ogni forma di libertà. Piuttosto che usare il “NON…” sarebbe meglio dare dei suggerimenti in modo positivo e agire da modello per il bambino, ad esempio invece di urlare “non gridare!” bisognerebbe dire “parla piano”, dando per primi l’esempio. E’ importante ricordare che l’esempio è una delle forme più efficaci di insegnamento.

5) I BAMBINI CHE CRESCONO CON QUESTO STILE NON HANNO MAI PRESO UNA DECISIONE. Se i genitori, con il loro stile autoritario, hanno sempre preso le decisioni per tutta la famiglia, il bambino non si è mai trovato di fronte a una scelta, quindi in futuro non sarà in grado di affrontarne una. Per fare un esempio, i bambini che non hanno mai preso decisioni circa il proprio percorso scolastico e sono stati sempre seguiti dai genitori nello svolgimento dei compiti, una volta finito il liceo si trovano completamente impreparati alla scelta dell’Università in cui iscriversi: sono molti quelli che dopo essersi iscritti abbandonano gli studi, o si bloccano perché non hanno imparato come gestire autonomamente lo studio. Non si può pretendere all’improvviso che un bambino all’improvviso diventi uomo senza permettergli quei passaggi intermedi di acquisizione di autonomia e responsabilità: i figli di genitori-dittatori lo imparano -purtroppo- a loro spese.

***Leggi anche: I tre limiti del genitore-suddito.***

 

 

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Come aiutare i propri figli ad aprirsi con i genitori? Come creare, fin dall’infanzia, alcuni momenti di confidenza fra genitori e figli? E soprattutto come farlo con i bambini che fanno più fatica ad esprimere i propri pensieri? Per molti bambini, come per altrettanti adulti, è molto facile parlare di episodi divertenti, di sport o dei regali di Natale, ma è enormemente più difficile raccontare episodi più imbarazzanti o più preoccupanti. Immaginiamo quanto può essere difficile raccontare di essere stato preso in giro o di avere una paura che altri potrebbero vedere come sciocca. Esistono alcune strategie che possono aiutare i genitori a creare il momento opportuno e ad usare le strategie migliori per permettere ad un bambino di dire ciò che pensa.

1. ASCOLTA SE VUOI COMUNICARE- Spesso i bambini vogliono solo essere ascoltati, senza essere bombardati dai consigli dei propri genitori. In questo modo il bambino impara a condividere le proprie emozioni senza la paura di essere frainteso o non capito, aumentando la possibilità che si rivolga di propria iniziativa all’adulto per condividere ciò che sente. È importante che un genitore mantenga per sé le proprie opinioni e che queste vengano condivise solo su richiesta. Se proprio il genitore vuole dare consigli, magari perché avverte la pericolosità della situazione, deve prima assicurarsi di aver capito a fondo come il bambino si sente, in quanto è solo con questa comprensione che i bambini sono propensi ad accettare ciò che i genitori dicono. Con questi piccoli accorgimenti il bambino sviluppa una forte fiducia nella relazione con i propri genitori ed è più propenso a condividere i propri pensieri.

Anche la nostra postura è importante: guardiamo il bambino negli occhi, sediamoci o inginocchiamoci in modo che i nostri sguardi siano alla stessa altezza. In questo modo il bambino non si sentirà intimidito.
Strategia n. 8: Anche la nostra postura è importante: guardiamo il bambino negli occhi, sediamoci o inginocchiamoci in modo che i nostri sguardi siano alla stessa altezza. In questo modo il bambino non si sentirà intimidito.

2. ACCETTARE SEMPRE LE EMOZIONI DEL BAMBINO, ANCHE QUANDO NON SI CONDIVIDONO- Accettare le emozioni del proprio bambino non significa necessariamente essere in accordo con esse: bisogna ricordare che i sentimenti e le emozioni non sono giusti o sbagliati, ma semplicemente un proprio modo di vivere le esperienze. E’ dunque meglio evitare frasi come «Non capisco perché sei triste, hai molto di cui essere grato!»  oppure «Non devi arrabbiarti per queste cose…», che farebbero credere al bambino che sia lui ad essere sbagliato in qualcosa.  Piuttosto è preferibile accettare l’emozione e fornire un punto di vista diverso. Ad esempio « Capisco che questa cosa ti ha fatto tanto arrabbiare. Prova a pensare anche che…»

3. ASCOLTARE IL SILENZIO- Ascoltare il silenzio è altrettanto importante quanto ascoltare ciò che il bambino ha da dire. Il silenzio è un modo che i bambini usano per comunicare, quindi risulta utile capire le motivazioni sottostanti ad esso: può essere un modo per punire i genitori perché è arrabbiato, una strategia per proteggersi perché ha paura che ciò che ha da dire possa essere frainteso, oppure un modo per vivere un’esperienza dolorosa. Quando i bambini si barricano dietro il muro del silenzio, spesso i genitori si sentono frustrati ma è importante capire che non sempre il silenzio è sintomo di qualcosa di grave, quindi bisogna semplicemente lasciarlo accadere: anche i bambini hanno bisogno di intimità e questo loro desiderio deve essere rispettato.

4. STABILIRE DEI “MOMENTI SPECIALI”- Ecco una delle strategie più importanti. Occorre trovare un momento, anche breve, in cui il genitore e il bambino sono soli. E’ importante che questi momenti non siano sporadici o occasionali, ma piuttosto regolari e costanti. Questi momenti potrebbero essere interrotti da piccoli imprevisti. Se il telefono squilla, bisogna ignorarlo: in questo modo il bambino capisce che la loro relazione ha un’alta priorità per il genitore. Queste occasioni potrebbero essere occupate facendo fare al bambino ciò che più gli piace, tranne che attività competitive poiché potrebbe sentirsi rifiutato se non ha successo. Alcuni esempi possono essere: “Il sabato pomeriggio breve giro in bici con il papà”, “Parlare 5 minuti con la mamma prima di addormentarsi” oppure “Parlare con il papà mentre giochiamo con i lego”.

comunicazioni genitori figli mentecomportamento5. CONDIVIDERE I PROPRI STATI D’ANIMO- Poiché quando si comunica si è in due, risulta importante anche la condivisione dei propri stati d’animo da parte dei genitori. In questo modo i bambini non fraintenderanno più alcuni comportamenti o atteggiamenti: se la mamma torna a casa arrabbiata per un qualcosa che è successo a lavoro, il bambino – non sapendolo – potrebbe pensare «La mamma è arrabbiata, avrò fatto qualcosa che non va!». Per evitare queste sofferenze ingiustificate nel bambino, la mamma potrebbe dirgli «Sono molto infastidita per la discussione avuta con il mio collega». Parlare delle proprie emozioni e specificarle permette al bambino di riconoscere le emozioni altrui, abilità che risulterà utile per qualsiasi tipo di relazione che in futuro andrà ad intrattenere.

 

 

6. SEPARARE IL COMPORTAMENTO DAL BAMBINO- È necessario ricordarsi di lodare o rimproverare il comportamento piuttosto che il bambino. «Ammiro come hai completato il progetto di scienze in tempo» è molto più gratificante e specifico che dire «Come sei bravo!». Quando si disapprova il comportamento del bambino, bisogna esporre le proprie note senza brutali attacchi che svalutino il bambino come persona. Quindi, invece di rimproverarlo con «Te l’avevo già detto! Sei un disastro!», è preferibile dire «Sbagli a non rispettare le regole». I commenti diretti ad un comportamento, positivi o negativi che siano, sono molto più specifici, accurati ed efficaci di quelli diretti alla persona, risultando meno svalutativi.

7. APPREZZARE I DIVERSI CARATTERI- Ogni bambino ha un carattere diverso e allo stesso tempo anche un diverso modo di esprimere le proprie emozioni. Alcuni bambini sono tranquilli, alcuni teatrali e altri ancora sono razionali, con una scarsa preoccupazione ed interesse per le sensazioni degli altri. Se i genitori non riescono ad apprezzare queste differenz
e individuali
, a volte trasformano i bambini in qualcosa che non sono, con il risultato che i genitori si sentono frustrati e i bambini incompresi. Una volta che i genitori hanno capito qual è il modo d’essere e di esprimersi del proprio bambino, dovranno sviluppare un determinato approccio di comunicazione che meglio corrisponde alle esigenze del bambino. Solo in questo modo la comunicazione si semplifica e diviene più piacevole per entrambi.

 

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Ansia da Separazione
Non vuole andare a scuola? Forse ha paura di allontanarsi dalla mamma.

“Nella misura in cui gli attaccamenti alle persone amate sono parte integrante delle nostre vite, lo è anche la possibilità di provare infelicità alla separazione da tali figure e angoscia per la prospettiva di tale separazione”.

Così recitava già nel 1973 John Bowlby, psicologo americano e tra i maggiori studiosi esperti della teoria dell’attaccamento, inserendo in qualche modo la paura della separazione tra le reazioni “normali” conseguenti l’allontanamento della figura di attaccamento (o “caregiver”, letteralmente: chi fornisce le cure).

Cos’è l’ansia da separazione?
Se dunque l’ansia da separazione costituisce una reazione fisiologica che tutti sperimentiamo in modo particolare nei primi periodi della nostra vita, è vero che essa, incontrata in fasi successive della vita, può assumere caratteristiche disfunzionali. Il nuovo manuale diagnostico dei disturbi psichiatrici, DSM 5, pubblicato questo anno dall’American Psychiatric Association, inserisce la diagnosi di “Disturbo d’Ansia da Separazione” tra i disturbi d’ansia che possono riguardare bambini, adolescenti ed adulti. Tra i criteri che devono essere soddisfatti per porre questa diagnosi è indicata la presenza di ripetuti incubi, il rifiuto di uscire di casa e andare a scuola nei bambini, paura e riluttanza eccessiva a stare solo e lamentele di sintomi fisici in previsioni dell’allontanamento delle figure di attaccamento.

Quali sono le cause?
L’insorgenza di tale ansia può essere legata ad un evento traumatico o essere conseguenza di un legame di attaccamento disfunzionale, in cui spesso l’ansia del bambino è alimentata da quella dei genitori, che mettono in atto uno stile educativo atto a far sperimentare il mondo come pericoloso e minaccioso, alimentando le paure del bambino e di fatto limitandone le possibilità di esplorazione dell’ambiente circostante. È stato infatti sperimentato che il fattore ereditario ha una forte incidenza nel favorire l’insorgenza di ansia da separazione.

Cosa fare?
Queste ragioni fanno sì che la presa in carico nella terapia cognitivo- comportamentale dell’ansia da separazione nel bambino e nell’adolescente debba essere preceduta da un’accurata analisi della richiesta, atta ad individuare la presenza di un evento antecedente l’instaurarsi dell’ansia da separazione.
È importante segnalare come, in particolare nelle prime fasi di vita, sia utile non sottovalutare la presenza nei bambini di paure di abbandono o il protrarsi di comportamenti ansiosi nei momenti di separazione, quale ad esempio quelli che in questo periodo sanciscono l’inizio della scuola e la conseguente separazione dagli adulti della famiglia. In particolare tra questi troviamo: difficoltà o rifiuto di andare a letto da soli, lontano da casa; richiesta di rassicurazioni sul fatto che il caregiver tornerà o sia in buona salute, richiesta di telefonare al caregiver o essere riportato da lui, paure esagerate e persistenti riguardo al verificarsi di eventi catastrofici che li possano separare per sempre dalle figure di attaccamento; paura di incorrere in qualche grave incidente o essere rapiti se lontani dai caregiver oppure che alle figure di attaccamento capiti qualcosa di brutto quando sono lontani.
La separazione infatti rappresenta per il bambino un evento traumatico in quanto portatore di rottura dei legami affettivi, in antitesi con il suo bisogno di affetto e sicurezza; inoltre l’esigenza di continuità nei rapporti interpersonali e il suo senso di durata di tali rapporti sono radicalmente diversi da quelli dell’adulto e quindi quel distacco che può sembrare insignificante ad un adulto, ad un ragazzo può invece apparire un’interminabile fonte di disagio (Bowlby, 1973). In questi casi è utile chiedere il supporto psicoterapico e intervenire alle prime avvisaglie di un disturbo d’ansia da separazione, onde prevenire l’instaurarsi di ben più radicate fobie specifiche e aspetti depressivi.

Quali possono essere le conseguenze dell’ansia da separazione, se non trattata?
Nei casi di carenza e deprivazione affettiva per indifferenza o rifiuto genitoriale, l’elemento di perdita, se non elaborato correttamente, rischia di divenire un tema centrale dell’organizzazione della personalità, che a lungo andare assume caratteristiche di tipo depressivo, in cui è preminente il senso di colpa derivante da una propria avvertita presunta responsabilità nell’allontanamento della figura di attaccamento e da cui deriva lo svilupparsi di un conseguente senso di inadeguatezza ed inamabilità personali.

Bibliografia:

  • American Psychiatric Association, 2014; DSM 5, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi Mentali, quinta edizione. Cortina, Milano;
  • Bowlby, J., 1973; Attaccamento e perdita. La separazione dalla madre. Trad it, Torino, Boringheri;
  • Nuvoli, G., Uccula,A., 2007; Attaccamento e rappresentazioni della realtà, Editrice democratica sarda;


A bambini ed adolescenti può accadere di attraversare periodi di grande difficoltà, in cui si nota una marcata perdita d’interesse e di piacere nelle attività, perfino in quelle che il bambino trovava piacevoli e divertenti (“Non ho voglia di niente”). Si ha un calo della stima di se stessi, un senso svalutazione (“Sono sbagliato”) e sentimenti di colpa o di vergogna nei propri confronti, (“I miei genitori non mi vogliono bene”, “I miei amici non mi apprezzano”). Questo insieme di pensieri e comportamenti rivela come il bambino/ragazzo stia affrontando un periodo di depressione, in cui si sente triste per la maggior parte del giorno. Alcuni bambini/ragazzi reagiscono diventando irrequieti e irritabili, mentre altri sembrano apatici e indifferenti alla maggior parte delle cose. Nei casi più gravi possono comparire anche pensieri di disperazione e di suicidio (“Non ha senso vivere se bisogna soffrire cosi”). Approfondisci




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