A seconda dell’emozione che proviamo, ci comportiamo in modo diverso: l’amore può portarci ad affrontare un viaggio impegnativo, la rabbia può portarci a rompere qualcosa, la paura a scappare. Ed ogni nostra azione può avere effetto su qualsiasi piano della nostra vita, da quello sociale e relazionale fino a quello economico. In particolare, la tristezza quanto ci costa? A tutti è capitato, in un momento difficile, di andare in cerca di qualcosa che ci tiri su: una fetta di torta, un pomeriggio di shopping, la compagnia di qualcuno… E se invece di consolarci con un semplice paio di scarpe ci rifacessimo l’intero armadio? A quanto pare, la tristezza in generale comporta un costo abbastanza sostanziale sul piano monetario: quando siamo tristi pensiamo solo al benessere immediato, compiendo scelte di cui potremmo successivamente pentirci. Oltre che portare ad atti impulsivi, la tristezza pregiudica inoltre la propria capacità di valutazione dei benefici: vogliamo “tutto e subito” piuttosto che aspettare e posticipare la gratificazione per ricevere vantaggi maggiori e più convenienti.

Le conseguenze delle nostre azioni diventano quindi particolarmente onerose quando scaturiscono dalla tristezza. Jennifer Lerner dell’Harvard Kennedy School of Government e i colleghi Yi Le e Elke U. Weber della Columbia University, utilizzando il metodo del mood induction, hanno studiato come la tristezza possa compromettere le proprie scelte finanziare. In particolare, erano interessati a vedere come la tristezza influenzi scelte che possono avere un vantaggio maggiore col passare del tempo rispetto all’immediato.
L’esperimento. 202 partecipanti furono reclutati tramite un annuncio nel quale si offrivano 15$ di compenso per la partecipazione allo studio. I soggetti così reclutati furono assegnati in modo casuale a tre condizioni (neutrale, di tristezza e di disgusto), che avevano lo scopo di manipolare lo stato affettivo del partecipante mediante la visione di brevi filmati della durata di tre minuti. Nella condizione di tristezza, il partecipante visionava un clip sulla morte del mentore di un ragazzo; nella condizione di disgusto la clip riguardava dei bagni sporchi e antigienici; infine nella condizione neutra i partecipanti assistevano ad un video sulla barriera corallina. Successivamente, i soggetti assegnati alla prima e alla seconda condizione dovevano descrivere delle esperienze in cui avevano provato rispettivamente tristezza o disgusto, mentre i soggetti della condizione neutra dovevano scrivere le loro attività serali. Alla fine dell’esperimento, ogni partecipante poteva scegliere quando ricevere il compenso di partecipazione: avrebbero potuto avere una somma minore immediatamente (tra gli 11$ e gli 80$); oppure potevano ricevere una somma maggiore successivamente, da una settimana fino ai 6 mesi successivi (dai 25$ agli 85$).
Risultati. Come è prevedibile, i partecipanti a cui era stata indotta tristezza riportarono emozioni molto più tristi rispetto a quella neutrale. Inoltre, in loro era incrementato il livello di impazienza, per questo motivo erano più disposti a ricevere un basso compenso nell’immediato, piuttosto che aspettare del tempo per riceverne uno maggiore. La tristezza infatti incrementa il senso di perdita, il quale a sua volta scatena un bisogno immediato di ricompensa. Quindi, i partecipanti più tristi risultavano essere i meno saggi nell’effettuare una scelta di natura finanziaria, che poteva portare a dei maggiori benefici più in là nel tempo.
Come si evidenzia nell’esperimento quindi, le emozioni guidano le nostre scelte, che possono essere più o meno onerose anche sul piano economico: questa urgenza di avere tutto e subito è stata chiamata “present bias”, e non è molto diversa dal meccanismo che, quando siamo a dieta, ci porta a preferire la gratificazione immediata (il cibo ipercalorico) piuttosto che un risultato più lontano nel tempo (rientrare nei nostri vecchi jeans).
Per contrastare i costi finanziari della tristezza dovremmo allora sperare di essere sempre allegri e ottimisti? Certo che no: le emozioni di per sé non sono né “negative” né “positive”, dipende da quanto siamo capaci di sfruttarle come segnali utili, riconoscerle in noi stessi e negli altri, esprimerle adeguatamente e gestirle per prendere decisioni in linea con le nostre reali motivazioni. In mancanza di questo, veniamo sopraffatti dalle emozioni, che diventano cattive consigliere per le proprie finanze.
Insomma, anche la gestione del denaro è influenzata da fattori psicologici: imparare a riconoscere e gestire le proprie emozioni comporta un beneficio anche per il nostro conto corrente.
Bibliografia. Lerner J.S., Li Y., Weber E.U. The financial costs of sadness. Psychological Science. 2013 Jan 1;24(1):72-9.


Nello studio sono state coinvolte 60 madri che avevano già superato la 30esima settimana di gravidanza e sono state divise in due gruppi: a un gruppo di madri veniva posizionato un registratore con la loro stessa voce vicino alla pancia mentre nell’altro gruppo la voce registrata apparteneva a un’estranea, sempre di sesso femminile. Ai feti del secondo gruppo venivano fatte ascoltare le voci registrate delle mamme del primo gruppo in modo che, seppur estranee, fossero sempre madri che parlano al loro bambino. Dopo aver fatto ascoltare la registrazione i medici dell’ospedale registravano il battito cardiaco nei feti.
La persona con questo disturbo prova ripugnanza nei confronti dell’attività sessuale: il pensiero di avere un rapporto sessuale genera una tale ansia che si evitano tutti (o quasi tutti) i contatti sessuali genitali con il partner, in alcuni casi perfino il bacio. Chi soffre di questa problematica non ricerca l’intimità, anzi, mostra sin da subito avversione, disgusto e paura per tutto quello che riguarda un possibile scambio corporeo. Per allontanare queste sensazioni sgradevoli, la persona tende quindi ad evitare qualsiasi situazione o comportamento che possa portare ad un atto sessuale.
Secondo alcuni psicologi, la caratteristica che meglio ci predispone a superare eventi negativi di questo tipo si chiama
È molto diffusa l’idea che i maschi siano più predisposti per le materie scientifiche rispetto alle femmine, ma da cosa nasce questa opinione? E si tratta solo di un parere o di un dato di fatto? In realtà già negli anni ’90 un gruppo di psicologi aveva scoperto che le maestre si approcciano in modo diverso ai bambini e alle bambine riguardo le spiegazioni e domande scientifiche e che questa differenza nel trattamento era una delle cause del perché i maschi fossero più bravi delle loro compagne nei compiti di matematica e di scienze. (American Association of University Women, 1995; Jones & Wheatley, 1990; Kelly, 1988). Allora ci siamo chiesti: anche i genitori si comportano con i loro bambini come se i maschi fossero più bravi nelle materie scientifiche rispetto alle femmine?
Molto probabilmente queste spiegazioni non solo forniscono più conoscenze in ambito scientifico ma sono fondamentali per sviluppare, crescendo, un ragionamento di tipo scientifico. Forse Marie Curie e Margherita Hack, oltre ad un’ottima intelligenza, hanno avuto dei genitori che le hanno ritenute capaci di comprendere concetti scientifici… Ed avevano ragione!
Questo disturbo sessuale può essere classificato in:
Il primo degli studi effettuati ha raccolto dati da un campione molto eterogeneo di cittadini statunitensi. La raccolta dei dati è stata effettuata più volte a distanza di anni, così da assicurarsi che lo stress/gioia di essere genitori non fosse influenzato da specifiche condizioni del momento (come un boom economico o una crisi). Ai partecipanti veniva chiesta l’età, lo stato coniugale e se e quanti figli avessero; infine a tutti i partecipanti veniva chiesto “tutto sommato quanto ti senti soddisfatto della tua vita? Considerando una visione d’insieme, diresti di essere una persona felice?”. 
L’esperimento.
riportavano una suddivisione dei lavori domestici più equa con la propria compagna le loro figlie femmine dimostravano di essere più propense a lavorare fuori di casa e ambivano a ruoli “meno tipicamente femminili”.