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Sebbene sia da tempo confermata l’influenza genetica sulle capacità cognitive, non sono ancora chiari i meccanismi e le implicazioni di tale trasmissione genetica. Solitamente, gli studi che analizzano l’intelligenza nei gemelli o nei figli adottati e i loro genitori adottivi mostrano chiaramente un effetto genetico, che prevale sull’influenza ambientale. Invece, gli studi che confrontano l’intelligenza dei figli tolti dalla povertà con quello dei propri genitori tendono ad attribuire le differenze esistenti ad effetti ambientali. Per fare chiarezza su questo aspetto, E. Turkheimer e coll. (2003) delle Virginia University, nel loro esperimento longitudinale, hanno coinvolto un consistente numero di donne durante la gravidanza e poi successivamente i loro figli, che sono stati seguiti dalla nascita fino ai 7 anni d’età. Nel campione, buona parte dei partecipanti faceva parte delle fasce minoritarie e più povere. Il test d’intelligenza somministrato alle donne prima e ai loro figli al settimo anno poi, è la scala Wechsler, il più noto test del QI che comprende non solo abilità verbali ma anche di performance (completamento di figure, disegno di cubi…), e che permette pertanto di avere un quadro completo del livello intellettivo del soggetto. Ciò che si voleva testare era la correlazione tra lo status socioeconomico delle famiglie (SES) e le influenze rispettivamente dei geni e dell’ambiente (familiare ed esterno) in relazione ai punteggi ottenuti nel test del QI.
Nelle famiglie più povere il 60% dell’intelligenza è dovuta all’influenza dell’ambiente familiare e il contributo dei geni si avvicina allo zero, mentre per le famiglie ricche l’effetto è esattamente l’opposto (maggior importanza dei geni, nulla quella dell’ambiente).
La questione fondamentale che si pone di fronte a questo tipo di ricerche è: cosa si intende per status socioeconomico? Solitamente la più ovvia interpretazione è che con esso si intenda e si misuri la qualità dell’ambiente in cui i piccoli nascono e crescono. Un’interpretazione più vasta e semplice, fa riferimento allo SES come ambiente, in generale, in quanto variabile di studio, contrapposta all’influenza genetica. Il problema però è che non è facile distinguere, in una ricerca come questa, quella che è l’influenza genetica da quella ambientale. Il concetto di status socioeconomico, così come quello di genotipo e di ambiente, è troppo ampio e sfaccettato per essere ridotto ad una semplice variabile.
In ogni caso, ciò che è chiaro, è che le forze dello sviluppo al lavoro agiscono in modo qualitativamente differente in contesti poveri e in ambienti ricchi. Se da una parte l’ottenere un buon punteggio nel QI per i bambini nati in famiglie agiate correla in modo molto forte con l’ereditarietà, dall’altra, per chi non ha potuto godere della fortuna di nascere nella ricchezza, l’educazione data in famiglia sarà essenziale per lo sviluppo intellettivo futuro.
Con l’ingresso alle scuole superiori, l’interesse per le materie scientifiche inizia a calare. In particolare compare un calo sia nel rendimento che nella frequenza ai corsi di scienze, tecnologia, ingegneria e matematica (in inglese: “STEM”: Science, Technology, Engineering, Mathematics). Tale dato diventa particolarmente evidente nel sistema scolastico statunitense, dove la scelta di alcune delle materie da frequentare al liceo è facoltativa, a differenza che nella scuola italiana. A partire da queste osservazioni, uno studio scientifico ha cercato di capire quanto la motivazione degli adolescenti possa essere influenzata dall’atteggiamento dei genitori nei confronti di queste materie. Secondo gli studiosi infatti, il sostegno dei genitori (unito all’interesse personale dello studente per gli studi scientifici) avrebbe un influsso significativo sulle scelte scolastiche dei ragazzi.
Per verificare questa ipotesi, un gruppo di ricercatori di Harvard, ha inizialmente inviato materiale informativo sull’utilità delle materie STEM ai genitori di figli adolescenti. Questi opuscoli forniscono consigli su come motivare e supportare i figli nelle loro decisioni, e sull’importanza delle scienze nei vari ambiti della vita. In seguito i ricercatori hanno acquisito i dati delle iscrizioni di questi ragazzi ai corsi del gruppo STEM.
LA RICERCA
Lo studio, durato circa 15 mesi, ha coinvolto 188 studenti ai primi anni delle scuole superiori e i loro genitori. Il campione è stato diviso in due gruppi: un gruppo sperimentale al quale venne inviato il materiale informativo, e un gruppo di controllo. Al primo gruppo-quello sperimentale– durante l’ottobre del secondo anno di scuola, i ricercatori hanno mandato via email a entrambi i genitori e agli studenti stessi una brochure in cui si descriveva come aiutare i ragazzi a trovare un certo valore nella scuola, fornendo informazioni sull’importanza della matematica e delle scienze nella vita di tutti i giorni e per molte professioni. Successivamente, a gennaio del penultimo anno, venne inviata ai genitori un’altra brochure intitolata “Helping your teen with the choice ahead”. Questo opuscolo enfatizzava gli stessi temi tramite alcuni esempi, con un focus sulla rilevanza della matematica e delle scienze nelle semplici attività giornaliere, per il college e per la preparazione professionale. Inoltre includeva interviste di studenti del college che parlavano dell’importanza dei corsi STEM frequentati alle scuole superiori. Nell’ultima parte dell’esperimento, durante la primavera del penultimo anno, vennero inviati due tipi di questionari da completare online: uno era per i genitori, per rilevare se avessero utilizzato i consigli dell’ultima brochure inviata; il secondo era invece per gli studenti, e rilevava la loro percezione dell’utilità dei corsi di matematica e scienze. Questo primo gruppo veniva confrontato con le scelte di un gruppo di controllo, che non aveva ricevuto alcun tipo di materiale informativo: in questo caso genitori e ragazzi completarono solamente un questionario durante l’estate dell’ultimo anno di scuola.
I RISULTATI
I risultati dello studio dimostrano che l’intervento informativo ha generato un incremento della comunicazione tra genitori e adolescenti per quanto riguarda il valore dei corsi di matematica e scienze e, ancora più importante, un maggiore livello di iscrizione alle materie del gruppo STEM negli ultimi due anni di scuola rispetto al gruppo di controllo. Gli ultimi anni sono infatti i più critici, in cui i corsi di scienze e matematiche forniscono la base per il percorso universitario. Lo studio ha dimostrato quindi che i genitori possono influenzare positivamente le scelte accademiche dei propri figli, se forniscono loro un adeguato supporto. Nella stessa ricerca è infine emerso che anche il grado di istruzione dei genitori aumenta la propensione per le materie scientifiche e che, rispetto ai padri, sono le madri coloro che riescono a percepire un maggiore valore dell’importanza delle materie del gruppo STEM.
IN CONCLUSIONE…
I ragazzi, se adeguatamente supportati, possono raggiungere grandi successi anche nei campi che obiettivamente sembrano loro più difficili. A volte sembra che le scelte dei nostri figli siano solo dei sogni irraggiungibili ma, come dimostrato, possono essere concretizzati con successo se invece di indirizzarli verso un qualcosa di più semplice, più sicuro e più facilmente raggiungibile, vengono supportati e motivati. Ogni genitore vuole il bene e il meglio dei propri figli e allo tesso tempo i ragazzi si comportano in modo da non deludere le aspettative dei propri genitori. Se entrambi riescono a trovare un punto di incontro, tramite la comunicazione e il confronto, niente diventa irraggiungibile, i ragazzi possono realizzarsi nei campi in cui si sentono più portati e i genitori non potranno che ricavare grandi soddisfazioni dal vedere i propri figli felici e realizzati.
Nelle ultime decadi svariati studi hanno dimostrato che il quoziente intellettivo nella popolazione ha subito picchi vertiginosi, un fenomeno questo chiamato “Flynn Effect”.
In merito a ciò sono state avanzate varie spiegazioni. La prima concerne una miglior e più completa alimentazione della popolazione attuale rispetto a quella di alcuni decenni fa. Un altro fattore importante riguarda la maggior complessità degli stimoli ambientali a cui siamo sottoposti: pensiamo ad esempio alla nuova tecnologia, computer, tv, o alla crescente urbanizzazione. Anche la nuova struttura familiare può aver contribuito al Flynn Effect: il decremento delle nascite ha fatto sì che le dimensioni delle famiglie si riducessero. In questo modo, i genitori hanno potuto dedicare più attenzioni e risorse a ogni singolo figlio. Un altro elemento essenziale è stata la maggior scolarizzazione dei genitori, fattore, quello scolastico, decisivo dal momento che si stima che un solo anno di scuola ha enormi effetti sull’intelligenza, sia essa fluida o cristallizzata.
La principale critica rivolta a queste ricerche, però, riguarda il fatto che lo studio di questo fenomeno si sia concentrato prevalentemente nelle aree industrializzate. E nelle aree rurali?
In uno studio di Daley e coll. condotto in Kenya (paese in cui l’urbanizzazione è ancora debole) vennero analizzati due campioni di bambini, uno nel 1984, e l’altro nel 1998, a 14 anni di distanza. Per misurare il QI vennero utilizzati due tipi di test: le matrici di Raven (per verificare le abilità spaziali), un test, culturalmente adattato, che misurava le abilità non-verbali, e il Digit Span Test (per analizzare le capacità mestiche). Una peculiarità di questo studio è consistita nella misurazione accurata, giorno dopo giorno, della quantità e della qualità di cibo assunta nelle famiglie di questi bambini. Le altre variabili studiate furono la composizione e struttura delle famiglie, nonchè il livello di istruzione dei genitori.
Il risultato della ricerca confermò le aspettative: in tutti e tre i test si registrò un effettivo aumento del QI a 14 anni di distanza.
I fattori analizzati potenzialmente in grado di spiegare l’effetto sono:
alimentazione: si registrò un incremento delle kcal assunte tra il campione del ’84 e quello del ’98;
complessità degli stimoli ambientali: è stata riportata una maggior circolazione di giornali, sebbene altri mezzi di comunicazione, quali televisione e computer, siano oggi ancora poco diffusi;
fattori familiari: è stato attestato un significativo decremento delle nascite anche in Kenya, e ciò ha permesso alle famiglie di spendere più soldi per la cura e l’educazione dei figli;
istruzione dei genitori: si può notare una crescita consistente dell’alfabetizzazione dei genitori, soprattutto delle madri;
scolarizzazione: nonostante non siano stati raccolti dati empirici riguardanti la qualità dell’insegnamento, essendo i bambini da poco entrati nel mondo scolastico, è stato in ogni caso registrato un significativo aumento della frequenza alla scuola dell’infanzia;
stato di salute: anche l’aumento del benessere e la riduzione della probabilità di contrarre infezioni è un elemento da tenere in considerazione.
Sebbene non sia possibile stabilire un rapporto di causalità diretto, sono sempre di più le evidenze che attestano che tali fattori (tra cui, in particolare, la maggior enfasi posta oggi rispetto al passato sull’educazione e sulla cultura) siano stati decisivi nel contribuire all’incremento del QI della popolazione, tanto nelle aree industrializzate quanto in quelle rurali.
Galileo Galilei, Isaac Newton, Albert Einstein, Stephen Hawking. Cosa hanno in comune questi individui? Sono tutti personaggi famosissimi che hanno rivoluzionato la storia e la scienza e soprattutto, sono tutti uomini!
È molto diffusa l’idea che i maschi siano più predisposti per le materie scientifiche rispetto alle femmine, ma da cosa nasce questa opinione? E si tratta solo di un parere o di un dato di fatto? In realtà già negli anni ’90 un gruppo di psicologi aveva scoperto che le maestre si approcciano in modo diverso ai bambini e alle bambine riguardo le spiegazioni e domande scientifiche e che questa differenza nel trattamento era una delle cause del perché i maschi fossero più bravi delle loro compagne nei compiti di matematica e di scienze. (American Association of University Women, 1995; Jones & Wheatley, 1990; Kelly, 1988). Allora ci siamo chiesti: anche i genitori si comportano con i loro bambini come se i maschi fossero più bravi nelle materie scientifiche rispetto alle femmine?
In uno studio del 2001 e condotto da un team di psicologi provenienti dalle Università di Pittsburgh e della California è stato scoperto che i genitori (soprattutto i papà) sono molto più propensi a fornire spiegazioni a domande scientifiche ai figli maschi piuttosto che alle femmine. Gli sperimentatori hanno escogitato un ingegnoso stratagemma per studiare le interazioni fra genitori e figli senza che questi si accorgessero di essere osservati. L’esperimento si è svolto in un museo interattivo per bambini in California, con un gruppo di età compresa fra i 3 e gli 8 anni. I bambini potevano giocare e sperimentare direttamente con il materiale esposto nel museo, riguardante argomenti di fisica, biologia, ingegneria, geografia e psicologia.
L’analisi dei filmati ha dimostrato che in realtà non esistono differenze tra i bambini e le bambine circa l’uso e l’interesse per il materiale interattivo della mostra: il 99% dei bambini, sia maschi che femmine, ha partecipato volentieri alle attività proposte. Il tempo trascorso in ogni attività era pressoché identico nei maschi e nelle femmine. La differenza principale è stata invece riscontrata nel comportamento dei genitori: ogni tre interazioni che i genitori avevano con un figlio maschio era presente una spiegazione del fenomeno scientifico proposto nell’esposizione. Diversamente, quando interagivano con le femmine le spiegazioni venivano fornite solo una volta ogni dieci. Questa differenza non si è verificata quando le interazioni riguardavano altri argomenti come ad esempio su come utilizzare gli oggetti esposti. Questa sorta di pregiudizio si è verificato a prescindere dal fatto che nell’interazione fosse coinvolta la mamma, il papà o entrambi i genitori.
I ricercatori hanno ipotizzato che la forza dello stereotipo secondo cui i maschi sono più abili nell’ambito scientifico fosse talmente potente da indurre la maggior parte dei genitori a dedicare più tempo alle spiegazioni date ai maschi. Questo tipo di atteggiamento, con il passare degli anni, permette ai maschi di comprendere meglio i concetti scientifici, mentre le bambine, avendo avuto meno spiegazioni, riescono a comprendere meno questi concetti.
Molto probabilmente queste spiegazioni non solo forniscono più conoscenze in ambito scientifico ma sono fondamentali per sviluppare, crescendo, un ragionamento di tipo scientifico. Forse Marie Curie e Margherita Hack, oltre ad un’ottima intelligenza, hanno avuto dei genitori che le hanno ritenute capaci di comprendere concetti scientifici… Ed avevano ragione!
Fin dalla nascita ogni bambino è diverso dagli altri. Tuttavia, esistono bambini che nello sviluppo sono un po’ più veloci e brillanti della media, i cosiddetti bambini iperdotati (o “gifted”). Molti genitori sono convinti che, sotto sotto, i propri figli siano incredibilmente intelligenti e i loro progressi (le prime parole, i primi passi) vengono interpretati come trionfi eccezionali. Ma è proprio vero che esistono dei bambini iperdotati? Come facciamo a riconoscerli? Ecco 4 caratteristiche che vi faranno capire se avete di fronte un “piccolo genio”:
1. Imparano a leggere e scrivere prima di andare a scuola– La maggior parte dei bambini impara a leggere e scrivere sui banchi di scuola grazie all’aiuto delle maestre, i bambini “gifted”, invece, hanno già scoperto da tempo come farlo. Grazie alla lettura, inoltre, molti di questi bambini partiranno avvantaggiati anche in altre materie come scienze, storia o geografia e faranno meno fatica dei compagni nel fare i compiti e imparare cose nuove.
2. Fanno continue domande su molti argomenti. La curiosità è una delle caratteristiche principali di questi bambini e le loro frasi iniziano quasi sempre con un “perché…?” o un “come…?” (“perché gli alberi perdono le foglie?”, “come nascono i bambini?”). Una domanda tira l’altra e potremmo sentirci stanchi o inadeguati nel caso in cui non conosciamo la risposta. In ogni caso, è sempre meglio cercare di fornire una spiegazione o incoraggiare il bambino ad approfondire l’argomento piuttosto che mettere fine alla sua curiosità con un freddo “perché sì/perché no!” oppure “sei ancora troppo piccolo per sapere queste cose”.
3. Richiedono molta attenzione da parte dell’adulto. Molti bambini gifted si appassionano ad argomenti come lo studio degli insetti o delle capitali del mondo e non riescono a capire perché i loro coetanei non siano interessati, preferendo magari uscire a giocare. Questi bambini non si sentono stimolati a condividere le loro scoperte con i compagni di classe e spesso cercano insistentemente l’attenzione degli adulti. Nonostante siano molto intelligenti, i bambini gifted sono ancora troppo piccoli per capire le esigenze dei compagni e vivono con fastidio o noia le attività proposte alla scuola dell’infanzia; è compito dei grandi incoraggiare il confronto e la collaborazione fra bambini, ad esempio dicendo “perché non provi a spiegare ai tuoi compagni cosa hai scoperto?”.
4. Hanno un mondo immaginario ricco di amici. I bambini iperdotati, oltre a essere curiosi, spesso hanno una fantasia sterminata: pertanto molti, sia maschi che femmine, hanno degli amici immaginari o inventano giochi nella loro mente. A differenza dei coetanei, inventano giochi molto complicati (paragonabili a quelli di bambini più grandi), immaginano mondi fantastici ricchi di dettagli e stabiliscono regole tutte loro come ad esempio parlare una lingua immaginaria. La fantasia è il rifugio di questi bambini, che preferiscono ai compagni veri quelli immaginari dai quali si sentono accettati e con i quali possono condividere quello che con i compagni di classe non riescono a fare.
Come aiutare i propri figli ad aprirsi con i genitori? Come creare, fin dall’infanzia, alcuni momenti di confidenza fra genitori e figli? E soprattutto come farlo con i bambini che fanno più fatica ad esprimere i propri pensieri? Per molti bambini, come per altrettanti adulti, è molto facile parlare di episodi divertenti, di sport o dei regali di Natale, ma è enormemente più difficile raccontare episodi più imbarazzanti o più preoccupanti. Immaginiamo quanto può essere difficile raccontare di essere stato preso in giro o di avere una paura che altri potrebbero vedere come sciocca. Esistono alcune strategie che possono aiutare i genitori a creare il momento opportuno e ad usare le strategie migliori per permettere ad un bambino di dire ciò che pensa.
1. ASCOLTA SE VUOI COMUNICARE- Spesso i bambini vogliono solo essere ascoltati, senza essere bombardati dai consigli dei propri genitori. In questo modo il bambino impara a condividere le proprie emozioni senza la paura di essere frainteso o non capito, aumentando la possibilità che si rivolga di propria iniziativa all’adulto per condividere ciò che sente. È importante che un genitore mantenga per sé le proprie opinioni e che queste vengano condivise solo su richiesta. Se proprio il genitore vuole dare consigli, magari perché avverte la pericolosità della situazione, deve prima assicurarsi di aver capito a fondo come il bambino si sente, in quanto è solo con questa comprensione che i bambini sono propensi ad accettare ciò che i genitori dicono. Con questi piccoli accorgimenti il bambino sviluppa una forte fiducia nella relazione con i propri genitori ed è più propenso a condividere i propri pensieri.
Strategia n. 8: Anche la nostra postura è importante: guardiamo il bambino negli occhi, sediamoci o inginocchiamoci in modo che i nostri sguardi siano alla stessa altezza. In questo modo il bambino non si sentirà intimidito.
2. ACCETTARE SEMPRE LE EMOZIONI DEL BAMBINO, ANCHE QUANDO NON SI CONDIVIDONO-Accettare le emozioni del proprio bambino non significa necessariamente essere in accordo con esse: bisogna ricordare che i sentimenti e le emozioni non sono giusti o sbagliati, ma semplicemente un proprio modo di vivere le esperienze. E’ dunque meglio evitare frasi come «Non capisco perché sei triste, hai molto di cui essere grato!» oppure «Non devi arrabbiarti per queste cose…», che farebbero credere al bambino che sia lui ad essere sbagliato in qualcosa. Piuttosto è preferibile accettare l’emozione e fornire un punto di vista diverso. Ad esempio « Capisco che questa cosa ti ha fatto tanto arrabbiare. Prova a pensare anche che…»
3. ASCOLTARE IL SILENZIO-Ascoltare il silenzio è altrettanto importante quanto ascoltare ciò che il bambino ha da dire. Il silenzio è un modo che i bambini usano per comunicare, quindi risulta utile capire le motivazioni sottostanti ad esso: può essere un modo per punire i genitori perché è arrabbiato, una strategia per proteggersi perché ha paura che ciò che ha da dire possa essere frainteso, oppure un modo per vivere un’esperienza dolorosa. Quando i bambini si barricano dietro il muro del silenzio, spesso i genitori si sentono frustrati ma è importante capire che non sempre il silenzio è sintomo di qualcosa di grave, quindi bisogna semplicemente lasciarlo accadere: anche i bambini hanno bisogno di intimità e questo loro desiderio deve essere rispettato.
4. STABILIRE DEI “MOMENTI SPECIALI”-Ecco una delle strategie più importanti. Occorre trovare un momento, anche breve, in cui il genitore e il bambino sono soli. E’ importante che questi momenti non siano sporadici o occasionali, ma piuttosto regolari e costanti. Questi momenti potrebbero essere interrotti da piccoli imprevisti. Se il telefono squilla, bisogna ignorarlo: in questo modo il bambino capisce che la loro relazione ha un’alta priorità per il genitore. Queste occasioni potrebbero essere occupate facendo fare al bambino ciò che più gli piace, tranne che attività competitive poiché potrebbe sentirsi rifiutato se non ha successo. Alcuni esempi possono essere: “Il sabato pomeriggio breve giro in bici con il papà”, “Parlare 5 minuti con la mamma prima di addormentarsi” oppure “Parlare con il papà mentre giochiamo con i lego”.
5. CONDIVIDERE I PROPRI STATI D’ANIMO-Poiché quando si comunica si è in due, risulta importante anche la condivisione dei propri stati d’animo da parte dei genitori. In questo modo i bambini non fraintenderanno più alcuni comportamenti o atteggiamenti: se la mamma torna a casa arrabbiata per un qualcosa che è successo a lavoro, il bambino – non sapendolo – potrebbe pensare «La mamma è arrabbiata, avrò fatto qualcosa che non va!». Per evitare queste sofferenze ingiustificate nel bambino, la mamma potrebbe dirgli «Sono molto infastidita per la discussione avuta con il mio collega». Parlare delle proprie emozioni e specificarle permette al bambino di riconoscere le emozioni altrui, abilità che risulterà utile per qualsiasi tipo di relazione che in futuro andrà ad intrattenere.
6. SEPARARE IL COMPORTAMENTO DAL BAMBINO- È necessario ricordarsi di lodare o rimproverare il comportamento piuttosto che il bambino. «Ammiro come hai completato il progetto di scienze in tempo» è molto più gratificante e specifico che dire «Come sei bravo!». Quando si disapprova il comportamento del bambino, bisogna esporre le proprie note senza brutali attacchi che svalutino il bambino come persona. Quindi, invece di rimproverarlo con «Te l’avevo già detto! Sei un disastro!», è preferibile dire «Sbagli a non rispettare le regole». I commenti diretti ad un comportamento, positivi o negativi che siano, sono molto più specifici, accurati ed efficaci di quelli diretti alla persona, risultando meno svalutativi.
7. APPREZZARE I DIVERSI CARATTERI- Ogni bambino ha un carattere diverso e allo stesso tempo anche un diverso modo di esprimere le proprie emozioni. Alcuni bambini sono tranquilli, alcuni teatrali e altri ancora sono razionali, con una scarsa preoccupazione ed interesse per le sensazioni degli altri. Se i genitori non riescono ad apprezzare queste differenz
e individuali, a volte trasformano i bambini in qualcosa che non sono, con il risultato che i genitori si sentono frustrati e i bambini incompresi. Una volta che i genitori hanno capito qual è il modo d’essere e di esprimersi del proprio bambino, dovranno sviluppare un determinato approccio di comunicazione che meglio corrisponde alle esigenze del bambino. Solo in questo modo la comunicazione si semplifica e diviene più piacevole per entrambi.
I bambini molto intelligenti sono anche dei bravi scolari? Sembrerebbe scontato e logico rispondere: “Ovviamente sì!”. Paradossalmente, esistono invece almeno 5 validi motivi per cui bambini con capacità cognitive eccellenti (detti iperdotati o plusdotati) possono risultare alunni difficili o con uno scarso rendimento. Occorre ricordare come a delle ottime capacità non sempre corrisponda un’ottima prestazione. Nell’ambito sportivo, ad esempio, una persona con ottime capacità fisiche non necessariamente vincerà ogni gara! La prestazione ad una gara dipende da vari fattori: la motivazione nel momento, l’ansia da prestazione, la quantità di allenamento preparatorio, le tecniche utilizzate e così via. Analogamente, un bambino con delle ottime capacità cognitive non necessariamente avrà dei buoni voti. Di seguito sono elencati alcuni dei motivi più comuni per cui un bambino intellettivamente molto brillante può avere un rendimento scolastico molto inferiore alle sue capacità.
1- Desiderio di adeguarsi ai compagni. Un bambino iperdotato si può rendere presto conto di come riesca a svolgere i compiti assegnati molto più velocemente dei compagni e magari senza errori. Questo lo identifica, agli occhi dei compagni, come il bambino che non viene corretto dall’insegnante, che finisce per primo il compito e senza particolare fatica. Non è raro, che tutto ciò attiri le invidie dei compagni che raggiungono tali risultati con maggior tempo e maggior fatica. Proprio per evitare tutto questo, alcuni bambini iperdotati preferiscono essere il più simili possibili agli altri compagni, anche se questo significa rallentare l’esecuzione del compito o fare degli errori di proposito.
2- Il compito assegnato non gli sembra importante o rilevante. Molti bambini iperdotati affrontano i problemi di matematica con grande facilità, al punto che immediatamente dopo aver letto il testo del problema scrivono la soluzione nel giro di qualche secondo. Da qui, nasce spesso lo scontro con l’insegnante che spesso richiede lo svolgimento del problema attraverso la procedura standard. Molti bambini iperdotati non comprendono l’utilità di questa procedura “Ma se ti ho già detto che il risultato è 36, perché devo scrivere la procedura?”. Un altro esempio potrebbe essere la calligrafia, laddove i bambini iperdotati pongono molta più attenzione al contenuto dei loro scritti e considerano spesso irrilevante la calligrafia con cui tali contenuti sono scritti.
3- Il bambino può avere paura che riuscire bene significhi avere altri compiti assegnati. Molti bambini iperdotati terminano il compito molto prima dei compagni. Questo rende spesso necessario per l’insegnante trovare qualche altro compito per impegnare il tempo ed evitare che disturbi gli altri. Non necessariamente, il bambino che ha eseguito il compito velocemente è interessato ad eseguirne altri. Quindi, preferisce rallentare ad arte il ritmo di esecuzione in modo da finire nello stesso tempo dei compagni.
4- Può essere un modo per attirare l’attenzione. Molti bambini iperdotati imparano presto che i loro compagni ottengono alcuni minuti di attenzione da parte dell’insegnante che ha bisogno di far loro notare gli errori e come correggerli. Per il bambino iperdotato c’è invece, spesso, solo il tempo di una rapida occhiata perché “tanto lui è bravo”. Il bambino iperdotato impara così che fare degli errori garantisce l’attenzione da parte dell’insegnante, pertanto ricerca anche lui la sua parte di attenzione.
5- Può non comprendere l’obiettivo da raggiungere. Molto spesso, il sistema scolastico introduce nuove nozioni o metodi suddividendoli in varie parti di cui, solo in un secondo momento, se ne comprende l’utilità. Molti bambini iperdotati mostrano una scarsa motivazione ad eseguire un compito di cui non capiscono il senso.
da Lovecky, DV. (2003)- Different Minds: Gifted Children With Ad/Hd, Asperger Syndrome, and Other Learning Deficits, Jessica Kingsley Publisher, Philadelphia.
Anche se sembra paradossale, un’intelligenza troppo elevata può essere la causa di problematiche scolastiche. Alcuni bambini (detti “bambini iperdotati” )sono dotati di una capacità di ragionamento superiore alla media, sono incuriositi da moltissime cose, chiedono continuamente spiegazioni e apprendono molto rapidamente. A scuola, i bambini iperdotati sommergono la maestra di domande e si annoiano rapidamente. A volte, i bambini iperdotati risolvono un problema di matematica in un attimo ma non sanno spiegare che procedimento hanno usato. Appaiono come bambini con abilità particolari ma che hanno poco in comune con i coetanei. I bambini iperdotati hanno bisogno di essere capiti e supportati affinché le loro abilità diventino un punto di forza e non uno di debolezza. Approfondisci