Notizie

Tieniti informato

Tutte le news sulla Plusdotazione Cognitiva, Psicologia Adulti, Psicologia Bambini e Adolescenti, Psicologia Forense, Neuropsicologia, Comunicati, Corsi, Curiosità e Laboratori di Mentecomportamento


“ancora una partita e poi spengo il pc…” ed ecco che dopo due ore siamo ancora davanti al computer. Cosa sta succedendo?

Potremmo avere una cosiddetta “Dipendenza da Internet” (in inglese Internet-addiction): una condizione di incapacità a limitare l’utilizzo di Internet, che nel più serio dei casi finisce per dare problemi nella vita sociale, scolastica, lavorativa o finanziaria. Una persona con dipendenza da internet (come qualsiasi altra dipendenza patologica, del resto) infatti finisce con il passare così tanto tempo al computer che può arrivare a trascurare i suoi affetti, e nei casi più gravi anche a perdere il lavoro o anni di scuola.
Diviene dunque di fondamentale importanza comprendere quali caratteristiche psicologiche si riscontrano in coloro che utilizzano massicciamente internet, in particolare distinguendo tra coloro che hanno sviluppato una Internet-addiction da chi invece mantiene un sano equilibrio tra vita online ed offline.

A questo scopo un gruppo di ricercatori dell’Università di Berlino ha condotto uno studio, proponendo ad un campione di giocatori adulti coinvolti in un gioco di strategia disponibile all’interno di Facebook, “Combact zone”, un sondaggio per misurarne le variabili socio-demografiche, psicopatologiche ed il tasso di dipendenza da Internet.

 

Che caratteristiche psicologiche ha una persona internet-dipendente?
Circa un sesto dei partecipanti coinvolti (totale 370 persone) rientrava nei criteri per la dipendenza da Internet, secondo le risposte fornite ad un questionario standardizzato (Internet Addiction Test): infatti, la loro routine quotidiana e le loro situazioni sociali, occupazionali ed emozionali venivano influenzate in maniera consistente dall’utilizzo di Internet.
Queste persone riportavano inoltre un maggior numero di sintomi depressivi, una più bassa qualità di vita ed una prevalenza dei sintomi di Alessitimia.
L’Alessitimia (letteralmente “Mancanza di parole per le emozioni”) in particolare, è una difficoltà nell’identificare e descrivere emozioni proprie ed altrui. Le persone alessitimiche faticano a distinguere i sentimenti dalle sensazioni fisiche, ed hanno uno stile cognitivo orientato esternamente (cioè focalizzano la loro attenzione all’esterno piuttosto che sulla loro vita interiore).

Quali sono le cause?
Ad oggi tuttavia, rimane ancora poco chiaro se sia l’alessitimia a portare alla dipendenza da Internet, o se invece la relazione sia inversa, ovvero persone che passano molto tempo al pc e nei giochi di ruolo diventino col tempo e con l’isolamento sociale incapaci di riconoscere le emozioni proprie ed altrui. Allo stesso modo, i dati raccolti in questo studio confermano ricerche precedenti in cui era stata individuata una relazione tra un uso problematico di Internet e livelli di depressione, senza però chiarirne la direzionalità. Difatti, potrebbe essere che pazienti depressi cerchino di alleviare i propri sintomi attraverso un eccessivo uso di giochi nei social network, così come un utilizzo patologico di Internet potrebbe provocare sintomi depressivi.

Qual è l’utilità di queste scoperte?
Quanto emerso da questo studio, tuttavia orienta nella comprensione delle patologie più comuni negli adulti che convivono con una dipendenza da Internet, considerando lo specifico caso di giocatori all’interno dei social network. Difatti, una maggior comprensione dei possibili quadri clinici che accompagnano questo tipo di dipendenza, diventa di estrema importanza nel momento in cui si passa al trattamento, ed in tal senso alcune tecniche cognitivo-comportamentali sembrano essere le più promettenti.

 

 

logo

Chi siamoDove siamo – Contatti



2765404671_721a833beb_oTra gli anni ’60 e gli anni ’80, e fino ai nostri giorni, si è registrato un aumento impressionante di divorzi, assieme ad una graduale diminuzione di matrimoni. Allo stesso tempo, il concetto di famiglia va modificandosi: la classica famiglia formata da padre e madre, è ora sempre più spesso sostituita da quella costituita da un solo genitore o da quella allargata. Naturale che tali cambiamenti si riflettano sullo sviluppo e sul comportamento del bambino. I bambini che hanno sperimentato il divorzio dei genitori hanno maggiori problemi comportamentali rispetto a quelli che vivono in una famiglia ancora integra, soprattutto se la separazione è avvenuta nei primi cinque anni di vita del figlio. Dall’altra parte, alcune ricerche suggeriscono che maggiore è il reddito familiare minore sarà la probabilità che un divorzio possa inficiare lo sviluppo del bambino. Questo, probabilmente, è dovuto al fatto che un divorzio per le famiglie più povere implica una spesa economica gravosa, e quindi minor tempo e denaro da dedicare al figlio. Al contrario, altri studi, dicono invece che siano i bambini delle famiglie più ricche a subire danni maggiori.

 

Per porre maggiore chiarezza sulla questione la psicologa Rebecca M. Rayan, assieme al suo team, ha condotto uno studio su un campione di famiglie che sono andate incontro alla separazione, e ha indagato se gli effetti dei cambiamenti familiari sul comportamento del figlio varino in base al reddito e se sono più forti quando il bambino è ancora molto piccolo.

 

Lo studio

La ricerca è stata condotta su un campione di bambini, seguiti dalla nascita fino ai dodici anni.

I fattori che, anno dopo anno, venivano esaminati dai ricercatori, erano:

  • i cambiamenti familiari che si erano succeduti nel tempo
  • il livello economico in cui versava la famiglia prima della nascita del figlio e successivamente al divorzio
  • il comportamento del bambino.

 

I risultati

I risultati suggeriscono che i cambiamenti nel comportamento del bambino, successivi ad un divorzio, sono maggiori quando il bambino vive in una famiglia con grandi disponibilità economiche. Perché? Due sono le risposte che gli studiosi hanno dato. La prima afferma che le famiglie con bassi redditi hanno meno da perdere, in termini di denaro e di qualità dell’ambiente di vita. Una famiglia dal reddito medio-alto, al contrario, risentirebbe maggiormente delle conseguenze di un divorzio, sia in termini economici che di tempo: i genitori, che prima avevano maggiori occasioni e possibilità di seguire il figlio, avranno poi minor tempo da dedicargli. La seconda sostiene che le famiglie aperte, o quelle formate da un solo genitore, sono più comuni tra i ceti economici più bassi, cosicchè i figli di famiglie con disponibilità economiche del genere finiscono per percepire i cambiamenti familiari come più normali, prevedibili, e meno stressanti, perciò, questi cambiamenti non inficiano granchè il loro benessere.

L’associazione tra cambiamenti in famiglia e problemi comportamentali del figlio, inoltre, emerge solo quando i cambiamenti sono avvenuti durante la prima infanzia del bambino. Ciò testimonia l’importanza, per lo sviluppo, del primo ambiente di vita in cui il bambino si trova a crescere.

 

Bibliografia: Associations Between Family Structure Change and Child Behavior Problems: The Moderating Effect of Family Income, Rebecca M. Ryan, Child Development, 2015, Volume 86, 1, 112–127.

logo

Chi siamoDove siamo  

 



Le storie che contengono elementi soprannaturali o magici incantano generazioni di lettori, da sempre. Durante queste letture, le persone si trovano a simulare mentalmente un mondo diverso da quello reale: questa situazione provoca un processo a cascata, che parte dalla maggiore attenzione necessaria per elaborare un racconto che si discosta significativamente dalla realtà. Questa “iperattenzione” porta il lettore ad una profonda immersione nella storia, e quindi ad un forte coinvolgimento emotivo. Curiosamente, il piacere derivante dalla lettura risulta essere tanto più intenso quanto maggiore è la differenza tra l’evento narrato e ciò che il lettore ha sperimentato nella sua vita. Ma cosa rende così diversa la lettura di storie narranti mondi fantastici e scene magiche rispetto ad altri tipi di racconti?




harry potter libriUno studio ha cercato di scoprire quali aree del cervello sono più attive durante la lettura di testi appartenenti al genere della letteratura fantastica. In particolare sono stati scelti dei passaggi provenienti dalla saga di Harry Potter, in modo da creare due condizioni sperimentali: nella condizione “magia” sono stati utilizzati 20 brani descriventi scene magiche e surreali, invece per la condizione di controllo sono stati scelti 20 passi dal contenuto neutro. Mentre i partecipanti leggevano, venivano sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fMRI), una tecnica di neuroimmagine utilizzata per valutare, in questo caso, quali aree cerebrali sono maggiormente attive nelle diverse condizioni.

l'immagine mostra l'amigdala, (ce ne sono due, a destra e a sinistra) nei lobi temporali del cervello
l’immagine mostra l’amigdala, (ce ne sono due, una a destra e una a sinistra) nei lobi temporali del cervello

Il più interessante tra i risultati raccolti è la maggior attivazione dell’amigdala sinistra durante la lettura di eventi magici. L’amigdala è una struttura cerebrale che svolge un ruolo importante nell’elaborazione di stimoli esterni salienti, tra cui anche quelli emotivamente forti, ed è parte integrante di un circuito cerebrale che si attiva in risposta alla presentazione di stimoli nuovi e salienti (salience network).

I racconti magici e fantastici violano le conoscenze che una persona ha sul mondo, rendendo saliente il contenuto della storia, ed una volta che uno stimolo viene elaborato come significativamente differente rispetto all’esperienza quotidiana e quindi come una “novità”, il lettore si trova nella condizione di maggior sensibilità agli elementi affettivi del testo.
Inoltre, i partecipanti nella condizione “magica” hanno riportato maggiori emozioni di sorpresa e piacere nella lettura rispetto a coloro che erano coinvolti nella lettura dei testi a contenuto neutro, evidenziando perciò come eventi magici siano associati a vissuti emotivi di sorpresa ed all’esperienza edonica di piacere nella lettura. Entrambi i fenomeni potrebbero spiegare come mai nel linguaggio comune il termine “magico” viene usato come sinonimo di emozionalmente intenso.

Inoltre, nel gruppo di coloro che leggevano brani a contenuto magico e fantastico, sono state individuate delle connessioni cerebrali con un’attività più bassa rispetto all’attivazione delle stesse aree nel gruppo di coloro che erano impegnati nella lettura brani narranti scene quotidiane. In particolare, una minore attivazione è stata rilevata nelle aree corrispondenti alla memoria autobiografica, plausibilmente poiché la persona nella prima condizione ha minor possibilità di richiamare eventi di vita già vissuti nel passato (e che vengono appunto “registrati” nella propria memoria autobiografica) dal momento che eventi così affascinanti ed al di là dell’esperienza quotidiana non sono rinvenibili nel bagaglio esperienziale della persona.

Quindi, l’attivazione delle diverse aree cerebrali osservata durante la lettura di storie a contenuto soprannaturale offre una spiegazione al “come la letteratura fantastica riesce ad essere così accattivante coinvolgendo completamente il lettore”: l’immaginare vividamente questi eventi soprannaturali occupa il nostro circuito cerebrale dell’attenzione e della sorpresa, coinvolgendoci molto più intensamente rispetto ad altri mondi immaginari ma che non sono a carattere soprannaturale. In più, attivano in modo particolare una struttura cerebrale che non è solamente coinvolta nell’individuare eventi salienti (quali sicuramente sono gli eventi magici), ma è soprattutto connessa all’esperienza emozionale ed edonica (esperienza che è molto probabilmente ricercata da molti appassionati lettori di romanzi fantasy): l’amigdala.









Articolo Originale:
Hsu et al. The Magical Activation of Left Amygdala when Reading Harry Potter: An fMRI Study on How Descriptions of Supra-Natural Events Entertain and Enchant. PLoS One 2015, 10(2).

 

logo

Chi siamoDove siamo  



Perché due fratelli gemelli, nati nello stesso ambiente, riceventi la medesima educazione familiare, ottengono punteggi diversi in vari test di intelligenza? Uno studio condotto in Inghilterra ha cercato di analizzarne le motivazioni, esaminando un processo di sviluppo che può causare differenze nei livelli di intelligenza tra fratelli: l’apprendimento della lettura. L’abilità di leggere e comprendere testi è sicuramente indispensabile nella nostra società, e le capacità di lettura sono associate ad una migliore educazione, salute e status socio-economico. La lettura potrebbe avere, pertanto, un effetto causale sulle abilità cognitive in generale, che sono a loro volta associate ad una vita migliore. In altre parole la lettura può, nel tempo, migliorare l’intelligenza generale.

L’ipotesi

intelligenzaSe la lettura migliora l’intelligenza, i bambini aventi migliori abilità di lettura rispetto ai loro gemelli, dovrebbero riportare anche un maggior punteggio nei test di intelligenza, sempre rispetto al loro gemello.

Lo studio

Nello studio, durato nove anni e condotto su un campione di gemelli monozigoti seguiti dai 7 ai 16 anni, i partecipanti vennero sottoposti, ogni anno, a tre tipi di test: il primo analizzava le loro abilità di lettura, il secondo esaminava quanto l’ambiente familiare favorisse la lettura, e il terzo era un test d’intelligenza.

I risultati

A distanza di nove anni, i bambini che avevano inizialmente migliori capacità di lettura rispetto al loro gemello, non solo tendevano a mantenere nel tempo questa caratteristica, ma mostravano anche punteggi più elevati del fratello nelle varie batterie dei test di intelligenza. L’esporre il bambino alle letture non sembra aumentare i livelli di intelligenza: piuttosto l’abilità pura a leggere, sviluppata mediante la costanza e la volontà del bambino, è la discriminante fondamentale nel determinare il livello di intelligenza. La lettura è associata non solo allo sviluppo di buone capacità cognitive di tipo verbale, ma anche di quelle di tipo non verbale. Ad esempio, è connessa allo sviluppo del pensiero logico-astratto, probabilmente perché, durante la lettura, è essenziale assumere una prospettiva, o immaginare altri mondi, tempi, scenari.

Utilizzando nello studio gemelli di tipo monozigoti vissuti nella stessa famiglia, i ricercatori si sono assicurati che ciò che differenziasse le abilità dei gemelli non fosse tanto l’ambiente familiare in cui sono nati e cresciuti, ma l’attitudine a leggere, propria di ogni bambino.

 

Inoltre, questo studio ci dimostra l’importanza di stimolare nel figlio l’abitudine a leggere spesso. Non è utile limitarsi a circondare il figlio di libri ed enciclopedie e obbligarlo a leggerli, credendo così di aver svolto il proprio lavoro di genitori: è necessario, piuttosto, instillare, passo dopo passo, l’amore per la lettura, attraverso racconti stimolanti e appropriati agli interessi del bambino. Questo è ancora più importante se e appena si notano nel bambino le prime difficoltà di lettura (ad esempio, nei casi di dislessia): un tipo di intervento del genere potrebbe alleviare notevolmente i problemi futuri, e, inoltre, potrebbe aumentare le abilità cognitive del bambino.

 

Bibliografia : Does Learning to Read Improve Intelligence? A Longitudinal Multivariate Analysis in Identical Twins From Age 7 to 16, S. J. Ritchie e T. C. Bates, Child Development, 2015, 23–36

 

logo

Chi siamo Dove siamoContattaci

 



I social media come Facebook, Instagram, Snapchat, Pinterest, possono influenzare la soddisfazione che proviamo verso il nostro aspetto fisico? O, al contrario, è l’insicurezza relativa al proprio corpo che porta a cercare continue conferme attraverso la ricerca di un “mi piace”?

Un gruppo di ricercatori presso La Trobe University (Melbourne, Australia) ha studiato 101 ragazze adolescenti, di 13 anni in media, per tentare di far luce sull’uso dei social media in generale; in particolare sulla pratica del cosiddetto “Selfie” (da sole o con amici), in relazione ad aspetti psicologici quali: il dare un eccessivo valore al proprio peso ed alla forma corporea, l’insoddisfazione per il proprio aspetto fisico, e i comportamenti di restrizione alimentare.

I dati, raccolti attraverso questionari specifici, hanno rivelato che, in generale, le adolescenti sono coinvolte in molteplici forme di attività nei social media. Tra queste, una parte consistente di ragazze (approssimativamente un 50%) ha affermato di scattare selfies almeno una volta alla settimana e di condividerli regolarmente nei social. I ricercatori hanno quindi identificato due tipi di gruppi: ragazze maggiormente attive nello scattare Selfie per condividerli nei propri profili, e coloro che invece non riportano di essere particolarmente coinvolte in queste attività.

Quali differenze si sono potute osservare tra i due gruppi?
Le adolescenti che condividevano con maggior frequenza autoscatti riportavano anche una sopravvalutazione della forma e peso corporei, associati ad una maggior insoddisfazione del proprio aspetto fisico ed una più profonda interiorizzazione dell’ideale di bellezza proposto dai media.
Inoltre, all’interno di questo gruppo i ricercatori hanno cercato di indagare il livello di coinvolgimento nella scelta delle foto, rilevabile dalle preoccupazioni riguardo alla qualità degli scatti e gli sforzi spesi nello scegliere quale tra tutte le foto scattate condividere sul proprio profilo, insieme anche ad un altro aspetto che può essere chiamato “manipolazione delle foto”, il quale comprende l’alterare alcune parti delle foto attraverso programmi di fotoritocco. In questo studio, le ragazze che più frequentemente manipolavano le foto prima di condividerle e che riportavano di investire più tempo ed energie in questa attività, riferivano anche una maggior quantità di preoccupazioni riguardo al proprio aspetto fisico ed all’alimentazione.

Quali interpretazioni?

selfie di Miley Cyrus, cantante molto apprezzata dagli adolescenti: i media stessi e i VIP influenzano l'ideale di bellezza di tutti noi.
selfie di Miley Cyrus, cantante molto apprezzata dagli adolescenti: i media stessi e i VIP influenzano l’ideale di bellezza di tutti noi.

È probabile che le ragazze maggiormente preoccupate del proprio aspetto fisico tendano anche a curare aspetti, per loro rilevanti, di come appariranno agli occhi degli altri attraverso la manipolazione delle proprie foto, così da condividere delle immagini di sé vicine al proprio ideale di bellezza. Inoltre, l’essere coinvolte “attivamente” nel presentare l’immagine desiderata, insieme al continuo confrontarsi con le immagini pubblicate dagli altri ed il poter ricevere e fare commenti, contribuisce a sviluppare un esame minuzioso di sé, che conduce a sviluppare delle preoccupazioni relative al “come si appare agli altri”. Questo è un aspetto importante presente solo nei social media, i quali a differenza di media più passivi come la televisione, pongono la persona nelle condizioni sia di poter fare che ricevere giudizi. Infine, il coinvolgimento nei social media può essere ricercato dalle persone con elevate preoccupazioni relative al proprio corpo che cercano gratificazioni nelle “rassicurazioni e valutazioni della loro attrattiva fisica e sociale” da parte degli altri.
Si delinea così un rapporto di causa-effetto che va in entrambe le direzioni, tra l’utilizzo dei social media e le preoccupazioni riguardo al proprio aspetto fisico: le ragazze che hanno maggiori insicurezze relative all’aspetto fisico sarebbero maggiormente inclini ad attività che danno importanza all’apparenza; ed a sua volta, il coinvolgimento in attività che si focalizzano sull’aspetto fisico della persona, come l’investimento e la manipolazione delle foto, alimenta le preoccupazioni relative al proprio corpo, che sono a loro volta strettamente legati all’insorgere di disturbi alimentari come l’anoressia e la bulimia.

Articolo originale:
McLean et al. Photoshopping the selfie: Self photo editing and photo investment are associated with body dissatisfaction in adolescent girls. International Journal of Eating Disorders, 2015, in stampa.

 

logo

Chi siamo Dove siamoContattaci



delete

I traumi psicologici sono purtroppo ad oggi molto diffusi nel mondo, e le cause possono essere le più disparate: dagli attacchi terroristici agli incidenti automobilistici. Molte persone di fronte a questi eventi catastrofici sviluppano quelle che dal DSM V, il principale manuale diagnostico dei disturbi mentali, vengono denominate “memorie intrusive e ricorrenti dell’evento traumatico”. Tali tipi di ricordi sono elementi costitutivi della sindrome da stress post-traumatico (PTSD), disturbo che si verifica subito dopo un trauma. I modi per intervenire nel modulare la persistenza di questi ricordi non sono ancora stati capiti, soprattutto perché le sensazioni emotive provate durante l’evento si consolidano in memoria molto in fretta, entro le sei ore. Dopodichè nel ricordo interviene il riconsolidamento mnestico, quel processo mediante il quale il ricordo (come quello di un episodio scioccante) viene riattivato da un qualsiasi indizio (il rivedere la scena traumatica, ad esempio) e questo ricordo diviene malleabile. Questo tipo di riconsolidamento è un processo naturale della nostra mente, ed è necessario affinchè il ricordo persista in memoria. I cambiamenti nella memoria si possono attuare proprio durante questo processo. Nel passato, le tecniche usate per modificare i ricordi erano spesso invasive, come ad esempio interventi farmacologici o elettroshock. Così, alcuni ricercatori di Cambridge, attraverso un esperimento, hanno messo a punto una tecnica cognitiva non invasiva per attenuare tali ricordi.

L’esperimento

STEP 1: Il primo giorno ai 52 partecipanti all’esperimento, studenti e lavoratori, venne data l’istruzione di guardare un filmato violento, da soli, in una stanza buia.

STEP 2: Il secondo giorno gli stessi partecipanti venivano casualmente divisi in due gruppi: nel primo, i partecipanti rivedevano alcune scene traumatiche del film, e successivamente giocavano a tetris; al secondo, il gruppo di controllo, venne dato da svolgere un semplice compito riempitivo e venne detto di aspettare finché l’altro gruppo non avesse finito.

STEP 3: Per i sette giorni seguenti, entrambi i gruppi continuarono a rievocare le scene violente viste nel filmato e a riportarle in un diario.

STEP 4: Il settimo giorno vennero tutti sottoposti nuovamente alla visione dei contenuti traumatizzanti del film e, successivamente, dovettero compilare un test che misurava il livello di intrusività dei ricordi.

 

I risultati

I risultati suggeriscono che il numero di ricordi intrusivi riguardanti il film era identico per tutti i partecipanti prima dell’intervento del giorno 2. Successivamente però, il primo gruppo, che aveva avuto modo di riattivare in memoria le immagini violente e di concentrarsi subito dopo in un compito (il Tetris) che nulla c’entrava con il video mostrato, registrava un significativo decremento delle memorie traumatiche rispetto al secondo gruppo. Insomma, i ricordi intrusivi permanevano nei giorni successivi nella mente del secondo gruppo di partecipanti (il gruppo di controllo) ma non nel primo.

Ma perché giocare a tetris subito dopo aver riattivato in memoria le immagini violente, permette di ridurre la quantità di ricordi intrusivi? La chiave sta nel fatto che un qualsiasi compito visuospaziale, come il Tetris, svolto dopo un evento, può interferire retroattivamente con il consolidamento in memoria di tale evento. Come spiegato prima, quando è in atto il processo di riconsolidamento, in cui la scena traumatica viene riattivata, la memoria è molto malleabile: svolgere un compito durante tale processo influenza e cancella i ricordi traumatici precedenti.

Al di là dell’esperimento, questa scoperta ha dato alla psicologia un enorme apporto, perché per la prima volta si è dimostrato che è possibile ridurre ricordi intrusivi derivanti dalla visione di un film violento attraverso metodi cognitivi, assolutamente non invasivi. Il prossimo passo sarà mettere in pratica quanto scoperto, al fine di aiutare persone che con i ricordi traumatici, provenienti dalla vita reale (e non da un semplice film), ci convivono tutti i giorni.

 

Bibliografia: Computer Game Play Reduces Intrusive Memories of Experimental Trauma via Reconsolidation-Update Mechanisms, E. J. James e coll., Psychological Science, 2015, 1201-1215

 

logo

Chi siamoDove siamoContattaci

 



Il razzismo è un sistema organizzato entro una società, che provoca un’ingiusta disuguaglianza nella distribuzione del potere, delle risorse e delle opportunità tra diversi gruppi etnici o razze. Si può manifestare attraverso convinzioni, stereotipi, pregiudizi o discriminazioni.
Il razzismo persiste ancora oggi come causa di esclusione, conflitto e svantaggio su scala globale, ma il suo effetto va ben oltre. Numerosi studi hanno infatti dimostrato che il razzismo fa male alla salute di chi lo subisce, influenzandola nei suoi diversi aspetti sia fisici che psicologici.

In un recentissimo articolo pubblicato su PLoS One , sono stati ri-analizzati statisticamente i risultati di 293 studi pubblicati tra il 1983 ed il 2013, mediante una cosiddetta “meta-analisi”. Oltre a confermare le precedenti conoscenze sul legame esistente tra razzismo subìto e salute fisica e psicologica, esso ha portato a nuovi risultati.
Gli articoli presi in considerazione si proponevano di analizzare la relazione esistente tra il razzismo riferito da ogni partecipante ed il suo livello di salute fisica e psicologica.
La prima variabile (razzismo) è stata misurata considerando molteplici misure, tra cui: l’autovalutazione delle esperienze di razzismo vissute direttamente dal soggetto; esperienze vicarie di razzismo come l’aver assistito ad episodi di discriminazione vissuti da familiari o amici; razzismo interiorizzato che consiste nell’incorporazione nella propria visione del mondo di atteggiamenti o convinzioni razziste.




La seconda variabile (salute) è stata rilevata con 3 tipi di misure: (1) salute mentale, sia sul versante negativo considerando depressione, ansia, stress psicologico, che sul versante positivo con indici di autostima, soddisfazione di vita e benessere; (2) misure della salute fisica come pressione sanguigna ed ipertensione, sovrappeso, malattie cardiache e diabete; (3) indicatori del benessere generale comprendenti sensazioni che rientrano in entrambe le categorie precedenti.

I risultati hanno evidenziato come livelli più elevati di razzismo subìto siano associati ad una più scarsa salute mentale (con maggiori episodi di depressione, ansia e stress psicologico), più scarso benessere generale e più scarsa salute fisica. Variabili quali l’età, il sesso, il luogo di nascita ed il livello scolastico della persona non sembrano influenzare questo effetto, che viene invece significativamente influenzato dall’etnia di appartenenza.
Difatti, l’associazione tra razzismo e minor salute mentale e fisica è più forte per gli asioamericani ed i latino-americani rispetto agli afro-americani. Queste scoperte suggeriscono che gli afro-americani potrebbero aver sviluppato delle capacità di resilienza più forti rispetto agli altri gruppi. La resilienza è la capacità di superare in modo efficace agli eventi avversi della vita.

Attraverso quali meccanismi fisiologici può il razzismo avere un effetto sulla salute fisica e psicologica delle sue vittime?
Un’esposizione cronica al razzismo potrebbe causare una disregolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che a sua volte può danneggiare il sistema corporeo e condurre a malattie cardiovascolari, psicosomatiche ed obesità. Si tratta infatti dello stesso circuito biologico che regola le risposte allo stress prolungato. L’impatto del razzismo sulle regioni cerebrali cognitivo-affettive come la corteccia prefrontale, corteccia cingolata anteriore, amigdala e talamo, condivide invece delle somiglianze con le vie che inducono ad ansia, depressione e psicosi. Studi di neuroimaging hanno infatti identificato l’attivazione di queste regioni in risposta al rifiuto sociale, le quali sono a loro volta analoghe alle regioni che si attivano per il dolore fisico.

Sembra quindi che il razzismo produca dei costi per la società in cui è più diffuso: infatti, un incremento delle malattie sia fisiche che mentali, porterà a maggiori costi sanitari per lo Stato: il razzismo, quindi, logora sia chi lo subisce che chi lo mette in pratica.

Articolo originale: 
Paradies et al. Racism as a Determinant of Health: A Systematic Review and Meta-AnalysisPLoS One. 2015 Sep 23;10(9)

logo

Chi siamoDove siamoContattaci










Negli ultimi 20 anni, la quantità di coppie il cui primo incontro è avvenuto su internet è aumentata ininterrottamente. Non solo: al giorno d’oggi sono cambiate anche le modalità con cui una relazione romantica si sviluppa; ad esempio si parla di escalation internet-assistita”, composta da un iniziale incontro faccia a faccia che prosegue con diverse interazioni online (chat, whatsapp, facebook), in seguito alle quali le persone coinvolte cominciano a frequentarsi anche nella vita offline. Tuttavia, in parecchi casi questa sequenza può essere interrotta se uno dei due potenziali partner riporta sul proprio profilo Facebook di essere già impegnato ufficialmente.

Un anello di fidanzamento digitale?
Sin dai tempi più antichi, l’oggetto simbolico più popolare per rappresentare il legame esistente tra due persone è l’anello nuziale o di fidanzamento. Ma nell’era del web 2.0, i nuovi ambienti di interazione non permettono di ostentare fisicamente un tale simbolo che viene quindi trasposto nell’ambiente virtuale con la personale decisione di dichiarare la propria situazione sentimentale. Essere “Ufficialmente impegnati” su Facebook può essere considerato come una specie di anello digitale per la nuova generazione. Il volerlo indicare è una scelta deliberata della persona, proprio come si può decidere o meno di indossare un anello. Alcune ricerche hanno dimostrato che questa scelta può essere interpretata come un segnale che la coppia vuole dare di essere “fuori dal mercato”, riflettendo inoltre una nuova dimensione della relazione in cui il partner riconosce pubblicamente il suo impegno e coinvolgimento.

Quali differenze vi sono tra coloro che decidono di rendere pubblica la propria situazione sentimentale su un social network e coloro che invece decidono deliberatamente di non farlo?
La risposta arriva da uno studio che ha coinvolto 532 ungheresi di età compresa tra i 16 e 69 anni, di cui 292 impegnati in una relazione al momento della compilazione del questionario. In questo sottocampione una parte non riportava sul proprio profilo Facebook la situazione sentimentale, un’altra parte invece manifestava pubblicamente il proprio coinvolgimento in una relazione amorosa.
I ricercatori hanno confrontato in modo particolare le differenze relative ai livelli di amore romantico e di gelosia riportati da questi due gruppi attraverso la compilazione di un questionario online.
I risultati raccolti hanno dimostrato come coloro che dichiarano la propria situazione sentimentale su Facebook – facendo comparire il nome del partner o meno – riportano dei sentimenti di amore più forti verso il partner rispetto a coloro che decidono di non condividere tale informazione. Inoltre, i primi riportano anche livelli più elevati di gelosia, il che potrebbe indicare la volontà di proteggere la relazione, fornendo una maggiore sicurezza per ridurre possibili minacce. Altri studi infatti riportano come la maggior parte degli utenti Facebook possiede tra i propri amici ex-fidanzati/e, inoltre più del 90% dei rispondenti afferma che il loro partner presenta tra gli amici persone che loro non conoscono, il che potrebbe contribuire ad elevare i livelli di incertezza e quindi di gelosia.
Il legame esistente tra amore romantico e gelosia è ragionevole in una relazione consolidata, difatti la durata media della relazione nel presente studio è di circa tre anni. Le persone che provano un amore romantico più elevato sono sensibili alle minacce alla loro relazione in diversi contesti. Facebook è un contesto alquanto speciale, che facilita l’interazione con ex-partner e potenziali rivali ed a causa di queste sue caratteristiche potrebbe indebolire la stabilità della coppia. Da un lato, le persone che provano un intenso amore verso i loro partner sono più gelosi in questo contesto; dall’altro, per le stesse ragioni, sono più motivati ad esprimere il loro impegno sui social, proprio con il fine di proteggere la relazione.

È comunque da tener presente che questi risultati non ci danno informazioni sul rapporto causale: non è chiaro infatti se più alti livelli di amore e gelosia predicono la scelta di voler dichiarare la propria situazione sentimentale, o se sia invece l’opposto: e se fosse l’annunciare la propria relazione ad aumentare l’amore e la gelosia in una coppia?

 

Articolo originale:

Elevated romantic love and jealousy if relationship status is declared on Facebook. Front. Psychol., 26 February 2015

logo

Chi siamoDove siamoContattaci



Può essere capitato, nella nostra vita di studenti o di genitori, di aver incontrato bambini molto vivaci a scuola, poco attenti alle lezioni, e spesso incapaci di rimanere al proprio posto: è probabile che quei bambini abbiano sofferto di ADHD. Il deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è un comune disturbo psicologico che caratterizza l’età dello sviluppo contraddistinto da sintomi quali eccessiva iperattività e impulsività, legati a disorganizzazione e inattenzione. Recenti ricerche hanno confermato la familiarità di questo disturbo, tuttavia gli studi riguardo a questo argomento non sono del tutto concordi. Come sostiene lo psicologo Bronfenbrenner, c’ è una certa sinergia tra le influenze genetiche e l’ambiente familiare in cui il bambino cresce. Queste influenze sono sempre state analizzate in negativo, facendo risaltare solo i fattori di rischio dell’ambiente, senza dar peso all’influenza protettiva che può avere la famiglia. Ad esempio, è stato dimostrato che l’assenza di cure parentali adeguate (calore, coinvolgimento) è strettamente associato al successivo sviluppo di ADHD, mentre la presenza delle stesse serve ad attenuare il deficit da ADHD.

Lo studio

Nell’università del Michigan si è voluto, appunto, esaminare quanto le cure parentali possono moderare positivamente le influenze genetiche e ambientali dell’ ADHD. Circa 500 coppie di gemelli monozigoti sono stati sottoposti allo studio. Sono state indagate le variabili genetiche comuni alle coppie di gemelli. Ai genitori sono stati somministrati due questionari: nel primo dovevano indicare se e con quale frequenza erano presenti i comportamenti più tipici dell’ ADHD nei loro figli, nel secondo venivano sondato il coinvolgimento, l’affetto, i conflitti e il rispetto che i genitori avevano nei confronti dei propri figli nella vita di tutti i genitori.

I risultati

L’ambiente non condiviso (ovvero tutto ciò che i bambini esperiscono al di là della vita in famiglia) ha un’influenza molto alta sullo sviluppo di tale deficit se e solo se le cure parentali sono state scadenti, mentre la sua influenza decresce se in famiglia i bambini hanno avuto genitori calorosi e accoglienti.

Ciò sta a significare che il prendersi cura dei propri figli, dando loro il calore e l’affetto di cui hanno bisogno, modera l’influenza che l’ambiente esterno e i geni possono avere sullo sviluppo di questo deficit. E questo accade sia in negativo (quando l’ambiente familiare non è affatto attento ai bisogni del piccolo), aumentando il possibile impatto negativo delle altre variabili, sia in positivo, diminuendo le probabilità che questo deficit insorga. Dunque, è probabile che in un bambino che nasce in una famiglia in cui non viene assicurato un buon livello di coinvolgimento, di affetto, di calore da parte delle figure genitoriali, incidano maggiormente i fattori di rischio provenienti dall’ambiente esterno. Insomma, le cure che i genitori offrono ai propri figli funzionano come una sorta di cuscinetto, che li protegge da influenze negative.

Sebbene non si possa escludere che l’ereditarietà giochi un ruolo nello sviluppo dell’ADHD (essendo l’influenza genetica ben al di sopra dello zero), questo studio ci dimostra quanto è importante l’ambiente in cui il bambino nasce e cresce, per capire l’eziologia di questo deficit.

 

Bibliografia

Parental Involvement Moderates Etiological Influences on Attention Deficit Hyperactivity Disorder Behaviors in Child Twins, A. Nikolas e coll., Child Development, 2015, 224-240

logo

Chi siamoDove siamoContattaci



Molte ricerche hanno dimostrato come lo stato civile di una persona sia associato alla sua soddisfazione di vita: in generale, le persone divorziate sono meno soddisfatte nella vita di quelle sposate. Da queste ricerche non è però possibile concludere che il divorzio sia la causa del loro minor benessere.
Per chiarire la questione, Lucas (2005) ha esaminato i cambiamenti rispetto alla soddisfazione di vita, prima e dopo il divorzio, in famiglie tedesche, in uno studio longitudinale lungo 18 anni iniziato nel 1984. Complessivamente 30.000 persone parteciparono allo studio, di cui 845 divorziarono almeno dopo un anno dall’inizio della ricerca. Ogni anno, attraverso un’intervista faccia a faccia, venivano raccolte informazioni riguardo alla soddisfazione di vita di ciascun partecipante.

divorzioGeneralmente, le persone risultano essere davvero meno felici dopo il divorzio?
I risultati hanno dimostrato che la soddisfazione di vita diminuisce prima del divorzio, raggiungendo un livello minimo l’anno precedente; in seguito il benessere aumenta raggiungendo dei valori che si stabilizzano dopo circa 5 anni. Però, il picco di soddisfazione dopo il divorzio è significativamente più basso rispetto a quello raggiunto durante il matrimonio. I dati raccolti durante tutti gli anni a seguito della fine del matrimonio mostrano che anche se avvengono alcuni adattamenti, non vi è un ritorno completo ai valori di soddisfazione di vita che le persone provavano durante il matrimonio.
Questi risultati suggeriscono come le persone non si adattino completamente ad un evento di vita importante quale è il divorzio, contrariamente a quanto sostenuto dalle cosiddette “teorie del set-point”.
Secondo queste teorie, qualsiasi evento di vita possa colpire una persona, avrà su di essa degli effetti temporanei: le persone hanno un’incredibile capacità di adattarsi a qualsiasi circostanza di vita ritornando con il tempo a dei punti fissi (set-point) di benessere. La forza di questa capacità viene però messa in discussione dai risultati di questo esperimento.

Le differenze nel benessere psicologico tra divorziati e sposati sono dovute a differenze preesistenti o al divorzio in sé?
I risultati di questo studio fanno pendere l’ago della bilancia verso le differenze preesistenti tra persone che perdurano nel matrimonio e coloro che invece si trovano a dover porvi fine. Vennero considerate 2388 persone che iniziarono lo studio da celibi/nubili e solo nell’arco dei 18 anni di ricerca si sposarono, successivamente alcune di loro divorziarono altre invece no. Queste ultime risultavano essere più soddisfatte della propria vita ancora prima del matrimonio se comparate a coloro che successivamente divorziarono.
Quindi le differenze nella soddisfazione di vita tra i due gruppi non erano dovute al divorzio in sé che poteva aver causato una diminuzione nel benessere. Al contrario, le persone che alla fine divorziarono risultavano essere meno felici degli altri ancor prima del matrimonio.

Ma allora, da cosa dipende il tornare a stare bene dopo un divorzio?

È importante sottolineare che esistono importanti differenze da persona a persona nel modo di reagire e adattarsi ad importanti eventi di vita: infatti, per alcuni il divorzio porta invece ad un aumento nella soddisfazione di vita, mentre per altri la sofferenza nel tempo rimane invece più elevata della media.

Secondo questo studio inoltre, l’adattamento a una nuova condizione non è sempre né veloce né completo. Per esempio, lo stesso gruppo di ricerca ha dimostrato che le persone si adattano molto velocemente al matrimonio (circa 2 anni), mentre più tempo è necessario per adattarsi alla morte del coniuge (circa 8 anni). Infine, un adattamento incompleto è stato rilevato anche in ambiti al di fuori del matrimonio, ad esempio nel caso della disoccupazione.

Messi insieme, questi studi ci dicono che nonostante abbiamo una notevole capacità di adattamento ai grandi cambiamenti, tale adattamento non è necessariamente veloce o inevitabile. Le reazioni variano a seconda dell’evento e a seconda della persona che vive uno stesso avvenimento. Chi circonda la persona che attraversa un divorzio o una separazione, che siano amici, parenti o perfino psicologi, non dovrebbe dare per scontato che il tempo sistemerà le cose. Al contrario, alcune persone potrebbero non adeguarsi mai ad alcuni eventi di vita, almeno senza che vi sia alcun tipo di intervento.

Bibliografia:
Richard E. Lucas. Time Does Not Heal All Wounds. A Longitudinal Study of Reaction and Adaptation to Divorce. Psychological Science December 2005 vol. 16 no. 12 945-950




© 2019-24 Mentecomportamento. All rights reserved.



© 2019-24 Mentecomportamento. All rights reserved.