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A seconda dell’emozione che proviamo, ci comportiamo in modo diverso: l’amore può portarci ad affrontare un viaggio impegnativo, la rabbia può portarci a rompere qualcosa, la paura a scappare. Ed ogni nostra azione può avere effetto su qualsiasi piano della nostra vita, da quello sociale e relazionale fino a quello economico. In particolare, la tristezza quanto ci costa? A tutti è capitato, in un momento difficile, di andare in cerca di qualcosa che ci tiri su: una fetta di torta, un pomeriggio di shopping, la compagnia di qualcuno… E se invece di consolarci con un semplice paio di scarpe ci rifacessimo l’intero armadio? A quanto pare, la tristezza in generale comporta un costo abbastanza sostanziale sul piano monetario: quando siamo tristi pensiamo solo al benessere immediato, compiendo scelte di cui potremmo successivamente pentirci. Oltre che portare ad atti impulsivi, la tristezza pregiudica inoltre la propria capacità di valutazione dei benefici: vogliamo “tutto e subito” piuttosto che aspettare e posticipare la gratificazione per ricevere vantaggi maggiori e più convenienti.

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Spendere soldi quando si è tristi: aiuta o peggiora le cose?

Le conseguenze delle nostre azioni diventano quindi particolarmente onerose quando scaturiscono dalla tristezza. Jennifer Lerner dell’Harvard Kennedy School of Government e i colleghi Yi Le e Elke U. Weber della Columbia University, utilizzando il metodo del mood induction, hanno studiato come la tristezza possa compromettere le proprie scelte finanziare. In particolare, erano interessati a vedere come la tristezza influenzi scelte che possono avere un vantaggio maggiore col passare del tempo rispetto all’immediato.

L’esperimento. 202 partecipanti furono reclutati tramite un annuncio nel quale si offrivano 15$ di compenso per la partecipazione allo studio. I soggetti così reclutati furono assegnati in modo casuale a tre condizioni (neutrale, di tristezza e di disgusto), che avevano lo scopo di manipolare lo stato affettivo del partecipante mediante la visione di brevi filmati della durata di tre minuti. Nella condizione di tristezza, il partecipante visionava un clip sulla morte del mentore di un ragazzo; nella condizione di disgusto la clip riguardava dei bagni sporchi e antigienici; infine nella condizione neutra i partecipanti assistevano ad un video sulla barriera corallina. Successivamente, i soggetti assegnati alla prima e alla seconda condizione dovevano descrivere delle esperienze in cui avevano provato rispettivamente tristezza o disgusto, mentre i soggetti della condizione neutra dovevano scrivere le loro attività serali. Alla fine dell’esperimento, ogni partecipante poteva scegliere quando ricevere il compenso di partecipazione: avrebbero potuto avere una somma minore immediatamente (tra gli 11$ e gli 80$); oppure potevano ricevere una somma maggiore successivamente, da una settimana fino ai 6 mesi successivi (dai 25$ agli 85$).

 

Risultati. Come è prevedibile, i partecipanti a cui era stata indotta tristezza riportarono emozioni molto più tristi rispetto a quella neutrale. Inoltre, in loro era incrementato il livello di impazienza, per questo motivo erano più disposti a ricevere un basso compenso nell’immediato, piuttosto che aspettare del tempo per riceverne uno maggiore. La tristezza infatti incrementa il senso di perdita, il quale a sua volta scatena un bisogno immediato di ricompensa. Quindi, i partecipanti più tristi risultavano essere i meno saggi nell’effettuare una scelta di natura finanziaria, che poteva portare a dei maggiori benefici più in là nel tempo.

Come si evidenzia nell’esperimento quindi, le emozioni guidano le nostre scelte, che possono essere più o meno onerose anche sul piano economico: questa urgenza di avere tutto e subito è stata chiamatapresent bias”, e non è molto diversa dal meccanismo che, quando siamo a dieta, ci porta a preferire la gratificazione immediata (il cibo ipercalorico) piuttosto che un risultato più lontano nel tempo (rientrare nei nostri vecchi jeans).

Per contrastare i costi finanziari della tristezza dovremmo allora sperare di essere sempre allegri e ottimisti? Certo che no: le emozioni di per sé non sono né “negative” né “positive”, dipende da quanto siamo capaci di sfruttarle come segnali utili, riconoscerle in noi stessi e negli altri, esprimerle adeguatamente e gestirle per prendere decisioni in linea con le nostre reali motivazioni. In mancanza di questo, veniamo sopraffatti dalle emozioni, che diventano cattive consigliere per le proprie finanze.
Insomma, anche la gestione del denaro è influenzata da fattori psicologici: imparare a riconoscere e gestire le proprie emozioni comporta un beneficio anche per il nostro conto corrente.

Bibliografia. Lerner J.S., Li Y., Weber E.U. The financial costs of sadness. Psychological Science. 2013 Jan 1;24(1):72-9. 

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La maternità è un evento che cambia per sempre la vita di una donna perché dà inizio a un percorso unico e speciale con il bambino che porta in grembo: un legame particolare che resiste anche quando il bambino cresce e diventa adulto. Molte donne, durante la gravidanza, sostengono che il bambino possa sentire e riconoscere la loro voce. Ma si tratta solo di un’impressione o c’è un fondamento scientifico?

Esistono diversi studi (noi ne citeremo solo uno per semplicità) che danno conferma alla sensazione di queste mamme: i feti possono sentirci e sono in grado di riconoscere la voce della mamma da quella di tutti gli altri sconosciuti!

Uno studio condotto nel 2003 da un team di psicologi provenienti dalla Queen’s University in Canada e dall’ Ospedale Femminile in Cina ha indagato questo tema. In letteratura, infatti, è stato già appurato che a partire dalla 30esima settimana il feto riesce a percepire e a reagire agli stimoli uditivi ma non era ancora chiaro se distinguesse fra familiari ed estranei.

voce madre bambinoNello studio sono state coinvolte 60 madri che avevano già superato la 30esima settimana di gravidanza e sono state divise in due gruppi: a un gruppo di madri veniva posizionato un registratore con la loro stessa voce vicino alla pancia mentre nell’altro gruppo la voce registrata apparteneva a un’estranea, sempre di sesso femminile. Ai feti del secondo gruppo venivano fatte ascoltare le voci registrate delle mamme del primo gruppo in modo che, seppur estranee, fossero sempre madri che parlano al loro bambino. Dopo aver fatto ascoltare la registrazione i medici dell’ospedale registravano il battito cardiaco nei feti.

Cosa hanno scoperto? I risultati si sono dimostrati assolutamente chiari ed inequivocabili: dopo aver ascoltato la voce registrata della loro stessa madre i feti riportavano una notevole accelerazione del battito cardiaco mentre i feti del secondo gruppo che ascoltavano la voce di un’estranea rallentavano la frequenza del battito.

Questo studio si è dimostrato interessante per due motivi. Innanzitutto, ha confermato gli studi precedenti che riportano come il feto sia in grado di percepire e reagire agli stimoli esterni. Questo implica che la gravidanza non dovrebbe essere vissuta solo come il periodo in cui stare attenti a non fare sforzi, non bere e non fumare ma rappresenta già la prima occasione per far interagire il feto con il mondo esterno. Inoltre, lo studio è riuscito a confermare l’ipotesi dalla quale era partito: i feti riconoscono la voce della loro mamma, distinguendola da quella di altre madri, al punto che il loro cuore risponde a questo richiamo unico e speciale.

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Sembra incredibile, ma per alcune persone l’idea di avere un rapporto sessuale può suscitare sentimenti di vero e proprio disgusto. Chi ha un disturbo da avversione sessuale infatti manifesterà una persistente avversione verso i genitali altrui o verso i propri, o verso i fluidi corporei, tanto da arrivare ad evitare l’attività sessuale e il conseguente piacere che ne deriva.

Come si presenta il Disturbo da Avversione Sessuale?
Sexual_AversionLa persona con questo disturbo prova ripugnanza nei confronti dell’attività sessuale: il pensiero di avere un rapporto sessuale genera una tale ansia che si evitano tutti (o quasi tutti) i contatti sessuali genitali con il partner, in alcuni casi perfino il bacio. Chi soffre di questa problematica non ricerca l’intimità, anzi, mostra sin da subito avversione, disgusto e paura per tutto quello che riguarda un possibile scambio corporeo. Per allontanare queste sensazioni sgradevoli, la persona tende quindi ad evitare qualsiasi situazione o comportamento che possa portare ad un atto sessuale.

Il disturbo da avversione può essere quindi classificato in:
generale: quando l’avversione e la fuga si sperimentano in conseguenza a sensazioni, pensieri, sentimenti o situazioni di natura sessuale ed erotica;
specifico: quando l’ansia è generata da oggetti o situazioni specifiche come lo sperma, il pene in erezione, i genitali propri o altrui, etc.

Questo sottrarsi all’intimità con il proprio partner può causare delle difficoltà non solo all’interno della relazione amorosa, ma anche un notevole disagio personale e relazionale.

 

Quali sono le cause?
Secondo alcuni autori, i soggetti affetti dal disturbo da avversione sessuale potrebbero aver associato in passato lo stimolo sessuale ad uno stimolo doloroso e quindi tenderebbero ad evitarlo per la paura che si ripeta.
Le cause possono essere molteplici, tra cui, le più ricorrenti sono:
esperienze traumatiche non adeguatamente elaborate, come l’abuso sessuale o fisico o l’aborto;
educazione familiare troppo rigida, eccessivamente religiosa e sessuofobica, con false credenze e convinzioni che rendono difficoltoso, se non impossibile, il rapporto con il proprio corpo, con la propria sessualità e con l’intimità in generale.
– informazioni sessuali inadeguate o false e aspettative, inadeguate riguardo il rapporto sessuale o il proprio partner.
stress esterni (problemi economici, di salute, lutto, difficoltà lavorative etc.)
fattori interni (riferiti al modo di pensare e interpretare le situazioni e mancanza di problem solving per affrontare le avversità).

Cosa si può fare?
Questo disturbo risulta essere poco affrontato, in quanto le persone affette difficilmente ne riconoscono le sottostanti cause psicologiche. Per questo motivo, risulta necessario rivolgersi a degli specialisti per farsi aiutare. I principali trattamenti per questo disturbo sono:
psicoeducazione: insegnare al paziente, o alla coppia, la conoscenza dell’anatomia sessuale e del ciclo di risposta sessuale, processo che porta ad un miglioramento della consapevolezza del proprio corpo e ad i vissuti ad esso correlati;
psicoterapia individuale: principalmente ad orientamento cognitivo-comportamentale, che prevede l’esposizione graduale allo stimolo fobico fino ad arrivare alla consapevolezza ed al controllo della propria reazione; inoltre si effettua un lavoro di analisi sui condizionamenti socio–culturali ricevuti e sulle credenze (spesso inadeguate) circa la sessualità e il contatto corporeo. Se la causa scatenante del disturbo viene fatta risalire ad un trauma di abuso, è necessario lavorare ampiamente su tale evento, affinché l’individuo possa riuscire ad elaborare il trauma e superarlo.

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Immaginiamo la seguente situazione: il nostro partner ci comunica che la nostra relazione è finita. Magari eravamo consapevoli che la relazione non stesse andando tanto bene, ma non così tanto da chiuderla. Per molte persone, la prospettiva di un divorzio o di una separazione è fonte di un vero e proprio turbamento e malessere: questo evento è infatti associato ad una diminuzione di benessere psicologico e all’insorgenza di problemi fisici.

Quando un matrimonio sfocia in un divorzio spesso si inizia a ripercorrere la propria relazione focalizzandosi su tutti i possibili errori commessi e che hanno portato a questa situazione, cominciando a colpevolizzarsi: “E’ stata tutta colpa mia”, “Dovevo fare diversamente”, “Non ho sono stato abbastanza attento”… Tutti questi pensieri intrusivi legati alla difficoltà di far ripartire la propria vita possono portare a problemi legati al sonno, problemi di autostima e perfino ad ansia e depressione. Come fare per evitare questi rimuginii e permetterci di affrontare la separazione nel modo più efficiente possibile?

Self-compassion Secondo alcuni psicologi, la caratteristica che meglio ci predispone a superare eventi negativi di questo tipo si chiama self-compassion, parola che potremmo tradurre come “autocompassione“. Si tratta di una caratteristica personale strettamente legata alla resilienza, cioè la capacità di affrontare e superare le avversità della vita senza farsi travolgere eccessivamente dagli eventi negativi. L’autocompassione è caratterizzata da tre elementi:

self-kindness (autogentilezza) intesa come capacità di trattare se stessi con comprensione e perdono;

il riconoscimento della propria umanità e della propria imperfezione senza sentirsi in colpa (“errare è umano“);

mindfulness, intesa come la capacità di non identificarsi in modo eccessivo nelle proprie emozioni e sentimenti negativi. 

La ricerca. Un gruppo di ricercatori dell’Università dell’Arizona, guidati dallo psicologo David A. Sbarra, ha studiato le dinamiche psicologiche dei divorziati e le differenti reazioni che questi hanno messo in atto per affrontare il divorzio. La ricerca ha coinvolto 105 quarantenni, di cui 38 uomini e 67 donne, in media sposati da più di 13 anni e divorziati da circa 4 mesi. Durante il primo incontro, ad ogni partecipante è stato chiesto di parlare per 30 secondi dell’ex coniuge e per i successivi 4 minuti dei propri sentimenti riguardo alla separazione. Ogni discorso veniva quindi registrato e successivamente i discorsi venivano analizzati prendendo in considerazione in particolare la componente della self-compassion

Il livello di autocompassione registrato venne quindi paragonato ai livelli registrati dopo 3, 6 o 9 mesi dal primo incontro.

Risultati: è emerso che un alto livello di autocompassione permetteva di affrontare meglio il divorzio, poiché le persone più “autocompassionevoli” tendevano ad essere generose e indulgenti verso se stesse, mentre chi era abitualmente duro con se stesso soffriva di più. Infatti le persone autocompassionevoli affrontano le esperienze stressanti senza essere sopraffatte o bloccate nella sofferenza che ne scaturisce: ciò avviene perché queste persone riescono a modificare il loro punto di vista in modo da trovare il lato positivo anche nelle esperienze più dolorose.

In conclusione: dobbiamo volere più bene a noi stessi. Secondo questa ricerca, la principale causa di sofferenza dopo un divorzio non sembra essere tanto la perdita della persona amata, quanto l’incapacità di perdonarsi e lasciarsi scivolare addosso le colpe, anche quelle che non esistono. La prospettiva della futura qualità della vita dipende infatti da una buona quantità di amor proprio, dalla capacità di tenere in considerazione se stessi e i propri bisogni senza dipendere eccessivamente dagli altri.

Bibliografia

Sbarra D.A., Smith H.L., Mehl M.R. When leaving your ex, love yourself: observational ratings of self-compassion predict the course of emotional recovery following marital separation. Psychological Science. 2012 Mar;23(3):261-9.

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Galileo Galilei, Isaac Newton, Albert Einstein, Stephen Hawking. Cosa hanno in comune questi individui? Sono tutti personaggi famosissimi che hanno rivoluzionato la storia e la scienza e soprattutto, sono tutti uomini!

bambini maschi femmine scienzaÈ molto diffusa l’idea che i maschi siano più predisposti per le materie scientifiche rispetto alle femmine, ma da cosa nasce questa opinione? E si tratta solo di un parere o di un dato di fatto? In realtà già negli anni ’90 un gruppo di psicologi aveva scoperto che le maestre si approcciano in modo diverso ai bambini e alle bambine riguardo le spiegazioni e domande scientifiche e che questa differenza nel trattamento era una delle cause del perché i maschi fossero più bravi delle loro compagne nei compiti di matematica e di scienze. (American Association of University Women, 1995; Jones & Wheatley, 1990; Kelly, 1988). Allora ci siamo chiesti: anche i genitori si comportano con i loro bambini come se i maschi fossero più bravi nelle materie scientifiche rispetto alle femmine?

In uno studio del 2001 e condotto da un team di psicologi provenienti dalle Università di Pittsburgh e della California è stato scoperto che i genitori (soprattutto i papà) sono molto più propensi a fornire spiegazioni a domande scientifiche ai figli maschi piuttosto che alle femmine. Gli sperimentatori hanno escogitato un ingegnoso stratagemma per studiare le interazioni fra genitori e figli senza che questi si accorgessero di essere osservati. L’esperimento si è svolto in un museo interattivo per bambini in California, con un gruppo di età compresa fra i 3 e gli 8 anni. I bambini potevano giocare e sperimentare direttamente con il materiale esposto nel museo, riguardante argomenti di fisica, biologia, ingegneria, geografia e psicologia.

L’analisi dei filmati ha dimostrato che in realtà non esistono differenze tra i bambini e le bambine circa l’uso e l’interesse per il materiale interattivo della mostra: il 99% dei bambini, sia maschi che femmine, ha partecipato volentieri alle attività proposte. Il tempo trascorso in ogni attività era pressoché identico nei maschi e nelle femmine. La differenza principale è stata invece riscontrata nel comportamento dei genitori: ogni tre interazioni che i genitori avevano con un figlio maschio era presente una spiegazione del fenomeno scientifico proposto nell’esposizione. Diversamente, quando interagivano con le femmine le spiegazioni venivano fornite solo una volta ogni dieci. Questa differenza non si è verificata quando le interazioni riguardavano altri argomenti come ad esempio su come utilizzare gli oggetti esposti. Questa sorta di pregiudizio si è verificato a prescindere dal fatto che nell’interazione fosse coinvolta la mamma, il papà o entrambi i genitori.

I ricercatori hanno ipotizzato che la forza dello stereotipo secondo cui i maschi sono più abili nell’ambito scientifico fosse talmente potente da indurre la maggior parte dei genitori a dedicare più tempo alle spiegazioni date ai maschi. Questo tipo di atteggiamento, con il passare degli anni, permette ai maschi di comprendere meglio i concetti scientifici, mentre le bambine, avendo avuto meno spiegazioni, riescono a comprendere meno questi concetti.

bambini maschi femmine scienzaMolto probabilmente queste spiegazioni non solo forniscono più conoscenze in ambito scientifico ma sono fondamentali per sviluppare, crescendo, un ragionamento di tipo scientifico. Forse Marie Curie e Margherita Hack, oltre ad un’ottima intelligenza, hanno avuto dei genitori che le hanno ritenute capaci di comprendere concetti scientifici… Ed avevano ragione!

 

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Fare l’amore dovrebbe essere per tutti un’attività piacevole e naturale. Eppure, per alcuni questa funzione fisiologica non è così gradevole, anzi: i rapporti sessuali diventano estremamente dolorosi, al punto di causare notevoli disagi personali e problemi alla vita di coppia. Chi soffre di dispareunia infatti, ha un disturbo tendenzialmente cronico che consiste nel provare dolore genitale durante o, in alcuni casi, dopo il rapporto sessuale. Questo disturbo è prevalentemente femminile, anche se può essere presente anche negli uomini. La dispareunia si distingue dal vaginismo poiché compare generalmente durante l’atto sessuale, a differenza di quest’ultimo che compare prima della penetrazione. Inoltre, non va confusa con le difficoltà e i fastidi che possono manifestarsi nelle giovani donne durante i primi rapporti: questi infatti tendono a sparire con il tempo e con l’esperienza.

Come si presenta la dispareunia?

coppia-lettoQuesto disturbo sessuale può essere classificato in:

– primario: quando la dispareunia è presente sin dai primi rapporti sessuali e permane nel tempo;

– secondario: se il dolore si sviluppa in seguito a un periodo di normale funzionamento sessuale;

– generalizzato: quando è presente in modo costante sia nel tempo che al cambiamento del partner;

– situazionale: quando il dolore si verifica solo con un cero tipo di stimolazione, in certi contesti o con certi partner.

Oltre al dolore durante il rapporto sessuale, la dispareunia può affiancarsi ad altri tipi di sintomi, tra cui la secchezza vaginale, l’alterazione del pH vaginale, l’intolleranza all’utilizzo di tamponi interni durante il ciclo mestruale e dolore anche durante le visite ginecologiche.

Quali sono le cause del disturbo?

Come altri disturbi sessuali, la dispareunia può avere diverse origini:

cause mediche: eventuali malattie genito-urinarie o veneree;

cause psicologiche: nell’uomo il disturbo è principalmente dovuto a malesseri psicologici persistenti, a volte originatisi in periodi di malattia ormai risolti. Nelle donne, invece, la causa principale è un’alterazione della lubrificazione e del tono muscolare vaginale. Questo stato può essere favorito o da ansia, depressione, educazione familiare rigida e sessuofobica, informazioni sessuali inadeguate (aspettative erronee o negative riguardo al rapporto sessuale) o da alcuni episodi infantili traumatici;

– cause relazionali: ad esempio una diminuzione della libido causata da problemi di coppia o una marcata insoddisfazione sessuale.

Cosa si può fare?

Data la molteplicità di cause e di caratteristiche della dispareunia, non esiste un trattamento specifico e unico: ogni caso deve essere innanzitutto ben indagato per permettere il trattamento più efficace possibile. Le cause mediche vengono trattate con terapie farmacologiche; per quanto riguarda il trattamento psicologico è possibile far riferimenti ad una varietà di interventi, tra cui:

– la psicoeducazione, che favorisce una maggiore conoscenza dell’anatomia sessuale e delle fasi del funzionamento erotico. L’obiettivo principale è di migliorare la consapevolezza del proprio corpo e permettere la comprensione dei fattori psicologici e fisiologici coinvolti del rapporto sessuale;

– la psicoterapia cognitivo-comportamentale si pone l’obiettivo di cambiare i pensieri automatici e le credenze erronee relative alle ansie sessuali, in particolare il pensiero catastrofizzante (es.: sono sicuro che tutto andrà male, sono una frana, non riuscirò mai a provare piacere… etc). Questo cambiamento permette una buona gestione dell’ansia tramite l’applicazione di alcuni compiti a casa e di tecniche di rilassamento. Queste pratiche possono essere anche adottate all’interno di una terapia di coppia ed essere svolte insieme al proprio partner, la cui partecipazione può contribuire al buon esito del trattamento.

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C’è chi dice che la nascita dei propri figli sia l’evento più bello nella propria vita, che i primi passi e le prime parole pronunciate dai nostri bimbi danno una gioia ineguagliabile. Che la vita è più bella da quando si è diventati genitori.

Anche se… le notti insonni, la costante paura che il bambino possa farsi male, decidere dove mandarlo a scuola, che sport fargli praticare, i primi litigi, i figli che crescono e cercano di guadagnarsi ostinatamente la loro indipendenza… non sembra essere poi così facile essere genitori. Qualcuno pensa che avere figli significhi più stress che felicità.

A chi dare ragione? Noi vogliamo parlarvi di tre studi che dimostrano che i genitori, ed in particolare i padri, sono più felici di coloro che non hanno figli!

Un team di psicologi provenienti dalle prestigiose University of California, University of British Columbia e Stanford University si sono riuniti nel 2013 per cercare di scardinare l’idea (diffusa tra genitori e non) che avere figli significhi avere più stress che gioie.

genitori feliciIl primo degli studi effettuati ha raccolto dati da un campione molto eterogeneo di cittadini statunitensi. La raccolta dei dati è stata effettuata più volte a distanza di anni, così da assicurarsi che lo stress/gioia di essere genitori non fosse influenzato da specifiche condizioni del momento (come un boom economico o una crisi). Ai partecipanti veniva chiesta l’età, lo stato coniugale e se e quanti figli avessero; infine a tutti i partecipanti veniva chiesto “tutto sommato quanto ti senti soddisfatto della tua vita? Considerando una visione d’insieme, diresti di essere una persona felice?”. I risultati del primo studio riportano che rispetto ai non-genitori, i genitori riportano punteggi più alti di soddisfazione, felicità e senso di essere importante al mondo; inoltre all’aumentare del numero di figli aumentava anche la soddisfazione dei genitori.




Il secondo studio è molto simile al primo ma ha prestato maggiore attenzione alla soddisfazione quotidiana e non a quella complessiva. I partecipanti a questo studio non hanno svolto un’intervista ma gli è stato chiesto di compilare individualmente un questionario online ogni giorno. Nel questionario venivano presentate domande circa il benessere al momento della compilazione e quello globale. I risultati di questo studio confermano quello precedente e dimostrano, inoltre, che il benessere riportato dai genitori rispetto agli adulti senza figli non riguarda solo una valutazione complessiva ma la soddisfazione e la felicità sono maggiori anche quando valutate giorno per giorno.

Il terzo ed ultimo studio è stato dedicato esclusivamente ai genitori per valutare se la soddisfazione che percepiscono quotidianamente sia legata esclusivamente ai momenti di interazione con i figli, ad attività fuori le mura domestiche oppure ad entrambe le attività. Con l’aiuto dei ricercatori, i genitori erano invitati a ricordare ed elencare minuziosamente ciò che avevano fatto nella giornata precedente; dopo aver passato in rassegna le azioni svolte nelle ventiquattro ore precedenti ogni mamma e papà doveva indicare quale emozione e reazione affettiva aveva provato in quel preciso momento. Confrontando le diverse situazioni è emerso che, durante la cura dei propri figli, i genitori provano emozioni più positive e sostengono di sentirsi molto più utili e influenti nella loro vita.

Insomma, essere genitori non sarà certo un’impresa facile ma rende la vita più felice e soddisfacente!

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TRA MENTE E CORPO: aspetti psico- comportamentali e cognitivi della malattia di Parkinson

 Sabato 6 Giugno 2015

presso la Dragan University Golden Age, via Larga 11, Milano

Seminario Interattivo Gratuito con il patrocinio di Mentecomportamento

Ore 10:00   Accoglienza dei partecipanti e apertura dei lavori

Ore 10:15   Il ruolo della psicoterapia individuale e di gruppo per una gestione ottimale delle problematiche psicologiche e comportamentali- Dr.ssa Francesca Mameli, Psicologa e Psicoterapeuta

Ore 10:45   L’efficacia della ginnastica mentale nel potenziamento delle funzioni cognitive- Dr.ssa Manuela Fumagalli, Psicologa esperta in neuropsicologia

Ore 11:15   Discussione

Ore 12:00   Chiusura dei lavori

Per informazioni e iscrizioni: I seminari sono a numero chiuso, per partecipare è necessario iscriversi contattando 

  • spazioparkinson@gmail.com
  • 349 6484736
  • 327 1643917

Scarica qui il Programma Seminario Parkinson




Per maggiori informazioni sulla malattia di Parkinson clicca qui.

4117834

www.spazioparkinson.com



Generalmente, siamo portati a pensare che le nostre scelte siano i prodotti di precisi processi logici. Eppure, secondo alcune teorie, non solo il nostro stato emotivo, ma anche la posizione del nostro corpo potrebbe modificare i nostri processi di pensiero, perfino la ricerca del partner o la capacità di giudicare una relazione amorosa. 

Secondo alcuni scienziati, la “cognizione incarnata” (embodied cognition) è il fenomeno per il quale anche le attività cognitive più astratte sono in realtà influenzate dalle più basilari esperienze corporali. Le nostre scelte quindi non sarebbero semplicemente il risultato del modo in cui pensiamo, ma anche dello stato fisico in cui ci troviamo nel momento stesso in cui svolgiamo quella determinata attività cognitiva. La realtà non viene percepita in modo passivo ma attraverso la nostra continua attività corporea. È anche in base alla propria esperienza corporea che gli oggetti circostanti, così come le persone, possono sembrare attraenti, significativi o minacciosi.

the-obamasL’esperimento. Alcuni ricercatori dell’università di Waterloo – D.R. Kille, A. L. Forest, J.V. Wood – hanno predisposto un esperimento per verificare se alcune sensazioni corporee, provocate appositamente modificando l’ambiente, possano influire in particolare sulla percezione che abbiamo degli altri e sui nostri giudizi su di loro. In questo studio, un gruppo di volontari veniva fatto sedere ad una sedia e un tavolo traballante; l’altro gruppo stava seduto su una sedia e a un tavolo stabile. In queste condizioni, entrambi i gruppi dovevano formulare dei giudizi sulla stabilità di alcune relazioni sentimentali di personaggi famosi (ad esempio, i coniugi Obama), e poi indicare le caratteristiche del proprio partner ideale.

 

Risultati. I partecipanti che avevano svolto il compito su sedie e tavoli instabili giudicavano la relazione delle coppie famose come altrettanto instabili, dando dei giudizi da 1 a 7 dove 1=molto probabile che la coppia si lascerà nei prossimi 5 anni; 7=estremamente improbabile che si lascino nei prossimi 5 anni. Inoltre, questi stessi soggetti indicavano tra le caratteristiche che più ricercavano in un ipotetico partner proprio la stabilità, espressa in termini come “affidabilità”, “sicurezza”, molto più che il gruppo che compilava il questionario su sedia e tavolo non semoventi.

Conclusioni. I risultati sembrerebbero confermare che le esperienze corporee possono incidere sulla percezione che abbiamo delle persone e perfino sui nostri desideri, tanto che possono guidare, o meglio motivare, la nostra idea di partner ideale. Questo esperimento ha tuttavia dei grossi limiti: infatti, poiché le condizioni con mobilio stabile e instabile sono state proposte a due gruppi di persone differenti, è possibile che i loro gusti e le loro opinioni fossero già diverse in partenza!

Infine, non dobbiamo dimenticare che il dibattito sulla Cognizione Incarnata è ancora aperto tra gli scienziati che si occupano di Neuroscienze Cognitive: non tutti sarebbero d’accordo con questa teoria del funzionamento della mente.

Bibliografia

  • David R. Kille, Amanda L. Forest, and Joanne V. Wood. Tall, Dark, and Stable: Embodiment Motivates Mate Selection Preferences. Psychological Science 24(1) 112–114

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Oggi è difficile, se non impossibile, definire con precisione come funziona una famiglia dal momento che esistono coppie separate, famiglie allargate, mamme in carriera e uomini che chiedono la paternità al posto delle compagne. Insomma, quella che era una distanza insormontabile tra i doveri di una madre e quelli di un padre si sta sempre più riducendo e forse in un futuro non molto lontano non ci saranno più differenze. Quali sono le conseguenze dei cambiamenti a cui stiamo assistendo all’interno della famiglia? Destabilizzano i bambini? O trasmettono loro un’idea più paritaria dei compiti che devono rivestire i due genitori? In uno studio del 2012 la Dottoressa Alyssa Croft , della British Columbia University, è arrivata alla conclusione che i ruoli rivestiti dai genitori in casa abbiano un fortissimo impatto sulle aspirazioni dei bambini e delle bambine rispetto ciò che vogliono fare da grandi. In particolar modo la disuguaglianza fra i due generi sarebbe alla base di un sistema futuro in cui le donne continueranno ad essere penalizzate anche al lavoro.

È stato chiesto a 326 bambini tra i 7 e i 13 anni e ai loro genitori di rispondere a domande rispetto alle loro credenze circa i ruoli di genere ovvero ciò che secondo loro spetta a una mamma/moglie e cosa al papà/marito. In un secondo momento, è stato chiesto ai genitori quanto si considerassero partecipi nelle faccende di casa, quante ore lavorassero ogni giorno e quanti soldi percepissero di stipendio. I risultati mostrano come, rispetto agli uomini, le donne dichiaravano di occuparsi della maggior parte dei lavori domestici, lavoravano per un numero di ore simile ma con un salario significativamente inferiore. Nell’ultima fase dello studio i ricercatori hanno chiesto ai bambini di parlargli delle loro aspirazioni per il futuro, cioè di cosa vorrebbero fare da grandi e infine sono state confrontate le risposte dei bambini con quelle dei loro genitori.

Qual è l’effetto di questa disuguaglianza sui nostri figli?

Le madri che avevano manifestato espressamente un’idea molto stereotipata delle differenze di genere (ovvero l’uomo più forte, che si deve occupare del lavoro e la donna che invece ha come compiti la cura della casa e della famiglia) erano quelle i cui figli avevano idee più stereotipate rispetto agli altri bambini; come ad indicare che le nostre convinzioni, soprattutto se espresse esplicitamente, hanno un fortissimo impatto sulle convinzioni e aspettative dei nostri bambini. Quando i padri4269258845_614e20f861_z riportavano una suddivisione dei lavori domestici più equa con la propria compagna le loro figlie femmine dimostravano di essere più propense a lavorare fuori di casa e ambivano a ruoli “meno tipicamente femminili”. In accordo con quanto sostenuto dalla dottoressa Croft, concludiamo dicendo che una distribuzione più equilibrata dei doveri e dei ruoli all’interno della famiglia rappresenta una condizione auspicabile non solo per noi genitori ma anche per i nostri bambini, perché un giorno possano sentirsi liberi di poter scegliere il ruolo che ritengono più adatto per loro, indipendentemente dagli stereotipi.

 

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