La maternità è un evento che cambia per sempre la vita di una donna perché dà inizio a un percorso unico e speciale con il bambino che porta in grembo: un legame particolare che resiste anche quando il bambino cresce e diventa adulto. Molte donne, durante la gravidanza, sostengono che il bambino possa sentire e riconoscere la loro voce. Ma si tratta solo di un’impressione o c’è un fondamento scientifico?
Esistono diversi studi (noi ne citeremo solo uno per semplicità) che danno conferma alla sensazione di queste mamme: i feti possono sentirci e sono in grado di riconoscere la voce della mamma da quella di tutti gli altri sconosciuti!
Uno studio condotto nel 2003 da un team di psicologi provenienti dalla Queen’s University in Canada e dall’ Ospedale Femminile in Cina ha indagato questo tema. In letteratura, infatti, è stato già appurato che a partire dalla 30esima settimana il feto riesce a percepire e a reagire agli stimoli uditivi ma non era ancora chiaro se distinguesse fra familiari ed estranei.
Nello studio sono state coinvolte 60 madri che avevano già superato la 30esima settimana di gravidanza e sono state divise in due gruppi: a un gruppo di madri veniva posizionato un registratore con la loro stessa voce vicino alla pancia mentre nell’altro gruppo la voce registrata apparteneva a un’estranea, sempre di sesso femminile. Ai feti del secondo gruppo venivano fatte ascoltare le voci registrate delle mamme del primo gruppo in modo che, seppur estranee, fossero sempre madri che parlano al loro bambino. Dopo aver fatto ascoltare la registrazione i medici dell’ospedale registravano il battito cardiaco nei feti.
Cosa hanno scoperto? I risultati si sono dimostrati assolutamente chiari ed inequivocabili: dopo aver ascoltato la voce registrata della loro stessa madre i feti riportavano una notevole accelerazione del battito cardiaco mentre i feti del secondo gruppo che ascoltavano la voce di un’estranea rallentavano la frequenza del battito.
Questo studio si è dimostrato interessante per due motivi. Innanzitutto, ha confermato gli studi precedenti che riportano come il feto sia in grado di percepire e reagire agli stimoli esterni. Questo implica che la gravidanza non dovrebbe essere vissuta solo come il periodo in cui stare attenti a non fare sforzi, non bere e non fumare ma rappresenta già la prima occasione per far interagire il feto con il mondo esterno. Inoltre, lo studio è riuscito a confermare l’ipotesi dalla quale era partito: i feti riconoscono la voce della loro mamma, distinguendola da quella di altre madri, al punto che il loro cuore risponde a questo richiamo unico e speciale.


È molto diffusa l’idea che i maschi siano più predisposti per le materie scientifiche rispetto alle femmine, ma da cosa nasce questa opinione? E si tratta solo di un parere o di un dato di fatto? In realtà già negli anni ’90 un gruppo di psicologi aveva scoperto che le maestre si approcciano in modo diverso ai bambini e alle bambine riguardo le spiegazioni e domande scientifiche e che questa differenza nel trattamento era una delle cause del perché i maschi fossero più bravi delle loro compagne nei compiti di matematica e di scienze. (American Association of University Women, 1995; Jones & Wheatley, 1990; Kelly, 1988). Allora ci siamo chiesti: anche i genitori si comportano con i loro bambini come se i maschi fossero più bravi nelle materie scientifiche rispetto alle femmine?
Molto probabilmente queste spiegazioni non solo forniscono più conoscenze in ambito scientifico ma sono fondamentali per sviluppare, crescendo, un ragionamento di tipo scientifico. Forse Marie Curie e Margherita Hack, oltre ad un’ottima intelligenza, hanno avuto dei genitori che le hanno ritenute capaci di comprendere concetti scientifici… Ed avevano ragione!
Il primo degli studi effettuati ha raccolto dati da un campione molto eterogeneo di cittadini statunitensi. La raccolta dei dati è stata effettuata più volte a distanza di anni, così da assicurarsi che lo stress/gioia di essere genitori non fosse influenzato da specifiche condizioni del momento (come un boom economico o una crisi). Ai partecipanti veniva chiesta l’età, lo stato coniugale e se e quanti figli avessero; infine a tutti i partecipanti veniva chiesto “tutto sommato quanto ti senti soddisfatto della tua vita? Considerando una visione d’insieme, diresti di essere una persona felice?”. 
riportavano una suddivisione dei lavori domestici più equa con la propria compagna le loro figlie femmine dimostravano di essere più propense a lavorare fuori di casa e ambivano a ruoli “meno tipicamente femminili”.
In cosa consiste questo disturbo?
Lo studio ha coinvolto un gruppo di bambini con problemi di obesità, tutti con un livello di obesità simile, calcolato tramite l’indice di massa corporea (BMI). Successivamente i bambini sono stati divisi in due gruppi: il primo gruppo è stato sottoposto ad una psicoterapia cognitivo comportamentale; mentre al secondo gruppo sono state fornite delle indicazioni circa l’alimentazione equilibrata e l’attività sportiva consigliata da svolgere. Anche i genitori dei bambini sono stati coinvolti nell’esperimento ed è stato chiesto a loro e ai loro figli di compilare un questionario per valutare il livello di qualità della vita (Health Related Quality of Life, HRQOL). Il trattamento è durato tre mesi e dopo un anno dall’esperimento entrambi i gruppi di bambini sono stati ricontattati per compilare nuovamente il questionario e verificare i risultati dei due tipi di interventi.
2# Serve a ricordare meglio le cose. E’ risaputo che a volte i bambini sono un po’ distratti e spesso la loro vivacità li porta a prestare poca attenzione. Ripetere tra sé e sé una cosa aiuta a ricordarla meglio senza paura di dimenticarla (è un trucco che usano spesso anche gli adulti). Se insegniamo ai bambini ad utilizzare il dialogo interiore otterremo certamente più risultati che ripetendogli le cose infinite volte. “Devo ricordarmi di dire al papà che la cena è pronta”.
Lasciarli scegliere è una forma di rispetto: 
