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Essere genitori rappresenta un compito importante e delicato. I genitori sono le persone che i bambini osservano più spesso, le persone di cui si fidano, coloro da cui ricevono apprezzamenti e rimproveri. L’impatto che i genitori possono avere sulla vita dei propri figli è molto rilevante. Pertanto, è quanto mai importante riflettere sul modo di essere genitori e su quelle che possono essere le strategie più semplici ed efficaci per poter accompagnare un bambino nella crescita. Al fine di aiutare i genitori ad affrontare questo percorso, si propone una serie di incontri atti a sviluppare conoscenza, abilità e competenza relative ai principali temi che riguardano la genitorialità.
Obiettivi del corso: Il corso si propone di dare ai genitori delle indicazioni e delle strategie spendibili nella pratica quotidiana, che permettano di migliorare: la relazione genitore-figlio; la gestione degli aspetti scolastici; e relazionale con i coetanei. Il corso fornirà l’occasione per confrontarsi con altri genitori che vivono difficoltà analoghe.
Temi degli incontri:
Introduzione al corso e discussione dei temi che verranno affrontati
Creare un canale di comunicazione
Gestione delle emozioni
Il nostro stile come genitori
Le nostre difficoltà e i nostri obiettivi
Le regole
Gli amici
Essere genitori
Come si svolge il corso: Il corso si articola in 8 incontri, della durata di 1 ora e mezza ciascuno, in cui si affronteranno le principali tematiche relative all’educazione e alla gestione dei figli durante l’infanzia.
Durata: 8 incontri di 1 ora e mezza circa.
Partecipanti: Genitori di ragazzi di età compresa fra 6 e 10 anni, per un minimo di 3 fino ad un massimo di 8 coppie di genitori. L’attivazione del corso è subordinata al raggiungimento del numero minimo.
Quando: Il corso si svolge il ogni due mercoledì del mese, la sera dalle ore 21:00 alle ore 22:30, nella seguenti date: 11 e 25 Febbraio; 11 e 25 Marzo; 8 e 22 Aprile; 6 e 20 Maggio.
Dove: A Zelarino (Mestre), in via Castellana 121.
Iscrizione: Per iscriversi inviare una e-mail a polezzi.david@gmail.com oppure chiamare il dr. David Polezzial 349 0859321.
Costo e Modalità di Pagamento: E’ richiesta entro l’iscrizione entro il corso entro il 31 Gennaio 2015, ed il versamento di un acconto di 30 € tramite bonifico (IBAN: IT 92 O 01030 12159 000061126751; Causale: Corso Zelarino) e il saldo al momento dell’inizio del corso di dei rimanenti 130 € (Costo totale: 160 €). Il costo è inteso per ogni coppia genitoriale, indipendentemente dal fatto che partecipino entrambi i genitori o solo uno. Per maggiori informazioni: Dott. David Polezzi349 0859321 (Per maggiori informazioni sul dr. David Polezzi clicca qui).
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Si richiede:
che lo psicologo eserciti la libera professione e abbia a disposizione uno studio;
che aderisca all’orientamento cognitivo-comportamentale;
che sia specializzato o specializzando in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale.
Se interessati inviare una mail, allegando il proprio CV, all’indirizzo mentecomportamento[chiocciola]gmail.com, indicando come oggetto “Collaborazione”.
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L’adolescenza rappresenta un periodo di grande cambiamento da più punti di vista: fisico, psicologico e sociale. Di fronte ad un cambiamento, sia esso positivo che negativo, viene richiesta al ragazzo la capacità di riadattarsi ad una situazione nuova. Analogamente, anche ai genitori è richiesto lo sforzo di creare un nuovo equilibrio e adeguarsi ai nuovi bisogni del figlio. Al fine di aiutare i genitori ad affrontare un periodo particolarmente complesso, si propone una serie di incontri atti a sviluppare conoscenza, abilità e competenza relative ai principali temi che riguardano questa particolare fase dello sviluppo.
Obiettivi del corso:Il corso si propone di dare ai genitori delle indicazioni e delle strategie spendibili nella pratica quotidiana, che permettano di migliorare: la relazione genitore-figlio; la gestione degli aspetti scolastici; e relazionale con i coetanei. Il corso fornirà l’occasione per confrontarsi con altri genitori che vivono difficoltà analoghe.
Temi degli incontri:
Introduzione al corso e discussione dei temi che verranno affrontati
Comunicazione
Gestione delle emozioni
Aumentare la motivazione
Possibili rischi legati all’adolescenza
Relazioni sociali e definizione dell’identità
Valori, Tradizioni e Unicità
Essere genitori
Come si svolge il corso: Il corso si articola in 8 incontri, della durata di 1 ora e mezza ciascuno, in cui si affronteranno le principali tematiche relative all’educazione e alla gestione dei figli in età adolescenziale.
Durata: 8 incontri di 1 ora e mezza circa.
Partecipanti: Genitori di ragazzi di età compresa fra gli 11 e 18 anni, per un minimo di 3 fino ad un massimo di 8 coppie di genitori. L’attivazione del corso è subordinata al raggiungimento del numero minimo.
Quando:Il corso si svolge il ogni due martedì del mese, la sera dalle ore 21:00 alle ore 22:30, nella seguenti date: 10 e 24 Febbraio; 10 e 24 Marzo; 7 e 21 Aprile; 5 e 19 Maggio.
Dove: A Zelarino (Mestre), in via Castellana 121.
Iscriversi:Per iscriversi inviare una e-mail a francescogallimberti@libero.it oppure chiamare il dr. Francesco Gallimbertial 340 3274484.
Costo e Modalità di Pagamento: E’ richiesta entro l’iscrizione entro il corso entro il 31 Gennaio 2015, ed il versamento di un acconto di 30 € tramite bonifico (IBAN: IT09K0622512156100000002179; Causale: Corso Zelarino) e il saldo al momento dell’inizio del corso di dei rimanenti 130 € (Costo totale: 160 €). Il costo è inteso per ogni coppia genitoriale, indipendentemente dal fatto che partecipino entrambi i genitori o solo uno.
Per maggiori informazioni: Dott.Francesco Gallimberti 340 3274484 (Per maggiori informazioni sul dr. Francesco Gallimberti clicca qui).
A tutti noi capita di avere delle giornate no, in cui ci siamo particolarmente giù di morale, e altre in cui siamo inspiegabilmente di buonumore. Tuttavia, esistono una serie di patologie in cui questi sbalzi d’umore diventano così estremi da interferire seriamente con la vita sociale e lavorativa della persona. Stiamo parlando dei Disturbi dello Spettro Bipolare. Il termine “bipolare” deriva proprio dal fatto che, senza un’adeguata terapia, le persone con questa malattia tendono a oscillare tra i due poli opposti delle emozioni: da un lato periodi di profonda depressione, dall’altro periodi di eccessiva e immotivata euforia ed eccitabilità, detti “maniacali” o “ipomaniacali”. Questi opposti possono essere intervallati da periodi in cui l’umore è normale. Il disturbo colpisce nella stessa percentuale uomini e donne e compare generalmente nella tarda adolescenza.
L’Episodio “Maniacale” Durante questa fase, che può durare anche alcuni mesi, la persona è caratterizzata da un tono dell’umore particolarmente alterato, in senso euforico oppure irritabile. I suoi pensieri corrono veloci, si sente creativo e loquace, dorme poco, si spende in numerose attività frenetiche che possono comportare anche spese folli, investimenti avventati, comportamenti sessuali rischiosi. Questa alterazione diventa tale per cui vengono compromesse le capacità sociali, relazionali e lavorative della persona, tanto che spesso è necessario un ricovero o un intervento medico per impedire che la persona possa arrecare danno a sé o agli altri. Durante questa fase la persona può essere coinvolta in litigi, risse, spendere tutti i suoi risparmi e perdere addirittura il lavoro. Oppure può sparire per viaggi lontani senza dare notizie ai propri familiari. La persona non si rende conto di essere malata e sente un senso di onnipotenza, euforia e buonumore esagerato.
L’Episodio “Ipomaniacale” I sintomi sono molto simili a quelli della fase maniacale, con la differenza che la durata è inferiore (3-4 giorni) e che la gravità del comportamento non è tale da cambiare significativamente le relazioni e le capacità lavorative del paziente.
L’Episodio “Depressivo Maggiore” Si tratta di un periodo di grave depressione che può durare diversi mesi, caratterizzato da profonda tristezza, mancanza di desiderio e di piacere per le cose belle della vita, pensieri negativi, desiderio di farla finita, in alcuni casi perfino allucinazioni o deliri. Solitamente la persona ha anche sintomi di tipo fisico, come cambiamenti nel sonno (dormire molto o troppo poco) o nell’appetito, tanto da ingrassare o al contrario perdere peso. Tutto ciò è associato a forti sentimenti di colpa e alla sensazione di non valere nulla: ad esempio la persona può pensare di essere un peso per gli altri, di avere sbagliato tutto nella vita, di voler sparire per non dare più fastidio.
Quanti tipi di Disturbo Bipolare esistono? La classificazione dei disturbi è basata sulla gravità e sulla durata degli episodi depressivi e maniacali o ipomaniacali. Possiamo elencarne i tre principali: 1) Disturbo Bipolare di tipo I: si caratterizza per la presenza di uno o più episodi maniacali alternati (ma non sempre) da episodi depressivi o misti 2) Disturbo Bipolare tipo II: in questo caso, il paziente oscilla tra episodi ipomaniacali e almeno un Episodio Depressivo Maggiore 3) Disturbo Ciclotimico: i pazienti con disturbo ciclotimico sviluppano numerosi episodi ipomaniacali, che si alternano a periodi di depressione “lieve”, ovvero che non soddisfano appieno la diagnosi di Depressione Maggiore.
È possibile una cura? Poiché il disturbo è di origine prevalentemente neurobiologica -anche se può essere scatenato da fattori ambientali come un forte stress– il trattamento principale è di tipo farmacologico: lo psichiatra prescriverà al paziente dei farmaci stabilizzatori dell’umore, molecole che agiscono sulle strutture cerebrali profonde stimolando la produzione di sostanze che sono carenti nel cervello del malato, come la serotonina. Al trattamento farmacologico è opportuno comunque affiancare un trattamento psicologico sia per il paziente che per i suoi familiari, in particolare mediante percorsi psicoeducativi che forniscano loro strumenti adeguati per affrontare i periodi difficili. Può essere efficace anche una terapia di gruppo, che aiuti il paziente a conoscere altre persone nella sua condizione e confrontarsi con gli altri in merito alle modalità più efficaci di far fronte ai disagi relativi al disturbo. Nella psicoterapia cognitivo-comportamentale, il terapeuta aiuterà il paziente a contenere le ripercussioni della malattia a livello sociale e lavorativo, aiutandolo a conoscere meglio i sintomi per evitare ricadute improvvise.
Tutti questi interventi migliorano significativamente la qualità di vita del paziente e di chi gli sta accanto.
Non vuole andare a scuola? Forse ha paura di allontanarsi dalla mamma.
“Nella misura in cui gli attaccamenti alle persone amate sono parte integrante delle nostre vite, lo è anche la possibilità di provare infelicità alla separazione da tali figure e angoscia per la prospettiva di tale separazione”.
Così recitava già nel 1973 John Bowlby, psicologo americano e tra i maggiori studiosi esperti della teoria dell’attaccamento, inserendo in qualche modo la paura della separazione tra le reazioni “normali” conseguenti l’allontanamento della figura di attaccamento (o “caregiver”, letteralmente: chi fornisce le cure).
Cos’è l’ansia da separazione? Se dunque l’ansia da separazione costituisce una reazione fisiologica che tutti sperimentiamo in modo particolare nei primi periodi della nostra vita, è vero che essa, incontrata in fasi successive della vita, può assumere caratteristiche disfunzionali. Il nuovo manuale diagnostico dei disturbi psichiatrici, DSM 5, pubblicato questo anno dall’American Psychiatric Association, inserisce la diagnosi di “Disturbo d’Ansia da Separazione” tra i disturbi d’ansia che possono riguardare bambini, adolescenti ed adulti. Tra i criteri che devono essere soddisfatti per porre questa diagnosi è indicata la presenza di ripetuti incubi, il rifiuto di uscire di casa e andare a scuola nei bambini, paura e riluttanza eccessiva a stare solo e lamentele di sintomi fisici in previsioni dell’allontanamento delle figure di attaccamento.
Quali sono le cause? L’insorgenza di tale ansia può essere legata ad un evento traumatico o essere conseguenza di un legame di attaccamento disfunzionale, in cui spesso l’ansia del bambino è alimentata da quella dei genitori, che mettono in atto uno stile educativo atto a far sperimentare il mondo come pericoloso e minaccioso, alimentando le paure del bambino e di fatto limitandone le possibilità di esplorazione dell’ambiente circostante. È stato infatti sperimentato che il fattore ereditario ha una forte incidenza nel favorire l’insorgenza di ansia da separazione.
Cosa fare? Queste ragioni fanno sì che la presa in carico nella terapia cognitivo- comportamentale dell’ansia da separazione nel bambino e nell’adolescente debba essere preceduta da un’accurata analisi della richiesta, atta ad individuare la presenza di un evento antecedente l’instaurarsi dell’ansia da separazione. È importante segnalare come, in particolare nelle prime fasi di vita, sia utile non sottovalutare la presenza nei bambini di paure di abbandono o il protrarsi di comportamenti ansiosi nei momenti di separazione, quale ad esempio quelli che in questo periodo sanciscono l’inizio della scuola e la conseguente separazione dagli adulti della famiglia. In particolare tra questi troviamo: difficoltà o rifiuto di andare a letto da soli, lontano da casa; richiesta di rassicurazioni sul fatto che il caregiver tornerà o sia in buona salute, richiesta di telefonare al caregiver o essere riportato da lui, paure esagerate e persistenti riguardo al verificarsi di eventi catastrofici che li possano separare per sempre dalle figure di attaccamento; paura di incorrere in qualche grave incidente o essere rapiti se lontani dai caregiver oppure che alle figure di attaccamento capiti qualcosa di brutto quando sono lontani. La separazione infatti rappresenta per il bambino un evento traumatico in quanto portatore di rottura dei legami affettivi, in antitesi con il suo bisogno di affetto e sicurezza; inoltre l’esigenza di continuità nei rapporti interpersonali e il suo senso di durata di tali rapporti sono radicalmente diversi da quelli dell’adulto e quindi quel distacco che può sembrare insignificante ad un adulto, ad un ragazzo può invece apparire un’interminabile fonte di disagio (Bowlby, 1973). In questi casi è utile chiedere il supporto psicoterapico e intervenire alle prime avvisaglie di un disturbo d’ansia da separazione, onde prevenire l’instaurarsi di ben più radicate fobie specifiche e aspetti depressivi.
Quali possono essere le conseguenze dell’ansia da separazione, se non trattata? Nei casi di carenza e deprivazione affettiva per indifferenza o rifiuto genitoriale, l’elemento di perdita, se non elaborato correttamente, rischia di divenire un tema centrale dell’organizzazione della personalità, che a lungo andare assume caratteristiche di tipo depressivo, in cui è preminente il senso di colpa derivante da una propria avvertita presunta responsabilità nell’allontanamento della figura di attaccamento e da cui deriva lo svilupparsi di un conseguente senso di inadeguatezza ed inamabilità personali.
Bibliografia:
American Psychiatric Association, 2014; DSM 5, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi Mentali, quinta edizione. Cortina, Milano;
Bowlby, J., 1973; Attaccamento e perdita. La separazione dalla madre. Trad it, Torino, Boringheri;
Nuvoli, G., Uccula,A., 2007; Attaccamento e rappresentazioni della realtà, Editrice democratica sarda;
Con il termine demenza si intende una malattia del cervello, una condizione di progressivo deterioramento delle funzioni cerebrali che interferisce con le attività lavorative e sociali del vivere quotidiano. Nel gruppo delle demenze rientrano varie patologie. Tra di queste la Malattia di Alzheimer è la più comune (50-60% dei casi di demenza).
Contrariamente a quanto si pensi, la demenza non costituisce una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento. Anche se è fortemente associata all’invecchiamento stesso, rappresenta una condizione patologica, quindi non tutti gli anziani sono per forza anche affetti da demenza.
Come si presenta il problema?
La Malattia di Alzheimer è una patologia progressiva che solitamente inizia in maniera ambigua e insidiosa. È spesso difficile individuare l’inizio della malattia perché la storia delle demenze comincia con una fase chiamata preclinica. In questa fase le alterazioni cerebrali sono già cominciate, ma non emergono ancora dei sintomi evidenti e osservabili. Per questo motivo, la durata di questa fase non è nota in quanto difficilmente studiabile. I sintomi iniziali dell’Alzheimer sono di solito caratterizzati da piccole ma frequenti dimenticanze (ad esempio la persona dimentica gli appuntamenti, perde spesso oggetti personali, è più ripetitiva nelle conversazioni…) e da modificazioni del carattere (calo dell’umore, aumento dell’ansia, calo d’interesse per le attività…). Spesso tale quadro non viene riconosciuto dal paziente o dai familiari e viene erroneamente attribuito all’invecchiamento oppure a periodi di stress o a depressione. Per tali motivi, in molti casi, passa oltre un anno prima che la persona decida di recarsi da uno specialista per gli approfondimenti necessari.
Calo di memoria e non solo: Depressione, disorientamento, ritiro sociale, possono essere sintomi dell’inizio della malattia.
Il sintomo principale e il primo a comparire è il calo di memoria. Di solito disordini di altre funzioni cognitive (il linguaggio, abilità visuo-spaziali, capacità di ragionamento e organizzazione) arrivano dopo o comunque sono di entità minore rispetto al disturbo di memoria. Nei disordini del linguaggio la persona può avere difficoltà nel trovare il nome degli oggetti o avere difficoltà nel trovare le parole giuste durante le conversazioni, oppure può sbagliare il nome delle cose. I disturbi visuo-spazali sono spesso riconoscibili durante la guida dell’auto: la persona ha difficoltà nello scegliere la strada adeguata per il raggiungimento della meta; oppure ha difficoltà nello svolgere semplici manovre come parcheggiare l’auto. Le difficoltà di pianificazione ed organizzazione si notano quando una persona necessità di molto più tempo per svolgere attività ben conosciute perché caotica e disorganizzata. È evidente che tali alterazioni cognitive sono più facilmente riconoscibili nei giovani o nelle persone che comunque continuano ad avere una vita lavorativa ed attiva; possono invece non essere riconosciute negli anziani o nelle persone che non svolgono lavori che impegnino molto le funzioni intellettive.
Spesso capita che quando il paziente si accorge di non essere più in grado di svolgere correttamente le attività, inizi a sentirsi strano, inadeguato alle situazioni ed ai compiti che svolgeva abitualmente con conseguente calo del tono dell’umore, ritiro sociale e apatia. In alcuni casi sono i famigliari ad accorgersi del cambiamento, mentre il paziente tende a negare la presenza di difficoltà ed a trovare giustificazioni per le sue dimenticanze. Spesso, inoltre, l’esordio della malattia è attribuito ad un evento (un’operazione chirurgica o un incidente), ma in realtà queste circostante costituiscono solamente un periodo maggiormente stressante che rende più evidente gli effetti di una malattia cerebrale che era già presente.
Con il passare del tempo ed il progredire della malattia il deficit alle funzioni cognitive arriva ad essere di gravità tale da compromettere lo svolgimento autonomo della abituali attività della vita quotidiana diventando dipendente dall’assistenza di altre persone (dette caregiver). Inizialmente ad essere colpite sono le funzioni più complesse, nelle quali è richiesta maggiore competenza. Tali funzioni sono dette ‘strumentali’ e comprendono attività quali: gestire le proprie finanze in banca, fare acquisti nei negozi, usare i mezzi di trasporto. Infine, con il progredire della demenza vengono compromesse anche le attività quotidiane di base, come lavarsi, vestirsi e controllare la continenza urinaria.
Oltre ai sintomi che riguardano le funzioni cognitive, vi sono spesso dei disturbi psico-comportamentali che si manifestano nel 90% dei pazienti e sono parte integrante della malattia di Alzheimer. La frequenza di tali disturbi e l’esordio variano da persona a persona. Questa classe di disturbi può essere suddivisa in 4 categorie: 1- alterazioni del tono dell’umore (ad esempio depressione o euforia) 2- manifestazioni psicotiche (deliri, allucinazioni) 3- sintomi positivi (aggressività, agitazione, ansia) 4- disturbi neurovegetativi (aumento o diminuzione del sonno e/o dell’appetito) Tendenzialmente le caratteristiche caratteriali e di personalità della persona si accentuano. Per cui: chi era ansioso diventerà ancora più ansioso, e chi era molto estroverso diventerà ancora più espansivo. In alcuni casi, ma sono più rari, si osserva un cambiamento della personalità: persone molto introverse e chiuse diventeranno disinibite e poco controllate
La diagnosi
Attualmente non esistono indicatori biologici che permettono di effettuare una diagnosi certa, per cui si parla di diagnosi possibile o probabile. La diagnosi certa può essere fatta solo con l’autopsia prelevando ed analizzando campioni di sostanza cerebrale, tuttavia tale procedura non viene mai eseguita. Un elemento fondamentale è la Valutazione Neuropsicologica, ovvero l’analisi delle funzioni cognitive attraverso al somministrazione di specifici test, che solitamente costituisce il primo passo del percorso diagnostico. Se alla valutazione neuropsicologica si rilevano dei deficit il paziente viene inviato da un medico specialista (solitamente un Geriatra o un Neurologo) che attraverso l’insieme di vari dati, i principali sono gli esami del sangue ed un neuroimaging del cervello (TAC, Risonanza Magnetica o SPECT), formula la diagnosi di demenza ed eventualmente prescrive farmaci specif
ici in grado di rallentarne il decorso.
Come capire se si soffre di questo problema?
I test effettuati dal neuropsicologo permettono di formulare la diagnosi di malattia di Alzheimer.
Le caratteristiche della malattia variano molto da persona a persona, per questo motivo solo uno specialista può essere i grado di capire se si tratta di demenza o solo di un fisiologico calo delle funzioni cognitive. È consigliato un primo approfondimento (valutazione neuropsicologica) quando si nota un calo di memoria (ha difficoltà nell’apprendere cose nuove o a ricordare eventi recenti, è più ripetitivo nelle domande o nelle conversazioni, perde frequentemente oggetti personali o dimentica gli impegni) oppure se si nota delle difficoltà nelle abilità visuo-spaziali (ha difficoltà nel ricordare strade e percorsi) o se il paziente ha un calo di attenzione (appare distratto durante le conversazioni, ha difficoltà a mantenere al concentrazione per lunghi periodi…).
La valutazione neuropsicologica
Compito dello Psicologo (meglio se esperto in test neuropsicologici) è quello di rilevare la presenza di un calo delle funzioni cognitive. Come abbiamo ampiamente descritto, la presenza di deficit cognitivo costituisce il nucleo centrale delle demenze, per cui la misurazione delle funzioni intellettive si delinea come un elemento fondamentale nel percorso di diagnosi. La valutazione neuropsicologica inoltre permette di raccogliere dati essenziali per la diagnosi differenziale (ad esempio tra disturbi attentivi o di memoria) o distinguere deficit all’interno di quadri non chiari (ad esempio un calo delle funzioni cognitive all’interno di una forte depressione).
La Stimolazione Cognitiva
Stimolazione cognitiva: una “palestra per la memoria” che rallenta il progredire della malattia.
Qualora alla valutazione neuropsicologica si riscontrasse la presenza di un calo delle funzioni cognitive o nel caso si soffrisse di una demenza diagnosticata, è possibile effettuare dei cicli di ‘stimolazione cognitiva’. Tra gli scopi del training vi sono quello di potenziare le funzioni cognitive residue e rallentare la progressione alle abilità risultate deficitarie. La stimolazione cognitiva è inquadrata nell’ambito dei trattamenti non-farmacologici per le demenze. Gli studi scientifici ne hanno provato l’efficacia sul miglioramento sulle abilità cognitive del paziente, sullo stato affettivo e sulla qualità di vita. Per tali motivi è stata inserita recentemente e nelle linee-guida del NICE (National Institute for Clinical Excellence) come intervento raccomandato per le persone con demenza.
L’ipocondria può essere definita come la preoccupazione legata alla paura, oppure alla convinzione, di soffrire di una grave malattia nonostante le valutazioni mediche non trovino alcuna causa patologica organica. L’ipocondria deriva da un’interpretazione non realistica o errata di sintomi fisici o di sensazioni, che portano la persona a essere terrorizzata e ossessionata dal fatto di poter aver contratto una malattia (tumori, HIV, malattie cardiache, ecc). Spesso chi soffre di questo problema ritiene che i propri sintomi non ricevano cure appropriate e attenzione sufficiente, causando progressivamente nel tempo un deterioramentodelle relazioni sociali e del rapporto medico-paziente, con conseguenti sensazioni di risentimento e frustrazione.
L’evoluzione moderna dell’ipocondria: la Cybercondria
In seguito ai cambiamenti generazionali, al progresso tecnico-scientifico e alle scoperte della medicina, anche il disturbo ha assunto diverse sfaccettature. Oggi la cybercondria rappresenta l’evoluzione moderna dell’ipocondria e consiste nella paura e nell’allarmismo per patologie lette sul web. Questo problema colpisce frequentemente le persone che, piuttosto di affidarsi ad uno specialista, tentano di fare autodiagnosi e cercano di alleviare il proprio livello di preoccupazione leggendo informazioni su siti internet. Questo meccanismo, tuttavia, rischia di diventare molto pericoloso, instaurando un circolo vizioso che alimenta lo stato di ansia e di paura del soggetto. Più la persona s’informa guardando video, fotografie e articoli, e più è facile che mal interpreti i propri sintomi, confermando la credenza di poter avere una grave malattia. Il soggetto entra quindi in una sorta di spirale senza iniziare mai a curarsi poiché il suo obiettivo è un’affannosa ricerca di una diagnosi e di terapie mediche risolutive purtroppo inesistenti.
L’eiaculazione precoce è sicuramente uno tra i disturbi sessuali che provoca maggiore disagio tra gli uomini. Il dato interessante è tuttavia che sia molto più diffuso di quanto si pensi: all’incirca il 20-25% della popolazione maschile infatti ne soffre.
Cos’è esattamente l’eiaculazione precoce?
Si tratta della difficoltà persistente di un uomo di esercitare un controllo volontario sull’eiaculazione, da cui consegue il raggiungimento dell’orgasmo anche dopo un minimo di eccitazione sessuale o subito dopo l’inizio di un rapporto sessuale. In certi casi, l’eiaculazione può avvenire ancor prima della penetrazione. Com’è facilmente immaginabile, spesso seguono conseguenze negative come perdita di motivazione sessuale, difficoltà interpersonali, affievolimento della libido. Molto spesso può conseguire un abbassamento dell’autostima e insicurezza nella relazione sessuale che nuoce nella relazione di coppia. Per saperne di più
A bambini ed adolescenti può accadere di attraversare periodi di grande difficoltà, in cui si nota una marcata perdita d’interesse e di piacere nelle attività, perfino in quelle che il bambino trovava piacevoli e divertenti (“Non ho voglia di niente”). Si ha un calo della stima di se stessi, un senso svalutazione (“Sono sbagliato”) e sentimenti di colpa o di vergogna nei propri confronti, (“I miei genitori non mi vogliono bene”, “I miei amici non mi apprezzano”). Questo insieme di pensieri e comportamenti rivela come il bambino/ragazzo stia affrontando un periodo di depressione, in cui si sente triste per la maggior parte del giorno. Alcuni bambini/ragazzi reagiscono diventando irrequieti e irritabili, mentre altri sembrano apatici e indifferenti alla maggior parte delle cose. Nei casi più gravi possono comparire anche pensieri di disperazione e di suicidio (“Non ha senso vivere se bisogna soffrire cosi”). Approfondisci
Anche se sembra paradossale, un’intelligenza troppo elevata può essere la causa di problematiche scolastiche. Alcuni bambini (detti “bambini iperdotati” )sono dotati di una capacità di ragionamento superiore alla media, sono incuriositi da moltissime cose, chiedono continuamente spiegazioni e apprendono molto rapidamente. A scuola, i bambini iperdotati sommergono la maestra di domande e si annoiano rapidamente. A volte, i bambini iperdotati risolvono un problema di matematica in un attimo ma non sanno spiegare che procedimento hanno usato. Appaiono come bambini con abilità particolari ma che hanno poco in comune con i coetanei. I bambini iperdotati hanno bisogno di essere capiti e supportati affinché le loro abilità diventino un punto di forza e non uno di debolezza. Approfondisci