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Quando i bambini sono ansiosi cronicamente, anche i genitori con le migliori intenzioni possono cadere in un ciclo negativo: non volendo che il bambino soffra, finiscono in realtà per amplificare la loro ansia. Succede quando i genitori, anticipando le paure del bambino, provano a proteggerlo da esse.

Di seguito troverete dei consigli per aiutare i bambini ad uscire dal ciclo dell’ansia.

 

1. L’obiettivo non è eliminare l’ansia, ma aiutare il bambino a gestirla.

Nessuno di noi vuole vedere il proprio figlio infelice, ma il modo migliore per aiutare i bambini a superare l’ansia non è provare a rimuovere i fattori stressanti che possono provocarla. È invece di aiutarli ad imparare a tollerare la loro ansia e riuscire a comportarsi in modo più funzionale possibile, anche quando sono ansiosi. E come conseguenza di ciò, l’ansia diminuirà o scomparirà con il tempo.

2. Non evitare cose solo perchè rendono il bambino ansioso.

Aiutare i bambini ad evitare le cose di cui hanno paura li farà sentire meglio nell’immediato, ma rafforzerà l’ansia con il tempo. Se in situazioni che lo mettono a disagio un bambino diventa nervoso, inizia a piangere e i suoi genitori lo allontanano dalla cosa di cui ha paura, lui imparerà quel meccanismo di coping, e non supererà mai la sua paura.

 

 

3. Fate vedere che avete aspettative positive ma realistiche

Non potete convincere un bambino che le sue paure sono irrealistiche, che non verrà bocciato a un esame, che si divertirà a pattinare sul ghiaccio, o che un altro bambino non riderà di lui durante un’interrogazione. Potete però mostrarvi sicuri del fatto che tutto andrà bene, che sarà in grado di gestire la situazione, e che, se affronterà le sue paure, il suo livello di ansia diminuirà con il tempo. Questo dà al bambino la sicurezza di sapere che le vostre aspettative sono realistiche, e che non gli chiederete mai di fare qualcosa che non è in grado di fare.

4. Rispettate i suoi sentimenti, ma non rafforzateli.

Se un bambino è terrorizzato perchè deve andare dal dottore a fare una puntura, non dovete minimizzare le sue paure, ma non dovete neanche amplificarle. Dovete ascoltare ed essere empatici, aiutarlo a capire di cosa è ansioso, e incoraggiarlo a sentire che può affrontare le sue paure. Il messaggio che dovete trasmettere è “lo sappiamo che hai paura, e va bene così, siamo qui e ti aiuteremo a superare questa situazione”.

5. Non fate domande allusive.

Incoraggiate il vostro bambino a parlare dei suoi sentimenti, ma provate a non fare domande del tipo: “Sei ansioso per la prova? Sei preoccupato per l’interrogazione?”. Per evitare di dar adito al ciclo dell’ansia, ponete solo domande aperte: “Come ti senti riguardo la prova?”.

6. Non rafforzate le paure del bambino.

La cosa che dovete evitare è di dire con il tono di voce o con il linguaggio corporeo: “Forse dovresti avere paura di questa cosa.” Mettiamo che un bambino abbia avuto un’esperienza negativa con un cane. La volta seguente che si troverà con un cane, potreste essere preoccupati del modo in cui il bambino potrebbe reagire, e potreste involontariamente comunicargli che ha effettivamente ragione ad avere paura..

 

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7. Incoraggiate il bambino a tollerare l’ansia.

Fate sapere a vostro figlio che apprezzate lo sforzo che deve fare per gestire l’ansia e riuscire a fare ciò che vuole o deve fare. Questo porta il bambino ad impegnarsi nella vita ed a lasciare che l’ansia segua la sua curva naturale. Viene chiamata la “curva dell’abituazione”: si abbasserà con il tempo se il bambino continuerà ad entrare in contatto con ciò che gli genera stress. Può essere che l’ansia non sparisca mai totalmente o che non diminuisca così velocemente come vorreste, ma è così che superiamo le nostre paure.

8. Provate a mantenere breve il tempo d’attesa.

Quando si ha paura di qualcosa, il momento più difficile è poco prima di fare questa cosa. Quindi un’altra regola d’oro per i genitori è provare ad eliminare o a ridurre il tempo d’attesa. Se il bambino è nervoso perchè deve andare dal dottore, è meglio non iniziare a parlarne ore prima; ciò probabilmente lo renderebbe ancora più nervoso. Quindi provate a ridurre il tempo d’attesa al minimo.

9. Ragionate sulle cose con il bambino.

A volte aiuta parlare con il bambino di cosa succederebbe se una sua paura diventasse reale… Come la gestirebbe? Un bambino che ha ansia al pensiero di separarsi dai genitori potrebbe preoccuparsi di cosa succederebbe se non lo venissero a prendere a scuola. Parlatene. ”Se la mamma non venisse a prenderti dopo allenamento, cosa faresti? “Beh, direi al mio allenatore che mia mamma non c’è.” ”E cosa pensi che farebbe l’allenatore?” “Mi direbbe di chiamare la mamma. O aspetterebbe con me”. Per alcuni bambini, sapere cosa fare in certe situazioni può ridurre l’insicurezza in modo molto efficace.

10. Provate a modellare modi salutari di gestire l’ansia.

Ci sono un sacco di modi in cui potete aiutare un bambino a gestire l’ansia facendogli vedere come lo fate voi. I bambini sono recettivi, e interiorizzeranno la vostra ansia se continuate a lamentarvi al telefono con gli amici del fatto che non riuscite a gestire lo stress o l’ansia. Non dico che dovete fare finta di non essere stressati o ansiosi, ma di far vedere ai vostri figli che gestite l’ansia con tranquillità, sopportandola e superandola efficacemente.

 



La nostra alimentazione viene regolarmente influenzata da scelte che nulla hanno a che fare con il nostro palato: possono influire motivi religiosi (ad esempio, un ebreo seguirà la dieta kosher e un musulmano seguirà una dieta halal), estetici (chi vuole dimagrire seguirà una dieta per perdere peso), etici (chi non vuole nuocere agli animali seguirà una dieta vegetariana o vegana), infine culturali (in alcune zone del mondo ad esempio si consumano insetti, mentre noi li consideriamo disgustosi). Indipendentemente dalle ragioni, seguire una dieta che si discosta dalla maggioranza della popolazione che ci circonda, potrebbe modificare l’opinione che gli altri hanno di noi. Il consumo di cibo può essere infatti utilizzato strategicamente come “biglietto da visita”, sia in base al tipo che alla quantità di cibi consumati. Ad esempio, è stato dimostrato che chi mangia cibi “spazzatura” viene giudicato in modo più negativo rispetto a chi consuma cibi sani.




Margareth Thomas, una ricercatrice statunitense, ha cercato di rispondere con uno studio sperimentale a una domanda particolare: è vero che gli uomini che seguono una dieta vegetariana o vegana sono percepiti dagli onnivori come meno mascolini rispetto a quelli che mangiano carne?
Innanzitutto bisogna dire che molti cibi sono associati ad una percezione o stereotipo di genere: la carne sembra essere più associata agli uomini, mentre, ad esempio, le insalate alle donne. Numerose ricerche sono già state condotte in questo campo, portando però a risultati discordanti.

La Thomas ha quindi voluto approfondire come l’assunzione di determinate tipologie di cibo possa influire sul modo in cui la persona viene percepita, con una serie di quattro esperimenti.

Nel primo esperimento, ai partecipanti (74 uomini e 63 donne onnivori) venivano mostrate delle vignette corredate da brevi descrizioni, ad esempio “a Jacob/Jessica piace andare al cinema, ascoltare musica e camminare in montagna nel tempo libero.”
Nella condizione “Vegetariano”, la storia proseguiva così: “Jacob/Jessica segue una dieta vegetariana molto variata che include frutta, verdura, formaggio, uova e cereali (ma non carne o pesce)”
Nella condizione “Onnivoro”, la storia diceva “Jacob/Jessica segue una dieta onnivora molto variata che include frutta, verdura, formaggio, uova, cereali, carne e pesce)”
Ai partecipanti veniva chiesto poi di valutare come giudicassero il personaggio descritto in base a 12 aggettivi, tra i quali: mascolino, amichevole, attento alla salute, indipendente etc.
Questo primo esperimento ha dimostrato che i partecipanti non percepivano i vegetariani come meno mascolini rispetto agli onnivori. Questo effetto potrebbe essere dato però dal fatto che la dieta vegetariana include una assunzione quotidiana di cibi grassi (formaggi, uova) che sono solitamente associati ad alti livelli di mascolinità.




Nel secondo esperimento, eseguito su un campione più ampio di soggetti e inserendo nelle descrizioni anche una dieta di tipo vegano (senza carne, latticini e uova), la Thomas dimostra che la percezione di mascolinità per vegetariani e vegani è simile, ma che i partecipanti maschi giudicavano i vegetariani e vegani come meno mascolini rispetto ai partecipanti femmine. Attraverso la comparazione di questa ricerca con ricerche passate, si deduce quindi che la percezione dei vegetariani è più variabile, e che quindi aggiungere la variabile “vegano” può dare maggiori informazioni in merito alle percezioni di genere.

Nel terzo studio la Thomas, inserendo nuove variabili, dimostra ulteriormente che l’essere vegani comporta una mascolinità percepita minore rispetto agli onnivori. 

In un quarto esperimento infine, la Thomas chiarisce un ulteriore punto: è la dieta vegana in sé che fa percepire gli uomini come meno mascolini o è la scelta etica di essere vegani? In questo caso, utilizzando la stessa procedura descritta sopra, ha descritto ai partecipanti due tipi di individui:
-vegano per scelta “Jacob/Jessica, a causa delle sue convinzioni personali, segue una dieta senza carne né derivati animali come latticini e uova…”
-vegano per necessità “Jacob/Jessica, a causa dei suoi problemi digestivi, segue una dieta senza carne né derivati animali come latticini e uova…”
I risultati di questo ultimo esperimento indicano che è la scelta dell’essere vegetariano che diminuisce il livello di mascolinità percepita nei partecipanti. Quindi, non sono gli uomini vegani o vegetariani in quanto tali ad essere percepiti come meno mascolini, ma sono quelli che scelgono di esserlo per motivi etici.

Attraverso questi quattro studi emerge la conferma che la scelta del tipo di dieta può influire sull’opinione che gli altri hanno di noi, confermando la rilevanza del tipo di alimentazione nell’immagine che diamo agli altri e di conseguenza sulla nostra identità. Future ricerche investigheranno ancora meglio questo argomento.




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Articolo originale
M.A. Thomas. Are vegans the same as vegetarians? The effect of diet on perceptions of masculinity. Appetite 97 (2016), 79-86.



“Iperdotazione Cognitiva – Quando l’eccellenza diventa diversità”

Dott. David Polezzi

Udine • Sabato 14 maggio 2016, h. 9.30 – 18.30

Locandina workshop Iperdotazione CognitivaWorkshop sull’Iperdotazione Cognitiva, che si tiene a Udine con il Dott. David Polezzi. L’iperdotazione cognitiva è la condizione per cui un individuo presenta delle abilità intellettive marcatamente superiori alla media (QI pari o superiore a 130). Tale condizione interessa il 2,28% della popolazione generale. Nel nostro paese, la scuola e le istituzioni si sono largamente occupate dei bambini con vari tipi di deficit (ritardo mentale, DSA) o con bisogni educativi speciali (BES), mentre è tutt’oggi largamente trascurata quella parte di popolazione che si differenzia per un’abbondanza di capacità e non per una carenza. Il nostro paese rimane l’unico paese europeo in cui non esiste alcuna legislazione che sia in grado dii valorizzare l’eccellenza, anzichè il deficit, in ambito cognitivo. L’unico contesto italiano in controtendenza rispetto a questo dato è la Regione Veneto che ha promosso un programma di informazione e valorizzazione dell’iperdotazione cognitiva nella scuola e nelle famiglie, denominato “Education To Talent”. Tipicamente, i bambini o gli adolescenti con tale peculiarità presentano delle disarmonie evolutive, mostrando cioè gradi di maturazione differenti nei vari ambiti di personalità. Rivelando, ad esempio, abilità cognitive eccellenti ma una gestione delle emozioni marcatamente immatura rispetto all’età cronologica. Molti rivelano importanti difficoltà di adattamento e il 20% sviluppano disturbi psicopatologici. Inoltre, è importante ricordare come, all’interno della popolazione degli iperdotati, l’insuccesso scolastico sia sorprendentemente diffuso. A dispetto della dimensione, nel nostro paese tale condizione rimane pressoché sconosciuta e ignorata. Il presente workshop propone una giornata formativa rivolta a insegnanti che permetta di identificare i bambini con tali caratteristiche e fornisca alcune indicazioni sulla gestione in classe.



Destinatari del workshop

Il workshop è aperto agli insegnanti. Al termine del corso verrà rilasciato un regolare attestato di partecipazione.



Quote di partecipazione

  • Quota standard: 120 euro;
  • Allievi ed ex-allievi dell’Istituto Miller: 80 euro.

Il workshop si svolgerà nell’Aula didattica  presso “Enaip – Area Comunicazion & Net Learning
in Via Leonardo da Vinci,27 Pasian di Prato – Udine

Programma Formativo

  • Cos’è l’iperdotazione cognitiva; 
  • Le caratteristiche degli iperdotati;
  • I falsi miti sull’iperdotazione cognitiva;
  • Metodi di identificazione e illustrazione di alcuni casi reali;

13.00/14.00 Pausa pranzo

  • Criticità peculiari nell’iperdotazione cognitiva;
  • Dalla dotazione alle abilità, come l’iperdotazione può diventare talento;
  • La gestione in classe degli iperdotati: Accelerazione;
  • La gestione in classe degli iperdotati: Arricchimento.



Iscrizione

Per iscriversi rimandiamo alla  pagina dei contatti dell’ Istituto Miller.



Maggiori informazioni sull’ADHD

La scuola fornisce diverse opportunità ai genitori per comunicare con gli insegnanti come le pagelle e gli incontri scuola-famiglia. Ma se il vostro bambino ha l’ADHD o difficoltà ad apprendere, dovreste entrare in contatto con gli insegnanti prima che cominci la scuola.

Scivere all’insegnante prima che cominci l’anno accademico potrebbe essere un buon inizio. Questo, oltre ad aiutarvi ad instaurare un legame con lei, potrebbe consentirvi di descrivere il vostro bambino come un individuo con preferenze e antipatie, forza e debolezze- non solo come uno studente con ADHD.




Identificate il suo tipo di ADHD (disattento, iperattivo o combinato) e spiegate che ricaduta ha sul comportamento e sul suo modo di apprendere. Fornitegli informazioni sul trattamento che segue il bambino, sulla lista di strategie che utilizza in classe e gli adattamenti dell’ADHD che gli hanno permesso di riuscire a superare le difficoltà relative allo studio. Parlategli dei sintomi del disturbi da deficit di attenzione e iperattività, dislessia o altri disturbi dell’apprendimento e delle sue medicine, se ne assume.

Incoraggiate vostro figlio a scrivere a sua volta una lettera spiegando cosa significa per lui avere l’ADHD e con quali modalità apprende meglio.

 

 

 

Di seguito trovare alcuni esempi di lettera per darvi un’idea di come scrivere la vostra.

 

All’insegnante di Marco:

Marco Rossi sarà nella sua classe quest’anno. Nel corso degli anni noi abbiamo ritenuto utile fornire agli insegnanti delle informazioni su di lui. Questo spesso assicura un promettente inizio all’anno scolastico.

Marco ha il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD). Segue un trattamento con farmaci ma questo non cambia la sua essenza, è più efficace aiutarlo concentrandosi su di lui piuttosto che cercare di controllare il suo comportamento. Ha un gran senso dell’umorismo e puntare su questo aspetto di solito funziona molto. Marco prende sul personale le critiche e odia essere sgridato. Non vorrà sempre che lei lo sappia, ma lui si preoccupa ed è molto sensibile. Potrebbe reagire in maniera sfrontata e violenta ma, una volta tornato a casa, se ha avuto una brutta giornata, cade a pezzi quando arriva a casa.




Marco non vede l’ora di cominciare il nuovo anno scolastico e vuole sedersi ed essere ‘’responsabile e maturo’’. Dice questo ogni anno ma non sempre ci riesce. Lo scorso anno è stato difficile per lui e la sua autostima ne ha molto risentito.

Le abbiamo allegato una lista di cose che hanno funzionato in determinate situazioni.

Noi accogliamo qualsiasi idea lei abbia per tenere impegnato Marco a scuola aumentando al contempo la sua autostima e il suo successo scolastico. Ci contatti pure quando ne ha bisogno, sul cellulare o via email.

Speriamo di poter di collaborare con lei durante l’anno.

Cordiali saluti,

 

 

 

I genitori di Marco

Lista di suggerimenti dei genitori di Marco:

  1. Elogi. Risponde bene agli elogi. Quando riceve rinforzi positivi, la sua ansia decresce e può dedicarsi meglio al compito. Se possibile, è preferibile parlargli dei suoi comportamenti sbagliati in privato.
  2. ’Lasciapassare’’. Gli anni scorsi, le insegnanti gli davano un lasciapassare per permettergli di uscire quando aveva bisogno di una pausa. Non lo usa spesso, ma sapere che può usufruirne può aiutarlo a controllare l’ansia. Può alzarsi di volta in volta per prendere un fazzoletto di carta o per temperare la matita e questo lo aiuta a stare seduto per il resto del tempo. Diventa ansioso, spesso al punto di avere un attacco di claustrofobia, quando è nello stesso posto per troppo tempo.
  3. Spazio tranquillo. Marco fa fatica a mantenere la concentrazione per molto tempo durante i compiti in classe o la lettura. In queste occasioni dovrebbe dargli uno spazio tranquillo.
  4. Problemi con la matematica. Quando deve fare un compito di matematica in classe, ha delle difficoltà. Avere uno o due problemi per foglio lo aiuterebbe dato che, per concentrarsi, Marco tende a dividere il foglio in quattro parti in modo svolgere prima un problema e poi l’altro.
  5. Programmazione delle ore. Se possibile, le materie più impegnative dovrebbero essere messe durante le prime ore perchè mantenere la concentrazione fino all’ultima ora per lui è complicato. L’insegnante che fa lezione durante le ultime ore dovrebbe essere informata di ciò.
  6. Limitare la lettura in classe.  E’ quasi impossibile per Marco leggere in aula, è meglio assegnargli le letture da fare a casa dove legge in tranquillità.
  7. Flessibilità per i ritardi. Almeno che non gli sia ricordato spesso, la disorganizzazione di Marco lo porta a non svolgere i compiti in tempo. Per questo motivo dovrebbe avere un po’ di pazienza e flessibilità.

 

Qui invece una lettera scritta da un bambino di 11 anni all’insegnante.

 

Cara prof.ssa Rossi,

mia madre e mio padre mi hanno chiesto di scriverle una lettera per presentarmi.

Anche se ho l’ADHD penso di essere un bambino piuttosto intelligente. A scuola continuo ad impegnarmi per ottenere risultati migliori. Sto facendo del mio meglio per ascoltare la lezione anche quando sento che mi sto annoiando. Sto anche facendo pratica per non reagire impulsivamente. La mia insegnante dello scorso anno non ha mai mollato con me e quando ho fatto progressi è stata fiera di me. Lentamente sono diventato sempre più consapevole dei miei ‘’limiti’’ e poi ci ho lavorato su.




Per imparare meglio mi piace andare direttamente al nocciolo della questione. Non mi piace molto ascoltare tanti esempi, solo che mi si dica come una cosa funziona e se non la capisco faccio delle domande. E’ importante che lei mi aiuti in quel momento altrimenti dopo la scuola avrò già dimenticato tutto.

Cordiali saluti,

Enrico

 



Articolo a cura di Paolo Rosamilia

 

M. si alza come tutte le mattine alle ore 8.00. Accanto al letto ha riposto la sua agenda: ore 10 caffè con E., ore 12 pranzo con F., ore 15 lavoro.
M. lavora come segretaria per un noto avvocato ed è molto apprezzata a lavoro per la sua precisione e meticolosità.
Appena si alza M. non è al meglio, si sente minacciata dalla routine quotidiana: fare il caffè, la doccia, vestirsi… Per lei queste non sono cose semplici. Il rumore della moka avverte che il caffè è pronto, M. subito spegne il gas e gira la manovella del fornello per 4 volte per esser sicura di averlo spento bene. M. non riesce a spiegarsi bene perché le servono 4 volte per sentirsi sicura, lo fa in automatico, quasi per scaramanzia.
Dopo il momento della colazione arriva quello della doccia.
Per M. fare la doccia è una prassi complicata. Usa due spugne, una per le parti intime e una per la schiena, il torso e le spalle. Se accidentalmente una delle spugne entra a contatto con l’altra per lei è una cosa inaccettabile, non si sente a posto e deve ricominciare da capo.
Compie questa sequenza di lavaggio per 4 volte, numero quasi sempre sufficiente a farla sentire “pulita”.
M. controlla l’orologio che segna le 9 meno 20, ci vogliono 30 minuti per arrivare a prendere il caffè con E., si deve sbrigare e le sale un po’ di agitazione.
Inizia a lavarsi ma non è sicura di aver fatto bene la procedura e ricomincia da capo.
M. è agitata: più cerca di contare quante volte riesce ad insaponarsi e sciacquarsi, più ha la sensazione di non aver contato bene, come se non riuscisse più a fidarsi della sua memoria.
Finalmente M. riesce ad uscire dalla doccia ma si sente molto insicura. Decide di ricontrollare di aver spento il fornello, si sente agitata, muove la manovella per 4 volte ma non si sente a posto, non è sicura di averlo fatto bene, inizia a ripetere la procedura.
Controlla l’ora: ormai sono le 10 meno 10, decide di mandare un messaggio ad E. per disdire l’appuntamento.
Si sente triste e in colpa, è  la terza volta in questa settimana che rimanda l’appuntamento con la sua amica E., chissà cosa penserà di lei.
M. decide di vestirsi, deve andare a pranzo con F., quel ragazzo gentile conosciuto da poco e che a lei piace molto.
Si veste, ricontrolla il gas, si sente finalmente soddisfatta. Prima di uscire di casa si specchia velocemente per sistemarsi i capelli e sentirsi più sicura.
Mentre alza il braccio per sistemare un ciuffo ribelle nota un piccolo alone di sudore sulla camicia di seta bianca.
Per M. è inaccettabile, è estate, fa caldo, lei si è agitata ma queste spiegazioni non la fanno stare meglio.
Riapre l’acqua e ricomincia la procedura di lavaggio. M. ha la sensazione sempre più forte di non aver fatto le cose per bene. Quando esce dalla doccia è troppo tardi per il pranzo con F., si sente a pezzi. Chissà se riuscirà ad andare al lavoro…

Per saperne di più sul Disturbo Ossessivo Compulsivo

Articolo a cura di Paolo Rosamilia



Essere genitori rappresenta un compito importante e delicato. I genitori sono le persone che i bambini osservano più spesso, le persone di cui si fidano, coloro da cui ricevono apprezzamenti e rimproveri. L’impatto che i genitori possono avere sulla vita dei propri figli è quindi molto rilevante. Ecco alcuni “trappole” in cui è facile cadere:




1-La trappola dell’escalation

La trappola dell’esclation può avvenire in due diversi modi. Il primo è quando l’escalation avviene da parte del bambino. Immaginiamo che un bambino chieda di mangiare una merendina nel pomeriggio e il genitore risponda: “No, tra poco ci mettiamo a tavola per cena”. Per tentare di ottenere ciò che vuole, il bambino può iniziare una serie di comportamenti di protesta (piangere, urlare, controbattere, chiedere con insistenza, etc, ) che aumentano gradualmente di intensità. Di fornte a questa escalation a volte il genitore acconsente alla richiesta, pensando che di fronte ad un comportamento del genere non ci fosse altro modo di fermarlo.

Ma ciò che il bambino ha imparato è che per ottenere una merendina (o un videogioco, o il permesso di andare fuori, etc.) occorre urlare, piangere, strillare sempre più forte. Questo significa che ogni volta che il bambino si roverà di fronte ad un NO, inizierà un escalation di questo tipo, sicuro di riuscire ad ottenere ciò che vuole.




L’escalation può avvenire anche in direzione opposta. Immaginiamo per esempio che un genitore dica al figlio: “Lavati le mani perché tra un po’ andiamo a tavola”. Il bambino sta guardando la TV, o giocando con un videogioco, e risponde di si, ma continua a giocare. Allora il genitore, lo chiede di nuovo. Poi ancora una volta. Infine, il genitore si mette ad urlare e sarà visibilmente arrabbiato. A questo punto, il bambino smette di giocare e va in bagno a lavarsi le mani.

Ciò il bambino può aver capito è che non deve davvero fare qualcosa, fintanto che il genitore non alza la voce. In altre parole, ciò che i genitori dicono tranquillamente può essere ignorato. Il problema qui consiste nel fatto che il genitore impara che l’unico modo per essere obbedito è alzare la voce.

2- La trappola del “E’ solo un periodo, poi passa…”

Un’altra trappola in cui i genitori possono cadere è quella di notare dei comportamenti problematici da parte di un figlio e di sperare che (spontaneamente) si risolvano da soli. Spesso un genitore può pensare, “è solo una fase, poi passa…”.

Questo può accadere quando il figlio è aggressivo nei confronti degli altri bambini, quando a scuola prende note, quando dimentica quaderni e libri in giro e così via. In realtà il modo in cui un genitore risponde può far scomparire rapidamente questi comportamenti.




Se un bambino mette in atto un comportamento eccessivo (per esempio, picchiare un compagno) e non viene messa in atto nessuna conseguenza, il messaggio che il bambino riceve è che qualsiasi comportamento è accettabile. Crescendo questo tipo di messaggio diventa sempre più pericoloso.

La trappola del “L’hai fatto apposta”

Questo tipo di trappola rappresenta un problema perché tenta di “interpretare” le intenzioni del bambino. Per esempio, un bambino che continua a dimenticarsi i quaderni a scuola potrebbe subire delle conseguenze per il suo a comportamento a seconda di come viene interpretato. Un genitore potrebbe lasciar correre in alcuni casi e in altri impedire al bambino di giocare ai videogiochi come punizione. Il messaggio ricevuto è incoerente e il bambino non comprende se il comportamento è sbagliato o irrilevante.

 



L’emetofobia è la paura di vomitare o di vedere gli altri vomitare ed è sorprendentemente comune tra bambini e adulti.

Come si sviluppa la paura

Molti dei bambini che sviluppano questa fobia hanno già un temperamento ansioso e alcuni episodi possono poi scatenarla, come vedere una persona vomitare o farlo in prima persona. Cominciano ad associare degli stimoli dell’ambiente al vomito e poi ne hanno paura. A poco a poco iniziano ad evitare luoghi o cose che associano al vomito e/o si rifiutano di scrivere o pronunciare la parola ‘’vomito’’. Diventano rigorosi nelle loro abitudini alimentari evitando tutto ciò con cui non hanno familiarità, controllano compulsivamente la data di scadenza dei prodotti. In alcuni casi la limitata alimentazione diventa un problema.




La paura si intensifica

Alcuni bambini non sanno spiegare la loro paura, i genitori brancolano nel buio e purtroppo sottovalutano il problema. Solitamente, l’emetofobia si presenta come tutte la altre fobie, all’inizio non si percepisce poi cresce sempre di più. Solo a quel punto i genitori si rendono conto del disagio che prova il proprio bambino. Prima di arrivare a questo punto,però, i genitori fanno quello che gli viene naturale: consolano e rassicurano i propri figli. Questo prolunga solo il problema poiché evitare ciò di cui hanno paura o rassicurarli rafforza solo la loro fobia.

Pediatri e genitori che non hanno familiarità con la fobia tendono a considerarla una cosa passeggera ma c’è un altro motivo per cui questi bambini spesso non ricevono trattamenti, ovvero la vergogna. Inibire i timori di chi ha una fobia (ad esempio dicendogli che è ridicola) e ve ne sta parlando gli fa sviluppare una tremenda vergogna.




Trattamento

Uno dei trattamenti maggiormente usati per l’emetofobia è l’esposizione con prevenzione della risposta. Spesso al paziente viene insegnata una tecnica di rilassamento, che può essere facilmente utilizzata per ridurre più velocemente l’ansia provocata dalla situazione.Lo psicologo lavora con il paziente per creare una gerarchia di cose e/o situazioni che gli fanno paura, in una scala da 1 a 10. In seguito il paziente viene esposto a ciò che teme, uno stimolo alla volta e in ordine progressivo. Per un emetofobo questo potrebbe consistere nel cominciare scrivendo la parola ‘’vomito’’, per poi passare a parlarne, vederne l’immagine e così via. Mettere il paziente nella situazione temuta senza permettergli di evitarla lo porta a sperimentare ansia arrivando ad un picco che man mano decresce. Alla fine del trattamento, le persone si sorprendono della loro capacità di affrontare situazioni che prima ritenevano impossibili per loro.

 

 






Cosa possono fare i bambini che hanno difficoltà di socializzazione

Ogni genitore sa che gli amici sono importanti. Gli amici arricchiscono le nostre vite, aumentano la nostra autostima e ci offrono supporto morale quando ne abbiamo bisogno. Imparare ad instaurare una relazione di amicizia di successo è un’abilità cruciale per i bambini, un’abilità che metteranno in pratica, e perfezioneranno, per l’intero corso della loro vita.




Ma alcuni bambini hanno difficoltà a integrarsi. Capisaldi dell’interazione nel periodo dell’infanzia, come la condivisione di un giocattolo o i giochi di ruolo fanno parte dell’interazione con i coetanei. Anche se i genitori non possono trovare amici per i loro figli, possono aiutarli a sviluppare e mettere in pratica le abilità sociali chiave. Se vedete il vostro bambino lottare per costruire delle amicizie o essere respinto da altri bambini, di seguito troverete alcuni passi che potrete intraprendere per aiutarlo.

 

Sviluppare abilità sociali

Le abilità sociali non si manifestano naturalmente in tutti i bambini. I bambini impulsivi e iperattivi spesso agiscono in modi che ostacolano il loro forte desiderio di amicizia, nota Mary Rooney, PhD, una psicologa specializzata in ADHD e nei disturbi del comportamento dirompente. Spesso hanno difficoltà ad alternarsi e a controllare la loro rabbia quando non si fanno le cose a modo loro. I bambini più disattenti possono mostrare un comportamento volubile o gironzolare ai margini dei gruppi di gioco, incerti su come affermarsi. Se notate che il vostro bambino sta lottando per interagire con i suoi coetanei, provate ad allenarvi insieme a casa. Durante i giochi in famiglia sottolineate l’importanza dell’alternarsi e della condivisione e spiegate al bambino che gli amici si aspettano lo stesso buon comportamento. Ai bambini impulsivi gioverà inoltre praticare diverse strategie per la risoluzione dei conflitti tra compagni. Il gioco di ruolo può essere molto utile in questo caso. Per i bambini che necessitano una maggiore guida, gli esperti suggeriscono di ricorrere agli “script sociali” o alle semplici conversazioni quotidiane che i bambini possono mettere in pratica con i loro genitori. “Spesso i bambini diranno ‘tutti mi odiano,’ ma non sono in grado di descrivere quello che sta succedendo.” Gli insegnanti possono offrirvi una migliore rappresentazione delle interazioni del vostro bambino con in suoi coetanei e suggerirvi i compagni di classe più positivi per organizzare incontri doposcuola per giocare. Fino a quando i bambini non iniziano a giocare, lasciate che l’incontro evolva naturalmente. I bambini imparano dalle conseguenze naturali delle loro azioni, perciò è importante permettere loro di socializzare in un ambiente caloroso e solidale. Quando esaminate come si è svolto l’incontro, concentratevi sui buoni comportamenti che si desiderano consolidare. I bambini sono più motivati dalla lode che dalle critiche evitate. Una lode specifica e marcata è più utile.




 

Aiutare i bambini timidi

Alcuni bambini hanno bisogno di più tempo per adattarsi a nuove situazioni. Non preoccupatevi se il vostro bambino è un po’ più titubante nelle situazioni sociali. Aspettarsi che ogni bambino si lanci e sia il leader del gruppo non è realistico, dunque evitate di spingerli troppo. Tuttavia, non dovete fare l’errore di tenere i bambini più timidi a casa, Rachel Busman, PsyD, psicologa che lavora con i bambini che soffrono d’ansia, spiega: “C’è una differenza tra accomodare e favorire. Ai bambini più timidi vogliamo offrire l’opportunità di incontrare nuovi ragazzi, ma vogliamo aiutarli a superare la transizione in modo che non si sentano a disagio”. La dr.ssa Busman suggerisce di organizzare gli incontri di gioco prima a casa vostra, dove il bambino si sentirà più libero. Come con qualsiasi abilità sociale, i genitori possono aiutare i bambini timidi a prepararsi in tempo a una situazione che li rende nervosi, come andare a una festa di compleanno o incontrare un nuovo gruppo di persone.

 

Ogni bambino è diverso

C’è una differenza anche tra i bambini timidi e coloro che sono semplicemente più introversi e preferiscono passare il loro tempo a leggere o disegnare da soli. “Bambini diversi nella stessa famiglia possono avere diversi limiti sociali e gradi di comfort. Un bambino che preferisce passare il proprio tempo in tranquillità o trovarsi in piccoli gruppi non sta necessariamente evitando gli altri bambini.” Ma è essenziale che i bambini più introversi abbiano la possibilità di fare amicizie. Infine, è importante che i genitori non trasferiscano troppo le proprie aspettative sociali sui bambini. “I bambini hanno bisogno solo di uno o due buoni amici. Non dovete preoccuparvi che sia il bambino più popolare della classe”.






Qual’è la carriera lavorativa migliore  per i bambini con ADHD? Il team di Healthline Medicine ha provato a stilare una lista di mestieri nei quali le caratteristiche dell’ADHD possono essere un vantaggio.  Fra gli aspetti dell’ADHD che sono evindenti anche negli adulti, sono comuni irrequietezza, disorganizzazione e difficoltà di concentrazione. Ma l’ADHD ha anche dei punti di forza e la scelta di una carriera che li valorizzi è la chiave per il successo professionale. Vediamo alcune delle professioni in cui queste persone possono ottenere grandi risultati.




1)Fare il poliziotto o il vigile del fuoco è impegnativo, si tratta di lavori esenti dalla monotonia e questa è una cosa positiva per le persone con ADHD che traggono piacere dal  costante cambiamento. Essere impegnati in un lavoro del genere li renderebbe appagati e gratificati.

2) Medico o infermiere: le persone con ADHD tendono a lavorare bene in un contesto dinamico e ad alta reattività come quello di un pronto soccorso o di un ambulanza. Tuttavia, lavorare in un ospedale potrebbe richiedere lunghi tempi di concentrazione, il dover rispondere ad un’autorità ed altre cose che potrebbero mettere in difficoltà una persona con ADHD ma avere dei colleghi disposti ad aiutare è fondamentale in questi casi.

3) Commerciante: queste persone eccellono nel parlare con gli altri. I lavori nel settore vendite sono un ottimo modo per sfruttare questa naturale tendenza in modo positivo.

4) Artisti e animatori: l’energia che serve per avere successo nel mondo dello spettacolo – come ballerino, attore di teatro, artista grafico – è estenuante per la maggior parte delle persone ma non per quelle con ADHD. Le loro peculiarità li può spingere verso una fruttuosa carriera creativa.

5) Militare: l’ambito militare, in cui vengono richiesti ordine e disciplina, può sembrare inadatto per persone con ADHD. Eppure, molte di queste danno il meglio di sè in questo lavoro. Questo perchè ricevono istruzioni chiare, hanno obiettivi ed incentivi per raggiungerli.




6) Imprenditori: gli imprenditori devono avere determinazione, energia illimitata, e il desiderio di avere successo. Essi devono interagire con gli investitori, dipendenti e clienti. Ciò richiede una grande quantità di lavoro autonomo, di organizzazione e di pianificazione. Sono settori nei quali le persone con ADHD tipicamente lottano ma non quando si tratta di un’attività in proprio.

7) Meccanico: lavorare con macchine, barche, moto ecc. è un lavoro pratico e fisico. Non è monotono, richiede spesso l’interazione faccia a faccia e l’uso di capacità critiche di pensiero. E’ perfetto per una persona con ADHD che si sente intrappolata dietro una scrivania e ama risolvere i problemi.




8) Camionista: i camionisti hanno una missione, ovvero un posto in cui andare e un certo tempo per farlo. E’ a struttura perfetta per una persona con ADHD poichè i dipendenti con ADHD prosperano in ambienti dove hanno istruzioni e direttive chiare.  Questa professione permette anche gli adulti con ADHD di lavorare al di fuori di un ufficio, interagire con gli altri, e usanre la loro inesauribile energia per completare le assegnazioni.

 



Il Rilassamento Muscolare Progressivo è una tecnica di rilassamento molto utilizzata con le persone adulte, poiché è in grado di ridurre in maniera significativa la tensione muscolare risultando particolarmente utili nelle persone ansiose. Ne è stata sviluppata una versione per bambini e di seguito sono riportate le istruzioni da leggere. Prima di iniziare ricordate alcune indicazioni:

  • Il rilassamento deve essere fatto in un ambiente caldo
  • Indossando abiti comodi
  • Ogni esercizio deve essere ripetuto 3 volte

 

1- Il limone- Immagina di avere un limone intero nella tua mano sinistra. Strizzalo forte, cercando di far uscire tutto il succo. Cerca di notare la tensione nella mano e nel tuo braccio, quando stringi così fortemente. Adesso immagina di lasciar cadere il limone di colpo e cerca di rilassarti. Cerca di notare la sensazione piacevole quando la tua mano e il tuo braccio sono rilassati.




2- Il gatto pigro- Fai finta di essere un gatto, che si vuole stirare. Allunga le tue braccia davanti a te e sollevale in alto sopra la tua testa. Prova a notare la tensione che senti nelle spalle. Adesso lasciale cadere di colpo.

3- La tartaruga- Adesso immagina di essere una tartaruga. Ti trovi in una roccia vicina ad un tranquillo stagno e ti stai scaldando al sole. Improvvisamente avverti un pericolo e tiri dentro la testa. Prova ad avvicinare le tue spalle il più possibile vicino alle orecchie. Prova a notare la tensione. Adesso il pericolo è passato e puoi rilassarti.

4- La gomma da masticare gigante- Immagine di avere una gomma da masticare gigante in bocca. E’ veramente dura da masticare. Prova a stringere i denti e senti la tensione che arriva fino ai muscoli del collo. Adesso immagina di aprire la bocca e lasciare cadere la gomma nel cestino. Prova a notare la piacevole sensazioni di rilassamento quando i muscoli non sono tesi.

5- La mosca al naso- Immagina che una mosca si sia posata sul tuo naso. Prova a mandarla via senza usare le mani, provando ad arricciare il naso. Cerca di arricciarlo il più possibile. Adesso immagina che sia volata via e rilassa il tuo naso.




6- L’elefante distratto- Adesso sei disteso per terra. Immagina di essere in un prato e ti stai rilassando al sole. Ad un certo punto, arriva un elefante che non si accorge che sei sdraiato e ti mette una zampa sulla pancia. Tu quindi contrai i muscoli della pancia. Devi contrarre davvero tanto per sopportare il peso dell’elefante. Adesso l’elefante è andato via e ti puoi rilassare.

7- I piedi nel fango- Adesso immagina di avere i piedi immersi nel fango. Tu vuoi uscire dal fango per cui devi allungare i tuoi piedi il più possibile e cercare di sfilarli. Quando sei uscito dal fango puoi rilassare gambe e piedi.




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