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La dislessia è un disturbo dell’apprendimento che si manifesta come una difficoltà nel leggere in modo corretto e fluente, che non ha nulla a che vedere con deficit di tipo intellettivo o con una insufficiente istruzione.

Gli errori nella lettura consistono spesso nella confusione tra lettere che hanno lo stesso suono (esempio “d”-“t” o “g”-“c”); oppure tra lettere che sono graficamente simili, le quali vengono capovolte (la “n” diventa una “u” o la “p” diventa una “d”), lette specularmente (la “p” diventa una “q” o la “b” in una “d”) o si ha l’omissione di una loro parte grafica (esempio “m”-“n” oppure “v”-“w”). Altro errore tipico consiste nell’invertire le lettere che costituiscono la parola stessa, per cui se sul testo c’è scritto “capra” la si può leggere come “carpa”. Il testo scritto, agli occhi dei dislessici, sembra animato e caratterizzato di una vita propria: per questo motivo la lettura risulta molto lenta e spesso si incorre anche nel rischio di non comprendere ciò che si sta leggendo in quanto si spendono tutte le proprie energie nel leggere correttamente e senza alcun errore, soprattutto quando lo si deve fare in presenza di altre persone e ad alta voce.

 

Spesso le persone con dislessia si sentono "inferiori" agli altri.
Spesso le persone con dislessia si sentono “inferiori” agli altri.

Per tutti questi motivi, i dislessici incontrano serie difficoltà nei compiti scolastici, in quanto hanno bisogno di più tempo non solo per studiare e svolgere i compiti a casa, ma anche per trascrivere un dettato o per copiare un testo dalla lavagna. Gli studenti dislessici tendono quindi a sentirsi incapaci e a sviluppare un atteggiamento sempre più negativo non solo nei confronti della scuola, ma successivamente anche per l’ambiente lavorativo. In realtà, essere dislessici non implica assolutamente il doversi precludere qualsiasi attività di tipo intellettuale.
Il primo passo è quello di riconoscere che tutte queste problematiche sono dovute appunto alla dislessia e non ad altri fattori, in quanto solo tramite la corretta diagnosi è possibile per l’individuo capire la natura delle sue difficoltà e quindi adoperare determinate tecniche che possano rendergli la lettura più facile.

 

Tra i vari interventi atti ad arginare i problemi di lettura, il più “classico” consiste nel seguire delle sedute dal logopedista o dallo psicologo specializzato in disturbi dell’apprendimento. Tuttavia, grazie all’incessante sviluppo tecnologico degli ultimi anni, sono state ideate nuove tecniche di supporto per i dislessici, come la creazione di font (ovvero: il carattere del testo sul pc) appositamente creati per facilitare la lettura.

i caratteri del font "dyslexie"
i caratteri del font “dyslexie”

Tali font sono stati creati in modo tale che ogni lettera abbia una dimensione, una “curvatura” ed una inclinazione unica nel suo genere, in modo da evitare la confusione con le altre lettere che graficamente risultano simili se capovolte o rispecchiate. Alcuni studi hanno dimostrato che l’adozione di queste tipologie di font ha comportato effettivamente una diminuzione degli errori di lettura dei dislessici, tant’è che in alcuni paesi sono stati adottati non solo nelle scuole, ma anche nei luoghi di lavoro quali aziende ed negli istituti governativi per aiutare i propri dipendenti; inoltre sono aumentati i numeri di libri stampati ed ebook scritti con questi font.

Ad esempio, DYSLEXIE,  il font creato da Christian Boer (lui stesso dislessico), è scaricabile da questo sito gratuitamente, in modo tale che possa essere impostato come font di default sul proprio computer: utile quindi non solo per convertire i propri documenti e poi stamparli, ma anche per poter leggere comodamente la propria posta elettronica o navigare e visitare in tutta tranquillità tutte le pagine web di proprio interesse.

 

[Leggi anche: I disturbi dell’apprendimento]

 

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Uno dei grandi problemi che i genitori devono affrontare riguarda la linea educativa da adottare per i propri figli. Spesso capita che tale linea non venga decisa di comune accordo tra i genitori, portando alla generazione di numerose regole, soprattutto tra loro incoerenti. I genitori sono dei continui modelli di riferimento per il bambino e per questo motivo, in tali situazioni, il piccolo si ritroverà a vivere un’esperienza di confusione in quanto non è in grado di acquisire modelli coerenti. Quindi risulta necessario che la coppia genitoriale sia coerente, non solo per offrire sicurezze e un ambiente stabile ai propri figli, ma anche per salvaguardare la relazione all’interno della coppia stessa.

rules1- COERENZA FRA GENITORI
La premessa per creare un ambiente stabile sta nel concordare una linea comune per quanto riguarda l’educazione: cosa è permesso o non è permesso fare, come premiare o sgridare il bambino, ecc. Tutto ciò è funzionale alla generazione di poche ma precise ed efficaci regole, le quali devono essere rispettante anche in assenza di uno dei due genitori. Tuttavia capitano situazioni in cui i genitori si ritrovano ad affermare cose diverse, portando il bambino ad una grande confusione.
Per esempio, se la mamma dice che non si possono mangiare le caramelle prima di andare a dormire, il papà non può portargliele di nascosto a letto; oppure se si è deciso che il bambino può vedere la televisione solo dopo aver finito i compiti, non gliela si lascia vedere prima solo perché fa i capricci. In questo modo il bambino sa cosa aspettarsi e da chi, e sa a quale dei due genitori rivolgersi per ottenere quello che vuole, portando così la situazione a suo vantaggio. Ma non solo: il bambino si trova davanti a una scelta molto difficile sul piano emotivo, ovvero quella di decidere quale regola rispettare, e quindi quale genitore compiacere e quale no. Questa incoerenza non danneggia solo il bambino, ma anche la stessa coppia genitoriale poiché ci si rimprovererà a vicenda l’esistenza di un genitore “cattivo” e un genitore “buono” che concede al bambino tutto ciò che vuole.

occorre stabilire chiaramente quali sono i momenti dedicati ai compiti, ai giochi o alla TV
occorre stabilire chiaramente quali sono i momenti dedicati ai compiti, ai giochi o alla TV

2- COERENZA NEL TEMPO
Una volta decise di comune accordo le regole, bisogna impegnarsi a farle rispettare sia in momenti che in luoghi diversi. Questo dovere risulta molto difficile, poiché ci sono molte variabili in gioco: l’umore, la stanchezza e lo stress del genitore (dovute per esempio al lavoro) e i capricci irremovibili dei bambini. Infatti può capitare che quando il bambino fa i capricci, si acconsenta di trasgredire a una regola per farlo calmare, poiché si è stanchi e non si hanno le forze necessarie per contrastare il capriccio. Ad esempio, se il genitore torna a casa stanco dal lavoro e il bambino insiste perché vuole giocare ai videogames al di fuori del tempo stabilito, l’adulto potrebbe acconsentire pur di avere un attimo di quiete e relax. Ciò risulta alla lunga controproducente: i bambini infatti possono imparare che in certe situazioni possono ottenere ciò che vogliono. Inoltre la regola inizia a perdere il suo valore: se ci sono stati momenti in cui la regola non era valida, essa perde la sua efficacia e il bambino impara che se è riuscito ad avere la meglio su quella determinata regola, forse può averla anche su tante altre. Certamente i casi eccezionali in cui una regola non venga rispettata possono capitare, l’importante è che questi rimangano dei casi isolati e non un’abitudine frequente.

3- LA COPPIA ALLA PROVA DELLA COMUNICAZIONE
I bambini riescono molto bene a notare anche le piccole incoerenze fra i genitori, e spesso ne approfittano rigirando la situazione a loro favore. Per evitare tale rischio, la soluzione è tanto semplice quanto ovvia: i genitori devono parlarsi ed ascoltarsi per decidere in comune accordo le varie regole, ma soprattutto devono sviluppare un adeguato stile comunicativo nei confronti dei propri bambini. Infatti, non basta dire al bambino cosa può o non può fare, ma bisogna prestare molta attenzione anche al come e quando lo si dice. Ad esempio, se si chiede al bambino di spegnere la televisione con un tono disattento mentre si è distratti in altre attività, il bambino non darà importanza a questa richiesta e continuerà nel suo passatempo. Soprattutto, non bisogna rimanere indifferenti: se il bambino non ci ha dato ascolto, a poco serve ripetere la richiesta, ma bisogna passare all’azione, per esempio spegnendo la televisione. Molto importante inoltre non è solo impartire delle regole e farle rispettare, ma anche impegnarsi nello spiegarle affinché il bambino ne possa percepire il valore per favorirne la loro interiorizzazione e rispetto.

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Cosa vuol dire essere un genitore autoritario? Cosa succede se il bambino vede la mamma e il papà come due ”dittatori” a cui obbedire?

In tutte le famiglie possono esserci piccoli o grandi litigi tra genitori e figli: per i compiti, per aver detto una bugia o aver rotto una finestra giocando con la palla. Certe discussioni sono inevitabili e servono al bambino per crescere in modo sano e maturo, poiché lo aiutano a comprendere quali sono le regole e i limiti entro i quali si può spingere. I genitori un po’ troppo severi non sono dei cattivi genitori, ma possono rendere più complicato il processo di crescita e autonomia del bambino, quando le regole sono applicate in modo troppo rigido e autoritario.

Ecco quali sono gli svantaggi dell’essere un genitore-dittattore (o, secondo la terminologia psicologica, dello “stile genitoriale autoritario”).

1) PRENDE TUTTE LE DECISIONI. Sin da piccoli, i bambini hanno i loro gusti e le loro opinioni, ma i genitori autoritari prendono tutte le decisioni su cosa è meglio per il bambino e sono insensibili alle richieste del figlio. “Si fa così perché lo dico io!”, questa è la frase fatidica che stronca sul nascere ogni possibilità di obiezione. Il bambino non può scegliere quali compagni frequentare, come passare il tempo libero, quale sport praticare, come vestirsi e cosa mangiare perché i genitori hanno già deciso per lui: non gli resta che adeguarsi alle loro decisioni.

 

2) USA PREMI E PUNIZIONI. È vero, qualche volta una punizione può insegnare più di mille parole, ma i genitori-dittatori le usano in modo così rigido che il bambino impara a rispettare le regole perché ha paura della punizione, non perché ne comprenda il significato. Sarebbe meglio che le punizioni non fossero troppo numerose ed è importante aiutare il bambino a capire che lo scopo della punizione è di renderlo migliore, non certo di farlo soffrire: molto spesso i genitori autoritari trascurano questo aspetto importantissimo. Cosa dire dei premi invece? Se i successi vengono premiati è certamente una grande soddisfazione per il bambino, che non solo sarà molto felice, ma verrà anche incoraggiato a impegnarsi ancora di più in futuro. L’importante è che il premio materiale non sia il solo tipo di riconoscimento: non esiste giocattolo che potrà mai eguagliare le lodi e le coccole della mamma o del papà!

3) VEDE SE STESSO COME MIGLIORE DEL BAMBINO. I genitori-dittatori hanno l’abitudine di considerarsi più importanti e influenti nelle decisioni per il solo fatto di essere genitori. Anche se il bambino è più piccolo e ha pochissima esperienza alle spalle, è importante che i genitori sappiano valorizzare il suo punto di vista e le sue capacità. I bambini sono infatti molto sensibili al modo in cui li si tratta e, se sentono di essere poco importanti e di valere poco, crescendo avranno problemi di autostima e faranno fatica nelle relazioni con gli altri. Può essere utile ad esempio spiegare al bambino che essere genitore non è solo uno stato di diritto, ma che comporta anche delle responsabilità e che comunque ogni membro della famiglia, dal più piccolo al più grande, ha il suo ruolo ed è unico e speciale.

 

Troppe regole, senza spiegazioni chiare, creano problemi di frustrazione e di autostima nel bambino.
Troppe regole, date senza spiegazioni chiare, creano problemi di frustrazione e di autostima nel bambino.

4) IMPONE REGOLE STRETTE E LASCIA POCA LIBERTÀ. “Non parlare con la bocca piena, non scarabocchiare i muri, non urlare, non giocare con la palla, non rispondere male, non uscire se non hai finito i compiti…” Le regole servirebbero a proteggere e indicare al bambino la giusta strada da seguire, ma se sono troppe finiscono per sopprimere ogni sua iniziativa e privarlo di ogni forma di libertà. Piuttosto che usare il “NON…” sarebbe meglio dare dei suggerimenti in modo positivo e agire da modello per il bambino, ad esempio invece di urlare “non gridare!” bisognerebbe dire “parla piano”, dando per primi l’esempio. E’ importante ricordare che l’esempio è una delle forme più efficaci di insegnamento.

5) I BAMBINI CHE CRESCONO CON QUESTO STILE NON HANNO MAI PRESO UNA DECISIONE. Se i genitori, con il loro stile autoritario, hanno sempre preso le decisioni per tutta la famiglia, il bambino non si è mai trovato di fronte a una scelta, quindi in futuro non sarà in grado di affrontarne una. Per fare un esempio, i bambini che non hanno mai preso decisioni circa il proprio percorso scolastico e sono stati sempre seguiti dai genitori nello svolgimento dei compiti, una volta finito il liceo si trovano completamente impreparati alla scelta dell’Università in cui iscriversi: sono molti quelli che dopo essersi iscritti abbandonano gli studi, o si bloccano perché non hanno imparato come gestire autonomamente lo studio. Non si può pretendere all’improvviso che un bambino all’improvviso diventi uomo senza permettergli quei passaggi intermedi di acquisizione di autonomia e responsabilità: i figli di genitori-dittatori lo imparano -purtroppo- a loro spese.

***Leggi anche: I tre limiti del genitore-suddito.***

 

 

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Come aiutare i propri figli ad aprirsi con i genitori? Come creare, fin dall’infanzia, alcuni momenti di confidenza fra genitori e figli? E soprattutto come farlo con i bambini che fanno più fatica ad esprimere i propri pensieri? Per molti bambini, come per altrettanti adulti, è molto facile parlare di episodi divertenti, di sport o dei regali di Natale, ma è enormemente più difficile raccontare episodi più imbarazzanti o più preoccupanti. Immaginiamo quanto può essere difficile raccontare di essere stato preso in giro o di avere una paura che altri potrebbero vedere come sciocca. Esistono alcune strategie che possono aiutare i genitori a creare il momento opportuno e ad usare le strategie migliori per permettere ad un bambino di dire ciò che pensa.

1. ASCOLTA SE VUOI COMUNICARE- Spesso i bambini vogliono solo essere ascoltati, senza essere bombardati dai consigli dei propri genitori. In questo modo il bambino impara a condividere le proprie emozioni senza la paura di essere frainteso o non capito, aumentando la possibilità che si rivolga di propria iniziativa all’adulto per condividere ciò che sente. È importante che un genitore mantenga per sé le proprie opinioni e che queste vengano condivise solo su richiesta. Se proprio il genitore vuole dare consigli, magari perché avverte la pericolosità della situazione, deve prima assicurarsi di aver capito a fondo come il bambino si sente, in quanto è solo con questa comprensione che i bambini sono propensi ad accettare ciò che i genitori dicono. Con questi piccoli accorgimenti il bambino sviluppa una forte fiducia nella relazione con i propri genitori ed è più propenso a condividere i propri pensieri.

Anche la nostra postura è importante: guardiamo il bambino negli occhi, sediamoci o inginocchiamoci in modo che i nostri sguardi siano alla stessa altezza. In questo modo il bambino non si sentirà intimidito.
Strategia n. 8: Anche la nostra postura è importante: guardiamo il bambino negli occhi, sediamoci o inginocchiamoci in modo che i nostri sguardi siano alla stessa altezza. In questo modo il bambino non si sentirà intimidito.

2. ACCETTARE SEMPRE LE EMOZIONI DEL BAMBINO, ANCHE QUANDO NON SI CONDIVIDONO- Accettare le emozioni del proprio bambino non significa necessariamente essere in accordo con esse: bisogna ricordare che i sentimenti e le emozioni non sono giusti o sbagliati, ma semplicemente un proprio modo di vivere le esperienze. E’ dunque meglio evitare frasi come «Non capisco perché sei triste, hai molto di cui essere grato!»  oppure «Non devi arrabbiarti per queste cose…», che farebbero credere al bambino che sia lui ad essere sbagliato in qualcosa.  Piuttosto è preferibile accettare l’emozione e fornire un punto di vista diverso. Ad esempio « Capisco che questa cosa ti ha fatto tanto arrabbiare. Prova a pensare anche che…»

3. ASCOLTARE IL SILENZIO- Ascoltare il silenzio è altrettanto importante quanto ascoltare ciò che il bambino ha da dire. Il silenzio è un modo che i bambini usano per comunicare, quindi risulta utile capire le motivazioni sottostanti ad esso: può essere un modo per punire i genitori perché è arrabbiato, una strategia per proteggersi perché ha paura che ciò che ha da dire possa essere frainteso, oppure un modo per vivere un’esperienza dolorosa. Quando i bambini si barricano dietro il muro del silenzio, spesso i genitori si sentono frustrati ma è importante capire che non sempre il silenzio è sintomo di qualcosa di grave, quindi bisogna semplicemente lasciarlo accadere: anche i bambini hanno bisogno di intimità e questo loro desiderio deve essere rispettato.

4. STABILIRE DEI “MOMENTI SPECIALI”- Ecco una delle strategie più importanti. Occorre trovare un momento, anche breve, in cui il genitore e il bambino sono soli. E’ importante che questi momenti non siano sporadici o occasionali, ma piuttosto regolari e costanti. Questi momenti potrebbero essere interrotti da piccoli imprevisti. Se il telefono squilla, bisogna ignorarlo: in questo modo il bambino capisce che la loro relazione ha un’alta priorità per il genitore. Queste occasioni potrebbero essere occupate facendo fare al bambino ciò che più gli piace, tranne che attività competitive poiché potrebbe sentirsi rifiutato se non ha successo. Alcuni esempi possono essere: “Il sabato pomeriggio breve giro in bici con il papà”, “Parlare 5 minuti con la mamma prima di addormentarsi” oppure “Parlare con il papà mentre giochiamo con i lego”.

comunicazioni genitori figli mentecomportamento5. CONDIVIDERE I PROPRI STATI D’ANIMO- Poiché quando si comunica si è in due, risulta importante anche la condivisione dei propri stati d’animo da parte dei genitori. In questo modo i bambini non fraintenderanno più alcuni comportamenti o atteggiamenti: se la mamma torna a casa arrabbiata per un qualcosa che è successo a lavoro, il bambino – non sapendolo – potrebbe pensare «La mamma è arrabbiata, avrò fatto qualcosa che non va!». Per evitare queste sofferenze ingiustificate nel bambino, la mamma potrebbe dirgli «Sono molto infastidita per la discussione avuta con il mio collega». Parlare delle proprie emozioni e specificarle permette al bambino di riconoscere le emozioni altrui, abilità che risulterà utile per qualsiasi tipo di relazione che in futuro andrà ad intrattenere.

 

 

6. SEPARARE IL COMPORTAMENTO DAL BAMBINO- È necessario ricordarsi di lodare o rimproverare il comportamento piuttosto che il bambino. «Ammiro come hai completato il progetto di scienze in tempo» è molto più gratificante e specifico che dire «Come sei bravo!». Quando si disapprova il comportamento del bambino, bisogna esporre le proprie note senza brutali attacchi che svalutino il bambino come persona. Quindi, invece di rimproverarlo con «Te l’avevo già detto! Sei un disastro!», è preferibile dire «Sbagli a non rispettare le regole». I commenti diretti ad un comportamento, positivi o negativi che siano, sono molto più specifici, accurati ed efficaci di quelli diretti alla persona, risultando meno svalutativi.

7. APPREZZARE I DIVERSI CARATTERI- Ogni bambino ha un carattere diverso e allo stesso tempo anche un diverso modo di esprimere le proprie emozioni. Alcuni bambini sono tranquilli, alcuni teatrali e altri ancora sono razionali, con una scarsa preoccupazione ed interesse per le sensazioni degli altri. Se i genitori non riescono ad apprezzare queste differenz
e individuali
, a volte trasformano i bambini in qualcosa che non sono, con il risultato che i genitori si sentono frustrati e i bambini incompresi. Una volta che i genitori hanno capito qual è il modo d’essere e di esprimersi del proprio bambino, dovranno sviluppare un determinato approccio di comunicazione che meglio corrisponde alle esigenze del bambino. Solo in questo modo la comunicazione si semplifica e diviene più piacevole per entrambi.

 

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Il vaginismo rappresenta un’alterazione del normale comportamento sessuale femminile. Si tratta di un problema più diffuso di quanto non si creda, ma spesso è difficile per la donna o per la coppia affrontarlo, per il timore che si tratti di qualcosa di imbarazzante e del quale è meglio non parlare.

 

vaginismo2In cosa consiste il vaginismo?

Il vaginismo è una reazione automatica di contrazione dei muscoli vaginali che rende impossibile la penetrazione, sia durante l’atto sessuale che in altre situazioni (come la visita dal ginecologo o l’inserimento di assorbente interno); talvolta anche il solo pensiero della penetrazione può indurre la contrazione dei muscoli.

È importante ricordare che le donne che soffrono di vaginismo non hanno nessun difetto fisico a differenza di ciò che spesso si pensa ( “la mia vagina è piccola e stretta, è diversa da quella delle altre”; “essendo diversa dalle altre, non è fisicamente possibile che io venga penetrata”) e non sono nemmeno donne frigide o incapaci di amare ( ma anzi sono in grado di provare piacere e raggiungere l’orgasmo).

 

Da cosa riconosco se si tratta di vaginismo?

Nella maggior parte dei casi non si tratta di episodi isolati ma di contrazioni e spasmi muscolari molto ricorrenti e avere un rapporto sessuale diventa praticamente impossibile.

Un altro modo per riconoscere il vaginismo è distinguere il dolore che si prova durante i tentativi di penetrazione da quello dovuto a un’altra malattia: ad esempio se il dolore è causato da un’irritazione o un’infezione dell’organo sessuale (come la candida, la gardnerella o l’herpes) non si tratta di vaginismo e in questi casi è necessario rivolgersi a un medico per risolvere il problema.

Molto spesso il vaginismo non rappresenta solo una reazione fisica ma si accompagna a una vera e propria paura della penetrazione che può far vivere con grande disagio alcune situazioni personali e di coppia.

 

Da dove nasce la paura di essere penetrate?

Ovviamente il vaginismo non è un problema che riguarda tutte le donne, ma la paura o l’ansia della  penetrazione sono fenomeni piuttosto frequenti.

Questa paura nasce quando si associa la penetrazione a uno stimolo spiacevole o doloroso come un’esperienza frustrante, un forte senso di colpa dovuto a convinzioni personali e/o religiose (“non avrei dovuto fare sesso, è peccato”; “è una vergogna aprire le gambe di fronte a un estraneo anche fosse il ginecologo”) o un episodio traumatico (come la perdita della verginità o addirittura un abuso).

 

Conseguenze psicologiche: nonostante il vaginismo non influisca direttamente su molti aspetti della vita quotidiana e non comprometta eccessivamente la salute della persona, può rappresentare un vero e proprio disagio per chi lo vive, e come tale deve essere affrontato. Spesso le donne con vaginismo non conoscono a fondo questo problema e tendono a considerarsi colpevoli e frustrate perchè non riescono a vivere serenamente i propri rapporti sessuali (“è tutta colpa mia”; “che cosa ho che non va?”).

Anche un partner troppo brusco e frettoloso e che trascura le esigenze della propria compagna può incrementare la situazione di malessere associata al momento della penetrazione, rendendolo sempre più difficile da affrontare per la donna.

 

Come faccio a uscirne? Come posso aiutare la mia compagna?

Come appena detto, il sostegno delle persone vicine e specialmente del partner possono rappresentare un importante aiuto per una donna con vaginismo ed è quindi consigliabile adottare un atteggiamento comprensivo e non-colpevolizzante se ci si vuole veramente impegnare per cambiare la situazione.

( “non preoccuparti di questo problema, vedrai che insieme lo risolveremo!”; “non è colpa tua, non sei da sola”; “so che può imbarazzarti parlarne ma se vuoi farlo a me fa piacere”)

Oltre a questi interventi “in piccolo”, ma comunque utili, è importante aiutare la propria partner a rendersi conto di avere un problema, che può essere affrontato e risolto con l’aiuto di uno psicoterapeuta.

 

Quali soluzioni sono disponibili? 

Psicoterapia cognitivo-comportamentale: questa terapia si concentra su alcuni pensieri che una persona può essersi fatta circa il vaginismo e sulla sua paura della penetrazione per aiutarla ad affrontare l’atto sessuale come un momento naturale in cui la vagina riesce ad adattarsi al pene senza problemi, senza viverla più come un evento traumatico. Esistono esercizi (anche in varianti più “giocose” e creative) in cui si insegna alla persona a familiarizzare poco alla volta con la penetrazione tramite un training iniziale per imparare a rilassarsi sia a livello generale che nello specifico a livello di muscolatura vaginale, poi si aiuta la persona ad affrontare la penetrazione vera e propria attraverso un’esposizione graduale. È molto importante che in questi passaggi vengano rispettati i tempi e le esigenze della donna, è un processo che non va forzato ma in cui va lasciato pieno controllo alla donna che deve sentirsi in grado di padroneggiare ogni piccolo passo avanti che è riuscita a fare.

 

Psicoterapia di coppia: qualora nella coppia fossero presenti delle difficoltà, queste potrebbero non solo costituire la causa del vaginismo ma potrebbero diventare anche un ostacolo al superamento del problema. È importante perciò che, oltre a concentrarsi sul problema dal punto di vista sessuale, anche la relazione venga affrontata per superare eventuali difficoltàdi coppia.



Sono noti oramai da anni i problemi legati alla dipendenza da sostanze come il fumo, l’alcool o droghe. Recentemente, stanno emergendo nuovi tipi di dipendenze come quella da internet o da gioco d’azzardo. Anche se sembra strano che una persona possa diventare dipendente da un comportamento esattamente come si diventa dipendenti da una sostanza, le persone che sperimentano la dipendenza da gioco d’azzardo hanno tre aspetti in comune con le persone dipendenti da sostanze: 1) sperimentano il fenomeno della tolleranza cioè hanno bisogno di giocare somme sempre maggiori per attenere lo stesso “brivido” che all’inizio gli davano somme più piccole; 2) sperimentano il craving cioè una sorta di impulso irrefrenabile a mettere in atto il comportamento di gioco; 3) diventano irrequiete o di cattivo umore se non possono mettere in atto il comportamento di gioco.

Qui proponiamo  il link ad un’intervista rilasciata a Rete Veneta in merito alla dipendenza da gioco d’azzardo.

http://www.youtube.com/watch?v=cMEUMHD9htw – Prima Parte
http://www.youtube.com/watch?v=mJJpHBU7zL4 – Seconda Parte
http://www.youtube.com/watch?v=fPOQyqe_dVA – Terza Parte
 




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