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Sebbene sia da tempo confermata l’influenza genetica sulle capacità cognitive, non sono ancora chiari i meccanismi e le implicazioni di tale trasmissione genetica. Solitamente, gli studi che analizzano l’intelligenza nei gemelli o nei figli adottati e i loro genitori adottivi mostrano chiaramente un effetto genetico, che prevale sull’influenza ambientale. Invece, gli studi che confrontano l’intelligenza dei figli tolti dalla povertà con quello dei propri genitori tendono ad attribuire le differenze esistenti ad effetti ambientali. Per fare chiarezza su questo aspetto, E. Turkheimer e coll. (2003) delle Virginia University, nel loro esperimento longitudinale, hanno coinvolto un consistente numero di donne durante la gravidanza e poi successivamente i loro figli, che sono stati seguiti dalla nascita fino ai 7 anni d’età. Nel campione, buona parte dei partecipanti faceva parte delle fasce minoritarie e più povere. Il test d’intelligenza somministrato alle donne intelligenza_2prima e ai loro figli al settimo anno poi, è la scala Wechsler, il più noto test del QI che comprende non solo abilità verbali ma anche di performance (completamento di figure, disegno di cubi…), e che permette pertanto di avere un quadro completo del livello intellettivo del soggetto.  Ciò che si voleva testare era la correlazione tra lo status socioeconomico delle famiglie (SES) e le influenze rispettivamente dei geni e dell’ambiente (familiare ed esterno) in relazione ai punteggi ottenuti nel test del QI.

Nelle famiglie più povere il 60% dell’intelligenza è dovuta all’influenza dell’ambiente familiare e il contributo dei geni si avvicina allo zero, mentre per le famiglie ricche l’effetto è esattamente l’opposto (maggior importanza dei geni, nulla quella dell’ambiente).

La questione fondamentale che si pone di fronte a questo tipo di ricerche è: cosa si intende per status socioeconomico? Solitamente la più ovvia interpretazione è che con esso si intenda e si misuri la qualità dell’ambiente in cui i piccoli nascono e crescono. Un’interpretazione più vasta e semplice, fa riferimento allo SES come ambiente, in generale, in quanto variabile di studio, contrapposta all’influenza genetica. Il problema però è che non è facile distinguere, in una ricerca come questa, quella che è l’influenza genetica da quella ambientale. Il concetto di status socioeconomico, così come quello di genotipo e di ambiente, è troppo ampio e sfaccettato per essere ridotto ad una semplice variabile.

In ogni caso, ciò che è chiaro, è che le forze dello sviluppo al lavoro agiscono in modo qualitativamente differente in contesti poveri e in ambienti ricchi. Se da una parte l’ottenere un buon punteggio nel QI per i bambini nati in famiglie agiate correla in modo molto forte con l’ereditarietà, dall’altra, per chi non ha potuto godere della fortuna di nascere nella ricchezza, l’educazione data in famiglia sarà essenziale per lo sviluppo intellettivo futuro.

Bibliografia

Turkheimer E, Haley A, Waldron M, D’Onofrio B, Gottesman II. Socioeconomic Status Modifies Heritability of IQ in Young Children, Psychological Science, 2003, 623-628

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E’ da tempo noto che i bambini sono incredibilmente in grado di riconoscere facce in movimento già nelle prime ore dalla nascita, e che diventano abili a distinguere il viso della madre di lì a pochi giorni. Tuttavia la capacità di riconoscere i volti allo stesso livello degli adulti non viene acquisita prima dell’adolescenza.

Quello che è meno noto è quali siano le differenze qualitative che riguardano il modo con cui i bambini e gli adulti identificano i volti: secondo alcuni studiosi i bambini analizzano prima le singole parti, per poi ricondurle ad un volto unitario. Secondo altri la strategia utilizzata da bambini e adulti è la stessa, ovvero entrambi codificherebbero il volto in modo olistico, come un tutto unitario.

riconoscimento voltiIn una ricerca di Pellicano e Rhodes (2003) si è voluto scoprire se bambini al di sotto di sei anni riescano ad elaborare e riconoscere i volti in modo olistico. Se i bambini e gli adulti riconoscono in modo olistico i volti presentati verticalmente, come sostenuto nelle ipotesi dei due ricercatori, allora una certa caratteristica del volto dovrebbe essere più facilmente riconosciuta quando questa è presentata all’interno del viso, piuttosto che se presentata singolarmente e isolatamente da questo. I volti raffigurati rovesciati, più difficili da identificare, verrebbero invece elaborati per parti.

I ricercatori erano concordi nel ritenere che i bambini piccoli mostrassero minore accuratezza nella codifica rispetto agli adulti, tuttavia pensavano che i processi alla base dovevano essere gli stessi.

Per verificarlo vennero sottoposte, a partecipanti adulti e bambini di 4 e 5 anni, otto figure rappresentanti volti non familiari, quattro di queste vennero presentate dritte e le altre quattro ribaltate.

Gli stimoli presentati in successione erano:

  • un volto

  • lo stesso volto accanto ad un volto-distrattore identico al primo tranne per una caratteristica (il naso, la bocca..) alterata

  • la caratteristica del volto non alterata e quella alterata presentate isolatamente dal viso.

Negli stimoli rovesciati la successione di presentazione era la stessa.

Quello che si voleva sondare era l’accuratezza nel riconoscere i visi mostrati e le loro parti isolate.

Dai risultati si evince che l’identificazione delle parti di un volto avveniva più facilmente e più accuratamente se esse erano presentate all’interno dello stesso volto piuttosto che presentate singolarmente, ciò a dimostrare quanto, sia adulti che bambini, percepiscano i volti in modo non frazionato bensì unitario.

Tuttavia, l’accuratezza nel rispondere è significativamente migliore negli adulti. Entrambe le categorie di partecipanti, inoltre, mostrava difficoltà nel riconoscere un volto quando era invertito.

Le spiegazioni concernenti le differenze tra piccoli e grandi sono varie e ancora non verificate, alcuni parlano di maggior esperienza che gli adulti hanno con i volti umani rispetto ai bambini, altri di modificazioni che avvengono nel magazzino mnestico con lo sviluppo.

In ogni caso ci sono altre ricerche le quali dicono che la capacità di codificare il viso in modo unitario avvenga molto presto, già ad un anno di età. Sembra dunque che questa capacità di vedere e identificare i volti come un tutto unitario e al di là delle singole parti, come una sorta di “Gestalt“, sia qualcosa di innato che si raffina con la crescita: possiamo parlare di un vero e proprio imprinting, che noi tutti possediamo, per i volti umani!

Bibliografia

Pellicano E., Rhodes G., Holistic Processing of Faces in Preschool Children and Adults, Psychological Science, 2003, 618-622

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Nella vita di tutti i giorni abbiamo a che fare con le emozioni, i pensieri, le credenze di coloro che circondano: la capacità di “mettersi nei panni degli altri” è utile per capire il perché le persone agiscano in un certo modo. Ma a che età iniziamo ad acquisire questa abilità? Molti studi testimoniano che già dopo pochi mesi dalla nascita iniziamo ad essere in grado sia di comprendere gli scopi delle azioni altrui, sia di riconoscere se un’azione sia dannosa oppure no. Come arrivano a queste conclusioni i bambini? Sono in grado davvero di impersonarsi e ragionare come l’altro o interpretano il comportamento secondo il loro punto di vista?

i bambini comprendono le intenzioni degli altri Per andare più a fondo nel problema tre ricercatori della Yale University hanno cercato di indagare il tipo di valutazione che fanno i piccoli tra i 5 e 12 mesi d’età nell’osservare il comportamento orientato ad una meta, in due situazioni, una precedente e una successiva.

SITUAZIONE 1: comprendeva la visione di due filmati:

  • nel primo una palla saliva la prima collina e poi era aiutata da un triangolo a raggiungere la vetta della seconda collina (aiuto)
  • nel secondo la stessa palla saliva la prima collina ma poi era ostacolata da un quadrato nella sua ascesa nella seconda collina, e cadeva al punto iniziale (ostacolo)

SITUAZIONE 2: venivano fatti vedere altri due filmati con gli stessi oggetti presentati precedentemente: la palla, il triangolo e il quadrato.

  • nel primo video la palla si avvicinava al triangolo
  • nell’altro la stessa si avvicinava al quadrato

I risultati documentano come i piccoli di 12 mesi mostravano una tendenza forte a preferire il video in cui la palla si avvicinava a chi le era stato d’aiuto (triangolo), rispetto a quello in cui la palla andava verso il quadrato, che nella prima situazione l’aveva ostacolata. Il ragionamento di base che i bambini operarono fu probabilmente questo: se fossi nella palla preferirei avvicinarmi a chi prima mi ha aiutato e vorrei allontanarmi da chi mi ha bloccato la strada.

Sebbene siano state date varie interpretazioni a questo fenomeno, gli autori di questo studio sono pervenuti tuttavia alla conclusione che già ad un anno di età siamo in grado di capire i motivi per cui le persone si comportano in un certo modo, ragionando come se ad agire fossimo noi in prima persona.

 

Bibliografia

Kuhlmeier V., Wynn K., Bloom P. (2003) Attribution of Dispositional States By 12-months-olds, Psychological Science, 402-407

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Con l’ingresso alle scuole superiori, l’interesse per le materie scientifiche inizia a calare. In particolare compare un calo sia nel rendimento che nella frequenza ai corsi di scienze, tecnologia, ingegneria e matematica (in inglese: STEM”: Science, Technology, Engineering, Mathematics). Tale dato diventa particolarmente evidente nel sistema scolastico statunitense, dove la scelta di alcune delle materie da frequentare al liceo è facoltativa, a differenza che nella scuola italiana.
A partire da queste osservazioni, uno studio scientifico ha cercato di capire quanto la motivazione degli adolescenti possa essere influenzata dall’atteggiamento dei genitori nei confronti di queste materie. Secondo gli studiosi infatti, il sostegno dei genitori (unito all’interesse personale dello studente per gli studi scientifici) avrebbe un influsso significativo sulle scelte scolastiche dei ragazzi.

Per verificare questa ipotesi, un gruppo di ricercatori di Harvard, ha inizialmente inviato materiale informativo sull’utilità delle materie STEM ai genitori di figli adolescenti. Questi opuscoli forniscono consigli su come motivare e supportare i figli nelle loro decisioni, e sull’importanza delle scienze nei vari ambiti della vita. In seguito i ricercatori hanno acquisito i dati delle iscrizioni di questi ragazzi ai corsi del gruppo STEM.

LA RICERCA

Lo studio, durato circa 15 mesi, ha coinvolto 188 studenti ai primi anni delle scuole superiori e i loro genitori. Il campione è stato diviso in due gruppi: un gruppo sperimentale al quale venne inviato il materiale informativo, e un gruppo di controllo.
GENITORI-SCUOLAAl primo gruppo -quello sperimentale– durante l’ottobre del secondo anno di scuola, i ricercatori hanno mandato via email a entrambi i genitori e agli studenti stessi una brochure in cui si descriveva come aiutare i ragazzi a trovare un certo valore nella scuola, fornendo informazioni sull’importanza della matematica e delle scienze nella vita di tutti i giorni e per molte professioni. Successivamente, a gennaio del penultimo anno, venne inviata ai genitori un’altra brochure intitolata “Helping your teen with the choice ahead”. Questo opuscolo enfatizzava gli stessi temi tramite alcuni esempi, con un focus sulla rilevanza della matematica e delle scienze nelle semplici attività giornaliere, per il college e per la preparazione professionale. Inoltre includeva interviste di studenti del college che parlavano dell’importanza dei corsi STEM frequentati alle scuole superiori. Nell’ultima parte dell’esperimento, durante la primavera del penultimo anno, vennero inviati due tipi di questionari da completare online: uno era per i genitori, per rilevare se avessero utilizzato i consigli dell’ultima brochure inviata; il secondo era invece per gli studenti, e rilevava la loro percezione dell’utilità dei corsi di matematica e scienze.
Questo primo gruppo veniva confrontato con le scelte di un gruppo di controllo, che non aveva ricevuto alcun tipo di materiale informativo: in questo caso genitori e ragazzi completarono solamente un questionario durante l’estate dell’ultimo anno di scuola.

I RISULTATI

I risultati dello studio dimostrano che l’intervento informativo ha generato un incremento della comunicazione tra genitori e adolescenti per quanto riguarda il valore dei corsi di matematica e scienze e, ancora più importante, un maggiore livello di iscrizione alle materie del gruppo STEM negli ultimi due anni di scuola rispetto al gruppo di controllo. Gli ultimi anni sono infatti i più critici, in cui i corsi di scienze e matematiche forniscono la base per il percorso universitario. Lo studio ha dimostrato quindi che i genitori possono influenzare positivamente le scelte accademiche dei propri figli, se forniscono loro un adeguato supporto.
Nella stessa ricerca è infine emerso che anche il grado di istruzione dei genitori aumenta la propensione per le materie scientifiche e che, rispetto ai padri, sono le madri coloro che riescono a percepire un maggiore valore dell’importanza delle materie del gruppo STEM.

IN CONCLUSIONE…

I ragazzi, se adeguatamente supportati, possono raggiungere grandi successi anche nei campi che obiettivamente sembrano loro più difficili. A volte sembra che le scelte dei nostri figli siano solo dei sogni irraggiungibili ma, come dimostrato, possono essere concretizzati con successo se invece di indirizzarli verso un qualcosa di più semplice, più sicuro e più facilmente raggiungibile, vengono supportati e motivati. Ogni genitore vuole il bene e il meglio dei propri figli e allo tesso tempo i ragazzi si comportano in modo da non deludere le aspettative dei propri genitori. Se entrambi riescono a trovare un punto di incontro, tramite la comunicazione e il confronto, niente diventa irraggiungibile, i ragazzi possono realizzarsi nei campi in cui si sentono più portati e i genitori non potranno che ricavare grandi soddisfazioni dal vedere i propri figli felici e realizzati.

BIBLIOGRAFIA

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Sally depone una barra di cioccolato nella scatola e esce dalla stanza. Ann entra nella stanza e sposta il cioccolato di Sally nel cesto. Poi Sally rientra. Dove andrà a cercare il suo cioccolato?

sally ann test teorie della menteI bambini piccoli avranno molta difficoltà a rispondere al quesito, e nel farlo si baseranno sulle loro conoscenze, piuttosto che su quelle di Sally. Dunque risponderanno che Sally molto probabilmente andrà alla ricerca della barretta nel cesto. Questo è un esempio della difficoltà che i bambini nel capire cosa possono pensare gli altri.

In ambito scientifico c’è un ampio dibattito sulla natura di tale incapacità. Alcuni studiosi suggeriscono sia una differenza di tipo qualitativo, che si acquisisce solo con lo sviluppo. Altri ipotizzano che questa si dovuta a una generale limitatezza delle abilità di memoria e di logica presenti nell’infanzia, piuttosto che ad una difficoltà di comprensione degli eventi che accadono.

 

Birch e Bloom (2003) affermano invece che questo errore sia dovuto a diversi fattori e sia presente anche negli adulti con il nome di curse of knowledge: quante volte di fronte alla nostra conoscenza della soluzione di un problema abbiamo sovrastimato la sua facilità nel risolverlo?

Questi ricercatori sostengono che questa difficoltà si presenti soprattutto nei bambini molto piccoli, che si manifesti anche in compiti che non coinvolgono direttamente il bias della falsa credenza, e che l’aiutarli a superare con successo la prova avrà enormi effetti su di loro.

Per provare ciò, a bambini dai 3 ai 5 anni vennero mostrati due giocattoli, uno, che si diceva, amico del pupazzo Percy, e un altro sconosciuto a Percy. Inoltre veniva detto loro che entrambi i giocattoli avevano un oggetto al suo interno, ma solo a metà dei partecipanti fu mostrato qual era l’oggetto effettivamente contenuto. La domanda che gli sperimentatori rivolsero loro fu: Percy sa che oggetto è contenuto nei due giocattoli? Il pupazzo Percy non poteva sapere quale fosse il contenuto del giocattolo a lui sconosciuto ma solo di quello del giocattolo a lui familiare. Tuttavia i bambini, a causa dell’errore avrebbero (secondo l’ipotesi) esteso la loro conoscenza anche al giocattolo sconosciuto a Percy, non immedesimandosi perciò in lui. Questo sarebbe successo quando essi avessero avuto la possibilità di vedere effettivamente gli oggetti che i due giocattoli contenevano.

I risultati confermarono l’ipotesi. I bambini di 3 anni tendevano ad attribuire a Percy la conoscenza dell’oggetto nel giocattolo sconosciuto solo quando essi avevano avuto la possibilità di vederlo e non quando ne erano all’oscuro pure loro. Quindi tendevano a sbagliare solo quando indotti a farlo a causa del loro bias. Nei bambini di cinque anni tale fenomeno non si presentava più.

Questo effetto sembra essere in accordo con la teoria di Piaget, la quale afferma che i bambini hanno difficoltà nell’assumere prospettive diverse dalla loro. In realtà l’errore non deriva dall’egocentrismo infantile: i bambini testati non avevano difficoltà ad assumere qualsiasi prospettiva, ma semplicemente quella di colui che ne sapeva di meno.

Insomma, la ricerca dimostra come i bambini piccoli sono particolarmente suscettibili al curse-of-knowledge bias identificato anche negli adulti e questo li porta a produrre degli errori nell’attribuzione degli stati mentali.

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Bibliografia

Children are Cursed: An Asymmetric Bias in Mental-State Attribution, Psychological Science, 2003, 283-285



I ragazzi trascorrono una gran parte del loro tempo a scuola, con i compagni di classe oppure con i loro compagni di sport . Ma quanto peso hanno queste relazioni ne loro comportamento? Molti studi hanno dimostrato l’enorme effetto che ha l’ambiente sociale (tra cui la scuola, il vicinato e la comunità) sullo sviluppo sociale e cognitivo dei ragazzi.

Poche ricerche hanno indagato invece i cambiamenti nel comportamento. I pochi studi fatti in passato hanno perlopiù attribuito all’influenza dei geni la maggior parte dei comportamenti dei ragazzi, dimenticando l’impatto dei fattori ambientali.

Un’ipotesi recente afferma invece che alcuni comportamenti adolescenziali, tra cui in particolare l’abitudine al fumo o all’alcool, siano spiegabili quasi esclusivamente facendo riferimento al gruppo dei pari in cui il bambino o l’adolescente è inserito, e che in ciò i geni abbiano un effetto minimo.

Dimmi che amici hai Per dimostrare quanto appena affermato, in uno studio condotto in Finlandia sono stati coinvolti: gemelli monozigoti; gemelli eterozigoti; ragazzi con fratelli non gemelli. Tutti con un’età compresa tra gli undici e i dodici anni. E’ noto come, i gemelli monozigoti, a differenza degli eterozigoti, condividano tutto il patrimonio genetico. Ogni ragazzo frequentava una classe differente rispetto al proprio gemello o fratello. Tutti i ragazzi vivevano nella stessa area residenziale, così da poter escludere qualsiasi altra influenza legata a differenze ambientali.

Ad ognuno venne sottoposto un questionario con domande relative al fumo, all’uso di alcool, e una domanda a contenuto religioso. In base alle conoscenze derivanti dagli studi sull’influenza dei geni, gli studiosi si attendevano che la maggiore similarità fosse fra i gemelli monozigoti (identici dal punto di vista genetico).

Al contrario, i ragazzi che dicevano di bere alcolici, si trovavano in classe con altri ragazzi che facevano effettivo uso di alcolici. La probabilità che anche il fratello bevesse alcolici era la stessa per i gemelli mono ed eterozigoti o per i fratelli. Insomma, l’impatto dei “compagni di classe” è risultato molto più forte di quello dei geni.

Nello studio si è riscontrato un basso peso delle variabili socio-economiche, dal momento che in Finlandia, rispetto ad un paese come gli USA, le differenze di educazione, salute, status sociale hanno un minor impatto. In ogni caso, lo studio dimostra quanto i compagni di classe, che fanno anche parte del vicinato di casa, influenzino specifici comportamenti dei ragazzi, sebbene questa influenza possa essere temporanea e confinata alla tarda infanzia o prima adolescenza.

Questo testimonia, infine, quanta importanza i genitori abbiano, non tanto nella scelta della scuola quanto nella selezione della comunità e del vicinato in cui si troveranno a vivere.

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Bibliografia

It does take a village: Nonfamilial Environments and Children’s Behavior, Psychological Science, 2003, 273-277

 

 



Nelle ultime decadi svariati studi hanno dimostrato che il quoziente intellettivo nella popolazione ha subito picchi vertiginosi, un fenomeno questo chiamato “Flynn Effect”.

In merito a ciò sono state avanzate varie spiegazioni. La prima concerne una miglior e più completa alimentazione della popolazione attuale rispetto a quella di alcuni decenni fa. Un altro fattore importante riguarda la maggior complessità degli stimoli ambientali a cui siamo sottoposti: pensiamo ad esempio alla nuova tecnologia, computer, tv, o alla crescente urbanizzazione. Anche la nuova struttura familiare può aver contribuito al Flynn Effect: il decremento delle nascite ha fatto sì che le dimensioni delle famiglie si riducessero. In questo modo, i genitori hanno potuto dedicare più attenzioni e risorse a ogni singolo figlio. Un altro elemento essenziale è stata la maggior scolarizzazione dei genitori, fattore, quello scolastico, decisivo dal momento che si stima che un solo anno di scuola ha enormi effetti sull’intelligenza, sia essa fluida o cristallizzata.

La principale critica rivolta a queste ricerche, però, riguarda il fatto che lo studio di questo fenomeno si sia concentrato prevalentemente nelle aree industrializzate. E nelle aree rurali?

Flynn EffectIn uno studio di Daley e coll. condotto in Kenya (paese in cui l’urbanizzazione è ancora debole) vennero analizzati due campioni di bambini, uno nel 1984, e l’altro nel 1998, a 14 anni di distanza. Per misurare il QI vennero utilizzati due tipi di test: le matrici di Raven (per verificare le abilità spaziali), un test, culturalmente adattato, che misurava le abilità non-verbali, e il Digit Span Test (per analizzare le capacità mestiche). Una peculiarità di questo studio è consistita nella misurazione accurata, giorno dopo giorno, della quantità e della qualità di cibo assunta nelle famiglie di questi bambini. Le altre variabili studiate furono la composizione e struttura delle famiglie, nonchè il livello di istruzione dei genitori.

Il risultato della ricerca confermò le aspettative: in tutti e tre i test si registrò un effettivo aumento del QI a 14 anni di distanza.

I fattori analizzati potenzialmente in grado di spiegare l’effetto sono:

  • alimentazione: si registrò un incremento delle kcal assunte tra il campione del ’84 e quello del ’98;
  • complessità degli stimoli ambientali: è stata riportata una maggior circolazione di giornali, sebbene altri mezzi di comunicazione, quali televisione e computer, siano oggi ancora poco diffusi;
  • fattori familiari: è stato attestato un significativo decremento delle nascite anche in Kenya, e ciò ha permesso alle famiglie di spendere più soldi per la cura e l’educazione dei figli;
  • istruzione dei genitori: si può notare una crescita consistente dell’alfabetizzazione dei genitori, soprattutto delle madri;
  • scolarizzazione: nonostante non siano stati raccolti dati empirici riguardanti la qualità dell’insegnamento, essendo i bambini da poco entrati nel mondo scolastico, è stato in ogni caso registrato un significativo aumento della frequenza alla scuola dell’infanzia;
  • stato di salute: anche l’aumento del benessere e la riduzione della probabilità di contrarre infezioni è un elemento da tenere in considerazione.

Sebbene non sia possibile stabilire un rapporto di causalità diretto, sono sempre di più le evidenze che attestano che tali fattori (tra cui, in particolare, la maggior enfasi posta oggi rispetto al passato sull’educazione e sulla cultura) siano stati decisivi nel contribuire all’incremento del QI della popolazione, tanto nelle aree industrializzate quanto in quelle rurali.

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Bibliografia

Daley, Whaley, Sigman, Espinosa, Neumann. IQ on the rise. The Flynn Effect in Rural Kenyan Children. Psychological Science, 2003, 215-219



Quante volte, nella nostra vita, abbiamo sentito un bambino nominare oggetti diversi nello stesso modo, solo perché simili tra loro?

Quando i bambini imparano il nome di un nuovo oggetto tendono a estenderlo ad altri manufatti che condividono la stessa forma, un normale errore chiamato “shape bias”.

sviluppo del linguaggio shape biasPer spiegare ciò sono state avanzate due ipotesi: la prima sostiene che i bambini piccoli si focalizzano solo sulla forma e non sulla funzione; secondo l’altra ipotesi i bambini piccoli pensano che oggetti di forma simile abbiano la stessa funzione.

Per testare questa seconda ipotesi, in uno studio venivano presentati a bambini di 3 anni triplette di oggetti: un primo oggetto-target a cui veniva data un’etichetta, un secondo della stessa forma (che serviva da contenitore dell’oggetto-target) e un terzo dello stesso materiale. Successivamente, veniva mostrato che il secondo oggetto, anche se aveva la stessa forma dell’oggetto-target, serviva da contenitore.

In questo caso pochi bambini tendevano ad estendere l’etichetta dell’oggetto-target al contenitore. Mostrare il perché due oggetti condividono la stessa forma fa diminuire la tendenza a generalizzare il nome sulla base della loro similarità percettiva.

In un secondo studio vennero mostrati a bambini con la stessa età tre tipi di stimoli: l’oggetto-target,sviluppo del linguaggio shape bias un oggetto con la stessa funzione e un terzo oggetto con la stessa forma (ma diversa funzione). Solo nel caso in cui lo sperimentatore dimostrava ai bambini la funzione sia dell’oggetto- target, sia dell’oggetto con la stessa funzione si ebbe un significativo decremento dello shape bias. Lo stesso effetto non si notò descrivendo solamente la funzione del target.

Riassumendo, i bambini tendono a chiamare con lo stesso nome oggetti di forma simile. Nel caso in cui conoscano la funzione di entrambi gli oggetti, non cadono nell’errore detto “shape bias”.

Questi studi dimostrano quanto i bambini si basino sulle loro intuizioni riguardanti le funzioni degli oggetti, in mancanza di spiegazioni reali. Spiegazioni più accurate da parte degli adulti circa il funzionamento effettivo degli oggetti li aiuta a costruire più accuratamente le loro categorie mentali.

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Bibliografia

Children’s reliance on creator’s intent in extending names for artifacts. Psychological Science, 2003, 164-168



Sia gli animali che gli umani sono portati a riconoscere istintivamente le dinamiche sociali, come la dominanza e i rapporti di potere; questa nostra capacità risulta molto utile per capire sin dall’inizio con chi possiamo competere o con chi dobbiamo evitare lo scontro.

Ancora più sorprendente risulta scoprire che l’abilità di individuare le strutture gerarchiche all’interno dei rapporti sociali non viene trasmessa o insegnata dai membri più esperti ai più giovani del gruppo ma è presente in ognuno di noi sin dalla nascita.

Anche i bambini, quindi, sanno riconoscere da subito chi comanda e utilizzano questa conoscenza soprattutto mentre giocano: esistono compagni a cui rubano i giocattoli di mano e altri dai quali se li lasciano rubare oppure nel gioco della lotta scelgono compagni al proprio livello o meno forti, per essere certi di avere la meglio.

Seppur con finalità ludica, queste dinamiche rappresentano un primo approccio alle gerarchie sociali e se un bambino tende a essere dominatore probabilmente sarà un adulto più prepotente rispetto ad altri e viceversa i bambini più timidi diventeranno adulti accondiscendenti o talvolta passivi.

Tutta questa complicata rete di potere e dominanza può essere rappresentata in due diversi modi:

  • esistono dinamiche di potere lineari in cui un individuo domina e l’altro è dominato (“Marco domina su Luca”) ma esistono anche rapporti più complicati,
  • detti dinamiche circolari, in cui ogni individuo è sia dominato che dominatore (“Marco domina su Luca, Luca domina su Andrea e Andrea domina su Marco”).

chi comanda bambini gerarchia Se i rapporti di potere sono di tipo circolare e se sono tante le persone appartenenti al gruppo può risultare più difficile cogliere queste dinamiche e capire come comportarsi adeguatamente.

In uno studio del 2014 i due psicologi Olivier Mascaro e Gergely Csibra si sono proposti di analizzare questi meccanismi in bambini molto piccoli e hanno scelto un campione di partecipanti di 15 mesi. Per indagare gli effetti in bambini così piccoli, non ancora in grado di esprimersi correttamente, gli sperimentatori hanno utilizzato una tecnica molto diffusa negli studi con bambini: si tratta di proiettare due diverse immagini e registrare con sofisticati strumenti tecnologici quanto tempo i soggetti trascorrono a fissare ciascuna delle due immagini.

Attraverso l’analisi dei tempi di fissazione, Mascaro e Csibra hanno evidenziato che i bambini trovano più difficile comprendere relazioni di tipo circolare rispetto a quelle di tipo lineare, inoltre se i bambini si sono fatti delle aspettative sui rapporti che intercorrono tra due persone (ad esempio “Marco è più alto e muscoloso di Luca, Marco domina Luca”) per loro è più facile comprendere le effettive dinamiche sociali.

Questo studio dimostra che i bambini partecipano a dinamiche gerarchiche di potere sin dalla tenera età e che, soprattutto in caso di rapporti lineari, sono molto abili a cogliere quale individuo sia dominante e quale dominato. La consapevolezza di questa loro abilità si può tradurre in una maggiore attenzione ai contenuti che vengono loro mostrati e alle esperienze a cui li si sottopone perché non bisogna sottovalutare le capacità dei bambini di comprendere la situazione e anche l’effetto che questo avrà sulle loro relazioni future.

 

Bibliografia. Mascaro O., Csibra G. Human infants’ learning of social structire: The case of dominance hierarchy. Psychological Science. 2014;26(1):250-255. 

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Quando si assiste a una qualche forma di violenza sembrerebbe logico pensare che più sono le persone presenti e maggiori sono le probabilità che qualcuno presti soccorso alla vittima di violenza. In realtà, in letteratura scientifica è stato da tempo dimostrato che non funziona proprio così: già dagli anni ’60 i due psicologi Latané e Darley teorizzarono il fenomeno del “bystander effect”, o “effetto spettatore”.

effetto spettatore unione forzaIn cosa consiste? La teoria del bystander effect dimostra che, contro ogni previsione, maggiore è il numero di persone che assistono a una forma di violenza e minore è l’aiuto che ognuno presta alla vittima. Questo fenomeno può essere spiegato ipotizzando che nel gruppo di spettatori la responsabilità di intervenire si diffonda tra le persone del gruppo ed ognuno creda che sarà l’altro a prestare soccorso alla vittima.

Questo fenomeno esiste anche nei bambini?

Un team di psicologi ha realizzato di recente uno studio sulla capacità di prestare aiuto in bambini di 5 anni. I bambini sono stati divisi in tre diversi gruppi: quelli del primo gruppo venivano lasciati da soli in classe insieme alla maestra (condizione da soli), il secondo gruppo era composto da più bambini nella classe insieme alla maestra (condizione con spettatori), mentre nel terzo gruppo erano presenti vari bambini ma solo uno di questi era libero di muoversi mentre gli altri compagni non avevano possibilità di spostarsi (condizione con spettatori non disponibili).

Ad ognuno dei tre gruppi veniva presentata un’identica situazione in cui la maestra si trovava in una situazione di emergenza, mentre nel frattempo il comportamento dei bimbi nella classe veniva filmato. A fine lezione, gli sperimentatori realizzavano una breve intervista con questi bambini per chiedere se si fossero accorti di ciò che stava succedendo e per quale ragione fossero intervenuti o meno in aiuto della maestra.

Quali sono i risultati? I bambini da soli aiutavano più spesso la maestra rispetto a coloro che si trovavano in classe con altri compagni. Per capire quale sia la motivazione alla base del bystander effect gli studiosi si sono affidati alle interviste e al confronto tra le situazioni dei tre gruppi, specialmente tra il secondo e terzo gruppo (condizione con spettatori contro quella con spettatori presenti ma non disponibili). Nell’ultimo caso, ovvero in cui i compagni non potevano agire, i bambini si dimostravano altrettanto disponibili ad aiutare la maestra come nella condizione in cui erano da soli.

Non è quindi la sola presenza degli altri a impedirci di agire quando dovremmo prestare soccorso a6825748012_3b696025bc_o chi ne ha bisogno, ma è piuttosto il meccanismo sopracitato di diffusione di responsabilità, la causa principale del bystander effect.

Anche nelle interviste con gli sperimentatori, i bambini del terzo gruppo, così come quelli del primo, ritenevano che fosse un loro compito aiutare la maestra in difficoltà. Inoltre, sentirsi responsabili di prestare soccorso agli altri rappresenta la spinta necessaria ad agire e prestare effettivamente aiuto.

Questo esperimento ha dimostrato che il fenomeno del bystander effect si manifesta attraverso le stesse dinamiche sia tra adulti che tra i bambini e che, al pari dei loro genitori, anche bambini di 5 anni sanno essere coraggiosi e decidere di aiutare gli altri, soprattutto quando sono da soli!

Bibliografia. Ploetner M., Over H., Carpenter M., Tomasello M. Young children show the bystander effect in helping situation. Psychological Science. 2015;26(4):499-506. 

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