I bambini imparano a comunicare e a relazionarsi principalmente in tre modi:
- Guardando come i genitori si relazionano con lui;
- Osservando come i genitori si relazionano con gli altri;
- Apprendendo dalla loro personale e passata relazione con gli altri.
A volte, il modo in cui i genitori si comportano, specialmente durante una punizione, ostacola la sana comunicazione con proprio figlio perché scoraggia la fiducia e l’estroversione del bambino. Urlare e alzare la voce può impaurire il bambino, che potrebbe non correre più il rischio di raccontarsi apertamente. Se urlare è il modello di comunicazione utilizzato, il genitore potrebbe perdere la preziosa fiducia del figlio.
I dissapori fanno parte della vita ma a volte possono anche creare situazioni in cui gli adulti agiscono in modi che scoraggiano la comunicazione. Lo psicologo e autore Martin Seligman sottolinea alcuni comportamenti che possono compromettere una positiva comunicazione:
- non usare aggressioni fisiche di fronte a tuo figlio. Questo include lanciare oggetti o sbattere le porte. Queste azioni fanno davvero paura a tuo figlio.
- esprimi più che puoi i tuoi sentimenti a parole. Usa l’assertività più che l’aggressione. Dì “sono davvero arrabbiata/o ora”.
- trasmetti il controllo della rabbia a tuo figlio. Fai le cose con calma e prenditi tutto il tempo necessario per ritornare calma/o. Dì, “sto andando nel retro del cortile per darmi una calmata un po’ prima di ridiscuterne”.
- non criticare il tuo partner di fronte a vostro figlio con etichette offensive e permanenti (“tuo padre è sempre…”, “tua madre non è mai…”)
- se devi criticare il tuo partner in un luogo in cui il bambino potrebbe sentirvi, usa un linguaggio che rimproveri un comportamento specifico piuttosto che la sua intera personalità.
- non trattare il tuo partner con il silenzio e pensare che tuo figlio non lo noterà.
- non chiedere a tuo figlio di scegliere da che parte stare tra i due genitori.
- non iniziare una discussione con il tuo partner o un tuo amico di fronte a tuo figlio, a meno che non progetti di finirla nella stessa conversazione.
- risolvi i conflitti e fai pace quando tuo figlio può osservare ciò. Questo gli dimostrerà che il conflitto è parte naturale dell’amore e di ogni relazione e che i conflitti possono essere risolti. Se non vede come si risolvono le discussioni, non saprà mai come farlo.
- lascia tuo figlio all’oscuro di certi argomenti. Fai un accordo con il tuo partner per evitare alcuni temi quando i figli sono presenti, e, se dovete discutere, cercate un posto privato dove i bambini non possano vedervi o sentirvi.

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ad infastidire il compagno di banco, strappandogli dei fogli dal quaderno, Debbie suggerì di farlo sedere in un banco da solo. Quando si lamentava dicendo quanto odiasse leggere, lei gli proponeva di leggere la sezione sportiva del giornale. Avendo notato che l’attenzione di Michael diminuiva molto durante le lezioni di matematica, lei trovò un tutor e gli chiese di creare dei problemi che suscitassero l’interesse di Michael: “Quanto tempo impieghi a nuotare per 500 metri se nuoti ad una velocità di 3 metri al secondo?”. Durante le lezioni di nuoto, Debbie aiutava il figlio Michael a rimanere concentrato ricordandogli quali erano le conseguenze del suo comportamento. Debbie ricorda quando, a 10 anni, Michael arrivò secondo ad una gara ed era così arrabbiato che gettò i suoi occhiali in piscina. Durante il viaggio di ritorno, lei gli spiegò che l’amore per lo sport conta molto di più di una vittoria. “Abbiamo concordato un segnale che io gli avrei fatto dagli spalti.”- dice Debbie- Una specie di C, che voleva dire ‘riComponiti’. Ogni volta che lo vedevo frustrato, io gli facevo quel segnale. Una volta, mentre stavamo cenando, fu lui a farmi questo segnale perché vide stressata.”
In una ricerca di Pellicano e Rhodes (2003) si è voluto scoprire se bambini al di sotto di sei anni riescano ad elaborare e riconoscere i volti in modo olistico. Se i bambini e gli adulti riconoscono in modo olistico i volti presentati verticalmente, come sostenuto nelle ipotesi dei due ricercatori, allora una certa caratteristica del volto dovrebbe essere più facilmente riconosciuta quando questa è presentata all’interno del viso, piuttosto che se presentata singolarmente e isolatamente da questo. I volti raffigurati rovesciati, più difficili da identificare, verrebbero invece elaborati per parti.
Per andare più a fondo nel problema tre ricercatori della Yale University hanno cercato di indagare il tipo di valutazione che fanno i piccoli tra i 5 e 12 mesi d’età nell’osservare il comportamento orientato ad una meta, in due situazioni, una precedente e una successiva.
I bambini piccoli avranno molta difficoltà a rispondere al quesito, e nel farlo si baseranno sulle loro conoscenze, piuttosto che su quelle di Sally. Dunque risponderanno che Sally molto probabilmente andrà alla ricerca della barretta nel cesto. Questo è un esempio della difficoltà che i bambini nel capire cosa possono pensare gli altri.
Per spiegare ciò sono state avanzate due ipotesi: la prima sostiene che i bambini piccoli si focalizzano solo sulla forma e non sulla funzione; secondo l’altra ipotesi i bambini piccoli pensano che oggetti di forma simile abbiano la stessa funzione.
un oggetto con la stessa funzione e un terzo oggetto con la stessa forma (ma diversa funzione). Solo nel caso in cui lo sperimentatore dimostrava ai bambini la funzione sia dell’oggetto- target, sia dell’oggetto con la stessa funzione si ebbe un significativo decremento dello shape bias. Lo stesso effetto non si notò descrivendo solamente la funzione del target.
È molto diffusa l’idea che i maschi siano più predisposti per le materie scientifiche rispetto alle femmine, ma da cosa nasce questa opinione? E si tratta solo di un parere o di un dato di fatto? In realtà già negli anni ’90 un gruppo di psicologi aveva scoperto che le maestre si approcciano in modo diverso ai bambini e alle bambine riguardo le spiegazioni e domande scientifiche e che questa differenza nel trattamento era una delle cause del perché i maschi fossero più bravi delle loro compagne nei compiti di matematica e di scienze. (American Association of University Women, 1995; Jones & Wheatley, 1990; Kelly, 1988). Allora ci siamo chiesti: anche i genitori si comportano con i loro bambini come se i maschi fossero più bravi nelle materie scientifiche rispetto alle femmine?
Molto probabilmente queste spiegazioni non solo forniscono più conoscenze in ambito scientifico ma sono fondamentali per sviluppare, crescendo, un ragionamento di tipo scientifico. Forse Marie Curie e Margherita Hack, oltre ad un’ottima intelligenza, hanno avuto dei genitori che le hanno ritenute capaci di comprendere concetti scientifici… Ed avevano ragione!
Il primo degli studi effettuati ha raccolto dati da un campione molto eterogeneo di cittadini statunitensi. La raccolta dei dati è stata effettuata più volte a distanza di anni, così da assicurarsi che lo stress/gioia di essere genitori non fosse influenzato da specifiche condizioni del momento (come un boom economico o una crisi). Ai partecipanti veniva chiesta l’età, lo stato coniugale e se e quanti figli avessero; infine a tutti i partecipanti veniva chiesto “tutto sommato quanto ti senti soddisfatto della tua vita? Considerando una visione d’insieme, diresti di essere una persona felice?”.
riportavano una suddivisione dei lavori domestici più equa con la propria compagna le loro figlie femmine dimostravano di essere più propense a lavorare fuori di casa e ambivano a ruoli “meno tipicamente femminili”.
Lo studio ha coinvolto un gruppo di bambini con problemi di obesità, tutti con un livello di obesità simile, calcolato tramite l’indice di massa corporea (BMI). Successivamente i bambini sono stati divisi in due gruppi: il primo gruppo è stato sottoposto ad una psicoterapia cognitivo comportamentale; mentre al secondo gruppo sono state fornite delle indicazioni circa l’alimentazione equilibrata e l’attività sportiva consigliata da svolgere. Anche i genitori dei bambini sono stati coinvolti nell’esperimento ed è stato chiesto a loro e ai loro figli di compilare un questionario per valutare il livello di qualità della vita (Health Related Quality of Life, HRQOL). Il trattamento è durato tre mesi e dopo un anno dall’esperimento entrambi i gruppi di bambini sono stati ricontattati per compilare nuovamente il questionario e verificare i risultati dei due tipi di interventi.