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Tutte le news sulla Plusdotazione Cognitiva, Psicologia Adulti, Psicologia Bambini e Adolescenti, Psicologia Forense, Neuropsicologia, Comunicati, Corsi, Curiosità e Laboratori di Mentecomportamento


A Padova– Mercoledì 5 Ottobre 2016- ore 18:15, presso l’Istituto di Terapia Cognitiva e Comportamentale, via De Amicis 5.




 

E’ stato recentemente creato un nuovo test computerizzato di misurazione delle capacità attentive, somministrabile sia a bambini (dai 6 ai 12 anni) che ad adolescenti e adulti (dai 13 anni in avanti). MOXO, questo il nome del test, permette di misurare la capacità di mantenimento dell’attenzione, i tempi di reazione, l’impulsività e l’iperattività. Essendo un test computerizzato, non richiede materiale cartaceo o tempo di scoring, ma è in grado di fornire immediatamente un report con il profilo del paziente. Inoltre, il MOXO, è l’unico test che utilizza aspetti di vita reale nelle prove, con un set di distrattori progettato per i specifici gruppi di età. 

Test analoghi a MOXO richiedono dei costi di acquisto elevati, superiori a 2000€. Questo tipo di costo è sostenibile per le cliniche o le strutture pubbliche ma non è ammortizzabile per i liberi professionisti. Diversamente, il test MOXO è un test online che permette di comprare un numero limitato di accessi utilizzabili al bisogno e senza limiti di tempo. Questo tipo di costo è accessibile per ogni libero professionista, permettendogli così di somministrare uno dei test più recenti, sempre nella versione più aggiornata. Ad oggi, è stato somministrato già a 120 000 pazienti nel mondo.

Il test è stato creato in Israele nel 2012, viene già impiegato in molto paesi (Spagna, Canada, Francia,  Australia, Messico, Brasile, Polonia, Sud Africa, etc.) e da settembre 2016 sarà disponibile anche per l’Italia.

Per una breve descrizione del test, è possibile vedere il video a questo link

https://www.youtube.com/watch?v=jKPArLgck3o

 




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Gli psicologi di Mentecomportamento hanno seguito un percorso di formazione direttamente con i creatori di MOXO e lo stanno già utilizzando nella pratica clinica (con ottimi riscontri).  Essendo già in grado di usarlo, gli psicologi di Mentecomportamento sono disponibili a tenere dei seminari informativi gratuiti, rivolti ad altri psicologi. 

 

Questo tipo di iniziativa può essere interessante sia per coloro che iniziano la nostra professione, sia per i colleghi che già lavorano nell’ambito clinico o forense e desiderano essere aggiornati in merito.

 

Contatti & Maggiori Informazioni:

Per informazioni relative al test MOXO, ai seminari o per richiedere assistenza nell’uso del test contattare: dr.ssa Francesca Poeta, 339 4366770 oppure scrivere a francesca.poeta@gmail.com

 







Siamo tutti consapevoli del fatto che essere vittima di bullismo da bambino non è una cosa insignificante. Non solo causa un forte dolore sul momento, ma è anche stato provato che essere vittime di bullismo nell’infanzia o nell’adolescenza porta ad avere problemi emozionali a lungo termine. Sembra inoltre che i bambini a cui manca un solido supporto dai genitori siano quelli che riscontrano danni più duraturi. 

Sappiamo anche che è parte del processo di crescita fare esperienze sociali dolorose o imbarazzanti, ed è importante che attraverso questi vissuti i bambini imparino a gestire al meglio le interazioni con i pari.

Se il nostro bambino ci dice di essere vittima di bulli, dobbiamo prendere le sue lamentele molto seriamente, dargli il supporto e gli strumenti per gestirlo e intervenire quando necessario. Ma non dobbiamo insegnargli che tutte le esperienze negative che fanno con i loro pari sono forme di bullismo.
A volte succede che i bambini si lamentino di essere stati vittime di bullismo, ma poi quando spiegano cos’è successo, si capisce che in realtà era stata solo una presa in giro. Forse qualcuno aveva dato loro fastidio e loro non erano riusciti a reagire in modo adeguato, ma non ogni caso di cattiveria, rifiuto o ostilità è bullismo.

 

 

Quando un episodio può essere definito come bullismo?

1. Quando c’è uno squilibrio di potere : i bulli sono in una posizione di potere, che sia sotto forma di forza fisica o di popolarità. Le vittime sono dei loro pari percepiti come meno potenti.

2. Quando c’è l’intenzione di ferire: episodi di bullismo possono avere la forma di attacchi fisici o verbali, minacce, pettegolezzi o esclusioni intenzionali da un gruppo. Non sono mai azioni involontarie e casuali, ma mirate a procurare dolore alla vittima.

3. Quando è ripetuto: un comportamento è definito di bullismo quando si attua in uno schema più ampio e continuo di azioni ostili o offensive dirette a un bambino-bersaglio.

4. Quando causa dolore: un comportamento diventa di bullismo quando compromette il benessere psicologico, fisico o sociale del bambino–vittima.

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Se il vostro bambino vi viene a dire che è vittima di bullismo, è importante che voi lo prendiate davvero sul serio. Questo perché anche nel caso in cui non si tratti di bullismo vero e proprio, i suoi sentimenti sono stati feriti e lui sta avendo delle difficoltà. Dovete ascoltarlo ed esprimere empatia senza trattarlo come se fosse debole. Sarebbe bene riuscire a modellare un atteggiamento di sicurezza che comunichi a vostro figlio che è un problema che si può risolvere.

Ciò che non dovete fare è mostrare a vostro figlio shock e rabbia e promettere di andare immediatamente a scuola o a parlare con i genitori dell’altro bambino. Moderare la vostra reazione incoraggia il vostro bambino ad aprirsi. Raccogliete informazioni in modo il più obiettivo possibile sulla vicenda prima di decidere come procedere a riguardo. Non dovete lasciarvi influenzare dai vostri impulsi protettivi da genitori, che vi potrebbero spingere a reagire di impulso, con il solo pensiero di dover punire il bambino che ha ferito i sentimenti di vostro figlio. Conoscere i dettagli dell’accaduto vi porterà non a minimizzare l’episodio o i sentimenti di vostro figlio, ma a sapere se è necessario prendere dei provvedimenti e a capire come farlo al meglio.

 



Quando i bambini sono ansiosi cronicamente, anche i genitori con le migliori intenzioni possono cadere in un ciclo negativo: non volendo che il bambino soffra, finiscono in realtà per amplificare la loro ansia. Succede quando i genitori, anticipando le paure del bambino, provano a proteggerlo da esse.

Di seguito troverete dei consigli per aiutare i bambini ad uscire dal ciclo dell’ansia.

 

1. L’obiettivo non è eliminare l’ansia, ma aiutare il bambino a gestirla.

Nessuno di noi vuole vedere il proprio figlio infelice, ma il modo migliore per aiutare i bambini a superare l’ansia non è provare a rimuovere i fattori stressanti che possono provocarla. È invece di aiutarli ad imparare a tollerare la loro ansia e riuscire a comportarsi in modo più funzionale possibile, anche quando sono ansiosi. E come conseguenza di ciò, l’ansia diminuirà o scomparirà con il tempo.

2. Non evitare cose solo perchè rendono il bambino ansioso.

Aiutare i bambini ad evitare le cose di cui hanno paura li farà sentire meglio nell’immediato, ma rafforzerà l’ansia con il tempo. Se in situazioni che lo mettono a disagio un bambino diventa nervoso, inizia a piangere e i suoi genitori lo allontanano dalla cosa di cui ha paura, lui imparerà quel meccanismo di coping, e non supererà mai la sua paura.

 

 

3. Fate vedere che avete aspettative positive ma realistiche

Non potete convincere un bambino che le sue paure sono irrealistiche, che non verrà bocciato a un esame, che si divertirà a pattinare sul ghiaccio, o che un altro bambino non riderà di lui durante un’interrogazione. Potete però mostrarvi sicuri del fatto che tutto andrà bene, che sarà in grado di gestire la situazione, e che, se affronterà le sue paure, il suo livello di ansia diminuirà con il tempo. Questo dà al bambino la sicurezza di sapere che le vostre aspettative sono realistiche, e che non gli chiederete mai di fare qualcosa che non è in grado di fare.

4. Rispettate i suoi sentimenti, ma non rafforzateli.

Se un bambino è terrorizzato perchè deve andare dal dottore a fare una puntura, non dovete minimizzare le sue paure, ma non dovete neanche amplificarle. Dovete ascoltare ed essere empatici, aiutarlo a capire di cosa è ansioso, e incoraggiarlo a sentire che può affrontare le sue paure. Il messaggio che dovete trasmettere è “lo sappiamo che hai paura, e va bene così, siamo qui e ti aiuteremo a superare questa situazione”.

5. Non fate domande allusive.

Incoraggiate il vostro bambino a parlare dei suoi sentimenti, ma provate a non fare domande del tipo: “Sei ansioso per la prova? Sei preoccupato per l’interrogazione?”. Per evitare di dar adito al ciclo dell’ansia, ponete solo domande aperte: “Come ti senti riguardo la prova?”.

6. Non rafforzate le paure del bambino.

La cosa che dovete evitare è di dire con il tono di voce o con il linguaggio corporeo: “Forse dovresti avere paura di questa cosa.” Mettiamo che un bambino abbia avuto un’esperienza negativa con un cane. La volta seguente che si troverà con un cane, potreste essere preoccupati del modo in cui il bambino potrebbe reagire, e potreste involontariamente comunicargli che ha effettivamente ragione ad avere paura..

 

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7. Incoraggiate il bambino a tollerare l’ansia.

Fate sapere a vostro figlio che apprezzate lo sforzo che deve fare per gestire l’ansia e riuscire a fare ciò che vuole o deve fare. Questo porta il bambino ad impegnarsi nella vita ed a lasciare che l’ansia segua la sua curva naturale. Viene chiamata la “curva dell’abituazione”: si abbasserà con il tempo se il bambino continuerà ad entrare in contatto con ciò che gli genera stress. Può essere che l’ansia non sparisca mai totalmente o che non diminuisca così velocemente come vorreste, ma è così che superiamo le nostre paure.

8. Provate a mantenere breve il tempo d’attesa.

Quando si ha paura di qualcosa, il momento più difficile è poco prima di fare questa cosa. Quindi un’altra regola d’oro per i genitori è provare ad eliminare o a ridurre il tempo d’attesa. Se il bambino è nervoso perchè deve andare dal dottore, è meglio non iniziare a parlarne ore prima; ciò probabilmente lo renderebbe ancora più nervoso. Quindi provate a ridurre il tempo d’attesa al minimo.

9. Ragionate sulle cose con il bambino.

A volte aiuta parlare con il bambino di cosa succederebbe se una sua paura diventasse reale… Come la gestirebbe? Un bambino che ha ansia al pensiero di separarsi dai genitori potrebbe preoccuparsi di cosa succederebbe se non lo venissero a prendere a scuola. Parlatene. ”Se la mamma non venisse a prenderti dopo allenamento, cosa faresti? “Beh, direi al mio allenatore che mia mamma non c’è.” ”E cosa pensi che farebbe l’allenatore?” “Mi direbbe di chiamare la mamma. O aspetterebbe con me”. Per alcuni bambini, sapere cosa fare in certe situazioni può ridurre l’insicurezza in modo molto efficace.

10. Provate a modellare modi salutari di gestire l’ansia.

Ci sono un sacco di modi in cui potete aiutare un bambino a gestire l’ansia facendogli vedere come lo fate voi. I bambini sono recettivi, e interiorizzeranno la vostra ansia se continuate a lamentarvi al telefono con gli amici del fatto che non riuscite a gestire lo stress o l’ansia. Non dico che dovete fare finta di non essere stressati o ansiosi, ma di far vedere ai vostri figli che gestite l’ansia con tranquillità, sopportandola e superandola efficacemente.

 



“Iperdotazione Cognitiva – Quando l’eccellenza diventa diversità”

Dott. David Polezzi

Udine • Sabato 14 maggio 2016, h. 9.30 – 18.30

Locandina workshop Iperdotazione CognitivaWorkshop sull’Iperdotazione Cognitiva, che si tiene a Udine con il Dott. David Polezzi. L’iperdotazione cognitiva è la condizione per cui un individuo presenta delle abilità intellettive marcatamente superiori alla media (QI pari o superiore a 130). Tale condizione interessa il 2,28% della popolazione generale. Nel nostro paese, la scuola e le istituzioni si sono largamente occupate dei bambini con vari tipi di deficit (ritardo mentale, DSA) o con bisogni educativi speciali (BES), mentre è tutt’oggi largamente trascurata quella parte di popolazione che si differenzia per un’abbondanza di capacità e non per una carenza. Il nostro paese rimane l’unico paese europeo in cui non esiste alcuna legislazione che sia in grado dii valorizzare l’eccellenza, anzichè il deficit, in ambito cognitivo. L’unico contesto italiano in controtendenza rispetto a questo dato è la Regione Veneto che ha promosso un programma di informazione e valorizzazione dell’iperdotazione cognitiva nella scuola e nelle famiglie, denominato “Education To Talent”. Tipicamente, i bambini o gli adolescenti con tale peculiarità presentano delle disarmonie evolutive, mostrando cioè gradi di maturazione differenti nei vari ambiti di personalità. Rivelando, ad esempio, abilità cognitive eccellenti ma una gestione delle emozioni marcatamente immatura rispetto all’età cronologica. Molti rivelano importanti difficoltà di adattamento e il 20% sviluppano disturbi psicopatologici. Inoltre, è importante ricordare come, all’interno della popolazione degli iperdotati, l’insuccesso scolastico sia sorprendentemente diffuso. A dispetto della dimensione, nel nostro paese tale condizione rimane pressoché sconosciuta e ignorata. Il presente workshop propone una giornata formativa rivolta a insegnanti che permetta di identificare i bambini con tali caratteristiche e fornisca alcune indicazioni sulla gestione in classe.



Destinatari del workshop

Il workshop è aperto agli insegnanti. Al termine del corso verrà rilasciato un regolare attestato di partecipazione.



Quote di partecipazione

  • Quota standard: 120 euro;
  • Allievi ed ex-allievi dell’Istituto Miller: 80 euro.

Il workshop si svolgerà nell’Aula didattica  presso “Enaip – Area Comunicazion & Net Learning
in Via Leonardo da Vinci,27 Pasian di Prato – Udine

Programma Formativo

  • Cos’è l’iperdotazione cognitiva; 
  • Le caratteristiche degli iperdotati;
  • I falsi miti sull’iperdotazione cognitiva;
  • Metodi di identificazione e illustrazione di alcuni casi reali;

13.00/14.00 Pausa pranzo

  • Criticità peculiari nell’iperdotazione cognitiva;
  • Dalla dotazione alle abilità, come l’iperdotazione può diventare talento;
  • La gestione in classe degli iperdotati: Accelerazione;
  • La gestione in classe degli iperdotati: Arricchimento.



Iscrizione

Per iscriversi rimandiamo alla  pagina dei contatti dell’ Istituto Miller.



Maggiori informazioni sull’ADHD

La scuola fornisce diverse opportunità ai genitori per comunicare con gli insegnanti come le pagelle e gli incontri scuola-famiglia. Ma se il vostro bambino ha l’ADHD o difficoltà ad apprendere, dovreste entrare in contatto con gli insegnanti prima che cominci la scuola.

Scivere all’insegnante prima che cominci l’anno accademico potrebbe essere un buon inizio. Questo, oltre ad aiutarvi ad instaurare un legame con lei, potrebbe consentirvi di descrivere il vostro bambino come un individuo con preferenze e antipatie, forza e debolezze- non solo come uno studente con ADHD.




Identificate il suo tipo di ADHD (disattento, iperattivo o combinato) e spiegate che ricaduta ha sul comportamento e sul suo modo di apprendere. Fornitegli informazioni sul trattamento che segue il bambino, sulla lista di strategie che utilizza in classe e gli adattamenti dell’ADHD che gli hanno permesso di riuscire a superare le difficoltà relative allo studio. Parlategli dei sintomi del disturbi da deficit di attenzione e iperattività, dislessia o altri disturbi dell’apprendimento e delle sue medicine, se ne assume.

Incoraggiate vostro figlio a scrivere a sua volta una lettera spiegando cosa significa per lui avere l’ADHD e con quali modalità apprende meglio.

 

 

 

Di seguito trovare alcuni esempi di lettera per darvi un’idea di come scrivere la vostra.

 

All’insegnante di Marco:

Marco Rossi sarà nella sua classe quest’anno. Nel corso degli anni noi abbiamo ritenuto utile fornire agli insegnanti delle informazioni su di lui. Questo spesso assicura un promettente inizio all’anno scolastico.

Marco ha il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD). Segue un trattamento con farmaci ma questo non cambia la sua essenza, è più efficace aiutarlo concentrandosi su di lui piuttosto che cercare di controllare il suo comportamento. Ha un gran senso dell’umorismo e puntare su questo aspetto di solito funziona molto. Marco prende sul personale le critiche e odia essere sgridato. Non vorrà sempre che lei lo sappia, ma lui si preoccupa ed è molto sensibile. Potrebbe reagire in maniera sfrontata e violenta ma, una volta tornato a casa, se ha avuto una brutta giornata, cade a pezzi quando arriva a casa.




Marco non vede l’ora di cominciare il nuovo anno scolastico e vuole sedersi ed essere ‘’responsabile e maturo’’. Dice questo ogni anno ma non sempre ci riesce. Lo scorso anno è stato difficile per lui e la sua autostima ne ha molto risentito.

Le abbiamo allegato una lista di cose che hanno funzionato in determinate situazioni.

Noi accogliamo qualsiasi idea lei abbia per tenere impegnato Marco a scuola aumentando al contempo la sua autostima e il suo successo scolastico. Ci contatti pure quando ne ha bisogno, sul cellulare o via email.

Speriamo di poter di collaborare con lei durante l’anno.

Cordiali saluti,

 

 

 

I genitori di Marco

Lista di suggerimenti dei genitori di Marco:

  1. Elogi. Risponde bene agli elogi. Quando riceve rinforzi positivi, la sua ansia decresce e può dedicarsi meglio al compito. Se possibile, è preferibile parlargli dei suoi comportamenti sbagliati in privato.
  2. ’Lasciapassare’’. Gli anni scorsi, le insegnanti gli davano un lasciapassare per permettergli di uscire quando aveva bisogno di una pausa. Non lo usa spesso, ma sapere che può usufruirne può aiutarlo a controllare l’ansia. Può alzarsi di volta in volta per prendere un fazzoletto di carta o per temperare la matita e questo lo aiuta a stare seduto per il resto del tempo. Diventa ansioso, spesso al punto di avere un attacco di claustrofobia, quando è nello stesso posto per troppo tempo.
  3. Spazio tranquillo. Marco fa fatica a mantenere la concentrazione per molto tempo durante i compiti in classe o la lettura. In queste occasioni dovrebbe dargli uno spazio tranquillo.
  4. Problemi con la matematica. Quando deve fare un compito di matematica in classe, ha delle difficoltà. Avere uno o due problemi per foglio lo aiuterebbe dato che, per concentrarsi, Marco tende a dividere il foglio in quattro parti in modo svolgere prima un problema e poi l’altro.
  5. Programmazione delle ore. Se possibile, le materie più impegnative dovrebbero essere messe durante le prime ore perchè mantenere la concentrazione fino all’ultima ora per lui è complicato. L’insegnante che fa lezione durante le ultime ore dovrebbe essere informata di ciò.
  6. Limitare la lettura in classe.  E’ quasi impossibile per Marco leggere in aula, è meglio assegnargli le letture da fare a casa dove legge in tranquillità.
  7. Flessibilità per i ritardi. Almeno che non gli sia ricordato spesso, la disorganizzazione di Marco lo porta a non svolgere i compiti in tempo. Per questo motivo dovrebbe avere un po’ di pazienza e flessibilità.

 

Qui invece una lettera scritta da un bambino di 11 anni all’insegnante.

 

Cara prof.ssa Rossi,

mia madre e mio padre mi hanno chiesto di scriverle una lettera per presentarmi.

Anche se ho l’ADHD penso di essere un bambino piuttosto intelligente. A scuola continuo ad impegnarmi per ottenere risultati migliori. Sto facendo del mio meglio per ascoltare la lezione anche quando sento che mi sto annoiando. Sto anche facendo pratica per non reagire impulsivamente. La mia insegnante dello scorso anno non ha mai mollato con me e quando ho fatto progressi è stata fiera di me. Lentamente sono diventato sempre più consapevole dei miei ‘’limiti’’ e poi ci ho lavorato su.




Per imparare meglio mi piace andare direttamente al nocciolo della questione. Non mi piace molto ascoltare tanti esempi, solo che mi si dica come una cosa funziona e se non la capisco faccio delle domande. E’ importante che lei mi aiuti in quel momento altrimenti dopo la scuola avrò già dimenticato tutto.

Cordiali saluti,

Enrico

 



Essere genitori rappresenta un compito importante e delicato. I genitori sono le persone che i bambini osservano più spesso, le persone di cui si fidano, coloro da cui ricevono apprezzamenti e rimproveri. L’impatto che i genitori possono avere sulla vita dei propri figli è quindi molto rilevante. Ecco alcuni “trappole” in cui è facile cadere:




1-La trappola dell’escalation

La trappola dell’esclation può avvenire in due diversi modi. Il primo è quando l’escalation avviene da parte del bambino. Immaginiamo che un bambino chieda di mangiare una merendina nel pomeriggio e il genitore risponda: “No, tra poco ci mettiamo a tavola per cena”. Per tentare di ottenere ciò che vuole, il bambino può iniziare una serie di comportamenti di protesta (piangere, urlare, controbattere, chiedere con insistenza, etc, ) che aumentano gradualmente di intensità. Di fornte a questa escalation a volte il genitore acconsente alla richiesta, pensando che di fronte ad un comportamento del genere non ci fosse altro modo di fermarlo.

Ma ciò che il bambino ha imparato è che per ottenere una merendina (o un videogioco, o il permesso di andare fuori, etc.) occorre urlare, piangere, strillare sempre più forte. Questo significa che ogni volta che il bambino si roverà di fronte ad un NO, inizierà un escalation di questo tipo, sicuro di riuscire ad ottenere ciò che vuole.




L’escalation può avvenire anche in direzione opposta. Immaginiamo per esempio che un genitore dica al figlio: “Lavati le mani perché tra un po’ andiamo a tavola”. Il bambino sta guardando la TV, o giocando con un videogioco, e risponde di si, ma continua a giocare. Allora il genitore, lo chiede di nuovo. Poi ancora una volta. Infine, il genitore si mette ad urlare e sarà visibilmente arrabbiato. A questo punto, il bambino smette di giocare e va in bagno a lavarsi le mani.

Ciò il bambino può aver capito è che non deve davvero fare qualcosa, fintanto che il genitore non alza la voce. In altre parole, ciò che i genitori dicono tranquillamente può essere ignorato. Il problema qui consiste nel fatto che il genitore impara che l’unico modo per essere obbedito è alzare la voce.

2- La trappola del “E’ solo un periodo, poi passa…”

Un’altra trappola in cui i genitori possono cadere è quella di notare dei comportamenti problematici da parte di un figlio e di sperare che (spontaneamente) si risolvano da soli. Spesso un genitore può pensare, “è solo una fase, poi passa…”.

Questo può accadere quando il figlio è aggressivo nei confronti degli altri bambini, quando a scuola prende note, quando dimentica quaderni e libri in giro e così via. In realtà il modo in cui un genitore risponde può far scomparire rapidamente questi comportamenti.




Se un bambino mette in atto un comportamento eccessivo (per esempio, picchiare un compagno) e non viene messa in atto nessuna conseguenza, il messaggio che il bambino riceve è che qualsiasi comportamento è accettabile. Crescendo questo tipo di messaggio diventa sempre più pericoloso.

La trappola del “L’hai fatto apposta”

Questo tipo di trappola rappresenta un problema perché tenta di “interpretare” le intenzioni del bambino. Per esempio, un bambino che continua a dimenticarsi i quaderni a scuola potrebbe subire delle conseguenze per il suo a comportamento a seconda di come viene interpretato. Un genitore potrebbe lasciar correre in alcuni casi e in altri impedire al bambino di giocare ai videogiochi come punizione. Il messaggio ricevuto è incoerente e il bambino non comprende se il comportamento è sbagliato o irrilevante.

 



L’emetofobia è la paura di vomitare o di vedere gli altri vomitare ed è sorprendentemente comune tra bambini e adulti.

Come si sviluppa la paura

Molti dei bambini che sviluppano questa fobia hanno già un temperamento ansioso e alcuni episodi possono poi scatenarla, come vedere una persona vomitare o farlo in prima persona. Cominciano ad associare degli stimoli dell’ambiente al vomito e poi ne hanno paura. A poco a poco iniziano ad evitare luoghi o cose che associano al vomito e/o si rifiutano di scrivere o pronunciare la parola ‘’vomito’’. Diventano rigorosi nelle loro abitudini alimentari evitando tutto ciò con cui non hanno familiarità, controllano compulsivamente la data di scadenza dei prodotti. In alcuni casi la limitata alimentazione diventa un problema.




La paura si intensifica

Alcuni bambini non sanno spiegare la loro paura, i genitori brancolano nel buio e purtroppo sottovalutano il problema. Solitamente, l’emetofobia si presenta come tutte la altre fobie, all’inizio non si percepisce poi cresce sempre di più. Solo a quel punto i genitori si rendono conto del disagio che prova il proprio bambino. Prima di arrivare a questo punto,però, i genitori fanno quello che gli viene naturale: consolano e rassicurano i propri figli. Questo prolunga solo il problema poiché evitare ciò di cui hanno paura o rassicurarli rafforza solo la loro fobia.

Pediatri e genitori che non hanno familiarità con la fobia tendono a considerarla una cosa passeggera ma c’è un altro motivo per cui questi bambini spesso non ricevono trattamenti, ovvero la vergogna. Inibire i timori di chi ha una fobia (ad esempio dicendogli che è ridicola) e ve ne sta parlando gli fa sviluppare una tremenda vergogna.




Trattamento

Uno dei trattamenti maggiormente usati per l’emetofobia è l’esposizione con prevenzione della risposta. Spesso al paziente viene insegnata una tecnica di rilassamento, che può essere facilmente utilizzata per ridurre più velocemente l’ansia provocata dalla situazione.Lo psicologo lavora con il paziente per creare una gerarchia di cose e/o situazioni che gli fanno paura, in una scala da 1 a 10. In seguito il paziente viene esposto a ciò che teme, uno stimolo alla volta e in ordine progressivo. Per un emetofobo questo potrebbe consistere nel cominciare scrivendo la parola ‘’vomito’’, per poi passare a parlarne, vederne l’immagine e così via. Mettere il paziente nella situazione temuta senza permettergli di evitarla lo porta a sperimentare ansia arrivando ad un picco che man mano decresce. Alla fine del trattamento, le persone si sorprendono della loro capacità di affrontare situazioni che prima ritenevano impossibili per loro.

 

 






Cosa possono fare i bambini che hanno difficoltà di socializzazione

Ogni genitore sa che gli amici sono importanti. Gli amici arricchiscono le nostre vite, aumentano la nostra autostima e ci offrono supporto morale quando ne abbiamo bisogno. Imparare ad instaurare una relazione di amicizia di successo è un’abilità cruciale per i bambini, un’abilità che metteranno in pratica, e perfezioneranno, per l’intero corso della loro vita.




Ma alcuni bambini hanno difficoltà a integrarsi. Capisaldi dell’interazione nel periodo dell’infanzia, come la condivisione di un giocattolo o i giochi di ruolo fanno parte dell’interazione con i coetanei. Anche se i genitori non possono trovare amici per i loro figli, possono aiutarli a sviluppare e mettere in pratica le abilità sociali chiave. Se vedete il vostro bambino lottare per costruire delle amicizie o essere respinto da altri bambini, di seguito troverete alcuni passi che potrete intraprendere per aiutarlo.

 

Sviluppare abilità sociali

Le abilità sociali non si manifestano naturalmente in tutti i bambini. I bambini impulsivi e iperattivi spesso agiscono in modi che ostacolano il loro forte desiderio di amicizia, nota Mary Rooney, PhD, una psicologa specializzata in ADHD e nei disturbi del comportamento dirompente. Spesso hanno difficoltà ad alternarsi e a controllare la loro rabbia quando non si fanno le cose a modo loro. I bambini più disattenti possono mostrare un comportamento volubile o gironzolare ai margini dei gruppi di gioco, incerti su come affermarsi. Se notate che il vostro bambino sta lottando per interagire con i suoi coetanei, provate ad allenarvi insieme a casa. Durante i giochi in famiglia sottolineate l’importanza dell’alternarsi e della condivisione e spiegate al bambino che gli amici si aspettano lo stesso buon comportamento. Ai bambini impulsivi gioverà inoltre praticare diverse strategie per la risoluzione dei conflitti tra compagni. Il gioco di ruolo può essere molto utile in questo caso. Per i bambini che necessitano una maggiore guida, gli esperti suggeriscono di ricorrere agli “script sociali” o alle semplici conversazioni quotidiane che i bambini possono mettere in pratica con i loro genitori. “Spesso i bambini diranno ‘tutti mi odiano,’ ma non sono in grado di descrivere quello che sta succedendo.” Gli insegnanti possono offrirvi una migliore rappresentazione delle interazioni del vostro bambino con in suoi coetanei e suggerirvi i compagni di classe più positivi per organizzare incontri doposcuola per giocare. Fino a quando i bambini non iniziano a giocare, lasciate che l’incontro evolva naturalmente. I bambini imparano dalle conseguenze naturali delle loro azioni, perciò è importante permettere loro di socializzare in un ambiente caloroso e solidale. Quando esaminate come si è svolto l’incontro, concentratevi sui buoni comportamenti che si desiderano consolidare. I bambini sono più motivati dalla lode che dalle critiche evitate. Una lode specifica e marcata è più utile.




 

Aiutare i bambini timidi

Alcuni bambini hanno bisogno di più tempo per adattarsi a nuove situazioni. Non preoccupatevi se il vostro bambino è un po’ più titubante nelle situazioni sociali. Aspettarsi che ogni bambino si lanci e sia il leader del gruppo non è realistico, dunque evitate di spingerli troppo. Tuttavia, non dovete fare l’errore di tenere i bambini più timidi a casa, Rachel Busman, PsyD, psicologa che lavora con i bambini che soffrono d’ansia, spiega: “C’è una differenza tra accomodare e favorire. Ai bambini più timidi vogliamo offrire l’opportunità di incontrare nuovi ragazzi, ma vogliamo aiutarli a superare la transizione in modo che non si sentano a disagio”. La dr.ssa Busman suggerisce di organizzare gli incontri di gioco prima a casa vostra, dove il bambino si sentirà più libero. Come con qualsiasi abilità sociale, i genitori possono aiutare i bambini timidi a prepararsi in tempo a una situazione che li rende nervosi, come andare a una festa di compleanno o incontrare un nuovo gruppo di persone.

 

Ogni bambino è diverso

C’è una differenza anche tra i bambini timidi e coloro che sono semplicemente più introversi e preferiscono passare il loro tempo a leggere o disegnare da soli. “Bambini diversi nella stessa famiglia possono avere diversi limiti sociali e gradi di comfort. Un bambino che preferisce passare il proprio tempo in tranquillità o trovarsi in piccoli gruppi non sta necessariamente evitando gli altri bambini.” Ma è essenziale che i bambini più introversi abbiano la possibilità di fare amicizie. Infine, è importante che i genitori non trasferiscano troppo le proprie aspettative sociali sui bambini. “I bambini hanno bisogno solo di uno o due buoni amici. Non dovete preoccuparvi che sia il bambino più popolare della classe”.






Qual’è la carriera lavorativa migliore  per i bambini con ADHD? Il team di Healthline Medicine ha provato a stilare una lista di mestieri nei quali le caratteristiche dell’ADHD possono essere un vantaggio.  Fra gli aspetti dell’ADHD che sono evindenti anche negli adulti, sono comuni irrequietezza, disorganizzazione e difficoltà di concentrazione. Ma l’ADHD ha anche dei punti di forza e la scelta di una carriera che li valorizzi è la chiave per il successo professionale. Vediamo alcune delle professioni in cui queste persone possono ottenere grandi risultati.




1)Fare il poliziotto o il vigile del fuoco è impegnativo, si tratta di lavori esenti dalla monotonia e questa è una cosa positiva per le persone con ADHD che traggono piacere dal  costante cambiamento. Essere impegnati in un lavoro del genere li renderebbe appagati e gratificati.

2) Medico o infermiere: le persone con ADHD tendono a lavorare bene in un contesto dinamico e ad alta reattività come quello di un pronto soccorso o di un ambulanza. Tuttavia, lavorare in un ospedale potrebbe richiedere lunghi tempi di concentrazione, il dover rispondere ad un’autorità ed altre cose che potrebbero mettere in difficoltà una persona con ADHD ma avere dei colleghi disposti ad aiutare è fondamentale in questi casi.

3) Commerciante: queste persone eccellono nel parlare con gli altri. I lavori nel settore vendite sono un ottimo modo per sfruttare questa naturale tendenza in modo positivo.

4) Artisti e animatori: l’energia che serve per avere successo nel mondo dello spettacolo – come ballerino, attore di teatro, artista grafico – è estenuante per la maggior parte delle persone ma non per quelle con ADHD. Le loro peculiarità li può spingere verso una fruttuosa carriera creativa.

5) Militare: l’ambito militare, in cui vengono richiesti ordine e disciplina, può sembrare inadatto per persone con ADHD. Eppure, molte di queste danno il meglio di sè in questo lavoro. Questo perchè ricevono istruzioni chiare, hanno obiettivi ed incentivi per raggiungerli.




6) Imprenditori: gli imprenditori devono avere determinazione, energia illimitata, e il desiderio di avere successo. Essi devono interagire con gli investitori, dipendenti e clienti. Ciò richiede una grande quantità di lavoro autonomo, di organizzazione e di pianificazione. Sono settori nei quali le persone con ADHD tipicamente lottano ma non quando si tratta di un’attività in proprio.

7) Meccanico: lavorare con macchine, barche, moto ecc. è un lavoro pratico e fisico. Non è monotono, richiede spesso l’interazione faccia a faccia e l’uso di capacità critiche di pensiero. E’ perfetto per una persona con ADHD che si sente intrappolata dietro una scrivania e ama risolvere i problemi.




8) Camionista: i camionisti hanno una missione, ovvero un posto in cui andare e un certo tempo per farlo. E’ a struttura perfetta per una persona con ADHD poichè i dipendenti con ADHD prosperano in ambienti dove hanno istruzioni e direttive chiare.  Questa professione permette anche gli adulti con ADHD di lavorare al di fuori di un ufficio, interagire con gli altri, e usanre la loro inesauribile energia per completare le assegnazioni.

 



 

Uno dei fattori (anche se ovviamente non l’unico) considerati cruciali per l’origine dei disturbi alimentari nelle ragazze è il loro rapporto con la madre. È indubbio infatti che l’importanza dell’aspetto fisico, così come quella di altri valori, siano trasmessi più o meno consapevolmente dai genitori ai figli.

LA RICERCA. Per cercare di comprendere quanto le madri possano influenzare le figlie in questo senso, in uno studio statunitense sono state seguite nel tempo 86 ragazze di età compresa tra gli 11 ed i 13 anni. Questa ricerca voleva comprendere se alcuni comportamenti delle madri in ambito alimentare potessero influenzare quello delle figlie. In particolare sono stati considerati l’incoraggiamento materno a seguire una dieta e la condivisione delle preoccupazioni per il proprio peso da parte delle madri, indagando gli effetti che questi possono avere sulle abitudini alimentari, la ricerca incessante di perdere peso e l’insoddisfazione verso il proprio corpo provata dalle figlie.
Una valutazione di questi indici è stata condotta annualmente su tutte le partecipanti allo studio insieme al calcolo del BMI (Body Mass Index, ovvero il rapporto tra il peso e il quadrato dell’altezza). La scelta di considerare l’età adolescenziale non è casuale, in quanto la prima adolescenza è un periodo in cui l’insoddisfazione per il proprio corpo e le preoccupazioni legate al peso aumentano, divenendo così una fase particolarmente a rischio per lo sviluppo di disturbi alimentari.




I RISULTATI. I risultati hanno dimostrato che le adolescenti con minor insoddisfazione corporea, minor tendenza a raggiungere un’ideale di magrezza e abitudini alimentari corrette erano coloro le cui madri non le spingevano a perdere peso e che meno frequentemente si confrontavano con loro riguardo alle preoccupazioni per la propria forma fisica.
Tra le adolescenti che invece ricevevano un incoraggiamento da parte della madre a seguire una dieta, gli effetti negativi venivano attutiti quando la madre stessa condivideva con la figlia le preoccupazioni riguardo al proprio peso corporeo. Si può quindi ipotizzare che in un contesto in cui le madri incoraggiano le proprie figlie a fare una dieta, riconoscendo e condividendo al contempo le proprie preoccupazioni, le figlie potrebbero sentire che il problema non è solamente sul proprio peso. Questa combinazione di comportamenti crea una sensazione di solidarietà o coesione emozionale che potrebbe aiutare a far diminuire le sensazioni negative che emergono invece quando una madre incoraggia la figlia a perdere peso senza nessuna condivisione delle proprie preoccupazioni alimentari.

COSA SIGNIFICA? Questi risultati non significano che il comportamento di condivisione delle preoccupazioni sul peso sia sempre benefico per le ragazze adolescenti. Tuttavia, ci dicono invece che una sua presenza piuttosto che assenza può portare dei benefici alle figlie le cui madri sono particolarmente inclini a promuovere l’adesione a diete e la perdita di peso. In pratica, sarebbe meglio non incoraggiare le ragazze a mettersi a dieta, tuttavia tra le madri che lo fanno, quelle che condividono una complicità con le figlie sono meno a rischio di indurre comportamenti dietetici pericolosi, rispetto alle mamme che non rendono partecipi le figlie riguardo le proprie ansie sul peso.
Questo studio evidenzia le importanti implicazioni per gli effetti che il contesto familiare può avere sui problemi alimentari delle ragazze. Date le gravissime conseguenze legate all’incessante ricerca della magrezza e l’insoddisfazione per la propria immagine corporea che possono caratterizzare le ragazze nella prima adolescenza, è d’obbligo per i genitori una comprensione del modo più appropriato con cui affrontare con i propri figli le questioni legate al peso ed alla forma corporea.




Articolo Originale
Hillard et al. In it together: Mother talk of weight concerns moderates negative outcomes of encouragement to lose weight on daughter body dissatisfaction and disordered eating. Int J Eat Disord. 2015, in stampa.

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