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“Uffa! Che cosce enormi che ho!”
“Non me ne parlare, io sto diventando una mongolfiera, guarda che pancia!”

Conversazioni di questo tipo tra amiche non sono poi così rare, anzi sono così diffuse e di non trascurabile rilevanza che hanno assunto una denominazione particolare: si tratta di “Fat Talk”. Sotto questo termine si raccolgono tutte quelle affermazioni denigratorie verso il proprio aspetto fisico, che tacitamente promuovono l’ideale di magrezza. Tali affermazioni, in apparenza così normali e poco pericolose, nascondono invece degli effetti importanti sia verso chi le pronuncia che verso chi partecipa attivamente a conversazioni che facilmente si sviluppano attorno ad un tale argomento.




La ricerca.
Uno studio ha indagato sperimentalmente il ruolo del Fat Talk nelle relazioni amicali, cercando in particolare di rispondere alla domanda: è possibile che il Fat Talk promuova l’insorgere di alcuni correlati dei disturbi dell’alimentazione quali l’interiorizzazione dell’ideale di magrezza, l’insoddisfazione corporea, il malumore, e l’intenzione di mettersi a dieta?

43 coppie di amiche tra i 17 ed i 25 anni sono state invitate a presentarsi nei laboratori della University of Queensland per partecipare a uno studio a loro presentato con il nome “Chattare con le amiche”. Al loro arrivo, la coppia di amiche veniva separata, ogni donna veniva fatta accomodare in una cabina con un computer in cui era predisposta la finestra di una chat. Ogni partecipante era istruita ad utilizzare la chat per commentare con l’amica 20 foto di alcune celebrità presentate una alla volta, veniva inoltre detto loro che il computer avrebbe assegnato casualmente ad una delle due amiche il ruolo di promotrice della discussione, mentre l’altra amica avrebbe potuto solamente replicare al messaggio ricevuto. In realtà, entrambe le partecipanti erano poste in quest’ultima condizione così da rispondere a commenti già predisposti dallo sperimentatore, ignare di ciò entrambe le partecipanti credevano che i commenti provenissero dall’amica. I commenti erano di tre tipi così da creare tre diverse condizioni:
condizione neutrale: commenti che non riguardavano l’aspetto fisico, esempio: “Che attrice straordinaria!”
condizione di Fat Talk: commenti che esplicitamente valutavano la magrezza o esprimevano insoddisfazione corporea, esempio: “Sta proprio bene da quando ha perso un po’ di chili!” “Dovrei stare più attenta a quello che mangio!”
condizione positiva: commenti caratterizzati da accettazione e soddisfazione per il proprio aspetto fisico, come: “Che bella quella gonna! Mi starebbe benissimo!”
Conclusa questa fase, ogni partecipante compilava dei questionari che andavano a misurare il grado in cui erano presenti vari aspetti quali: malumore, interiorizzazione dell’ideale di magrezza ed intenzione di mettersi a dieta, ed un questionario volto ad indagare le “norme” esistenti all’interno del gruppo amicale riguardo al Fat Talk con domande del tipo: “Quanto spesso le ragazze nel tuo gruppo parlano di suggerimenti per diete/perdita di peso?” “In che modo le tue amiche sono insoddisfatte del proprio peso/forma corporea?”




Quali risultati?
I correlati dei disturbi alimentari rilevati attraverso i questionari erano presenti in maniera significativamente maggiore tra coloro che erano coinvolte in commenti riconducibili alla categoria dei Fat Talk rispetto a coloro che erano esposte a commenti positivi verso il proprio aspetto fisico o commenti neutrali. Di particolare interesse è l’osservazione che le donne che osservavano le proprie amiche commentare con Fat Talk ma che evitavano di rispondere con lo stesso genere di affermazioni, non manifestavano effetti negativi sul proprio benessere; coloro che invece partecipavano attivamente alla conversazione rispondendo a loro volta con commenti di insoddisfazione verso il proprio aspetto fisico, riportavano un’aderenza maggiore a caratteristiche tipiche dei disturbi alimentari. Le persone che non fomentano discussioni attorno all’insoddisfazione corporea riportano dei benefici registrando maggior benessere, ma devono pagare dei costi in termini “sociali”. Vi è infatti una “funzione sociale dei Fat Talk” per cui donne che aderiscono maggiormente all’ideale espresso dal gruppo conformandovisi, vengono valutate più positivamente rispetto a chi se ne discosta, ad esempio in gruppo pro-Fat Talk astenendosi dal pronunciare affermazioni di questo genere.

Il Fat Talk diventa così un mezzo attraverso il quale all’interno del gruppo amicale si crea un clima in cui l’insoddisfazione ed il malcontento verso il proprio corpo vengono perpetuati, svolgendo un ruolo causale nella promozione di atteggiamenti che favoriscono l’insorgere di disturbi alimentari. Ne deriva che modificare una tale modalità di comunicazione porterà dei benefici non solo in termini personali ma anche per l’intero gruppo amicale, anche se ciò potrebbe avere l’effetto paradossale di ridurre la qualità percepita delle relazioni amicali stesse.

Articolo Originale:
Cruwys et al. An experimental investigation of the consequences and social functions of fat talk in friendship groups. Int J Eat Disord. 2015 (in stampa).

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Il Rilassamento Muscolare Progressivo è una tecnica di rilassamento molto utilizzata con le persone adulte, poiché è in grado di ridurre in maniera significativa la tensione muscolare risultando particolarmente utili nelle persone ansiose. Ne è stata sviluppata una versione per bambini e di seguito sono riportate le istruzioni da leggere. Prima di iniziare ricordate alcune indicazioni:

  • Il rilassamento deve essere fatto in un ambiente caldo
  • Indossando abiti comodi
  • Ogni esercizio deve essere ripetuto 3 volte

 

1- Il limone- Immagina di avere un limone intero nella tua mano sinistra. Strizzalo forte, cercando di far uscire tutto il succo. Cerca di notare la tensione nella mano e nel tuo braccio, quando stringi così fortemente. Adesso immagina di lasciar cadere il limone di colpo e cerca di rilassarti. Cerca di notare la sensazione piacevole quando la tua mano e il tuo braccio sono rilassati.




2- Il gatto pigro- Fai finta di essere un gatto, che si vuole stirare. Allunga le tue braccia davanti a te e sollevale in alto sopra la tua testa. Prova a notare la tensione che senti nelle spalle. Adesso lasciale cadere di colpo.

3- La tartaruga- Adesso immagina di essere una tartaruga. Ti trovi in una roccia vicina ad un tranquillo stagno e ti stai scaldando al sole. Improvvisamente avverti un pericolo e tiri dentro la testa. Prova ad avvicinare le tue spalle il più possibile vicino alle orecchie. Prova a notare la tensione. Adesso il pericolo è passato e puoi rilassarti.

4- La gomma da masticare gigante- Immagine di avere una gomma da masticare gigante in bocca. E’ veramente dura da masticare. Prova a stringere i denti e senti la tensione che arriva fino ai muscoli del collo. Adesso immagina di aprire la bocca e lasciare cadere la gomma nel cestino. Prova a notare la piacevole sensazioni di rilassamento quando i muscoli non sono tesi.

5- La mosca al naso- Immagina che una mosca si sia posata sul tuo naso. Prova a mandarla via senza usare le mani, provando ad arricciare il naso. Cerca di arricciarlo il più possibile. Adesso immagina che sia volata via e rilassa il tuo naso.




6- L’elefante distratto- Adesso sei disteso per terra. Immagina di essere in un prato e ti stai rilassando al sole. Ad un certo punto, arriva un elefante che non si accorge che sei sdraiato e ti mette una zampa sulla pancia. Tu quindi contrai i muscoli della pancia. Devi contrarre davvero tanto per sopportare il peso dell’elefante. Adesso l’elefante è andato via e ti puoi rilassare.

7- I piedi nel fango- Adesso immagina di avere i piedi immersi nel fango. Tu vuoi uscire dal fango per cui devi allungare i tuoi piedi il più possibile e cercare di sfilarli. Quando sei uscito dal fango puoi rilassare gambe e piedi.




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Vediamo in dettaglio alcune caratteristiche che aiutano a riconoscere un bambino come iperdotato.

1) Spiccate abilità verbali: molti bambini iperdotati iniziano a parlare ben prima degli altri. E già da subito mostrano un lessico, una sintassi, una semantica molto più complesse di ciò che ci si aspetterebbe da un bambino della stessa età. Queste precoci abilità verbali solitamente si mostrano nella comprensione assai sofisticata di concetti astratti (quale, ad esempio, la creatività). Solitamente amano leggere molto e sono abili lettori: queste capacità nascono perlopiù automaticamente e da autodidatti apprendono la lettura e la scrittura.

2) Un’insolita buona memoria: una caratteristica fondamentale è che essi imparano in fretta e facilmente e ricordano con meno allenamento rispetto ai “normodotati”. Essi hanno inoltre un’eccellente memoria visiva e riescono a memorizzare qualsiasi dettaglio di una pagina stampata.




3) Una forte curiosità: i bambini iperdotati solitamente chiedono continuamente “perchè?”, pongono molti quesiti agli adulti, anche su questioni scomode, a cui i più grandi trovano difficoltà nel rispondere.

4) Un’ampia gamma di interessi: i loro interessi sono molto più ampi e sviluppati rispetto alla media. Alcuni concentrano la loro attenzione su un unico interesse; altri invece saltano da una passione all’altra, risultando agli occhi degli adulti dei “disorganizzati”. Quest’ultimo tratto caratteriale, sebbene possa essere irritante per genitori e insegnanti, è molto comune tra i bambini iperdotati.

5) Interesse nella sperimentazione: questi bambini utilizzano buona parte della loro giornata a sperimentare come funzionano gli oggetti della casa, a volte anche ai limiti della pericolosità.

6) Intensa immaginazione e creatività: è comune che questi bambini abbiano spesso un amico immaginario con cui giocano e di cui spesso inventano una vera e propria identità: per loro questo mondo immaginario può diventare davvero reale!

7) Notevole senso dell’umorismo: la loro forte immaginazione si esprime spesso in un insolito senso dell’umorismo, che li spinge a creare in continuazione indovinelli e giochi di parole.

8) Richiesta incessante di spiegazioni: i gifted sono sempre alla ricerca di spiegazioni alle loro domande, e non si accontentano facilmente di risposte superficiali.

9) Intolleranza verso gli altri: l’ enorme energia, che li porta ad avere sempre un contagioso entusiasmo, li può portare anche ad essere impazienti con gli altri. Hanno difficoltà a capire perché gli altri bambini non condividano i loro interessi o non sembrino afferrare la soluzione a problemi, che appare invece a loro così palese.

10) Curva dell’attenzione più lunga: molti bambini iperdotati spendono un gran numero di ore a leggere, disegnare, costruire modelli. La loro concentrazione è intensa, focalizzata su un’attività specifica; possono anche notare dettagli che agli altri sfuggono.

11) Un pensiero complesso: essi sono alla ricerca continua della complessità. Amano organizzare persone o cose entro sistemi complessi, come inventare giochi con regole molto sofisticate.

12) Impegnati in temi politici o sociali: dal momento che sono in grado di vedere le sfumature della vita attorno a loro, i bambini gifted sono preoccupati delle “regole” della vita molto più dei compagni della loro età, specialmente per quanto riguarda il tema della giustizia.

13) Sensibilità: solitamente i ragazzi brillanti sono anche più sensibili: notano molte più cose nell’ambiente che li circonda e reagiscono più energicamente. Sono spesso consapevoli dei loro sentimenti e possono risultare molto emotivi.

14) Intensità: questa è probabilmente la caratteristica più importante negli iperdotati. Semplicemente essi tendono ad essere molto più profondi degli altri bambini in qualsiasi cosa essi facciano. Ad esempio, se essi sono interessati a giocare a scacchi, questo diventerà tutto ciò che vogliono fare.

15) Sognare ad occhi aperti: questi bambini spesso si perdono nelle loro fantasticherie, al punto di diventare inconsapevoli di ciò che succede loro attorno.

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Ogni genitore vuole essere un “buon genitore”, ma cosa lo definisce tale? Quali sono gli obiettivi? Fondamentalmente i genitori hanno sei compiti importanti da portare a termine:

  1. Accettare e apprezzare l’unicità del proprio bambino.
  2. Aiutare il proprio bambino ad essere sé stesso e a relazionarsi con gli altri.
  3. Aiutare il proprio bambino a sviluppare una relazione e un senso di appartenenza all’interno della famiglia.
  4. Coltivare/nutrire lo sviluppo di valori.
  5. Insegnare al bambino l’auto motivazione, l’autogestione e l’autodisciplina.
  6. Aiutare il bambino a scoprire le sue passioni ed impegnarsi a lasciarlo esplorare.

 




Sicuramente i genitori hanno idee molto diverse in merito a che cosa sia un appropriato stile parentale e, solitamente, il loro stile deriva dal modo in cui essi stessi sono stati cresciuti. Di fatto, non esiste un unico modo migliore per crescere un bambino; esso dipende dalle caratteristiche del bambino. Il miglior modo per la vostra famiglia è qualunque cosa sulla quale tu e il tuo partner vi siete accordati, che si implementi coerentemente per raggiungere i sei obiettivi precedentemente elencati.

 

Gli errori sono una parte della vita. Non sempre siamo i genitori che vorremmo essere. Come afferma lo psicologo Haim Ginott: nessun genitore si sveglia la mattina pianificando di rendere la vita di suo figlio infelice. Nessuna madre dice a se stessa Oggi urlerò, tormenterò e umilierò mio figlio ogni qualvolta mi sia possibile. Ma, a dispetto delle buone intenzioni, ci ritroviamo a dire cose che non intendevamo dire o ad usare un tono che non volevamo usare. Noi siamo abbastanza saggi da imparare da questi errori e provare a migliorare.




Come per molti aspetti della vita, essere un buon genitore comprende aspetti che dipendono dal caso o dalla fortuna. Ci sono tantissimi genitori che sembrano aver fatto il loro meglio e nonostante ciò i loro figli non sono cresciuti come speravano. La genitorialità è un’esperienza molto faticosa. Bisogna lottare, facendo il proprio meglio. Si deve avere fiducia nel fatto che si sono costruite solide basi ed instillati solidi valori nei propri bambini, tenendo sempre presente che i risultati dei propri sforzi non si possono vedere immediatamente.

 

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“Se prendi un cane che muore di fame e lo nutri, non ti morderà. E’ questa la differenza principale tra un cane e un uomo.”
Mark Twain

Molti studi hanno dimostrato che il supporto sociale è un fattore importante di benessere sia fisico che psicologico, riflettendo la centralità del “senso di appartenenza” nelle nostre vite. Questo bisogno, solitamente soddisfatto dalle interazioni umane, può essere ugualmente appagato anche dai nostri animali domestici?

Delle interessanti scoperte sono emerse da un gruppo di ricercatori della Miami University e Saint Lois University, i quali hanno condotto tre studi partendo da alcune considerazioni. Dalla letteratura scientifica è noto che un maggior supporto sociale porta le persone ad avere miglior salute fisica e psicologica (maggior autostima, miglior funzionamento cardiovascolare, endocrino ed immunitario). Generalmente il supporto deriva dagli “altri significativi” per la persona, come genitori, fratelli, sorelle ed amici. Ma come ben sa chi ha un animale domestico, in questa categoria rientrano spesso anche i nostri “amici a quattro zampe” che a modo loro contribuiscono, come una qualsiasi altra persona significativa, a fornire un importante supporto sociale a chi li accudisce.




Ma gli animali domestici sono veramente in grado di fornire un supporto sociale significativo al loro padrone migliorandone benessere, felicità ed addirittura salute fisica?

I ricercatori hanno primariamente indagato le differenze tra coloro che possiedono uno o più animali domestici e chi invece non ne ha per quanto riguarda il livello di benessere, caratteristiche di personalità e stile di attaccamento.
I primi riportano delle caratteristiche di personalità associate a maggior benessere: sono più coscienziose ed estroverse, tendono ad essere più in forma fisicamente, meno isolate e ad avere un’autostima più elevata, inoltre hanno uno stile di attaccamento più sicuro. Si può ipotizzare che queste caratteristiche di personalità “più sane” portino le persone che possiedono un animale domestico ad estendere le loro competenze sociali anche ai propri ai propri amici a quattro zampe riuscendo così a beneficiare del rapporto con loro.

Accudire un animale domestico va a discapito delle relazioni con le altre persone?
Al contrario: sembra che il possedere un animale domestico, vada addirittura a migliorare le relazioni con gli altri esseri umani: le persone che nello studio hanno riportato maggior supporto sociale da parte dei loro migliori amici, genitori e fratelli erano anche coloro che riportavano maggior supporto e vicinanza ai loro animali domestici. Questo evidenzia come questi ultimi siano una fonte ulteriore ed indipendente di supporto sociale e non una fonte a cui le persone si rivolgono per compensare delle mancanze di supporto sociale da parte delle altre persone.








Tutte le persone beneficiano allo stesso modo dell’avere un animale domestico?
Sembra non essere così. Un secondo studio ha infatti dimostrato che miglior benessere si registra soprattutto tra coloro il cui animale domestico soddisfa in maggior misura i bisogni sociali del padrone. È soprattutto in questo caso che le persone riportano livelli più bassi di depressione, solitudine, maggiore autostima e felicità, ed infine, minor stress percepito.

Cosa succede in una situazione “artificiale”?
Nel terzo studio i ricercatori hanno creato una situazione sperimentale in cui i partecipanti venivano inizialmente invitati a ricordare e descrivere un episodio negativo della propria vita, che implicasse rifiuto ed esclusione sociale. In seguito, venivano divisi in tre gruppi: il primo doveva scrivere un brano riguardante il proprio animale domestico, il secondo il proprio migliore amico, il terzo doveva disegnare la mappa del campus (condizione di controllo).
Il pensiero del proprio animale domestico, tanto quanto quello del migliore amico, erano in grado di alleviare la negatività indotta dal ricordo della situazione di rifiuto sociale, risultato che non si è registrato invece nella condizione di controllo.

Questo studio permette così di evidenziare come gli animali domestici siano effettivamente delle risorse sociali per il proprio padrone, al pari delle altre persone significative.

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Articolo originale:

McConnell et al. Friends with benefits: on the positive consequences of pet ownership. J Pers Soc Psychol. 2011 Dec;101(6):1239-52.



Spesso i genitori di bambini caratterizzati da un elevato perfezionismo si preoccupano di aver causato in qualche modo la nascita di questo tratto nei loro figli. Quasi sempre NON è così.

I bambini perfezionisti mostrano abbastanza precocemente un’inclinazione a compararsi a standard elevati che essi stessi hanno stabilito. Per questi bambini, il perfezionismo sembra essere una caratteristica innata, sebbene altri fattori possano contribuire a renderli tali. I genitori che hanno una forte spinta verso l’eccellenza di solito rappresentano per i figli un modello di perfezionismo e l’innata predisposizione di un bambino può essere rinforzata dall’ambiente familiare.

perfezionismo bambini1- “Solo il meglio è accettabile”- Il perfezionismo può manifestarsi in diversi modi. Molti bambini cognitivamente brillanti, specialmente quando sono piccoli, provano a raggiungere degli obiettivi per gratificare i genitori. Come tutti i bambini, vogliono essere accettati e apprezzati e tendono ad enfatizzare i loro talenti per compiacere gli altri ed attirare la loro attenzione. I genitori o i nonni di questi bambini sono felici di mostrare agli altri le particolari doti di questi bambini, nonchè di lodarli. Questi comportamenti vanno bene se messi in atto con moderazione; quando un bambino viene messo su un piedistallo, i primi riconoscimenti e successi a scuola gli chiedono di aumentare le aspettative che ha per se stesso. Tutto ciò che non è perfetto appare come un fallimento ai suoi occhi.

2- “Meglio non mostrare agli altri i propri errori”- Anche i genitori che vogliono il meglio per i loro figli a volte favoriscono accidentalmente comportamenti perfezionisti: controllano i compiti per casa per essere sicuri che le risposte siano corrette e insistono nel farglieli rifare se ci sono degli errori, inoltre sono molto attenti ai voti in pagella. Gli obiettivi dei genitori sono ammirevoli ma quando la ricerca del successo interferisce con la vita di tutti i giorni e causa una grande quantità di stress, bisogna ridurre la pressione.

3- “Sono pigro se non impegno il mio tempo in attività utili”- Inoltre, dagli studi è emerso anche che il perfezionismo può portare i bambini a sentirsi in colpa, pigri ed egoisti se non sono impegnati tutto il tempo in un lavoro significativo. L’idea che hanno di se stessi diventa legata ai loro compiti e questa diventa negativa quando credono che i loro compiti siano inferiori agli standard che si erano prefissati.

Anche se è molto difficile che un perfezionista smetta completamente di essere tale, è possibile per lui imparare a gestire il suo perfezionismo in modo che diventi una più sana e realistica ricerca di eccellenza combinata con una moderata accettazione di sè.

 

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2765404671_721a833beb_oTra gli anni ’60 e gli anni ’80, e fino ai nostri giorni, si è registrato un aumento impressionante di divorzi, assieme ad una graduale diminuzione di matrimoni. Allo stesso tempo, il concetto di famiglia va modificandosi: la classica famiglia formata da padre e madre, è ora sempre più spesso sostituita da quella costituita da un solo genitore o da quella allargata. Naturale che tali cambiamenti si riflettano sullo sviluppo e sul comportamento del bambino. I bambini che hanno sperimentato il divorzio dei genitori hanno maggiori problemi comportamentali rispetto a quelli che vivono in una famiglia ancora integra, soprattutto se la separazione è avvenuta nei primi cinque anni di vita del figlio. Dall’altra parte, alcune ricerche suggeriscono che maggiore è il reddito familiare minore sarà la probabilità che un divorzio possa inficiare lo sviluppo del bambino. Questo, probabilmente, è dovuto al fatto che un divorzio per le famiglie più povere implica una spesa economica gravosa, e quindi minor tempo e denaro da dedicare al figlio. Al contrario, altri studi, dicono invece che siano i bambini delle famiglie più ricche a subire danni maggiori.

 

Per porre maggiore chiarezza sulla questione la psicologa Rebecca M. Rayan, assieme al suo team, ha condotto uno studio su un campione di famiglie che sono andate incontro alla separazione, e ha indagato se gli effetti dei cambiamenti familiari sul comportamento del figlio varino in base al reddito e se sono più forti quando il bambino è ancora molto piccolo.

 

Lo studio

La ricerca è stata condotta su un campione di bambini, seguiti dalla nascita fino ai dodici anni.

I fattori che, anno dopo anno, venivano esaminati dai ricercatori, erano:

  • i cambiamenti familiari che si erano succeduti nel tempo
  • il livello economico in cui versava la famiglia prima della nascita del figlio e successivamente al divorzio
  • il comportamento del bambino.

 

I risultati

I risultati suggeriscono che i cambiamenti nel comportamento del bambino, successivi ad un divorzio, sono maggiori quando il bambino vive in una famiglia con grandi disponibilità economiche. Perché? Due sono le risposte che gli studiosi hanno dato. La prima afferma che le famiglie con bassi redditi hanno meno da perdere, in termini di denaro e di qualità dell’ambiente di vita. Una famiglia dal reddito medio-alto, al contrario, risentirebbe maggiormente delle conseguenze di un divorzio, sia in termini economici che di tempo: i genitori, che prima avevano maggiori occasioni e possibilità di seguire il figlio, avranno poi minor tempo da dedicargli. La seconda sostiene che le famiglie aperte, o quelle formate da un solo genitore, sono più comuni tra i ceti economici più bassi, cosicchè i figli di famiglie con disponibilità economiche del genere finiscono per percepire i cambiamenti familiari come più normali, prevedibili, e meno stressanti, perciò, questi cambiamenti non inficiano granchè il loro benessere.

L’associazione tra cambiamenti in famiglia e problemi comportamentali del figlio, inoltre, emerge solo quando i cambiamenti sono avvenuti durante la prima infanzia del bambino. Ciò testimonia l’importanza, per lo sviluppo, del primo ambiente di vita in cui il bambino si trova a crescere.

 

Bibliografia: Associations Between Family Structure Change and Child Behavior Problems: The Moderating Effect of Family Income, Rebecca M. Ryan, Child Development, 2015, Volume 86, 1, 112–127.

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Le storie che contengono elementi soprannaturali o magici incantano generazioni di lettori, da sempre. Durante queste letture, le persone si trovano a simulare mentalmente un mondo diverso da quello reale: questa situazione provoca un processo a cascata, che parte dalla maggiore attenzione necessaria per elaborare un racconto che si discosta significativamente dalla realtà. Questa “iperattenzione” porta il lettore ad una profonda immersione nella storia, e quindi ad un forte coinvolgimento emotivo. Curiosamente, il piacere derivante dalla lettura risulta essere tanto più intenso quanto maggiore è la differenza tra l’evento narrato e ciò che il lettore ha sperimentato nella sua vita. Ma cosa rende così diversa la lettura di storie narranti mondi fantastici e scene magiche rispetto ad altri tipi di racconti?




harry potter libriUno studio ha cercato di scoprire quali aree del cervello sono più attive durante la lettura di testi appartenenti al genere della letteratura fantastica. In particolare sono stati scelti dei passaggi provenienti dalla saga di Harry Potter, in modo da creare due condizioni sperimentali: nella condizione “magia” sono stati utilizzati 20 brani descriventi scene magiche e surreali, invece per la condizione di controllo sono stati scelti 20 passi dal contenuto neutro. Mentre i partecipanti leggevano, venivano sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fMRI), una tecnica di neuroimmagine utilizzata per valutare, in questo caso, quali aree cerebrali sono maggiormente attive nelle diverse condizioni.

l'immagine mostra l'amigdala, (ce ne sono due, a destra e a sinistra) nei lobi temporali del cervello
l’immagine mostra l’amigdala, (ce ne sono due, una a destra e una a sinistra) nei lobi temporali del cervello

Il più interessante tra i risultati raccolti è la maggior attivazione dell’amigdala sinistra durante la lettura di eventi magici. L’amigdala è una struttura cerebrale che svolge un ruolo importante nell’elaborazione di stimoli esterni salienti, tra cui anche quelli emotivamente forti, ed è parte integrante di un circuito cerebrale che si attiva in risposta alla presentazione di stimoli nuovi e salienti (salience network).

I racconti magici e fantastici violano le conoscenze che una persona ha sul mondo, rendendo saliente il contenuto della storia, ed una volta che uno stimolo viene elaborato come significativamente differente rispetto all’esperienza quotidiana e quindi come una “novità”, il lettore si trova nella condizione di maggior sensibilità agli elementi affettivi del testo.
Inoltre, i partecipanti nella condizione “magica” hanno riportato maggiori emozioni di sorpresa e piacere nella lettura rispetto a coloro che erano coinvolti nella lettura dei testi a contenuto neutro, evidenziando perciò come eventi magici siano associati a vissuti emotivi di sorpresa ed all’esperienza edonica di piacere nella lettura. Entrambi i fenomeni potrebbero spiegare come mai nel linguaggio comune il termine “magico” viene usato come sinonimo di emozionalmente intenso.

Inoltre, nel gruppo di coloro che leggevano brani a contenuto magico e fantastico, sono state individuate delle connessioni cerebrali con un’attività più bassa rispetto all’attivazione delle stesse aree nel gruppo di coloro che erano impegnati nella lettura brani narranti scene quotidiane. In particolare, una minore attivazione è stata rilevata nelle aree corrispondenti alla memoria autobiografica, plausibilmente poiché la persona nella prima condizione ha minor possibilità di richiamare eventi di vita già vissuti nel passato (e che vengono appunto “registrati” nella propria memoria autobiografica) dal momento che eventi così affascinanti ed al di là dell’esperienza quotidiana non sono rinvenibili nel bagaglio esperienziale della persona.

Quindi, l’attivazione delle diverse aree cerebrali osservata durante la lettura di storie a contenuto soprannaturale offre una spiegazione al “come la letteratura fantastica riesce ad essere così accattivante coinvolgendo completamente il lettore”: l’immaginare vividamente questi eventi soprannaturali occupa il nostro circuito cerebrale dell’attenzione e della sorpresa, coinvolgendoci molto più intensamente rispetto ad altri mondi immaginari ma che non sono a carattere soprannaturale. In più, attivano in modo particolare una struttura cerebrale che non è solamente coinvolta nell’individuare eventi salienti (quali sicuramente sono gli eventi magici), ma è soprattutto connessa all’esperienza emozionale ed edonica (esperienza che è molto probabilmente ricercata da molti appassionati lettori di romanzi fantasy): l’amigdala.









Articolo Originale:
Hsu et al. The Magical Activation of Left Amygdala when Reading Harry Potter: An fMRI Study on How Descriptions of Supra-Natural Events Entertain and Enchant. PLoS One 2015, 10(2).

 

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Perché due fratelli gemelli, nati nello stesso ambiente, riceventi la medesima educazione familiare, ottengono punteggi diversi in vari test di intelligenza? Uno studio condotto in Inghilterra ha cercato di analizzarne le motivazioni, esaminando un processo di sviluppo che può causare differenze nei livelli di intelligenza tra fratelli: l’apprendimento della lettura. L’abilità di leggere e comprendere testi è sicuramente indispensabile nella nostra società, e le capacità di lettura sono associate ad una migliore educazione, salute e status socio-economico. La lettura potrebbe avere, pertanto, un effetto causale sulle abilità cognitive in generale, che sono a loro volta associate ad una vita migliore. In altre parole la lettura può, nel tempo, migliorare l’intelligenza generale.

L’ipotesi

intelligenzaSe la lettura migliora l’intelligenza, i bambini aventi migliori abilità di lettura rispetto ai loro gemelli, dovrebbero riportare anche un maggior punteggio nei test di intelligenza, sempre rispetto al loro gemello.

Lo studio

Nello studio, durato nove anni e condotto su un campione di gemelli monozigoti seguiti dai 7 ai 16 anni, i partecipanti vennero sottoposti, ogni anno, a tre tipi di test: il primo analizzava le loro abilità di lettura, il secondo esaminava quanto l’ambiente familiare favorisse la lettura, e il terzo era un test d’intelligenza.

I risultati

A distanza di nove anni, i bambini che avevano inizialmente migliori capacità di lettura rispetto al loro gemello, non solo tendevano a mantenere nel tempo questa caratteristica, ma mostravano anche punteggi più elevati del fratello nelle varie batterie dei test di intelligenza. L’esporre il bambino alle letture non sembra aumentare i livelli di intelligenza: piuttosto l’abilità pura a leggere, sviluppata mediante la costanza e la volontà del bambino, è la discriminante fondamentale nel determinare il livello di intelligenza. La lettura è associata non solo allo sviluppo di buone capacità cognitive di tipo verbale, ma anche di quelle di tipo non verbale. Ad esempio, è connessa allo sviluppo del pensiero logico-astratto, probabilmente perché, durante la lettura, è essenziale assumere una prospettiva, o immaginare altri mondi, tempi, scenari.

Utilizzando nello studio gemelli di tipo monozigoti vissuti nella stessa famiglia, i ricercatori si sono assicurati che ciò che differenziasse le abilità dei gemelli non fosse tanto l’ambiente familiare in cui sono nati e cresciuti, ma l’attitudine a leggere, propria di ogni bambino.

 

Inoltre, questo studio ci dimostra l’importanza di stimolare nel figlio l’abitudine a leggere spesso. Non è utile limitarsi a circondare il figlio di libri ed enciclopedie e obbligarlo a leggerli, credendo così di aver svolto il proprio lavoro di genitori: è necessario, piuttosto, instillare, passo dopo passo, l’amore per la lettura, attraverso racconti stimolanti e appropriati agli interessi del bambino. Questo è ancora più importante se e appena si notano nel bambino le prime difficoltà di lettura (ad esempio, nei casi di dislessia): un tipo di intervento del genere potrebbe alleviare notevolmente i problemi futuri, e, inoltre, potrebbe aumentare le abilità cognitive del bambino.

 

Bibliografia : Does Learning to Read Improve Intelligence? A Longitudinal Multivariate Analysis in Identical Twins From Age 7 to 16, S. J. Ritchie e T. C. Bates, Child Development, 2015, 23–36

 

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I social media come Facebook, Instagram, Snapchat, Pinterest, possono influenzare la soddisfazione che proviamo verso il nostro aspetto fisico? O, al contrario, è l’insicurezza relativa al proprio corpo che porta a cercare continue conferme attraverso la ricerca di un “mi piace”?

Un gruppo di ricercatori presso La Trobe University (Melbourne, Australia) ha studiato 101 ragazze adolescenti, di 13 anni in media, per tentare di far luce sull’uso dei social media in generale; in particolare sulla pratica del cosiddetto “Selfie” (da sole o con amici), in relazione ad aspetti psicologici quali: il dare un eccessivo valore al proprio peso ed alla forma corporea, l’insoddisfazione per il proprio aspetto fisico, e i comportamenti di restrizione alimentare.

I dati, raccolti attraverso questionari specifici, hanno rivelato che, in generale, le adolescenti sono coinvolte in molteplici forme di attività nei social media. Tra queste, una parte consistente di ragazze (approssimativamente un 50%) ha affermato di scattare selfies almeno una volta alla settimana e di condividerli regolarmente nei social. I ricercatori hanno quindi identificato due tipi di gruppi: ragazze maggiormente attive nello scattare Selfie per condividerli nei propri profili, e coloro che invece non riportano di essere particolarmente coinvolte in queste attività.

Quali differenze si sono potute osservare tra i due gruppi?
Le adolescenti che condividevano con maggior frequenza autoscatti riportavano anche una sopravvalutazione della forma e peso corporei, associati ad una maggior insoddisfazione del proprio aspetto fisico ed una più profonda interiorizzazione dell’ideale di bellezza proposto dai media.
Inoltre, all’interno di questo gruppo i ricercatori hanno cercato di indagare il livello di coinvolgimento nella scelta delle foto, rilevabile dalle preoccupazioni riguardo alla qualità degli scatti e gli sforzi spesi nello scegliere quale tra tutte le foto scattate condividere sul proprio profilo, insieme anche ad un altro aspetto che può essere chiamato “manipolazione delle foto”, il quale comprende l’alterare alcune parti delle foto attraverso programmi di fotoritocco. In questo studio, le ragazze che più frequentemente manipolavano le foto prima di condividerle e che riportavano di investire più tempo ed energie in questa attività, riferivano anche una maggior quantità di preoccupazioni riguardo al proprio aspetto fisico ed all’alimentazione.

Quali interpretazioni?

selfie di Miley Cyrus, cantante molto apprezzata dagli adolescenti: i media stessi e i VIP influenzano l'ideale di bellezza di tutti noi.
selfie di Miley Cyrus, cantante molto apprezzata dagli adolescenti: i media stessi e i VIP influenzano l’ideale di bellezza di tutti noi.

È probabile che le ragazze maggiormente preoccupate del proprio aspetto fisico tendano anche a curare aspetti, per loro rilevanti, di come appariranno agli occhi degli altri attraverso la manipolazione delle proprie foto, così da condividere delle immagini di sé vicine al proprio ideale di bellezza. Inoltre, l’essere coinvolte “attivamente” nel presentare l’immagine desiderata, insieme al continuo confrontarsi con le immagini pubblicate dagli altri ed il poter ricevere e fare commenti, contribuisce a sviluppare un esame minuzioso di sé, che conduce a sviluppare delle preoccupazioni relative al “come si appare agli altri”. Questo è un aspetto importante presente solo nei social media, i quali a differenza di media più passivi come la televisione, pongono la persona nelle condizioni sia di poter fare che ricevere giudizi. Infine, il coinvolgimento nei social media può essere ricercato dalle persone con elevate preoccupazioni relative al proprio corpo che cercano gratificazioni nelle “rassicurazioni e valutazioni della loro attrattiva fisica e sociale” da parte degli altri.
Si delinea così un rapporto di causa-effetto che va in entrambe le direzioni, tra l’utilizzo dei social media e le preoccupazioni riguardo al proprio aspetto fisico: le ragazze che hanno maggiori insicurezze relative all’aspetto fisico sarebbero maggiormente inclini ad attività che danno importanza all’apparenza; ed a sua volta, il coinvolgimento in attività che si focalizzano sull’aspetto fisico della persona, come l’investimento e la manipolazione delle foto, alimenta le preoccupazioni relative al proprio corpo, che sono a loro volta strettamente legati all’insorgere di disturbi alimentari come l’anoressia e la bulimia.

Articolo originale:
McLean et al. Photoshopping the selfie: Self photo editing and photo investment are associated with body dissatisfaction in adolescent girls. International Journal of Eating Disorders, 2015, in stampa.

 

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