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La maternità è un evento che cambia per sempre la vita di una donna perché dà inizio a un percorso unico e speciale con il bambino che porta in grembo: un legame particolare che resiste anche quando il bambino cresce e diventa adulto. Molte donne, durante la gravidanza, sostengono che il bambino possa sentire e riconoscere la loro voce. Ma si tratta solo di un’impressione o c’è un fondamento scientifico?

Esistono diversi studi (noi ne citeremo solo uno per semplicità) che danno conferma alla sensazione di queste mamme: i feti possono sentirci e sono in grado di riconoscere la voce della mamma da quella di tutti gli altri sconosciuti!

Uno studio condotto nel 2003 da un team di psicologi provenienti dalla Queen’s University in Canada e dall’ Ospedale Femminile in Cina ha indagato questo tema. In letteratura, infatti, è stato già appurato che a partire dalla 30esima settimana il feto riesce a percepire e a reagire agli stimoli uditivi ma non era ancora chiaro se distinguesse fra familiari ed estranei.

voce madre bambinoNello studio sono state coinvolte 60 madri che avevano già superato la 30esima settimana di gravidanza e sono state divise in due gruppi: a un gruppo di madri veniva posizionato un registratore con la loro stessa voce vicino alla pancia mentre nell’altro gruppo la voce registrata apparteneva a un’estranea, sempre di sesso femminile. Ai feti del secondo gruppo venivano fatte ascoltare le voci registrate delle mamme del primo gruppo in modo che, seppur estranee, fossero sempre madri che parlano al loro bambino. Dopo aver fatto ascoltare la registrazione i medici dell’ospedale registravano il battito cardiaco nei feti.

Cosa hanno scoperto? I risultati si sono dimostrati assolutamente chiari ed inequivocabili: dopo aver ascoltato la voce registrata della loro stessa madre i feti riportavano una notevole accelerazione del battito cardiaco mentre i feti del secondo gruppo che ascoltavano la voce di un’estranea rallentavano la frequenza del battito.

Questo studio si è dimostrato interessante per due motivi. Innanzitutto, ha confermato gli studi precedenti che riportano come il feto sia in grado di percepire e reagire agli stimoli esterni. Questo implica che la gravidanza non dovrebbe essere vissuta solo come il periodo in cui stare attenti a non fare sforzi, non bere e non fumare ma rappresenta già la prima occasione per far interagire il feto con il mondo esterno. Inoltre, lo studio è riuscito a confermare l’ipotesi dalla quale era partito: i feti riconoscono la voce della loro mamma, distinguendola da quella di altre madri, al punto che il loro cuore risponde a questo richiamo unico e speciale.

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Galileo Galilei, Isaac Newton, Albert Einstein, Stephen Hawking. Cosa hanno in comune questi individui? Sono tutti personaggi famosissimi che hanno rivoluzionato la storia e la scienza e soprattutto, sono tutti uomini!

bambini maschi femmine scienzaÈ molto diffusa l’idea che i maschi siano più predisposti per le materie scientifiche rispetto alle femmine, ma da cosa nasce questa opinione? E si tratta solo di un parere o di un dato di fatto? In realtà già negli anni ’90 un gruppo di psicologi aveva scoperto che le maestre si approcciano in modo diverso ai bambini e alle bambine riguardo le spiegazioni e domande scientifiche e che questa differenza nel trattamento era una delle cause del perché i maschi fossero più bravi delle loro compagne nei compiti di matematica e di scienze. (American Association of University Women, 1995; Jones & Wheatley, 1990; Kelly, 1988). Allora ci siamo chiesti: anche i genitori si comportano con i loro bambini come se i maschi fossero più bravi nelle materie scientifiche rispetto alle femmine?

In uno studio del 2001 e condotto da un team di psicologi provenienti dalle Università di Pittsburgh e della California è stato scoperto che i genitori (soprattutto i papà) sono molto più propensi a fornire spiegazioni a domande scientifiche ai figli maschi piuttosto che alle femmine. Gli sperimentatori hanno escogitato un ingegnoso stratagemma per studiare le interazioni fra genitori e figli senza che questi si accorgessero di essere osservati. L’esperimento si è svolto in un museo interattivo per bambini in California, con un gruppo di età compresa fra i 3 e gli 8 anni. I bambini potevano giocare e sperimentare direttamente con il materiale esposto nel museo, riguardante argomenti di fisica, biologia, ingegneria, geografia e psicologia.

L’analisi dei filmati ha dimostrato che in realtà non esistono differenze tra i bambini e le bambine circa l’uso e l’interesse per il materiale interattivo della mostra: il 99% dei bambini, sia maschi che femmine, ha partecipato volentieri alle attività proposte. Il tempo trascorso in ogni attività era pressoché identico nei maschi e nelle femmine. La differenza principale è stata invece riscontrata nel comportamento dei genitori: ogni tre interazioni che i genitori avevano con un figlio maschio era presente una spiegazione del fenomeno scientifico proposto nell’esposizione. Diversamente, quando interagivano con le femmine le spiegazioni venivano fornite solo una volta ogni dieci. Questa differenza non si è verificata quando le interazioni riguardavano altri argomenti come ad esempio su come utilizzare gli oggetti esposti. Questa sorta di pregiudizio si è verificato a prescindere dal fatto che nell’interazione fosse coinvolta la mamma, il papà o entrambi i genitori.

I ricercatori hanno ipotizzato che la forza dello stereotipo secondo cui i maschi sono più abili nell’ambito scientifico fosse talmente potente da indurre la maggior parte dei genitori a dedicare più tempo alle spiegazioni date ai maschi. Questo tipo di atteggiamento, con il passare degli anni, permette ai maschi di comprendere meglio i concetti scientifici, mentre le bambine, avendo avuto meno spiegazioni, riescono a comprendere meno questi concetti.

bambini maschi femmine scienzaMolto probabilmente queste spiegazioni non solo forniscono più conoscenze in ambito scientifico ma sono fondamentali per sviluppare, crescendo, un ragionamento di tipo scientifico. Forse Marie Curie e Margherita Hack, oltre ad un’ottima intelligenza, hanno avuto dei genitori che le hanno ritenute capaci di comprendere concetti scientifici… Ed avevano ragione!

 

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C’è chi dice che la nascita dei propri figli sia l’evento più bello nella propria vita, che i primi passi e le prime parole pronunciate dai nostri bimbi danno una gioia ineguagliabile. Che la vita è più bella da quando si è diventati genitori.

Anche se… le notti insonni, la costante paura che il bambino possa farsi male, decidere dove mandarlo a scuola, che sport fargli praticare, i primi litigi, i figli che crescono e cercano di guadagnarsi ostinatamente la loro indipendenza… non sembra essere poi così facile essere genitori. Qualcuno pensa che avere figli significhi più stress che felicità.

A chi dare ragione? Noi vogliamo parlarvi di tre studi che dimostrano che i genitori, ed in particolare i padri, sono più felici di coloro che non hanno figli!

Un team di psicologi provenienti dalle prestigiose University of California, University of British Columbia e Stanford University si sono riuniti nel 2013 per cercare di scardinare l’idea (diffusa tra genitori e non) che avere figli significhi avere più stress che gioie.

genitori feliciIl primo degli studi effettuati ha raccolto dati da un campione molto eterogeneo di cittadini statunitensi. La raccolta dei dati è stata effettuata più volte a distanza di anni, così da assicurarsi che lo stress/gioia di essere genitori non fosse influenzato da specifiche condizioni del momento (come un boom economico o una crisi). Ai partecipanti veniva chiesta l’età, lo stato coniugale e se e quanti figli avessero; infine a tutti i partecipanti veniva chiesto “tutto sommato quanto ti senti soddisfatto della tua vita? Considerando una visione d’insieme, diresti di essere una persona felice?”. I risultati del primo studio riportano che rispetto ai non-genitori, i genitori riportano punteggi più alti di soddisfazione, felicità e senso di essere importante al mondo; inoltre all’aumentare del numero di figli aumentava anche la soddisfazione dei genitori.




Il secondo studio è molto simile al primo ma ha prestato maggiore attenzione alla soddisfazione quotidiana e non a quella complessiva. I partecipanti a questo studio non hanno svolto un’intervista ma gli è stato chiesto di compilare individualmente un questionario online ogni giorno. Nel questionario venivano presentate domande circa il benessere al momento della compilazione e quello globale. I risultati di questo studio confermano quello precedente e dimostrano, inoltre, che il benessere riportato dai genitori rispetto agli adulti senza figli non riguarda solo una valutazione complessiva ma la soddisfazione e la felicità sono maggiori anche quando valutate giorno per giorno.

Il terzo ed ultimo studio è stato dedicato esclusivamente ai genitori per valutare se la soddisfazione che percepiscono quotidianamente sia legata esclusivamente ai momenti di interazione con i figli, ad attività fuori le mura domestiche oppure ad entrambe le attività. Con l’aiuto dei ricercatori, i genitori erano invitati a ricordare ed elencare minuziosamente ciò che avevano fatto nella giornata precedente; dopo aver passato in rassegna le azioni svolte nelle ventiquattro ore precedenti ogni mamma e papà doveva indicare quale emozione e reazione affettiva aveva provato in quel preciso momento. Confrontando le diverse situazioni è emerso che, durante la cura dei propri figli, i genitori provano emozioni più positive e sostengono di sentirsi molto più utili e influenti nella loro vita.

Insomma, essere genitori non sarà certo un’impresa facile ma rende la vita più felice e soddisfacente!

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TRA MENTE E CORPO: aspetti psico- comportamentali e cognitivi della malattia di Parkinson

 Sabato 6 Giugno 2015

presso la Dragan University Golden Age, via Larga 11, Milano

Seminario Interattivo Gratuito con il patrocinio di Mentecomportamento

Ore 10:00   Accoglienza dei partecipanti e apertura dei lavori

Ore 10:15   Il ruolo della psicoterapia individuale e di gruppo per una gestione ottimale delle problematiche psicologiche e comportamentali- Dr.ssa Francesca Mameli, Psicologa e Psicoterapeuta

Ore 10:45   L’efficacia della ginnastica mentale nel potenziamento delle funzioni cognitive- Dr.ssa Manuela Fumagalli, Psicologa esperta in neuropsicologia

Ore 11:15   Discussione

Ore 12:00   Chiusura dei lavori

Per informazioni e iscrizioni: I seminari sono a numero chiuso, per partecipare è necessario iscriversi contattando 

  • spazioparkinson@gmail.com
  • 349 6484736
  • 327 1643917

Scarica qui il Programma Seminario Parkinson




Per maggiori informazioni sulla malattia di Parkinson clicca qui.

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www.spazioparkinson.com



Oggi è difficile, se non impossibile, definire con precisione come funziona una famiglia dal momento che esistono coppie separate, famiglie allargate, mamme in carriera e uomini che chiedono la paternità al posto delle compagne. Insomma, quella che era una distanza insormontabile tra i doveri di una madre e quelli di un padre si sta sempre più riducendo e forse in un futuro non molto lontano non ci saranno più differenze. Quali sono le conseguenze dei cambiamenti a cui stiamo assistendo all’interno della famiglia? Destabilizzano i bambini? O trasmettono loro un’idea più paritaria dei compiti che devono rivestire i due genitori? In uno studio del 2012 la Dottoressa Alyssa Croft , della British Columbia University, è arrivata alla conclusione che i ruoli rivestiti dai genitori in casa abbiano un fortissimo impatto sulle aspirazioni dei bambini e delle bambine rispetto ciò che vogliono fare da grandi. In particolar modo la disuguaglianza fra i due generi sarebbe alla base di un sistema futuro in cui le donne continueranno ad essere penalizzate anche al lavoro.

È stato chiesto a 326 bambini tra i 7 e i 13 anni e ai loro genitori di rispondere a domande rispetto alle loro credenze circa i ruoli di genere ovvero ciò che secondo loro spetta a una mamma/moglie e cosa al papà/marito. In un secondo momento, è stato chiesto ai genitori quanto si considerassero partecipi nelle faccende di casa, quante ore lavorassero ogni giorno e quanti soldi percepissero di stipendio. I risultati mostrano come, rispetto agli uomini, le donne dichiaravano di occuparsi della maggior parte dei lavori domestici, lavoravano per un numero di ore simile ma con un salario significativamente inferiore. Nell’ultima fase dello studio i ricercatori hanno chiesto ai bambini di parlargli delle loro aspirazioni per il futuro, cioè di cosa vorrebbero fare da grandi e infine sono state confrontate le risposte dei bambini con quelle dei loro genitori.

Qual è l’effetto di questa disuguaglianza sui nostri figli?

Le madri che avevano manifestato espressamente un’idea molto stereotipata delle differenze di genere (ovvero l’uomo più forte, che si deve occupare del lavoro e la donna che invece ha come compiti la cura della casa e della famiglia) erano quelle i cui figli avevano idee più stereotipate rispetto agli altri bambini; come ad indicare che le nostre convinzioni, soprattutto se espresse esplicitamente, hanno un fortissimo impatto sulle convinzioni e aspettative dei nostri bambini. Quando i padri4269258845_614e20f861_z riportavano una suddivisione dei lavori domestici più equa con la propria compagna le loro figlie femmine dimostravano di essere più propense a lavorare fuori di casa e ambivano a ruoli “meno tipicamente femminili”. In accordo con quanto sostenuto dalla dottoressa Croft, concludiamo dicendo che una distribuzione più equilibrata dei doveri e dei ruoli all’interno della famiglia rappresenta una condizione auspicabile non solo per noi genitori ma anche per i nostri bambini, perché un giorno possano sentirsi liberi di poter scegliere il ruolo che ritengono più adatto per loro, indipendentemente dagli stereotipi.

 

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Chi soffre di tricotillomania? Una persona che, nei momenti in cui è particolarmente nervosa o sovrappensiero, si strappa i capelli, le ciglia, le sopracciglia o la barba, al punto da provocare una notevole perdita degli stessi. La persona può utilizzare le proprie unghie, le pinzette o perfino specifiche attrezzature mediche.

TrichotillomaniaIn cosa consiste questo disturbo? La perdita di peli o capelli dovuta alla tricotillomania non dipende da situazioni mediche (come problemi dermatologici) o da motivazioni estetiche: chi soffre di questa patologia non lo fa per cambiare il proprio aspetto fisico, anzi, cede a un impulso che per lui o lei è irresistibile.
Il comportamento viene solitamente attuato in modo automatico, mentre si è indaffarati a fare qualcosa, come leggere un libro, guardare la tv o parlare al telefono. Oppure, essa può essere scatenata da uno stato d’animo negativo, da un periodo stressante. Questo disturbo consiste in una difficoltà del controllo degli impulsi, proprio come la piromania, la cleptomania e il disturbo ossessivo-compulsivo. L’azione si mette in atto per placare un crescente senso di tensione, nonostante si tenti di resistere alla tentazione di metterla in atto. Lo strappo di per sé viene vissuto come gratificante, dà sollievo –anche se solo momentaneo- e non si tiene conto delle sue conseguenze estetiche.

Quali sono le conseguenze? A lungo termine, questo disturbo può comportare non solo una perdita totale delle sopracciglia, alla calvizie o ad alcune chiazze vuote sul cuoio capelluto o nella barba, ma anche a danni alla pelle. Per correggere questi esiti antiestetici il soggetto può ricorrere al camuffamento con cappelli, parrucche, strane acconciature, trucco, ciglia finte. In alcuni casi le persone possono ricorrere al tatuaggio estetico per riprodurre le sopracciglia. Le conseguenze più importanti sono però sul piano psicologico: l’individuo inizia ad evitare progressivamente i rapporti interpersonali, ritirandosi dalle relazioni intime o dal lavoro, fino ad arrivare ad un vero e proprio isolamento per l’imbarazzo e il senso di colpa. Questa condizione porta spesso a un calo dell’autostima e allo sviluppo di ansia e depressione.

Come si può curare? Come molti disturbi del comportamento, la tricotillomania può essere trattata efficacemente con una terapia cognitivo-comportamentale. Questo approccio considera l’impulso a strapparsi i peli/capelli come una risposta condizionata, che avviene in modo inevitabile e automatico quando il soggetto si trova in situazioni analoghe a quella in cui il comportamento è stato appreso. Quindi, poiché lo strappo è ritualizzato e limitato a determinati luoghi e momenti ben precisi, il trattamento si pone l’obiettivo di aiutare i pazienti a riconoscere i pensieri, i sentimenti e i fattori scatenanti l’atto di tirarsi i capelli. Questa consapevolezza permette la sostituzione del comportamento dannoso con azioni alternative positive. Tuttavia, nei casi più gravi può essere utilizzata anche la terapia farmacologica per diminuire l’ansia, la depressione e i sintomi ossessivo-compulsivi che accompagnano la tricotillomania.

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L’obesità infantile è un problema sempre più comune nella nostra società. L’obesità è chiaramente il risultato di un alimentazione eccessiva o non equilibrata. La soluzione più ovvia sembrerebbe quella di far seguire al bambino una dieta equilibrata, magari accompagnata da un’attività fisica. In realtà, l’obesità non è un problema prettamente alimentare, ma sottende importanti difficoltà dal punto di vista psicologico.

Rimke C. Vos, una giovane psicologa olandese, in uno studio del 2011 ha dimostrato come la semplice dieta sia poco o per nulla efficace nell’obesità infantile, mentre la psicoterapia cognitivo comportamentale), andando ad intervenire sugli aspetti psicologici, si sia rivelata di gran lunga più efficace.

obesità infantile Lo studio ha coinvolto un gruppo di bambini con problemi di obesità, tutti con un livello di obesità simile, calcolato tramite l’indice di massa corporea (BMI). Successivamente i bambini sono stati divisi in due gruppi: il primo gruppo è stato sottoposto ad una psicoterapia cognitivo comportamentale; mentre al secondo gruppo sono state fornite delle indicazioni circa l’alimentazione equilibrata e l’attività sportiva consigliata da svolgere. Anche i genitori dei bambini sono stati coinvolti nell’esperimento ed è stato chiesto a loro e ai loro figli di compilare un questionario per valutare il livello di qualità della vita (Health Related Quality of Life, HRQOL). Il trattamento è durato tre mesi e dopo un anno dall’esperimento entrambi i gruppi di bambini sono stati ricontattati per compilare nuovamente il questionario e verificare i risultati dei due tipi di interventi.

Quali conclusioni ha riportato lo studio?

Innanzitutto non solo i bambini ma anche i loro genitori avevano una qualità della vita molto più bassa rispetto a quelli dei bambini e dei genitori di figli normopeso. I due gruppi di bambini non mostravano grandi differenze immediatamente dopo aver partecipato ai due diversi interventi ma le differenze sono emerse un anno dopo. I bambini che avevano partecipato alla psicoterapia avevano una qualità di vita più elevata, una maggiore autostima ed una migliore percezione delle proprie abilità fisiche, ma soprattutto erano riusciti a perdere molto peso, abbassando notevolmente l’indice di massa corporea. Il secondo gruppo, che aveva ricevuto solo indicazioni su una dieta equilibrata ed una corretta attività fisica, non aveva ottenuto simili progressi, rimanendo sostanzialmente nella condizione in cui era più di un anno prima. Dopo 12 mesi anche i genitori dei bambini che avevano partecipato alla psicoterapia riportavano un grande miglioramento nel livello di qualità della vita, indicando come l’obesità sia un problema che non riguarda un solo il singolo bambino ma ricade anche sulla famiglia. Ovviamente, quando i figli stanno meglio migliorano anche i genitori.

Questo studio è solo uno dei tanti che vengono realizzati per cercare di capire come affrontare e superare il problema dell’obesità infantile ma ci è utile per capire che l’obesità può rappresentare un vero fardello per il bambino e per la sua famiglia perché intacca la percezione del proprio corpo, l’autostima e le relazioni con gli altri tanto da rendere la vita più difficile e meno piacevole. In ultimo, l’obesità non è un problema che si risolve spontaneamente e che non voler affrontare la situazione o rimandare ogni intervento porterà difficilmente a qualche tipo di risultato.

 

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Vi è mai capitato di osservare i vostri bambini parlare da soli dicendo cose del tipo “non devo far cadere il bicchiere sennò la mamma si arrabbia” oppure “adesso mi allaccio le scarpe e poi esco a giocare”? E se vi stavate chiedendo se fosse tutto normale o fosse meglio intervenire, sappiate non c’è nulla di male e che il dialogo interiore può essere uno strumento molto utile per il bambino, soprattutto per imparare a controllare i propri comportamenti. Ecco 5 buone ragioni per lasciare che il vostro bambino faccia due chiacchiere con sé stesso:

1# Aiuta a decidere come comportarsi. Gli eventi di per sé non sono completamente positivi o completamente negativi, molto dipende dalla nostra reazione ovvero se vogliamo comportarci come di fronte a una tragedia o a un’occasione per imparare. Mentre gli adulti riflettono sulle situazioni senza bisogno di parlare, molto spesso i bambini utilizzano il dialogo con sé stessi per stabilire come comportarsi, magari ripetendosi quello che spesso gli viene detto da un adulto. Ad esempio, dopo un litigio con un compagno potrebbe capitare di sentire nostro figlio dire: “mi sa che sono stato un po’ cattivo, forse è meglio se vado a chiedere scusa”.

737711334_aa3ea6f193_o2# Serve a ricordare meglio le cose. E’ risaputo che a volte i bambini sono un po’ distratti e spesso la loro vivacità li porta a prestare poca attenzione. Ripetere tra sé e sé una cosa aiuta a ricordarla meglio senza paura di dimenticarla (è un trucco che usano spesso anche gli adulti). Se insegniamo ai bambini ad utilizzare il dialogo interiore otterremo certamente più risultati che ripetendogli le cose infinite volte. “Devo ricordarmi di dire al papà che la cena è pronta”.

3#Permettono di capire cosa pensano i bambini. Il dialogo interiore rappresenta una comunicazione intima e spontanea che il bambino ha con sé stesso. Ascoltando ciò che i nostri figli si dicono possiamo capire molto di ciò che davvero pensano e che a volte hanno timore di dire ai genitori. Il dialogo interno rispecchia molto la personalità del bambino. Se nostro figlio ha una bassa stima di sé potrebbe capitare di sentirlo ripetersi “sono un buono a nulla, anche questa volta ho fatto un disastro!”

4#Mantiene allenata la fantasia. Attraverso il dialogo interno il bambino inventa storie o personaggi con i quali passare il tempo e divertirsi. Non solo nostro figlio si abituerà a ritagliarsi degli spazi tutti suoi senza aver bisogno di essere controllato continuamente dai genitori, ma attraverso questi giochi saprà passare il tempo senza bisogno di game-boy, wii o ipad. Un bambino che sa giocare da solo, senza bisogno di troppi stimoli esterni, è un bambino che sa adattarsi a molteplici situazioni, dal viaggio in macchina a una cerimonia o l’attesa nello studio del dentista.

5#Dà conforto al bambino quando è solo. Quando i nostri figli sono in difficoltà o hanno paura solitamente si rivolgono ai genitori o alle maestre. Cosa succede però quando si trovano di fronte a situazioni impreviste e noi non siamo con loro? Le opzioni sono due: o scoraggiarsi e spaventarsi oppure provare a affrontare le paure/difficoltà da soli. Ripetersi “non ho paura del buio, sono un bambino grande” può davvero aiutare nostro figlio a superare la paura del buio e entrare in una stanza anche se noi non ci siamo.

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Può capitare che un genitore faccia le scelte al posto di suo figlio. E’ normale e rientra appieno nei compiti di un genitore ovvero prendersi cura del proprio bambino. Il problema è che a volte siamo talmente abituati a prendere decisioni per i nostri figli da non considerare nemmeno l’eventualità di lasciarli scegliere qualcosa da soli. In realtà, in contesti controllati è giusto e sano lasciare ai bambini un loro spazio, offrendogli la possibilità di fare delle scelte. Ci sono certe cose che non sono contrattabili (non è accettabile che il bambino decida di non andare più a scuola) ma ad esempio si potrebbe chiedere a lui quale sport preferisce praticare o quale strumento suonare.

Un concetto chiave è quindi quello di scegliere entro dei limiti: i genitori presentano diverse opportunità tra cui scegliere e il bambino decide quale tra queste preferisce. Ad esempio, può scegliere come vestirsi a scuola o quando esce a giocare, ponendo come limite che non si esce a giocare con il vestito nuovo perché si sporca e non si può andare a scuola in pigiama!

Perché scegliamo al posto loro? Perché crediamo che non siano in grado di fare delle buone scelte. In realtà, molto spesso prendiamo decisioni che anche loro sarebbero capaci di prendere per loro stessi e li priviamo dell’opportunità di imparare a decidere. Si tratta di un processo graduale che va da scelte più semplici a quelle più importanti e poco alla volta i nostri bambini imparano a prendersi le loro responsabilità.

imparare a scegliere psicologo cognitivo comportamentaleLasciarli scegliere è una forma di rispetto: che si tratti di scegliere quale sport praticare o cosa ordinare al ristorante dal Menù Bimbi, dare l’opportunità di scegliere dimostra ai nostri figli che rispettiamo le loro posizioni, come faremmo con qualsiasi altro adulto. Certo, i nostri figli sono bambini e non adulti, ma prima o poi lo diventeranno e se continuiamo a intrometterci nelle loro decisioni saranno adulti incapaci di tollerare l’incertezza della scelta, di formulare una loro opinione o di sostenere le conseguenze delle loro azioni.

Bisogna lasciare i nostri bimbi scegliere, ma quanta libertà lasciare loro? Come genitori dovete sempre ricordare che esistono “vere scelte” e altre situazioni in cui invece non si può decidere diversamente; se non riusciamo a cogliere le differenze non sapremo spiegarle nemmeno al bambino che rimarrà confuso dal fatto che certe volte è libero di decidere mentre altre volte gli vengono imposte delle cose senza possibilità di rifiutare. Una “vera scelta” è quella in cui le varie possibilità sono tutte valide, a prescindere dalle nostre preferenze, come ad esempio decidere se prendere il latte con biscotti a colazione oppure lo yogurt. Ancora, se nostra figlia decide di tagliarsi i capelli corti anche se a noi piacciono molto lunghi. Non si può scegliere invece se prendere o meno gli antibiotici quando si è molto malati, o se giocare con dei coltelli molto affilati.

Concludendo, piuttosto che dire “vuoi mettere a posto la stanza?” ( con ovvia risposta “no”) o imporre “metti immediatamente a posto la tua camera!” abbiamo imparato che è meglio dire “preferisci mettere a posto la stanza prima o dopo aver fatto merenda?”

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