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Sally depone una barra di cioccolato nella scatola e esce dalla stanza. Ann entra nella stanza e sposta il cioccolato di Sally nel cesto. Poi Sally rientra. Dove andrà a cercare il suo cioccolato?

sally ann test teorie della menteI bambini piccoli avranno molta difficoltà a rispondere al quesito, e nel farlo si baseranno sulle loro conoscenze, piuttosto che su quelle di Sally. Dunque risponderanno che Sally molto probabilmente andrà alla ricerca della barretta nel cesto. Questo è un esempio della difficoltà che i bambini nel capire cosa possono pensare gli altri.

In ambito scientifico c’è un ampio dibattito sulla natura di tale incapacità. Alcuni studiosi suggeriscono sia una differenza di tipo qualitativo, che si acquisisce solo con lo sviluppo. Altri ipotizzano che questa si dovuta a una generale limitatezza delle abilità di memoria e di logica presenti nell’infanzia, piuttosto che ad una difficoltà di comprensione degli eventi che accadono.

 

Birch e Bloom (2003) affermano invece che questo errore sia dovuto a diversi fattori e sia presente anche negli adulti con il nome di curse of knowledge: quante volte di fronte alla nostra conoscenza della soluzione di un problema abbiamo sovrastimato la sua facilità nel risolverlo?

Questi ricercatori sostengono che questa difficoltà si presenti soprattutto nei bambini molto piccoli, che si manifesti anche in compiti che non coinvolgono direttamente il bias della falsa credenza, e che l’aiutarli a superare con successo la prova avrà enormi effetti su di loro.

Per provare ciò, a bambini dai 3 ai 5 anni vennero mostrati due giocattoli, uno, che si diceva, amico del pupazzo Percy, e un altro sconosciuto a Percy. Inoltre veniva detto loro che entrambi i giocattoli avevano un oggetto al suo interno, ma solo a metà dei partecipanti fu mostrato qual era l’oggetto effettivamente contenuto. La domanda che gli sperimentatori rivolsero loro fu: Percy sa che oggetto è contenuto nei due giocattoli? Il pupazzo Percy non poteva sapere quale fosse il contenuto del giocattolo a lui sconosciuto ma solo di quello del giocattolo a lui familiare. Tuttavia i bambini, a causa dell’errore avrebbero (secondo l’ipotesi) esteso la loro conoscenza anche al giocattolo sconosciuto a Percy, non immedesimandosi perciò in lui. Questo sarebbe successo quando essi avessero avuto la possibilità di vedere effettivamente gli oggetti che i due giocattoli contenevano.

I risultati confermarono l’ipotesi. I bambini di 3 anni tendevano ad attribuire a Percy la conoscenza dell’oggetto nel giocattolo sconosciuto solo quando essi avevano avuto la possibilità di vederlo e non quando ne erano all’oscuro pure loro. Quindi tendevano a sbagliare solo quando indotti a farlo a causa del loro bias. Nei bambini di cinque anni tale fenomeno non si presentava più.

Questo effetto sembra essere in accordo con la teoria di Piaget, la quale afferma che i bambini hanno difficoltà nell’assumere prospettive diverse dalla loro. In realtà l’errore non deriva dall’egocentrismo infantile: i bambini testati non avevano difficoltà ad assumere qualsiasi prospettiva, ma semplicemente quella di colui che ne sapeva di meno.

Insomma, la ricerca dimostra come i bambini piccoli sono particolarmente suscettibili al curse-of-knowledge bias identificato anche negli adulti e questo li porta a produrre degli errori nell’attribuzione degli stati mentali.

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Bibliografia

Children are Cursed: An Asymmetric Bias in Mental-State Attribution, Psychological Science, 2003, 283-285



I ragazzi trascorrono una gran parte del loro tempo a scuola, con i compagni di classe oppure con i loro compagni di sport . Ma quanto peso hanno queste relazioni ne loro comportamento? Molti studi hanno dimostrato l’enorme effetto che ha l’ambiente sociale (tra cui la scuola, il vicinato e la comunità) sullo sviluppo sociale e cognitivo dei ragazzi.

Poche ricerche hanno indagato invece i cambiamenti nel comportamento. I pochi studi fatti in passato hanno perlopiù attribuito all’influenza dei geni la maggior parte dei comportamenti dei ragazzi, dimenticando l’impatto dei fattori ambientali.

Un’ipotesi recente afferma invece che alcuni comportamenti adolescenziali, tra cui in particolare l’abitudine al fumo o all’alcool, siano spiegabili quasi esclusivamente facendo riferimento al gruppo dei pari in cui il bambino o l’adolescente è inserito, e che in ciò i geni abbiano un effetto minimo.

Dimmi che amici hai Per dimostrare quanto appena affermato, in uno studio condotto in Finlandia sono stati coinvolti: gemelli monozigoti; gemelli eterozigoti; ragazzi con fratelli non gemelli. Tutti con un’età compresa tra gli undici e i dodici anni. E’ noto come, i gemelli monozigoti, a differenza degli eterozigoti, condividano tutto il patrimonio genetico. Ogni ragazzo frequentava una classe differente rispetto al proprio gemello o fratello. Tutti i ragazzi vivevano nella stessa area residenziale, così da poter escludere qualsiasi altra influenza legata a differenze ambientali.

Ad ognuno venne sottoposto un questionario con domande relative al fumo, all’uso di alcool, e una domanda a contenuto religioso. In base alle conoscenze derivanti dagli studi sull’influenza dei geni, gli studiosi si attendevano che la maggiore similarità fosse fra i gemelli monozigoti (identici dal punto di vista genetico).

Al contrario, i ragazzi che dicevano di bere alcolici, si trovavano in classe con altri ragazzi che facevano effettivo uso di alcolici. La probabilità che anche il fratello bevesse alcolici era la stessa per i gemelli mono ed eterozigoti o per i fratelli. Insomma, l’impatto dei “compagni di classe” è risultato molto più forte di quello dei geni.

Nello studio si è riscontrato un basso peso delle variabili socio-economiche, dal momento che in Finlandia, rispetto ad un paese come gli USA, le differenze di educazione, salute, status sociale hanno un minor impatto. In ogni caso, lo studio dimostra quanto i compagni di classe, che fanno anche parte del vicinato di casa, influenzino specifici comportamenti dei ragazzi, sebbene questa influenza possa essere temporanea e confinata alla tarda infanzia o prima adolescenza.

Questo testimonia, infine, quanta importanza i genitori abbiano, non tanto nella scelta della scuola quanto nella selezione della comunità e del vicinato in cui si troveranno a vivere.

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Bibliografia

It does take a village: Nonfamilial Environments and Children’s Behavior, Psychological Science, 2003, 273-277

 

 



Nelle ultime decadi svariati studi hanno dimostrato che il quoziente intellettivo nella popolazione ha subito picchi vertiginosi, un fenomeno questo chiamato “Flynn Effect”.

In merito a ciò sono state avanzate varie spiegazioni. La prima concerne una miglior e più completa alimentazione della popolazione attuale rispetto a quella di alcuni decenni fa. Un altro fattore importante riguarda la maggior complessità degli stimoli ambientali a cui siamo sottoposti: pensiamo ad esempio alla nuova tecnologia, computer, tv, o alla crescente urbanizzazione. Anche la nuova struttura familiare può aver contribuito al Flynn Effect: il decremento delle nascite ha fatto sì che le dimensioni delle famiglie si riducessero. In questo modo, i genitori hanno potuto dedicare più attenzioni e risorse a ogni singolo figlio. Un altro elemento essenziale è stata la maggior scolarizzazione dei genitori, fattore, quello scolastico, decisivo dal momento che si stima che un solo anno di scuola ha enormi effetti sull’intelligenza, sia essa fluida o cristallizzata.

La principale critica rivolta a queste ricerche, però, riguarda il fatto che lo studio di questo fenomeno si sia concentrato prevalentemente nelle aree industrializzate. E nelle aree rurali?

Flynn EffectIn uno studio di Daley e coll. condotto in Kenya (paese in cui l’urbanizzazione è ancora debole) vennero analizzati due campioni di bambini, uno nel 1984, e l’altro nel 1998, a 14 anni di distanza. Per misurare il QI vennero utilizzati due tipi di test: le matrici di Raven (per verificare le abilità spaziali), un test, culturalmente adattato, che misurava le abilità non-verbali, e il Digit Span Test (per analizzare le capacità mestiche). Una peculiarità di questo studio è consistita nella misurazione accurata, giorno dopo giorno, della quantità e della qualità di cibo assunta nelle famiglie di questi bambini. Le altre variabili studiate furono la composizione e struttura delle famiglie, nonchè il livello di istruzione dei genitori.

Il risultato della ricerca confermò le aspettative: in tutti e tre i test si registrò un effettivo aumento del QI a 14 anni di distanza.

I fattori analizzati potenzialmente in grado di spiegare l’effetto sono:

  • alimentazione: si registrò un incremento delle kcal assunte tra il campione del ’84 e quello del ’98;
  • complessità degli stimoli ambientali: è stata riportata una maggior circolazione di giornali, sebbene altri mezzi di comunicazione, quali televisione e computer, siano oggi ancora poco diffusi;
  • fattori familiari: è stato attestato un significativo decremento delle nascite anche in Kenya, e ciò ha permesso alle famiglie di spendere più soldi per la cura e l’educazione dei figli;
  • istruzione dei genitori: si può notare una crescita consistente dell’alfabetizzazione dei genitori, soprattutto delle madri;
  • scolarizzazione: nonostante non siano stati raccolti dati empirici riguardanti la qualità dell’insegnamento, essendo i bambini da poco entrati nel mondo scolastico, è stato in ogni caso registrato un significativo aumento della frequenza alla scuola dell’infanzia;
  • stato di salute: anche l’aumento del benessere e la riduzione della probabilità di contrarre infezioni è un elemento da tenere in considerazione.

Sebbene non sia possibile stabilire un rapporto di causalità diretto, sono sempre di più le evidenze che attestano che tali fattori (tra cui, in particolare, la maggior enfasi posta oggi rispetto al passato sull’educazione e sulla cultura) siano stati decisivi nel contribuire all’incremento del QI della popolazione, tanto nelle aree industrializzate quanto in quelle rurali.

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Bibliografia

Daley, Whaley, Sigman, Espinosa, Neumann. IQ on the rise. The Flynn Effect in Rural Kenyan Children. Psychological Science, 2003, 215-219



Il rapporto sessuale attraversa diverse fasi: inizia dal desiderio, si trasforma in eccitazione e piacere, e culmina nell’orgasmo. L’orgasmo viene definito come un’emozione estrema, paragonabile a una scarica di energia e tensione, seguita da un profondo stato di rilassamento, definito “fase di risoluzione”. La fase dell’orgasmo consiste infatti nel picco del piacere fisico e mentale, cui segue una diminuzione della tensione fino al totale rilassamento, dato da contrazioni ritmiche dei muscoli perineali e degli organi riproduttivi.
Come per le altre fasi del rapporto sessuale, anche per l’orgasmo esistono disturbi che colpiscono sia gli uomini che le donne.

DISTURBO DELL’ORGASMO MASCHILE

Negli uomini l’orgasmo coincide con l’’eiaculazione: per questo il disturbo dell’orgasmo maschile si presenta come un ritardo nell’eiaculazione. Nonostante una buona risposta agli stimoli sessuali e un buon mantenimento dell’erezione, in presenza di tale disturbo l’uomo non riesce ad innescare il riflesso orgasmico. Di solito il disturbo si presenta durante il coito ma non durante la masturbazione o con altre fonti di stimolazione. Un ritardo dell’eiaculazione può essere un fenomeno normale se si presenta sporadicamente, ma se si associa all’ansia da prestazione, tende a presentarsi più frequentemente fino a diventare un vero e proprio disturbo permanente. Per l’uomo infatti l’efficienza sessuale è uno degli elementi che concorrono alla costruzione di una soddisfacente immagine di sé, che viene minata quando la propria prestazione fallisce a causa della paura di non essere all’altezza delle aspettative della partner o di non riuscire a terminare la prestazione.
Le cause dell’eiaculazione ritardata sono sia mediche che psicologiche. Tra le cause mediche abbiamo malattie cardiovascolari, lesioni spinali, uso di psicofarmaci o di sostanze stupefacenti.
Tra le cause psicologiche, il disturbo è riconducibile ai seguenti fattori:
Educazione familiare e/o religiosa rigida e sessuofobica: convinzioni che complicano il rapporto con il proprio corpo, con la propria sessualità e con il sesso in genere;
Ansia da prestazione: è il fattore più frequente, anche se in genere è un effetto secondario e non la causa primaria del problema;
Desiderio eccessivo di compiacere il/la partner, caratterizzato da pensieri automatici ed errate convinzioni riguardo il proprio ruolo. Es: “Un vero uomo deve durare molto tempo per soddisfare sessualmente una donna”;
Paura (più o meno consapevole) di mettere incinta la partner;
Traumi relativi alla sfera sessuale;
– Caratteristiche di personalità come bassa autostima, ipercontrollo.
Problematiche nel rapporto di coppia: mancanza di fiducia, mancanza di calore nella relazione, rabbia o ostilità repressa nei confronti del partner;
Depressione.

DISTURBO DELL’ORGASMO FEMMINILE

Il disturbo dell’orgasmo femminile viene chiamato anche anorgasmia: si tratta di una condizione clinica che impedisce alla donna di arrivare al piacere durante l’atto sessuale, nonostante adeguate manovre di eccitazione. Anche per le donne le cause del disturbo possono essere sia mediche che psicologiche. Tra le cause mediche abbiamo malattie ormonali, lesioni del midollo spinale, uso di antidepressivi e abuso di sostanze. Tra le cause psicologiche troviamo:
Traumi sessuali pregressi: abuso sessuale e/o fisico, aborto;
Educazione familiare e/o religiosa rigida e sessuofobica;
Informazione sessuale inadeguata: aspettative erronee o negative riguardo al rapporto sessuale;
Timore di perdere il controllo: la paura di dire o fare qualcosa di sconveniente, di lasciarsi andare, di apparire al partner in modo diverso, non favorisce il rilassamento e lo stato di abbandono necessario per sperimentare l’orgasmo;
Scarsa conoscenza della propria sessualità e del proprio corpo;
Inadeguato rapporto con il partner: la scarsa intimità e/o l’alta conflittualità sfociano in una maggiore rigidità durante i rapporti, soprattutto in presenza di nuovi partner;
Ansia da prestazione: la donna insegue continuamente l’orgasmo come dimostrazione di normalità o di amore per il partner, così che l’ansia finisce per inibire l’orgasmo e mantenere il disturbo;
Depressione.
Il disturbo può essere infine dovuto ad erronee convinzioni riguardanti la natura dell’orgasmo: esiste infatti la falsa credenza che l’orgasmo vaginale sia quello più maturo ed appagante rispetto a quello clitorideo; perciò alcune donne che non riescono a raggiungerlo tendono a sentirsi inadeguate, con conseguente disagio e senso di colpa.

TRATTAMENTO PSICOLOGICO

Una volta escluse le cause di natura medica, il trattamento si concentra sugli aspetti psicologici, attraverso vari approcci:
Psicoeducazione: aumento della conoscenza dell’anatomia sessuale e del ciclo di risposta sessuale, miglioramento della consapevolezza del proprio corpo, comprensione dei fattori fisiologici e psicologici coinvolti nel rapporto sessuale, esame delle credenze e dei miti comuni inerenti il sesso;
Training per la riduzione dell’ansia mediante tecniche di rilassamento;
Training di abilità sessuali;
Tecniche di sensibilizzazione focalizzata: la donna, da sola o insieme al partner, impara a toccarsi nel modo che preferisce al fine di raggiungere l’orgasmo;
Ristrutturazione cognitiva – messa in discussione delle erronee attribuzioni più o meno consapevoli che non permettono di godere appieno dell’esperienza sessuale;
Miglioramento della comunicazione e dei rapporti interpersonali all’interno della coppia – durante l’attività sessuale e al di fuori di essa;
Terapia di coppia (se necessaria): eliminare rabbia, rancori, conflitti o altre problematiche all’interno della coppia che non permettono una buona vicinanza fisica e/o emotiva;



Quante volte, nella nostra vita, abbiamo sentito un bambino nominare oggetti diversi nello stesso modo, solo perché simili tra loro?

Quando i bambini imparano il nome di un nuovo oggetto tendono a estenderlo ad altri manufatti che condividono la stessa forma, un normale errore chiamato “shape bias”.

sviluppo del linguaggio shape biasPer spiegare ciò sono state avanzate due ipotesi: la prima sostiene che i bambini piccoli si focalizzano solo sulla forma e non sulla funzione; secondo l’altra ipotesi i bambini piccoli pensano che oggetti di forma simile abbiano la stessa funzione.

Per testare questa seconda ipotesi, in uno studio venivano presentati a bambini di 3 anni triplette di oggetti: un primo oggetto-target a cui veniva data un’etichetta, un secondo della stessa forma (che serviva da contenitore dell’oggetto-target) e un terzo dello stesso materiale. Successivamente, veniva mostrato che il secondo oggetto, anche se aveva la stessa forma dell’oggetto-target, serviva da contenitore.

In questo caso pochi bambini tendevano ad estendere l’etichetta dell’oggetto-target al contenitore. Mostrare il perché due oggetti condividono la stessa forma fa diminuire la tendenza a generalizzare il nome sulla base della loro similarità percettiva.

In un secondo studio vennero mostrati a bambini con la stessa età tre tipi di stimoli: l’oggetto-target,sviluppo del linguaggio shape bias un oggetto con la stessa funzione e un terzo oggetto con la stessa forma (ma diversa funzione). Solo nel caso in cui lo sperimentatore dimostrava ai bambini la funzione sia dell’oggetto- target, sia dell’oggetto con la stessa funzione si ebbe un significativo decremento dello shape bias. Lo stesso effetto non si notò descrivendo solamente la funzione del target.

Riassumendo, i bambini tendono a chiamare con lo stesso nome oggetti di forma simile. Nel caso in cui conoscano la funzione di entrambi gli oggetti, non cadono nell’errore detto “shape bias”.

Questi studi dimostrano quanto i bambini si basino sulle loro intuizioni riguardanti le funzioni degli oggetti, in mancanza di spiegazioni reali. Spiegazioni più accurate da parte degli adulti circa il funzionamento effettivo degli oggetti li aiuta a costruire più accuratamente le loro categorie mentali.

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Bibliografia

Children’s reliance on creator’s intent in extending names for artifacts. Psychological Science, 2003, 164-168



Non tutti amiamo allo stesso modo. Gli studi scientifici confermano che esistono ampie differenze individuali negli orientamenti dell’amore romantico, ma le origini di queste differenze sono ancora poco chiare. Infatti, non sono ancora stati individuati con precisione i fattori genetici che influenzano i diversi stili d’amore. Sicuramente il modo in cui cresciamo, l’ambiente che ci circonda, il modo di amarci dei nostri genitori è un fattore determinante il nostro modo di amare in età adulta. Ma in che misura siamo influenzati dal nostro DNA?

 

LA RICERCA. 

amore_DNAUno studio condotto nel 1994 da Niels Waller e Philip Shaver, dell’Università della California, ha cercato di verificare se i vari stili amorosi possano dipendere anche da fattori genetici oltre che ambientali. Per verificare ciò lo studio è stato condotto su coppie di gemelli, sia sposate che single, con un’età compresa tra i 34 e i 98 anni. Le coppie di gemelli vengono spesso utilizzate per studiare le influenze genetiche del comportamento: i gemelli monozigoti infatti condividono tra loro il 100% del patrimonio genetico, quindi eventuali differenze tra gemelli sarebbero imputabili sicuramente a cause ambientali. Gli autori della ricerca hanno ipotizzato che, se è vero che il DNA influenza il modo di amare, i gemelli monozigoti (che condividono il 100% dell’eredità genetica) dovrebbero presentare una maggiore similitudine nei comportamenti amorosi, rispetto ai gemelli dizigoti (che condividono tra loro solo il 50% dei geni). La rilevazione degli stili d’amore venne effettuata tramite la compilazione di un questionario, il LAS (Love Attitude Scale), in riferimento al modello a sei dimensioni dell’amore proposto da Lee. Secondo questo modello esistono sei stili di comportamento in amore, ognuno caratterizzato da diversi atteggiamenti e comportamenti. Le sei dimensioni così indagate sono:

– Stile Eros: gli individui danno molto valore all’amore passionale, sono sicuri di sé, godono dell’initimità e si innamorano abbastanza rapidamente. Un esempio di domanda relativa a questa dimensione è: “Io e il mio partner siamo stati attratti l’uno dall’altra subito dopo che ci siamo conosciuti”;

– Stile Ludus: è un amore che viene “giocato”, gli amanti ludici sono più interessati alla quantità che alla qualità della relazione; vogliono divertirsi il più possibile, tendono a vedere il matrimonio come una trappola, sono gli amanti che, con più probabilità, saranno infedeli in quanto vedono il sesso come una sfida in cui impegnarsi e vincere. Esempio di domanda “Cerco di non dare certezze al partner sul mio impegno nei suoi confronti”;

– Stile Storge: stile di amore che si sviluppa gradualmente da un’iniziale amicizia, che dura anche quando il rapporto finisce. Gli amanti con uno stile Storge si impegnano molto per far funzionare il rapporto ed hanno una forte motivazione a non commettere infedeltà e a salvaguardare la fiducia che il partner prova nei loro confronti. Es.: “E’ difficile per me dire esattamente quando la nostra amicizia si trasformò in amore”;

– Stile Pragma: identifica un amore guidato dalla testa e non dal cuore, gli amanti pragmatici valutano attentamente i costi e i benefici che possono trarre da una relazione, vedono nell’amore un lavoro da effettuare con il partner al fine di raggiungere un obiettivo comune. Es.: “Prima di impegnarmi con il mio partner ho valutato cosa lui/lei potrebbe diventare in futuro nella mia vita”;

– Stile Mania: è contraddistinto da una bassa autostima degli amanti, in virtù di ciò essi hanno bisogno dell’altro. L’amore è ardentemente desiderato, ma spesso causa dolori e malesseri anche a livello fisico. Es: “Quando le cose con il mio partner non vanno bene, mi viene mal di stomaco”;

– Stile Agape: gli amanti che presentano questo stile sono spesso persone spirituali o religiose. Essi vedono i loro partner come una benedizione e desiderano ardentemente prendersi cura di loro per evitare qualsiasi loro sofferenza. Es: “Cerco sempre di aiutare il mio partner nei momenti difficili”.

In base alle risposte date per ogni dimensione, veniva poi indicato il profilo dei comportamenti d’amore di ogni soggetto e confrontato con quello del proprio gemello. Successivamente, venivano anche rilevati i tratti di personalità dei soggetti tramite un altro questionario, l’IPS, che individua la gamma degli stili individuali di personalità di ogni soggetto, già precedentemente utilizzato in studi su gemelli. 

 

Quanto conta quindi la genetica?

I risultati emersi, in contrasto con le ipotesi iniziali, indicarono che nei gemelli omozigoti non vi era maggiore concordanza di stili amorosi rispetto ai gemelli dizigoti. Le differenze tra fratelli erano infatti simili nei due gruppi. Ciò sta a significare che i fattori genetici non hanno alcuna influenza nelle loro determinazioni: le similitudini presenti tra gemelli sono quindi da riferire all’esperienza condivisa, più che al patrimonio genetico. Determinante è l’influenza ambientale, in particolar modo l’ambiente familiare durante l’infanzia. Infatti, lo stile relazionale che presentiamo da adulti dipende in larga misura dallo stile di attaccamento (sicuro-insicuro) e dallo stile amoroso dei propri genitori: è proprio in questo contesto che i bambini apprendono il modo di amare che successivamente metteranno in atto. Tuttavia, altre differenze individuali tra gemelli sono dovute ai diversi ambienti frequentati, come il gruppo dei pari di cui ci si circondavano, dagli altri adulti in genere con cui interagivano (es. parenti, insegnanti, ecc..). Un ulteriore fattore che sembra giocare un ruolo nella determinazione dei propri stili comportamentali in amore sono il tipo di partner avuto in passato e il grado di stabilità e soddisfazione con il quale si vivono le proprie relazioni.

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Bibliografia

The Importance of Nongenetic Influences on Romantic Love Styles: A Twin-Family Study. Psychological Science 1994, 5 (5) 268-274



COS’È IL FETICISMO

La parola “feticcio” deriva dalla lingua portoghese: i mercanti di schiavi usavano questo termine per indicare gli oggetti adorati dagli indigeni africani, ritenuti sacri dalle popolazioni locali. Il feticismo infatti è una forma di perversione sessuale per cui si prova piacere sessuale esclusivamente a contatto con un oggetto specifico, una parte del corpo o una qualità. Infatti, all’interno di questa parafilia, il feticcio diviene quasi come un “oggetto di culto”, essenziale all’eccitazione e al piacere sessuale.

Ma tranquillizziamoci: un certo grado di feticismo rientra abitualmente nell’ambito della sessualità normale, può aggiungere un pizzico di pepe al rapporto con il partner e assecondare le fantasie erotiche di ognuno di noi in modo assolutamente sano. La condizione diventa patologica solo quando il feticcio arriva a sostituirsi completamente al coito, o quando esso diventa oggetto sessuale esclusivo: il partner non è più un compagno con cui condividere il piacere, ma un semplice veicolo del feticcio stesso.

GLI OGGETTI-FETICCIO PIÙ DIFFUSI

-una specifica parte del corpo (i più comuni sono seno, natiche, piedi, mani, gambe; ma anche altre parti meno consuete come ascelle, naso e peli),

caratteristiche o condizioni particolari: donne incinte, cicatrici o mutilazioni, estremo sovrappeso;

fluidi o escreti biologici: il sudore, la saliva, l’urina e le feci;

-oggetti inanimati: biancheria intima, calze, guanti, scarpe, materiali specifici come latex, pelle, pvc.

 

FORME DI FETICISMO

Secondo lo psicologo Alfred Binet l’“amore normale” è il risultato di una complicata forma di feticismo, e lo classifica in due forme:

“amore spirituale” : è caratterizzato dalla devozione di specifici fenomeni mentali, come i comportamenti, le classi sociali o i ruoli. In questo caso il feticismo si manifesta come “gioco delle parti” durante il rapporto, scaturito da un’ossessione verso un dato comportamento;

“amore plastico”: si riferisce alla devozione ad oggetti materiali come parti del corpo o oggetti inanimati; infatti per alcuni feticisti, vedere, sentire, annusare, inghiottire o palpare l’oggetto della propria attrazione è importante almeno quanto il coito ordinale, se non addirittura di più.

dangling: far dondolare una scarpa parzialmente indossata.
dangling: far dondolare una scarpa parzialmente indossata.

Le pratiche feticistiche possono essere raggruppabili anche in base al canale sensoriale coinvolto: alcuni si eccitano principalmente guardando (ad esempio con il cosiddetto dangling –in foto-), altri annusando, altri toccando materiali specifici.

Ogni feticista può utilizzare il proprio oggetto in tre diverse modalità:

Modalità attiva, in cui il feticista usa attivamente il feticcio;

Modalità passiva, in cui vuole che il feticcio sia in qualche modo usato su di lui da un’altra persona;

Modalità contemplativa, in cui si trae piacere dalla semplice contemplazione dei feticci collezionati.

Come abbiamo già detto però, una preferenza per un qualcosa di inusuale non implica necessariamente la presenza di feticismo, che può esistere in una certa gradualità:

– ad un primo livello è presente una leggera preferenza per certi tipi di partner, stimoli o attività sessuali, tuttavia non risulta appropriato l’utilizzo del termine fetish;

livello 2: bassa intensità di feticismo, caratterizzato da una preferenza più marcata per i casi citati nel primo livello;

livello 3: moderata intensità di feticismo, dove sono necessari degli stimoli specifici per consentire l’eccitazione e la prestazione sessuale;

livello 4: alto livello di feticismo, in quanto gli stimoli specifici prendono il posto del partner.

LA SUBCULTURA FETISH

Considerato fino a qualche tempo fa una perversione malsana e da condannare, al giorno d’oggi il feticismo non solo sta entrando nelle abitudini sessuali diffuse, ma estende la propria influenza nella moda e nell’arte. Esistono riviste specializzate, blog, forum e siti internet che permettono di mettere in contatto gli appassionati; e appositi locali organizzano spesso degli eventi a tema a cui partecipare o assistere. La stessa frequentazione di sexy shop ormai non è più un tabù per il sesso femminile, al punto che si stanno diffondendo anche in Italia catene di negozi pensati appositamente per le donne.

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Sia gli animali che gli umani sono portati a riconoscere istintivamente le dinamiche sociali, come la dominanza e i rapporti di potere; questa nostra capacità risulta molto utile per capire sin dall’inizio con chi possiamo competere o con chi dobbiamo evitare lo scontro.

Ancora più sorprendente risulta scoprire che l’abilità di individuare le strutture gerarchiche all’interno dei rapporti sociali non viene trasmessa o insegnata dai membri più esperti ai più giovani del gruppo ma è presente in ognuno di noi sin dalla nascita.

Anche i bambini, quindi, sanno riconoscere da subito chi comanda e utilizzano questa conoscenza soprattutto mentre giocano: esistono compagni a cui rubano i giocattoli di mano e altri dai quali se li lasciano rubare oppure nel gioco della lotta scelgono compagni al proprio livello o meno forti, per essere certi di avere la meglio.

Seppur con finalità ludica, queste dinamiche rappresentano un primo approccio alle gerarchie sociali e se un bambino tende a essere dominatore probabilmente sarà un adulto più prepotente rispetto ad altri e viceversa i bambini più timidi diventeranno adulti accondiscendenti o talvolta passivi.

Tutta questa complicata rete di potere e dominanza può essere rappresentata in due diversi modi:

  • esistono dinamiche di potere lineari in cui un individuo domina e l’altro è dominato (“Marco domina su Luca”) ma esistono anche rapporti più complicati,
  • detti dinamiche circolari, in cui ogni individuo è sia dominato che dominatore (“Marco domina su Luca, Luca domina su Andrea e Andrea domina su Marco”).

chi comanda bambini gerarchia Se i rapporti di potere sono di tipo circolare e se sono tante le persone appartenenti al gruppo può risultare più difficile cogliere queste dinamiche e capire come comportarsi adeguatamente.

In uno studio del 2014 i due psicologi Olivier Mascaro e Gergely Csibra si sono proposti di analizzare questi meccanismi in bambini molto piccoli e hanno scelto un campione di partecipanti di 15 mesi. Per indagare gli effetti in bambini così piccoli, non ancora in grado di esprimersi correttamente, gli sperimentatori hanno utilizzato una tecnica molto diffusa negli studi con bambini: si tratta di proiettare due diverse immagini e registrare con sofisticati strumenti tecnologici quanto tempo i soggetti trascorrono a fissare ciascuna delle due immagini.

Attraverso l’analisi dei tempi di fissazione, Mascaro e Csibra hanno evidenziato che i bambini trovano più difficile comprendere relazioni di tipo circolare rispetto a quelle di tipo lineare, inoltre se i bambini si sono fatti delle aspettative sui rapporti che intercorrono tra due persone (ad esempio “Marco è più alto e muscoloso di Luca, Marco domina Luca”) per loro è più facile comprendere le effettive dinamiche sociali.

Questo studio dimostra che i bambini partecipano a dinamiche gerarchiche di potere sin dalla tenera età e che, soprattutto in caso di rapporti lineari, sono molto abili a cogliere quale individuo sia dominante e quale dominato. La consapevolezza di questa loro abilità si può tradurre in una maggiore attenzione ai contenuti che vengono loro mostrati e alle esperienze a cui li si sottopone perché non bisogna sottovalutare le capacità dei bambini di comprendere la situazione e anche l’effetto che questo avrà sulle loro relazioni future.

 

Bibliografia. Mascaro O., Csibra G. Human infants’ learning of social structire: The case of dominance hierarchy. Psychological Science. 2014;26(1):250-255. 

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Quello della sessualità è un bisogno fondamentale dell’essere umano, caratterizzato da varie componenti. Un ruolo importante viene rivestito dall’eccitazione, un’emozione simile al desiderio ma che coinvolge le sensazioni corporee. L’eccitamento sessuale si configura come una percezione, sia mentale che fisica, di cambiamenti che portano all’attivazione sessuale: infatti l’eccitazione nasce dal desiderio, prepara all’orgasmo e produce un’attivazione generale dell’organismo corrispondente a un vissuto soggettivo del piacere sessuale.

I disturbi dell’eccitazione sono piuttosto frequenti in entrambi i sessi: si parla di disturbo dell’eccitazione femminile (per le donne) e di disturbo dell’erezione (per gli uomini). Il disturbo può presentarsi in momenti e con cause differenti: può dipendere dal tipo di partner, dalla qualità della relazione o da fattori psicologici personali.

Come si presenta il disturbo?

 Nel disturbo dell’eccitazione femminile, la donna presenta una persistente o ricorrente incapacità di raggiungere o mantenere, fino al completamento dell’attività sessuale, un’adeguata risposta psicofisiologica di eccitazione sessuale con lubrificazione-tumescenza (gonfiore) vaginale, legata all’eccitazione stessa. In alcuni casi la mancanza di eccitazione è accompagnata da dolore nel corso del rapporto sessuale, per cui la donna può cominciare ad evitare il contatto sessuale con il partner. Nell’uomo, invece, il disturbo dell’erezione si presenta come una persistente o ricorrente impossibilità a raggiungere o a mantenere un’erezione adeguata fino al completamento dell’attività sessuale. La frequenza del disturbo aumenta regolarmente con l’avanzare dell’età, ma può colpire anche uomini giovani.

 

 Quali sono le cause?

Il disturbo dell’eccitazione femminile è riconducibile a varie cause, tra cui:

– scarso tono dei muscoli perivaginali (soprattutto pubo-coccigei), che conferiscono un’assenza di sensibilità comportando difficoltà di eccitamento e dell’orgasmo;

– mancanza di fantasie sessuali, o fobie sessuali specifiche,

– problemi ormonali e menopausa;  

-scarse abilità sessuali e comunicative della coppia.

Anche le cause della disfunzione erettile possono essere sia organiche (dipendenti da alcune condizioni mediche quali problemi cardiovascolari o utilizzo di antidepressivi) che psicologiche. Un “esame” preliminare per verificare a quale delle due cause ricondurre il problema consiste nel valutare la presenza di eventuali erezioni spontanee durante la notte e/o al risveglio, oppure raggiunte durante la masturbazione o con una stimolazione mentale (fantasie). Se in queste situazioni non si presenta alcun problema, è molto probabile che vi sia un corretto funzionamento organico e che quindi le cause siano di natura psicologica e/o relazionali. le cause psicologiche più frequenti sono:

emozioni negative come depressione, rabbia e risentimento;

difficoltà a gestire l’ansia, soprattutto quella “da prestazione”; caratterizzata dalla paura di non riuscire a soddisfare le aspettative della propria partner. Questi pensieri di fallimento potrebbero provocare degli insuccessi nei rapporti successivi, creando quindi un circolo vizioso;

– sviluppo del timore dell’abbandono o di non essere amato a causa di una probabile performance deludente;

In entrambi i sessi possiamo trovare anche le seguenti cause:

– incapacità di abbandonarsi alle proprie sensazioni corporee, spesso dovute ad un’educazione sessuale rigida e sessuofobica o altamente religiosa e a informazioni erronee;

– presenza di pensieri stereotipati riguardo il sesso, come per esempio: “l’uomo deve concentrarsi sulla prestazione e non sul sentimento”, “negli anziani il sesso non è più importante”, “ è l’uomo che deve prendere l’iniziativa”;

problemi relazionali come la fiducia, capacità di stabilire relazioni intime, vicinanza e distanza emotiva.

conoscere l'anatomia e il funzionamento del proprio corpo è il primo passo per trovarci a proprio agio con esso.
conoscere l’anatomia e il funzionamento del proprio corpo è il primo passo per trovarci a proprio agio con esso.

Come faccio a superarlo?

Sia per gli uomini che per le donne, una volta escluse cause mediche, il disturbo può essere efficacemente trattato con una serie di approcci terapeutici. Tra questi abbiamo:

– la psicoeducazione, che permette di conoscere meglio il proprio e l’altrui corpo liberandosi da pensieri e attribuzioni erronee riguardo il sesso e il funzionamento degli organi sessuali;

esercizi di focalizzazione sensoriale, procedura mediante la quale si ricomincia a manifestare l’affetto per il contatto fisico;

– esercizi di stimolazione genitale e/o uso di vibratori (per la donna), o utilizzo di creme lubrificanti;

training della comunicazione: facilitare la comunicazione generale e sessuale tra i partner;

interventi interpersonali: trattamento di problemi e conflitti quali l’intimità, la fiducia, la perdita dell’attrazione, i cambiamenti di status all’interno della coppia (ad es. in seguito ad un licenziamento);

tecniche di gestione dell’ansia, soprattutto in caso di impotenza;

terapia cognitivo-comportamentale: ristrutturazione cognitiva degli atteggiamenti, dei modi di pensare e delle convinzioni disfunzionali riguardanti il sesso che producono aspettative irrealistiche; e dei condizionamenti sessuali (miti sessuali).



Quando si assiste a una qualche forma di violenza sembrerebbe logico pensare che più sono le persone presenti e maggiori sono le probabilità che qualcuno presti soccorso alla vittima di violenza. In realtà, in letteratura scientifica è stato da tempo dimostrato che non funziona proprio così: già dagli anni ’60 i due psicologi Latané e Darley teorizzarono il fenomeno del “bystander effect”, o “effetto spettatore”.

effetto spettatore unione forzaIn cosa consiste? La teoria del bystander effect dimostra che, contro ogni previsione, maggiore è il numero di persone che assistono a una forma di violenza e minore è l’aiuto che ognuno presta alla vittima. Questo fenomeno può essere spiegato ipotizzando che nel gruppo di spettatori la responsabilità di intervenire si diffonda tra le persone del gruppo ed ognuno creda che sarà l’altro a prestare soccorso alla vittima.

Questo fenomeno esiste anche nei bambini?

Un team di psicologi ha realizzato di recente uno studio sulla capacità di prestare aiuto in bambini di 5 anni. I bambini sono stati divisi in tre diversi gruppi: quelli del primo gruppo venivano lasciati da soli in classe insieme alla maestra (condizione da soli), il secondo gruppo era composto da più bambini nella classe insieme alla maestra (condizione con spettatori), mentre nel terzo gruppo erano presenti vari bambini ma solo uno di questi era libero di muoversi mentre gli altri compagni non avevano possibilità di spostarsi (condizione con spettatori non disponibili).

Ad ognuno dei tre gruppi veniva presentata un’identica situazione in cui la maestra si trovava in una situazione di emergenza, mentre nel frattempo il comportamento dei bimbi nella classe veniva filmato. A fine lezione, gli sperimentatori realizzavano una breve intervista con questi bambini per chiedere se si fossero accorti di ciò che stava succedendo e per quale ragione fossero intervenuti o meno in aiuto della maestra.

Quali sono i risultati? I bambini da soli aiutavano più spesso la maestra rispetto a coloro che si trovavano in classe con altri compagni. Per capire quale sia la motivazione alla base del bystander effect gli studiosi si sono affidati alle interviste e al confronto tra le situazioni dei tre gruppi, specialmente tra il secondo e terzo gruppo (condizione con spettatori contro quella con spettatori presenti ma non disponibili). Nell’ultimo caso, ovvero in cui i compagni non potevano agire, i bambini si dimostravano altrettanto disponibili ad aiutare la maestra come nella condizione in cui erano da soli.

Non è quindi la sola presenza degli altri a impedirci di agire quando dovremmo prestare soccorso a6825748012_3b696025bc_o chi ne ha bisogno, ma è piuttosto il meccanismo sopracitato di diffusione di responsabilità, la causa principale del bystander effect.

Anche nelle interviste con gli sperimentatori, i bambini del terzo gruppo, così come quelli del primo, ritenevano che fosse un loro compito aiutare la maestra in difficoltà. Inoltre, sentirsi responsabili di prestare soccorso agli altri rappresenta la spinta necessaria ad agire e prestare effettivamente aiuto.

Questo esperimento ha dimostrato che il fenomeno del bystander effect si manifesta attraverso le stesse dinamiche sia tra adulti che tra i bambini e che, al pari dei loro genitori, anche bambini di 5 anni sanno essere coraggiosi e decidere di aiutare gli altri, soprattutto quando sono da soli!

Bibliografia. Ploetner M., Over H., Carpenter M., Tomasello M. Young children show the bystander effect in helping situation. Psychological Science. 2015;26(4):499-506. 

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