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Può essere capitato, nella nostra vita di studenti o di genitori, di aver incontrato bambini molto vivaci a scuola, poco attenti alle lezioni, e spesso incapaci di rimanere al proprio posto: è probabile che quei bambini abbiano sofferto di ADHD. Il deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è un comune disturbo psicologico che caratterizza l’età dello sviluppo contraddistinto da sintomi quali eccessiva iperattività e impulsività, legati a disorganizzazione e inattenzione. Recenti ricerche hanno confermato la familiarità di questo disturbo, tuttavia gli studi riguardo a questo argomento non sono del tutto concordi. Come sostiene lo psicologo Bronfenbrenner, c’ è una certa sinergia tra le influenze genetiche e l’ambiente familiare in cui il bambino cresce. Queste influenze sono sempre state analizzate in negativo, facendo risaltare solo i fattori di rischio dell’ambiente, senza dar peso all’influenza protettiva che può avere la famiglia. Ad esempio, è stato dimostrato che l’assenza di cure parentali adeguate (calore, coinvolgimento) è strettamente associato al successivo sviluppo di ADHD, mentre la presenza delle stesse serve ad attenuare il deficit da ADHD.

Lo studio

Nell’università del Michigan si è voluto, appunto, esaminare quanto le cure parentali possono moderare positivamente le influenze genetiche e ambientali dell’ ADHD. Circa 500 coppie di gemelli monozigoti sono stati sottoposti allo studio. Sono state indagate le variabili genetiche comuni alle coppie di gemelli. Ai genitori sono stati somministrati due questionari: nel primo dovevano indicare se e con quale frequenza erano presenti i comportamenti più tipici dell’ ADHD nei loro figli, nel secondo venivano sondato il coinvolgimento, l’affetto, i conflitti e il rispetto che i genitori avevano nei confronti dei propri figli nella vita di tutti i genitori.

I risultati

L’ambiente non condiviso (ovvero tutto ciò che i bambini esperiscono al di là della vita in famiglia) ha un’influenza molto alta sullo sviluppo di tale deficit se e solo se le cure parentali sono state scadenti, mentre la sua influenza decresce se in famiglia i bambini hanno avuto genitori calorosi e accoglienti.

Ciò sta a significare che il prendersi cura dei propri figli, dando loro il calore e l’affetto di cui hanno bisogno, modera l’influenza che l’ambiente esterno e i geni possono avere sullo sviluppo di questo deficit. E questo accade sia in negativo (quando l’ambiente familiare non è affatto attento ai bisogni del piccolo), aumentando il possibile impatto negativo delle altre variabili, sia in positivo, diminuendo le probabilità che questo deficit insorga. Dunque, è probabile che in un bambino che nasce in una famiglia in cui non viene assicurato un buon livello di coinvolgimento, di affetto, di calore da parte delle figure genitoriali, incidano maggiormente i fattori di rischio provenienti dall’ambiente esterno. Insomma, le cure che i genitori offrono ai propri figli funzionano come una sorta di cuscinetto, che li protegge da influenze negative.

Sebbene non si possa escludere che l’ereditarietà giochi un ruolo nello sviluppo dell’ADHD (essendo l’influenza genetica ben al di sopra dello zero), questo studio ci dimostra quanto è importante l’ambiente in cui il bambino nasce e cresce, per capire l’eziologia di questo deficit.

 

Bibliografia

Parental Involvement Moderates Etiological Influences on Attention Deficit Hyperactivity Disorder Behaviors in Child Twins, A. Nikolas e coll., Child Development, 2015, 224-240

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Molte ricerche hanno dimostrato come lo stato civile di una persona sia associato alla sua soddisfazione di vita: in generale, le persone divorziate sono meno soddisfatte nella vita di quelle sposate. Da queste ricerche non è però possibile concludere che il divorzio sia la causa del loro minor benessere.
Per chiarire la questione, Lucas (2005) ha esaminato i cambiamenti rispetto alla soddisfazione di vita, prima e dopo il divorzio, in famiglie tedesche, in uno studio longitudinale lungo 18 anni iniziato nel 1984. Complessivamente 30.000 persone parteciparono allo studio, di cui 845 divorziarono almeno dopo un anno dall’inizio della ricerca. Ogni anno, attraverso un’intervista faccia a faccia, venivano raccolte informazioni riguardo alla soddisfazione di vita di ciascun partecipante.

divorzioGeneralmente, le persone risultano essere davvero meno felici dopo il divorzio?
I risultati hanno dimostrato che la soddisfazione di vita diminuisce prima del divorzio, raggiungendo un livello minimo l’anno precedente; in seguito il benessere aumenta raggiungendo dei valori che si stabilizzano dopo circa 5 anni. Però, il picco di soddisfazione dopo il divorzio è significativamente più basso rispetto a quello raggiunto durante il matrimonio. I dati raccolti durante tutti gli anni a seguito della fine del matrimonio mostrano che anche se avvengono alcuni adattamenti, non vi è un ritorno completo ai valori di soddisfazione di vita che le persone provavano durante il matrimonio.
Questi risultati suggeriscono come le persone non si adattino completamente ad un evento di vita importante quale è il divorzio, contrariamente a quanto sostenuto dalle cosiddette “teorie del set-point”.
Secondo queste teorie, qualsiasi evento di vita possa colpire una persona, avrà su di essa degli effetti temporanei: le persone hanno un’incredibile capacità di adattarsi a qualsiasi circostanza di vita ritornando con il tempo a dei punti fissi (set-point) di benessere. La forza di questa capacità viene però messa in discussione dai risultati di questo esperimento.

Le differenze nel benessere psicologico tra divorziati e sposati sono dovute a differenze preesistenti o al divorzio in sé?
I risultati di questo studio fanno pendere l’ago della bilancia verso le differenze preesistenti tra persone che perdurano nel matrimonio e coloro che invece si trovano a dover porvi fine. Vennero considerate 2388 persone che iniziarono lo studio da celibi/nubili e solo nell’arco dei 18 anni di ricerca si sposarono, successivamente alcune di loro divorziarono altre invece no. Queste ultime risultavano essere più soddisfatte della propria vita ancora prima del matrimonio se comparate a coloro che successivamente divorziarono.
Quindi le differenze nella soddisfazione di vita tra i due gruppi non erano dovute al divorzio in sé che poteva aver causato una diminuzione nel benessere. Al contrario, le persone che alla fine divorziarono risultavano essere meno felici degli altri ancor prima del matrimonio.

Ma allora, da cosa dipende il tornare a stare bene dopo un divorzio?

È importante sottolineare che esistono importanti differenze da persona a persona nel modo di reagire e adattarsi ad importanti eventi di vita: infatti, per alcuni il divorzio porta invece ad un aumento nella soddisfazione di vita, mentre per altri la sofferenza nel tempo rimane invece più elevata della media.

Secondo questo studio inoltre, l’adattamento a una nuova condizione non è sempre né veloce né completo. Per esempio, lo stesso gruppo di ricerca ha dimostrato che le persone si adattano molto velocemente al matrimonio (circa 2 anni), mentre più tempo è necessario per adattarsi alla morte del coniuge (circa 8 anni). Infine, un adattamento incompleto è stato rilevato anche in ambiti al di fuori del matrimonio, ad esempio nel caso della disoccupazione.

Messi insieme, questi studi ci dicono che nonostante abbiamo una notevole capacità di adattamento ai grandi cambiamenti, tale adattamento non è necessariamente veloce o inevitabile. Le reazioni variano a seconda dell’evento e a seconda della persona che vive uno stesso avvenimento. Chi circonda la persona che attraversa un divorzio o una separazione, che siano amici, parenti o perfino psicologi, non dovrebbe dare per scontato che il tempo sistemerà le cose. Al contrario, alcune persone potrebbero non adeguarsi mai ad alcuni eventi di vita, almeno senza che vi sia alcun tipo di intervento.

Bibliografia:
Richard E. Lucas. Time Does Not Heal All Wounds. A Longitudinal Study of Reaction and Adaptation to Divorce. Psychological Science December 2005 vol. 16 no. 12 945-950



I bambini imparano a comunicare e a relazionarsi principalmente in tre modi:

  1. Guardando come i genitori si relazionano con lui;
  2. Osservando come i genitori si relazionano con gli altri;
  3. Apprendendo dalla loro personale e passata relazione con gli altri.



A volte, il modo in cui i genitori si comportano, specialmente durante una punizione, ostacola la sana comunicazione con proprio figlio perché scoraggia la fiducia e l’estroversione del bambino. Urlare e alzare la voce può impaurire il bambino, che potrebbe non correre più il rischio di raccontarsi apertamente. Se urlare è il modello di comunicazione utilizzato, il genitore potrebbe perdere la preziosa fiducia del figlio.

comunicazione bambiniI dissapori fanno parte della vita ma a volte possono anche creare situazioni in cui gli adulti agiscono in modi che scoraggiano la comunicazione. Lo psicologo e autore Martin Seligman sottolinea alcuni comportamenti che possono compromettere una positiva comunicazione:

  • non usare aggressioni fisiche di fronte a tuo figlio. Questo include lanciare oggetti o sbattere le porte. Queste azioni fanno davvero paura a tuo figlio.
  • esprimi più che puoi i tuoi sentimenti a parole. Usa l’assertività più che l’aggressione. Dì “sono davvero arrabbiata/o ora”.



  • trasmetti il controllo della rabbia a tuo figlio. Fai le cose con calma e prenditi tutto il tempo necessario per ritornare calma/o. Dì, “sto andando nel retro del cortile per darmi una calmata un po’ prima di ridiscuterne”.
  • non criticare il tuo partner di fronte a vostro figlio con etichette offensive e permanenti (“tuo padre è sempre…”, “tua madre non è mai…”)
  • se devi criticare il tuo partner in un luogo in cui il bambino potrebbe sentirvi, usa un linguaggio che rimproveri un comportamento specifico piuttosto che la sua intera personalità.
  • non trattare il tuo partner con il silenzio e pensare che tuo figlio non lo noterà.
  • non chiedere a tuo figlio di scegliere da che parte stare tra i due genitori.
  • non iniziare una discussione con il tuo partner o un tuo amico di fronte a tuo figlio, a meno che non progetti di finirla nella stessa conversazione.
  • risolvi i conflitti e fai pace quando tuo figlio può osservare ciò. Questo gli dimostrerà che il conflitto è parte naturale dell’amore e di ogni relazione e che i conflitti possono essere risolti. Se non vede come si risolvono le discussioni, non saprà mai come farlo.
  • lascia tuo figlio all’oscuro di certi argomenti. Fai un accordo con il tuo partner per evitare alcuni temi quando i figli sono presenti, e, se dovete discutere, cercate un posto privato dove i bambini non possano vedervi o sentirvi.

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Ci piace credere che gli uomini siano animali razionali, eppure una moltitudine di pensieri e comportamenti non vanno in questa direzione. Quale legame logico dovrebbe esistere tra l’incrociare le dita quando si esprime un desiderio e il suo avverarsi? Con quale potere il portafortuna che portiamo a scuola può effettivamente farci prendere un bel voto? Di fatto, pensieri e comportamenti superstiziosi invadono il nostro quotidiano, e difficilmente riusciamo a separarcene.

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i pantaloncini “portafortuna” di Michael Jordan

È già noto come le persone siano maggiormente inclini all’uso di superstizioni quando vivono situazioni di incertezza, alti livelli di stress e bassa percezione di controllo sulla situazione. Ed è proprio in queste circostanze che la performance di una persona è importante. Non a caso, è facile trovare degli esempi in ambito sportivo. Durante tutta la sua carriera, Michael Jordan sotto l’uniforme dei Chicago Bulls ha sempre indossato, come portafortuna, i pantaloncini risalenti ai tempi della University of North Carolina. La tennista Serena Williams ha invece ammesso di aver indossato lo stesso paio di calzini durante un intero torneo.

Se da un lato le superstizioni sono delle creazioni irrazionali della nostra mente, dall’altro esse possono effettivamente portare ad un miglioramento nella performance. Ma perché?

I ricercatori hanno ipotizzato che attuare dei comportamenti superstiziosi abbassi la tensione psicologica e crei una sensazione di controllo e prevedibilità in un ambiente altrimenti percepito come caotico.
Ricerche condotte sul legame esistente tra prestazione e superstizione suggeriscono come un ruolo importante nel trasformare questi pensieri, apparentemente irrazionali, in benefici direttamente riconoscibili, sia dovuto alla percezione di autoefficacia che la persona prova quando ha con sé un portafortuna o esegue riti scaramantici. Il senso di auto-efficacia consiste nella percezione che una persona ha della propria capacità di riuscire ad affrontare con successo il particolare compito che ha di fronte.

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amuleti: aumentano la sensazione di “autoefficacia”

In sostanza, più le persone credono nella buona sorte e più sono ottimiste, speranzose e fiduciose in sé stesse; ovvero, più siamo fiduciosi nelle nostre abilità di padroneggiare una certa attività e migliore è il modo in cui la svolgeremo.

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Colonia, sulla base di queste conoscenze ha verificato in condizioni di laboratorio controllate come l’attivazione di superstizioni (incrociare le dita, eseguire un compito con un oggetto presentato come fortunato o con il proprio portafortuna) provochino realmente una miglior prestazione in compiti di destrezza motoria, di risoluzione di anagrammi e di memoria, rispetto a condizioni in cui questi portafortuna non accompagnavano le persone durante l’esecuzione del compito.
Lo stesso gruppo di ricerca ha poi dimostrato come questi innalzamenti nella performance siano mediati da un aumento nell’autoefficacia percepita dalla persona qualora sia in presenza del suo oggetto portafortuna o sia stata attivato il pensiero o comportamento superstizioso. In particolare, due sono i meccanismi che consentono alle persone con alti livelli di autoefficacia percepita di avere delle prestazioni migliori: la loro tendenza a fissare degli obiettivi più elevati ed a perseverare più a lungo nei compiti intrapresi.

Ma questi benefici riscontarti in un ambiente di laboratorio, possono estendersi anche nella vita reale?
Una risposta affermativa deriva da studi in ambito sportivo: le migliori squadre, così come i migliori giocatori all’interno di una squadra, esibiscono un maggior numero di comportamenti superstiziosi.
(Buhrmann e Zaugg,1981).

Le scoperte qui presentate aiutano a capire perché pensieri e comportamenti superstiziosi si siano mantenuti nel corso dei secoli nelle diverse culture. Il constatare che effettivamente avere con sé il proprio portafortuna porti ad un successo nella situazione da affrontare, seppur senza una piena consapevolezza del motivo per cui ciò sia possibile, porta le persone a non voler abbandonare queste pratiche.
Inoltre, per quanto riguarda le prestazioni veramente eccezionali, queste scoperte suggeriscono che potrebbe essere stata una equilibrata combinazione tra talento, duro allenamento e “pantaloncini portafortuna” ad aver condotto Michael Jordan a raggiungere gli straordinari risultati a cui è giunto.

Articolo originale:
Lysann Damisch, Barbara Stoberock, and Thomas Mussweiler. Keep Your Fingers Crossed! How Superstition Improves Performance. Psychological Science 21(7) 1014–1020, 2010. 



Debbie Phelps lavora come preside di una scuola media a Baltimora (USA) ed è la madre del campione olimpionico di nuoto Michael Phelps.

 

Dedicare la propria vita al nuoto è stata, per Michael Phelps, senza dubbio una scelta azzeccata. Nel 2004, all’età di 18 anni, ha ottenuto 8 medaglie (di cui sei d’oro) alle Olimpiadi estive di Atene. Adesso, a 30 anni, di medaglie ne ha conquistate ben 77. L’amore per il nuoto non è sempre stato presente nella sua vita. “Quando aveva 7 anni, odiava bagnarsi la faccia”, dice Debbie. “Così abbiamo iniziato stando con la pancia verso l’alto e gli abbiamo insegnato il dorso”. Michael mostrava dei progressi davvero notevoli nel nuoto. Ma a scuola, la situazione era molto difficile! la difficoltà di concentrazione era il suo problema più grande. “Una delle sue insegnanti mi disse che non riusciva a concentrarsi in nessun compito”, racconta Debbie. Lei decise allora di sottoporlo ad una visita specialistica e gli venne diagnosticato l’ADHD (Deficit di Attenzione con Iperattività). “Quello fu un colpo al cuore!”, ricorda Debbie. “ Io volevo dimostrare a tutti che si sbagliavano. Io sapevo che, se avessi lavorato con Micheal, lui avrebbe potuto raggiungere tutti gli obiettivi che si fosse prefissato.” Debbie, che aveva gestito la scuola media per più di 20 anni, iniziò a lavorare a stretto contatto con le insegnanti di Micheal per potenziare l’attenzione di cui lui era carente. “Ogni volta che un’insegnante mi diceva: Michael non riesce a fare questo, io rispondevo: Bene, che cosa dobbiamo fare per aiutarlo?”. Quando Michael iniziò michael phelps mamma adhdad infastidire il compagno di banco, strappandogli dei fogli dal quaderno, Debbie suggerì di farlo sedere in un banco da solo. Quando si lamentava dicendo quanto odiasse leggere, lei gli proponeva di leggere la sezione sportiva del giornale. Avendo notato che l’attenzione di Michael diminuiva molto durante le lezioni di matematica, lei trovò un tutor e gli chiese di creare dei problemi che suscitassero l’interesse di Michael: “Quanto tempo impieghi a nuotare per 500 metri se nuoti ad una velocità di 3 metri al secondo?”. Durante le lezioni di nuoto, Debbie aiutava il figlio Michael a rimanere concentrato ricordandogli quali erano le conseguenze del suo comportamento. Debbie ricorda quando, a 10 anni, Michael arrivò secondo ad una gara ed era così arrabbiato che gettò i suoi occhiali in piscina. Durante il viaggio di ritorno, lei gli spiegò che l’amore per lo sport conta molto di più di una vittoria. “Abbiamo concordato un segnale che io gli avrei fatto dagli spalti.”- dice Debbie- Una specie di C, che voleva dire ‘riComponiti’. Ogni volta che lo vedevo frustrato, io gli facevo quel segnale. Una volta, mentre stavamo cenando, fu lui a farmi questo segnale perché vide stressata.”

Debbie usò molte strategie per aiutare Michael. Con il tempo, come la passione di Michael per il nuoto crebbe, lei fu orgogliosa di vedere come Michael stesse sviluppando un’importante autodisciplina. “Negli ultimi 10 anni, non è mai mancato un giorno in piscina, neanche a Natale. La piscina è il primo posto dove andiamo e lui è felice di essere lì.” Debbie ha cercato anche di ascoltare le richieste di suo figlio. In prima media, Michael le disse che non avrebbe più voluto prendere i farmaci per l’attenzione. Nonostante avesse grossi dubbi, Debbie gli permise di interrompere l’assunzione dei farmaci. La settimana di Michael, densa di allenamenti e lezioni, richiedeva molta organizzazione, che lui riuscì ad avere anche senza l’aiuto dei farmaci per l’attenzione. Madre e figlio non si vedevano sempre prima di ogni incontro, ma lui ha sempre capito quanto sia stato cruciale il ruolo di sua madre per il suo successo. Immediatamente dopo aver ottenuto la medaglia d’oro ad Atene, Michael saltò giù dal podio, poi corse fino agli spalti per dare a sua madre il bouquet e la corona dall’alloro che aveva in testa. Questo momento è molto vivido nei ricordi di Debbie, “Ero così felice. Ho pianto”.

Oggi, Michael Phelps è ritenuto uno dei più grandi nuotatori di tutti i tempi. Sua madre Debbie, che lavora come preside a Baltimora (USA), applica ciò che ha imparato crescendo suo figlio ai suoi studenti, indipendentemente dal fatto che abbiano l’ADHD o meno. “Tutti i bambini possono fallire a volte”- dice Debbie- “Ma se lavori con loro, nove volte su dieci, ti renderanno orgogliosa”.

 

Testo dell’intervista in inglese su: http://www.additudemag.com/adhd/article/1998.html

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Sebbene sia da tempo confermata l’influenza genetica sulle capacità cognitive, non sono ancora chiari i meccanismi e le implicazioni di tale trasmissione genetica. Solitamente, gli studi che analizzano l’intelligenza nei gemelli o nei figli adottati e i loro genitori adottivi mostrano chiaramente un effetto genetico, che prevale sull’influenza ambientale. Invece, gli studi che confrontano l’intelligenza dei figli tolti dalla povertà con quello dei propri genitori tendono ad attribuire le differenze esistenti ad effetti ambientali. Per fare chiarezza su questo aspetto, E. Turkheimer e coll. (2003) delle Virginia University, nel loro esperimento longitudinale, hanno coinvolto un consistente numero di donne durante la gravidanza e poi successivamente i loro figli, che sono stati seguiti dalla nascita fino ai 7 anni d’età. Nel campione, buona parte dei partecipanti faceva parte delle fasce minoritarie e più povere. Il test d’intelligenza somministrato alle donne intelligenza_2prima e ai loro figli al settimo anno poi, è la scala Wechsler, il più noto test del QI che comprende non solo abilità verbali ma anche di performance (completamento di figure, disegno di cubi…), e che permette pertanto di avere un quadro completo del livello intellettivo del soggetto.  Ciò che si voleva testare era la correlazione tra lo status socioeconomico delle famiglie (SES) e le influenze rispettivamente dei geni e dell’ambiente (familiare ed esterno) in relazione ai punteggi ottenuti nel test del QI.

Nelle famiglie più povere il 60% dell’intelligenza è dovuta all’influenza dell’ambiente familiare e il contributo dei geni si avvicina allo zero, mentre per le famiglie ricche l’effetto è esattamente l’opposto (maggior importanza dei geni, nulla quella dell’ambiente).

La questione fondamentale che si pone di fronte a questo tipo di ricerche è: cosa si intende per status socioeconomico? Solitamente la più ovvia interpretazione è che con esso si intenda e si misuri la qualità dell’ambiente in cui i piccoli nascono e crescono. Un’interpretazione più vasta e semplice, fa riferimento allo SES come ambiente, in generale, in quanto variabile di studio, contrapposta all’influenza genetica. Il problema però è che non è facile distinguere, in una ricerca come questa, quella che è l’influenza genetica da quella ambientale. Il concetto di status socioeconomico, così come quello di genotipo e di ambiente, è troppo ampio e sfaccettato per essere ridotto ad una semplice variabile.

In ogni caso, ciò che è chiaro, è che le forze dello sviluppo al lavoro agiscono in modo qualitativamente differente in contesti poveri e in ambienti ricchi. Se da una parte l’ottenere un buon punteggio nel QI per i bambini nati in famiglie agiate correla in modo molto forte con l’ereditarietà, dall’altra, per chi non ha potuto godere della fortuna di nascere nella ricchezza, l’educazione data in famiglia sarà essenziale per lo sviluppo intellettivo futuro.

Bibliografia

Turkheimer E, Haley A, Waldron M, D’Onofrio B, Gottesman II. Socioeconomic Status Modifies Heritability of IQ in Young Children, Psychological Science, 2003, 623-628

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E’ da tempo noto che i bambini sono incredibilmente in grado di riconoscere facce in movimento già nelle prime ore dalla nascita, e che diventano abili a distinguere il viso della madre di lì a pochi giorni. Tuttavia la capacità di riconoscere i volti allo stesso livello degli adulti non viene acquisita prima dell’adolescenza.

Quello che è meno noto è quali siano le differenze qualitative che riguardano il modo con cui i bambini e gli adulti identificano i volti: secondo alcuni studiosi i bambini analizzano prima le singole parti, per poi ricondurle ad un volto unitario. Secondo altri la strategia utilizzata da bambini e adulti è la stessa, ovvero entrambi codificherebbero il volto in modo olistico, come un tutto unitario.

riconoscimento voltiIn una ricerca di Pellicano e Rhodes (2003) si è voluto scoprire se bambini al di sotto di sei anni riescano ad elaborare e riconoscere i volti in modo olistico. Se i bambini e gli adulti riconoscono in modo olistico i volti presentati verticalmente, come sostenuto nelle ipotesi dei due ricercatori, allora una certa caratteristica del volto dovrebbe essere più facilmente riconosciuta quando questa è presentata all’interno del viso, piuttosto che se presentata singolarmente e isolatamente da questo. I volti raffigurati rovesciati, più difficili da identificare, verrebbero invece elaborati per parti.

I ricercatori erano concordi nel ritenere che i bambini piccoli mostrassero minore accuratezza nella codifica rispetto agli adulti, tuttavia pensavano che i processi alla base dovevano essere gli stessi.

Per verificarlo vennero sottoposte, a partecipanti adulti e bambini di 4 e 5 anni, otto figure rappresentanti volti non familiari, quattro di queste vennero presentate dritte e le altre quattro ribaltate.

Gli stimoli presentati in successione erano:

  • un volto

  • lo stesso volto accanto ad un volto-distrattore identico al primo tranne per una caratteristica (il naso, la bocca..) alterata

  • la caratteristica del volto non alterata e quella alterata presentate isolatamente dal viso.

Negli stimoli rovesciati la successione di presentazione era la stessa.

Quello che si voleva sondare era l’accuratezza nel riconoscere i visi mostrati e le loro parti isolate.

Dai risultati si evince che l’identificazione delle parti di un volto avveniva più facilmente e più accuratamente se esse erano presentate all’interno dello stesso volto piuttosto che presentate singolarmente, ciò a dimostrare quanto, sia adulti che bambini, percepiscano i volti in modo non frazionato bensì unitario.

Tuttavia, l’accuratezza nel rispondere è significativamente migliore negli adulti. Entrambe le categorie di partecipanti, inoltre, mostrava difficoltà nel riconoscere un volto quando era invertito.

Le spiegazioni concernenti le differenze tra piccoli e grandi sono varie e ancora non verificate, alcuni parlano di maggior esperienza che gli adulti hanno con i volti umani rispetto ai bambini, altri di modificazioni che avvengono nel magazzino mnestico con lo sviluppo.

In ogni caso ci sono altre ricerche le quali dicono che la capacità di codificare il viso in modo unitario avvenga molto presto, già ad un anno di età. Sembra dunque che questa capacità di vedere e identificare i volti come un tutto unitario e al di là delle singole parti, come una sorta di “Gestalt“, sia qualcosa di innato che si raffina con la crescita: possiamo parlare di un vero e proprio imprinting, che noi tutti possediamo, per i volti umani!

Bibliografia

Pellicano E., Rhodes G., Holistic Processing of Faces in Preschool Children and Adults, Psychological Science, 2003, 618-622

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Si dice “la fretta è cattiva consigliera”… ma che dire dell’ansia? Ecco una delle maggiori cause di errore nel momento in cui dobbiamo prendere una decisione: quando siamo particolarmente tesi, ansiosi o nervosi, rischiamo fortemente di prendere un granchio. Gli effetti dell’ansia possono però essere limitati da una buon livello di intelligenza emotiva, in particolare dall’abilità di comprensione delle emozioni.
È normale: ogni volta che prendiamo una decisione siamo influenzati dal nostro stato emotivo in quel momento. La soluzione per diventare un “buon decisore” non è certo ignorare le emozioni (positive o negative che siano), ma diventare bravi a saperle interpretare: esse infatti ci possono fornire importanti informazioni sulla decisione in atto, anche se non sempre sono pertinenti ad essa. Per esempio, la discussione avuta con la figlia adolescente prima di andare a lavoro, può influenzare l’importante riunione a cui dobbiamo partecipare: se ne saremo coscienti, potremo gestire al meglio la situazione.

LA RICERCA

ansia decisioniDi questo campo d’indagine si sono occupati J. A. Yip e S. Côte, dell’Università di Yale e dell’Università di Toronto, che grazie ad alcuni esperimenti hanno dimostrato come gli individui con alti livelli di comprensione possono correttamente indentificare quali eventi causano le proprie emozioni e, in particolare, se queste emozioni sono pertinenti al compito decisionale in atto, determinando un’influenza o meno su di esso.
I partecipanti all’esperimento furono 108 studenti dell’Università di Toronto, di circa 20 anni. Lo studio è avvenuto in due sessioni: la prima, della durata di 60 minuti, avveniva in gruppo; la seconda, dopo circa 10 giorni, era individuale. Nella sessione di gruppo, i ricercatori misurarono la capacità di comprensione emotiva dei partecipanti utilizzando dei questionari.
La sessione individuale invece aveva lo scopo di verificare fino a che punto l’ansia (variabile manipolata) poteva influenzare la prestazione dei soggetti nella capacità di prendere decisioni efficaci. i partecipanti furono quindi divisi in due gruppi. Metà di loro aveva 60 secondi per preparare un discorso di tre minuti per un ipotetico colloquio di lavoro: tale discorso sarebbe stato videoregistrato e poi mostrato ad altri per la valutazione (condizione “ansia indotta”). Passato il breve tempo preparatorio, il ricercatore si assentava dicendo di dover andare a recuperare una chiavetta usb per la registrazione del video. L’altra metà dei partecipanti (condizione “neutra”) invece dovevano preparare mentalmente una lista della spesa in 60 secondi. Anche in questo caso, lo sperimentatore lasciava la stanza dicendo di dover andare a recuperare i fogli per scrivere la lista della spesa. In entrambe le condizioni, prima di lasciare la stanza, lo sperimentatore consegnava ai partecipanti dei questionari dicendo che erano per un’altra ricerca, e che comprendevano dei compiti decisionali (risk taking) e un questionario per rilevare i loro livelli di ansia in quel momento. Una volta rientrato, lo sperimentatore, comunicava ai partecipanti il reale scopo dello studio, per cui non sarebbe stato necessario effettuare il discorso o completare la lista.

I RISULTATI

I risultati emersi mostrarono che la manipolazione dell’ansia aveva avuto successo: i partecipanti nella condizione di ansia presentavano maggiori livelli di nervosismo e preoccupazione rispetto ai partecipanti della condizione neutra. Inoltre, maggiori livelli di ansia appartenevano ai soggetti con basse capacità di comprensione emotiva e ciò andava ad influire sul compito di presa di decisione a cui erano stati sottoposti.
In un secondo esperimento, con procedura simile al primo sopra descritto, venne indotta nei partecipanti anche la consapevolezza delle proprie emozioni. Ovvero, a metà del campione veniva detto esplicitamente che l’ansia che provavano in quel momento non aveva alcun collegamento con il compito decisionale a cui si stavano per sottoporre (le attività per un altro ricercatore). In questo caso, è emerso che i soggetti che erano stati resi consapevoli delle proprie emozioni, svolgevano il compito di decisione con tranquillità, anche se avevano una bassa capacità di comprensione emotiva.

IN CONCLUSIONE…

Lo studio ha così confermato che le persone con una buona intelligenza emotiva sono più capaci di riconoscere l’origine delle proprie emozioni, e quindi di agire in determinati compiti senza che il proprio operato sia influenzato da esse. In pratica, quando dobbiamo prendere una decisione importante, non dobbiamo “resettare” le nostre emozioni, dobbiamo riuscire a prestare attenzione solo a quelle che effettivamente sono rilevanti in quella situazione.

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Nella vita di tutti i giorni abbiamo a che fare con le emozioni, i pensieri, le credenze di coloro che circondano: la capacità di “mettersi nei panni degli altri” è utile per capire il perché le persone agiscano in un certo modo. Ma a che età iniziamo ad acquisire questa abilità? Molti studi testimoniano che già dopo pochi mesi dalla nascita iniziamo ad essere in grado sia di comprendere gli scopi delle azioni altrui, sia di riconoscere se un’azione sia dannosa oppure no. Come arrivano a queste conclusioni i bambini? Sono in grado davvero di impersonarsi e ragionare come l’altro o interpretano il comportamento secondo il loro punto di vista?

i bambini comprendono le intenzioni degli altri Per andare più a fondo nel problema tre ricercatori della Yale University hanno cercato di indagare il tipo di valutazione che fanno i piccoli tra i 5 e 12 mesi d’età nell’osservare il comportamento orientato ad una meta, in due situazioni, una precedente e una successiva.

SITUAZIONE 1: comprendeva la visione di due filmati:

  • nel primo una palla saliva la prima collina e poi era aiutata da un triangolo a raggiungere la vetta della seconda collina (aiuto)
  • nel secondo la stessa palla saliva la prima collina ma poi era ostacolata da un quadrato nella sua ascesa nella seconda collina, e cadeva al punto iniziale (ostacolo)

SITUAZIONE 2: venivano fatti vedere altri due filmati con gli stessi oggetti presentati precedentemente: la palla, il triangolo e il quadrato.

  • nel primo video la palla si avvicinava al triangolo
  • nell’altro la stessa si avvicinava al quadrato

I risultati documentano come i piccoli di 12 mesi mostravano una tendenza forte a preferire il video in cui la palla si avvicinava a chi le era stato d’aiuto (triangolo), rispetto a quello in cui la palla andava verso il quadrato, che nella prima situazione l’aveva ostacolata. Il ragionamento di base che i bambini operarono fu probabilmente questo: se fossi nella palla preferirei avvicinarmi a chi prima mi ha aiutato e vorrei allontanarmi da chi mi ha bloccato la strada.

Sebbene siano state date varie interpretazioni a questo fenomeno, gli autori di questo studio sono pervenuti tuttavia alla conclusione che già ad un anno di età siamo in grado di capire i motivi per cui le persone si comportano in un certo modo, ragionando come se ad agire fossimo noi in prima persona.

 

Bibliografia

Kuhlmeier V., Wynn K., Bloom P. (2003) Attribution of Dispositional States By 12-months-olds, Psychological Science, 402-407

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Con l’ingresso alle scuole superiori, l’interesse per le materie scientifiche inizia a calare. In particolare compare un calo sia nel rendimento che nella frequenza ai corsi di scienze, tecnologia, ingegneria e matematica (in inglese: STEM”: Science, Technology, Engineering, Mathematics). Tale dato diventa particolarmente evidente nel sistema scolastico statunitense, dove la scelta di alcune delle materie da frequentare al liceo è facoltativa, a differenza che nella scuola italiana.
A partire da queste osservazioni, uno studio scientifico ha cercato di capire quanto la motivazione degli adolescenti possa essere influenzata dall’atteggiamento dei genitori nei confronti di queste materie. Secondo gli studiosi infatti, il sostegno dei genitori (unito all’interesse personale dello studente per gli studi scientifici) avrebbe un influsso significativo sulle scelte scolastiche dei ragazzi.

Per verificare questa ipotesi, un gruppo di ricercatori di Harvard, ha inizialmente inviato materiale informativo sull’utilità delle materie STEM ai genitori di figli adolescenti. Questi opuscoli forniscono consigli su come motivare e supportare i figli nelle loro decisioni, e sull’importanza delle scienze nei vari ambiti della vita. In seguito i ricercatori hanno acquisito i dati delle iscrizioni di questi ragazzi ai corsi del gruppo STEM.

LA RICERCA

Lo studio, durato circa 15 mesi, ha coinvolto 188 studenti ai primi anni delle scuole superiori e i loro genitori. Il campione è stato diviso in due gruppi: un gruppo sperimentale al quale venne inviato il materiale informativo, e un gruppo di controllo.
GENITORI-SCUOLAAl primo gruppo -quello sperimentale– durante l’ottobre del secondo anno di scuola, i ricercatori hanno mandato via email a entrambi i genitori e agli studenti stessi una brochure in cui si descriveva come aiutare i ragazzi a trovare un certo valore nella scuola, fornendo informazioni sull’importanza della matematica e delle scienze nella vita di tutti i giorni e per molte professioni. Successivamente, a gennaio del penultimo anno, venne inviata ai genitori un’altra brochure intitolata “Helping your teen with the choice ahead”. Questo opuscolo enfatizzava gli stessi temi tramite alcuni esempi, con un focus sulla rilevanza della matematica e delle scienze nelle semplici attività giornaliere, per il college e per la preparazione professionale. Inoltre includeva interviste di studenti del college che parlavano dell’importanza dei corsi STEM frequentati alle scuole superiori. Nell’ultima parte dell’esperimento, durante la primavera del penultimo anno, vennero inviati due tipi di questionari da completare online: uno era per i genitori, per rilevare se avessero utilizzato i consigli dell’ultima brochure inviata; il secondo era invece per gli studenti, e rilevava la loro percezione dell’utilità dei corsi di matematica e scienze.
Questo primo gruppo veniva confrontato con le scelte di un gruppo di controllo, che non aveva ricevuto alcun tipo di materiale informativo: in questo caso genitori e ragazzi completarono solamente un questionario durante l’estate dell’ultimo anno di scuola.

I RISULTATI

I risultati dello studio dimostrano che l’intervento informativo ha generato un incremento della comunicazione tra genitori e adolescenti per quanto riguarda il valore dei corsi di matematica e scienze e, ancora più importante, un maggiore livello di iscrizione alle materie del gruppo STEM negli ultimi due anni di scuola rispetto al gruppo di controllo. Gli ultimi anni sono infatti i più critici, in cui i corsi di scienze e matematiche forniscono la base per il percorso universitario. Lo studio ha dimostrato quindi che i genitori possono influenzare positivamente le scelte accademiche dei propri figli, se forniscono loro un adeguato supporto.
Nella stessa ricerca è infine emerso che anche il grado di istruzione dei genitori aumenta la propensione per le materie scientifiche e che, rispetto ai padri, sono le madri coloro che riescono a percepire un maggiore valore dell’importanza delle materie del gruppo STEM.

IN CONCLUSIONE…

I ragazzi, se adeguatamente supportati, possono raggiungere grandi successi anche nei campi che obiettivamente sembrano loro più difficili. A volte sembra che le scelte dei nostri figli siano solo dei sogni irraggiungibili ma, come dimostrato, possono essere concretizzati con successo se invece di indirizzarli verso un qualcosa di più semplice, più sicuro e più facilmente raggiungibile, vengono supportati e motivati. Ogni genitore vuole il bene e il meglio dei propri figli e allo tesso tempo i ragazzi si comportano in modo da non deludere le aspettative dei propri genitori. Se entrambi riescono a trovare un punto di incontro, tramite la comunicazione e il confronto, niente diventa irraggiungibile, i ragazzi possono realizzarsi nei campi in cui si sentono più portati e i genitori non potranno che ricavare grandi soddisfazioni dal vedere i propri figli felici e realizzati.

BIBLIOGRAFIA

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