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L’emotional eating, detto anche fame nervosa o fame emotiva, corrisponde ad un aumento dell’assunzione di cibo in risposta ad emozioni negative come ansia, stress, rabbia, tristezza. Molto spesso si verifica in presenza di una situazione di disagio, con un comportamento alimentare automatico o distratto in cui la persona non smette di mangiare in risposta al senso di sazietà.




L’iperalimentazione emotiva viene utilizzata per gestire e tentare di cancellare emozioni dolorose ed attenuare le preoccupazioni ma, paradossalmente, la persona che mangia per sentirsi meglio poi finisce con il sentirsi in colpa per aver mangiato.

Questo comportamento è molto frequente in persone obese ed è il risultato di esperienze, ancora in età precoce, in cui la persona ha appreso a gestire problemi psicologici attraverso il cibo. A causa di queste esperienze di apprendimento, alcune persone potrebbero aver sviluppato una scarsa abilità nel distinguere ed identificare con precisione le emozioni e le sensazioni viscerali associate alla fame ed alla sazietà (ovvero una cosiddetta “inconsapevolezza enterocettiva”). Numerose ricerche confermano che l’inconsapevolezza enterocettiva è associata in maniera consistente all’alessitimia, un disturbo che comprende la difficoltà ad identificare i sentimenti e a distinguerli dalle sensazioni corporee che accompagnano le emozioni, insieme a difficoltà nel comunicare i propri sentimenti agli altri.



Sia alessitimia che emotional eating svolgono un ruolo rilevante nei disturbi dell’alimentazione, ed in modo particolare negli individui in forte sovrappeso. Negli ultimi anni infatti la ricerca sui disturbi alimentari ha rivolto un particolare interesse alla relazione esistente tra alessitimia e fame nervosa.
In particolare, uno studio olandese ha cercato di capre se esistano differenze di genere in questo ambito: alessitimia ed emotional eating funzionano allo stesso modo negli uomini e nelle donne obesi?

Secondo questa ricerca, alessitimia ed emotional eating sono in relazione tra di loro, ma il tipo di relazione varia tra uomini e donne obesi. Nei primi infatti l’alessitimia è maggiormente associata a comportamenti di iperalimentazione emotiva: in quegli uomini che hanno una maggiore difficoltà nell’identificare e descrivere i propri sentimenti si rilevano con maggior frequenza comportamenti di iperalimentazione emotiva. Nelle donne invece, l’emotional eating non sembra essere influenzato dalla capacità di identificare ed esprimere correttamente le proprie emozoni. Piuttosto, in esse la “fame nervosa” sembra maggiormente associata a sintomi depressivi, associazione che non si rileva in ugual misura negli uomini.
In pratica, le donne obese mangiano di più quando sono tristi, mentre negli uomini obesi la fame emotiva sembra più legata all’incapacità di riconoscere correttamente le proprie emozioni.

Queste scoperte hanno delle importanti implicazioni a livello di intervento clinico. Nel caso di persone in sovrappeso possono essere delineate terapie che tengano in considerazione le differenze di genere nell’emotional eating. Più specificamente, gli interventi nel caso di uomini, piuttosto che con le donne, devono focalizzarsi anche sull’apprendimento di abilità che consentano alla persona di saper identificare e descrivere i propri sentimenti: intervenendo sulle caratteristiche principali dell’alesitimia si favorisce al contempo una diminuzione degli episodi di iperalimentazione emotiva.

Articolo originale:
Larsen et al. Gender differences in the association between alexithymia and emotional eating in obese individuals. J Psychosom Res. 2006 Mar;60(3):237-43

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Uno dei fattori (anche se ovviamente non l’unico) considerati cruciali per l’origine dei disturbi alimentari nelle ragazze è il loro rapporto con la madre. È indubbio infatti che l’importanza dell’aspetto fisico, così come quella di altri valori, siano trasmessi più o meno consapevolmente dai genitori ai figli.

LA RICERCA. Per cercare di comprendere quanto le madri possano influenzare le figlie in questo senso, in uno studio statunitense sono state seguite nel tempo 86 ragazze di età compresa tra gli 11 ed i 13 anni. Questa ricerca voleva comprendere se alcuni comportamenti delle madri in ambito alimentare potessero influenzare quello delle figlie. In particolare sono stati considerati l’incoraggiamento materno a seguire una dieta e la condivisione delle preoccupazioni per il proprio peso da parte delle madri, indagando gli effetti che questi possono avere sulle abitudini alimentari, la ricerca incessante di perdere peso e l’insoddisfazione verso il proprio corpo provata dalle figlie.
Una valutazione di questi indici è stata condotta annualmente su tutte le partecipanti allo studio insieme al calcolo del BMI (Body Mass Index, ovvero il rapporto tra il peso e il quadrato dell’altezza). La scelta di considerare l’età adolescenziale non è casuale, in quanto la prima adolescenza è un periodo in cui l’insoddisfazione per il proprio corpo e le preoccupazioni legate al peso aumentano, divenendo così una fase particolarmente a rischio per lo sviluppo di disturbi alimentari.




I RISULTATI. I risultati hanno dimostrato che le adolescenti con minor insoddisfazione corporea, minor tendenza a raggiungere un’ideale di magrezza e abitudini alimentari corrette erano coloro le cui madri non le spingevano a perdere peso e che meno frequentemente si confrontavano con loro riguardo alle preoccupazioni per la propria forma fisica.
Tra le adolescenti che invece ricevevano un incoraggiamento da parte della madre a seguire una dieta, gli effetti negativi venivano attutiti quando la madre stessa condivideva con la figlia le preoccupazioni riguardo al proprio peso corporeo. Si può quindi ipotizzare che in un contesto in cui le madri incoraggiano le proprie figlie a fare una dieta, riconoscendo e condividendo al contempo le proprie preoccupazioni, le figlie potrebbero sentire che il problema non è solamente sul proprio peso. Questa combinazione di comportamenti crea una sensazione di solidarietà o coesione emozionale che potrebbe aiutare a far diminuire le sensazioni negative che emergono invece quando una madre incoraggia la figlia a perdere peso senza nessuna condivisione delle proprie preoccupazioni alimentari.

COSA SIGNIFICA? Questi risultati non significano che il comportamento di condivisione delle preoccupazioni sul peso sia sempre benefico per le ragazze adolescenti. Tuttavia, ci dicono invece che una sua presenza piuttosto che assenza può portare dei benefici alle figlie le cui madri sono particolarmente inclini a promuovere l’adesione a diete e la perdita di peso. In pratica, sarebbe meglio non incoraggiare le ragazze a mettersi a dieta, tuttavia tra le madri che lo fanno, quelle che condividono una complicità con le figlie sono meno a rischio di indurre comportamenti dietetici pericolosi, rispetto alle mamme che non rendono partecipi le figlie riguardo le proprie ansie sul peso.
Questo studio evidenzia le importanti implicazioni per gli effetti che il contesto familiare può avere sui problemi alimentari delle ragazze. Date le gravissime conseguenze legate all’incessante ricerca della magrezza e l’insoddisfazione per la propria immagine corporea che possono caratterizzare le ragazze nella prima adolescenza, è d’obbligo per i genitori una comprensione del modo più appropriato con cui affrontare con i propri figli le questioni legate al peso ed alla forma corporea.




Articolo Originale
Hillard et al. In it together: Mother talk of weight concerns moderates negative outcomes of encouragement to lose weight on daughter body dissatisfaction and disordered eating. Int J Eat Disord. 2015, in stampa.

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“Uffa! Che cosce enormi che ho!”
“Non me ne parlare, io sto diventando una mongolfiera, guarda che pancia!”

Conversazioni di questo tipo tra amiche non sono poi così rare, anzi sono così diffuse e di non trascurabile rilevanza che hanno assunto una denominazione particolare: si tratta di “Fat Talk”. Sotto questo termine si raccolgono tutte quelle affermazioni denigratorie verso il proprio aspetto fisico, che tacitamente promuovono l’ideale di magrezza. Tali affermazioni, in apparenza così normali e poco pericolose, nascondono invece degli effetti importanti sia verso chi le pronuncia che verso chi partecipa attivamente a conversazioni che facilmente si sviluppano attorno ad un tale argomento.




La ricerca.
Uno studio ha indagato sperimentalmente il ruolo del Fat Talk nelle relazioni amicali, cercando in particolare di rispondere alla domanda: è possibile che il Fat Talk promuova l’insorgere di alcuni correlati dei disturbi dell’alimentazione quali l’interiorizzazione dell’ideale di magrezza, l’insoddisfazione corporea, il malumore, e l’intenzione di mettersi a dieta?

43 coppie di amiche tra i 17 ed i 25 anni sono state invitate a presentarsi nei laboratori della University of Queensland per partecipare a uno studio a loro presentato con il nome “Chattare con le amiche”. Al loro arrivo, la coppia di amiche veniva separata, ogni donna veniva fatta accomodare in una cabina con un computer in cui era predisposta la finestra di una chat. Ogni partecipante era istruita ad utilizzare la chat per commentare con l’amica 20 foto di alcune celebrità presentate una alla volta, veniva inoltre detto loro che il computer avrebbe assegnato casualmente ad una delle due amiche il ruolo di promotrice della discussione, mentre l’altra amica avrebbe potuto solamente replicare al messaggio ricevuto. In realtà, entrambe le partecipanti erano poste in quest’ultima condizione così da rispondere a commenti già predisposti dallo sperimentatore, ignare di ciò entrambe le partecipanti credevano che i commenti provenissero dall’amica. I commenti erano di tre tipi così da creare tre diverse condizioni:
condizione neutrale: commenti che non riguardavano l’aspetto fisico, esempio: “Che attrice straordinaria!”
condizione di Fat Talk: commenti che esplicitamente valutavano la magrezza o esprimevano insoddisfazione corporea, esempio: “Sta proprio bene da quando ha perso un po’ di chili!” “Dovrei stare più attenta a quello che mangio!”
condizione positiva: commenti caratterizzati da accettazione e soddisfazione per il proprio aspetto fisico, come: “Che bella quella gonna! Mi starebbe benissimo!”
Conclusa questa fase, ogni partecipante compilava dei questionari che andavano a misurare il grado in cui erano presenti vari aspetti quali: malumore, interiorizzazione dell’ideale di magrezza ed intenzione di mettersi a dieta, ed un questionario volto ad indagare le “norme” esistenti all’interno del gruppo amicale riguardo al Fat Talk con domande del tipo: “Quanto spesso le ragazze nel tuo gruppo parlano di suggerimenti per diete/perdita di peso?” “In che modo le tue amiche sono insoddisfatte del proprio peso/forma corporea?”




Quali risultati?
I correlati dei disturbi alimentari rilevati attraverso i questionari erano presenti in maniera significativamente maggiore tra coloro che erano coinvolte in commenti riconducibili alla categoria dei Fat Talk rispetto a coloro che erano esposte a commenti positivi verso il proprio aspetto fisico o commenti neutrali. Di particolare interesse è l’osservazione che le donne che osservavano le proprie amiche commentare con Fat Talk ma che evitavano di rispondere con lo stesso genere di affermazioni, non manifestavano effetti negativi sul proprio benessere; coloro che invece partecipavano attivamente alla conversazione rispondendo a loro volta con commenti di insoddisfazione verso il proprio aspetto fisico, riportavano un’aderenza maggiore a caratteristiche tipiche dei disturbi alimentari. Le persone che non fomentano discussioni attorno all’insoddisfazione corporea riportano dei benefici registrando maggior benessere, ma devono pagare dei costi in termini “sociali”. Vi è infatti una “funzione sociale dei Fat Talk” per cui donne che aderiscono maggiormente all’ideale espresso dal gruppo conformandovisi, vengono valutate più positivamente rispetto a chi se ne discosta, ad esempio in gruppo pro-Fat Talk astenendosi dal pronunciare affermazioni di questo genere.

Il Fat Talk diventa così un mezzo attraverso il quale all’interno del gruppo amicale si crea un clima in cui l’insoddisfazione ed il malcontento verso il proprio corpo vengono perpetuati, svolgendo un ruolo causale nella promozione di atteggiamenti che favoriscono l’insorgere di disturbi alimentari. Ne deriva che modificare una tale modalità di comunicazione porterà dei benefici non solo in termini personali ma anche per l’intero gruppo amicale, anche se ciò potrebbe avere l’effetto paradossale di ridurre la qualità percepita delle relazioni amicali stesse.

Articolo Originale:
Cruwys et al. An experimental investigation of the consequences and social functions of fat talk in friendship groups. Int J Eat Disord. 2015 (in stampa).

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a cura di Daria Giuliani

 

Dal 24 al 26 Settembre si è tenuto a Torino il XVII Congresso Nazionale AIAMC dal titolo “Terapia Cognitivo Comportamentale e psicoterapia scientifica. Nuove prospettive”, promosso dall’AIAMC (Associazione Italiana di Analisi e Modificazione del Comportamento e Terapia Comportamentale e Cognitiva) e organizzato dall’Istituto Watson di Torino.

AIAMC 

Dopo una prima giornata dedicata ai workshop precongressuali, il 25 Settembre si dà inizio al Congresso con il saluto delle autorità e gli interventi di Enrico ROLLA (Direttore dell’Istituto Watson) e di Aristide SAGGINO (Presidente AIAMC). L’Introduzione al Congresso è centrata sulla necessità di formulare e aderire con sempre maggior rigore a terapie di comprovata efficacia (evidence based), al fine di garantire un intervento centrato sul problema che sia scientificamente efficace. Per comprende i progressi della Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) e stimolare possibili riflessioni su nuove prospettive di sviluppo è necessario osservare, come siamo abituati nella pratica clinica, gli antecedenti di questo evento congressuale. Come ricordato dal Presidente A. Saggino, il II Congresso dell’AIAMC si tenne a Torino nel 1981 sul tema “Psicologo clinico: come?” ed ebbe come ospiti Joseph Wolpe e Richard S. Hallam. Proprio negli anni 80 avvenne in Italia il passaggio dalla prima alla seconda generazione della TCC. L’integrazione della terapia del comportamento con teorie e tecniche cognitive ha consentito di ampliare la prospettiva di intervento e potenziare le tecniche preesistenti. Oggi la TCC presenta un vasto bacino di trattamenti evidence based e con l’approdo alla terza generazione diventa fondamentale ottenere numerose prove di efficacia che rafforzino la rigorosità scientifica degli interventi stessi.




 

Il dibattito prosegue nella tavola rotonda tenutasi in apertura del secondo giorno del Congresso, centrata sul tema degli elevati costi sociali dei disturbi mentali e su come intervenire con terapie evidence based potrebbe ridurli. Dai diversi interventi emerge come esista oggi un divario fra le persone che possono accedere ai trattamenti psicoterapeutici (con una conseguente riduzione dell’assunzione di farmaci e un superamento dei propri problemi) e coloro che non possono permettersi di sostenere i costi di una terapia (per cui scelgono un trattamento farmacologico oppure non ricevono assistenza adeguata ai loro problemi). La cronicizzazione dei problemi di una persona non solo implica una bassa qualità di vita del singolo ma si riflette anche nella società con elevati costi di assistenza sanitaria e elevati tassi di assenteismo sul lavoro. Alcuni dati riportati dal Presidente A. Saggino descrivono come nei Paesi ricchi il 38% delle malattie è relativo alla salute mentale, contro il 22% di tutte le malattie più diffuse. Inoltre, solo il 26% di adulti che soffre di disturbi mentali è trattato adeguatamente, il restante 74% non riceve alcun trattamento. La percentuale di persone in età lavorativa che riceve benefit a causa della loro malattia è del 2,5% e la percentuale di giorni di lavoro persi per malattia nei Paesi europei è dell’11,2% riferita a lavoratori con problemi di salute mentale. Per questo, oggi, interesse degli psicoterapeuti cognitivo-comportamentali è far in modo che tutte le persone che ne hanno bisogno possano far uso della TCC. Alla luce di questi dati viene stimolata una riflessione sulla possibilità di adottare in Italia il modello inglese IAPT (Improving Access to Psychological Therapies). È stata proiettata una video-intervista di Lord Richard LAYARD, consulente del governo britannico e noto professore di Economia alla London School of Economics and Political Science, promotore del progetto IAPT che ha portato il governo britannico a stanziare 400 milioni di euro in un triennio per facilitare l’accesso alla psicoterapia cognitivo-comportamentale anche alle fasce più deboli della popolazione. La scelta di investire sulla formazione di nuovi psicoterapeuti cognitivo-comportamentali e sull’istituzione di centri specializzati nella valutazione e trattamento dei disturbi mentali è stata dettata dalla comprovata efficacia della TCC e dall’osservazione di Lord Richard Layard che la salute mentale e il benessere psicologico sono fattori determinanti lo stato di felicità di una persona (e di conseguenza una miglior qualità di vita per l’intera comunità). Con i suoi studi Lord Richard Layard ha dimostrato che se la TCC fosse accessibile a tutti si otterrebbe un significativo risparmio sui costi di assistenza sanitaria e sui sussidi per disabilità mentale, con un risparmio di spesa superiore all’investimento iniziale richiesto dal programma. Lord Richard Layard sottolinea comenel corso dei primi 6 anni abbiamo visto 1 milione di persone riuscendo a trattarne circa il 60% e raggiungendo una ripresa di circa il 50% tra coloro che sono stati trattati in 2 o più sessioni”. Obiettivo successivo è quello di estendere il programma IAPT anche a condizioni mediche spesso in comorbilità con disturbi mentali, rivalutando la figura dello psicologo in un approccio realmente multidisciplinare al problema della persona. Come suggerito dallo stesso Lord Richard Layard il modello IAPT, seppur da perfezionare, potrebbe essere applicato in altri Paesi come l’Italia. Franco ANCONA (Partner in Pricewaterhouse Coopers Advisory – PwC, Consulente progetti trasformazione organizzativa per la sanità pubblica) propone un’analisi della applicazione del modello IAPT nel Sistema Sanitario Italiano, mettendo in evidenza possibili ostacoli, tra i quali: scarsa diffusione dell’approccio TCC nei Centri di Salute Mentale; resistenze al lavoro d’equipe e scarsa comunicazione tra professionisti; elevato debito pubblico che rende difficile investire oggi in prospettiva di un ritorno non immediato ma a lungo termine. Se l’intento è di replicare il modello IAPT nonostante i limiti evidenziati in ambito italiano, secondo F. Ancona, si potrebbe partire da esperienze pilota ovvero individuare dei sottogruppi di pazienti con i quali utilizzare il programma IAPT. Raccogliere evidenze scientifiche sull’applicazione del modello IAPT nel trattamento di alcune patologie potrebbe aiutare a rendere esplicita ed evidente la valenza economica di questo programma anche nel nostro Paese.




 

La Lectio Magistralis della prima giornata ha accolto i contributi di relatori stranieri di fama internazionale. In apertura l’intervento di Irving KIRSCH (direttore associato del Programma degli studi sull’effetto placebo e docente di medicina presso la Harvard Medical School e il Beth Israel Deaconess Medical Center) focalizzato sui risultati delle meta-analisi da lui condotte sull’entità dell’effetto placebo nel trattamento della depressione. Le analisi hanno dimostrato come l’effetto placebo sia considerevole e allo stesso tempo l’effetto del farmaco sia notevolmente piccolo. Inoltre, la differenza tra l’effetto dei farmaci antidepressivi e il placebo è risultata non clinicamente significativa. Il dibattito prosegue con il contributo di Joseph LEDOUX (neuroscienziato e direttore del Center for the Neuroscience of Fear and Anxiety di New York) centrato sullo studio dei meccanismi cerebrali delle emozioni, in particolare dell’ansia e della paura, per comprendere il ruolo del sistema limbico in relazione agli stati emozionali. Ed infine, la presentazione di Lih Mei LIAO (Psicologa Clinica, University College Hospital di Londra) sugli aspetti rilevanti della psicoterapia con coloro che appartengono a minoranze sessuali.

 

Numerosi i simposi che hanno arricchito entrambe le giornate del Congresso, apportando sia risultati evidence based dell’applicazione della TCC sia riflessioni sul trattamento di casi singoli spunto per lo sviluppo di nuove prospettive di trattamento da testare e validare. Tra gli argomenti trattati di particolare interesse sono state le ricerche sull’applicazione in diversi ambiti clinici dei trattamenti di terza generazione (tra cui ACT Acceptance and Commitment Therapy, MBSR Mindfulness Based Stress Reduction e MBCT Mindfulness Based Cognitive Therapy), i contributi sul DOC Disturbo Ossessivo-Compulsivo e sulle nuove forme di compulsione (Disturbo da Accumulo e Tricotillomania – Disturbo da strappamento di peli), i nuovi trattamenti per i disturbi dell’umore, della nutrizione, della sessualità e delle nuove dipendenze (Disturbo da Gioco d’Azzardo). In particolare, la presentazione dell’utilizzo di nuovi strumenti software per la psicodiagnosi e la riabilitazione è stata motivo di discussione rispetto agli effetti che potrebbe avere sul ruolo del terapeuta e sulla relazione terapeutica. Accogliere nuove modalità di comunicazione terapeuta-paziente (come la messaggistica istantanea) e applicazioni per cellulare o tablet (come guida per lo svolgimento degli homework) conduce inevitabilmente ad una rimodulazione della relazione terapeutica che se mantenuta rigorosamente a distanza, escludendo i nuovi canali di comunicazione, rischia di limitare il lavoro del terapeuta rispetto ad un target di popolazione sempre più numeroso. Credo che, come spesso accade, la via migliore sia nel mezzo: nel cercare quella giusta distanza tra terapeuta e paziente che, nonostante l’utilizzo di strumenti software e di comunicazione più facilmente e immediatamente fruibili, garantisca il mantenimento di una relazione professionale e funzionale al raggiungimento degli obiettivi terapeutici.

 

Come ricordato da Lord Richard Layard “voi siete le persone che nel mondo stanno combattendo una battaglia contro la sofferenza” e per vincerla necessitiamo di essere credibili e affidabili. Ciò può avvenire solo rafforzando maggiormente uno dei punti forti della TCC ovvero l’essere una terapia di comprovata efficacia scientifica. Questo può permettere di formare terapeuti in grado di trasferire conoscenze attendibili e sostenere le persone che ne hanno bisogno nel loro percorso terapeutico.






Il Rilassamento Muscolare Progressivo è una tecnica di rilassamento molto utilizzata con le persone adulte, poiché è in grado di ridurre in maniera significativa la tensione muscolare risultando particolarmente utili nelle persone ansiose. Ne è stata sviluppata una versione per bambini e di seguito sono riportate le istruzioni da leggere. Prima di iniziare ricordate alcune indicazioni:

  • Il rilassamento deve essere fatto in un ambiente caldo
  • Indossando abiti comodi
  • Ogni esercizio deve essere ripetuto 3 volte

 

1- Il limone- Immagina di avere un limone intero nella tua mano sinistra. Strizzalo forte, cercando di far uscire tutto il succo. Cerca di notare la tensione nella mano e nel tuo braccio, quando stringi così fortemente. Adesso immagina di lasciar cadere il limone di colpo e cerca di rilassarti. Cerca di notare la sensazione piacevole quando la tua mano e il tuo braccio sono rilassati.




2- Il gatto pigro- Fai finta di essere un gatto, che si vuole stirare. Allunga le tue braccia davanti a te e sollevale in alto sopra la tua testa. Prova a notare la tensione che senti nelle spalle. Adesso lasciale cadere di colpo.

3- La tartaruga- Adesso immagina di essere una tartaruga. Ti trovi in una roccia vicina ad un tranquillo stagno e ti stai scaldando al sole. Improvvisamente avverti un pericolo e tiri dentro la testa. Prova ad avvicinare le tue spalle il più possibile vicino alle orecchie. Prova a notare la tensione. Adesso il pericolo è passato e puoi rilassarti.

4- La gomma da masticare gigante- Immagine di avere una gomma da masticare gigante in bocca. E’ veramente dura da masticare. Prova a stringere i denti e senti la tensione che arriva fino ai muscoli del collo. Adesso immagina di aprire la bocca e lasciare cadere la gomma nel cestino. Prova a notare la piacevole sensazioni di rilassamento quando i muscoli non sono tesi.

5- La mosca al naso- Immagina che una mosca si sia posata sul tuo naso. Prova a mandarla via senza usare le mani, provando ad arricciare il naso. Cerca di arricciarlo il più possibile. Adesso immagina che sia volata via e rilassa il tuo naso.




6- L’elefante distratto- Adesso sei disteso per terra. Immagina di essere in un prato e ti stai rilassando al sole. Ad un certo punto, arriva un elefante che non si accorge che sei sdraiato e ti mette una zampa sulla pancia. Tu quindi contrai i muscoli della pancia. Devi contrarre davvero tanto per sopportare il peso dell’elefante. Adesso l’elefante è andato via e ti puoi rilassare.

7- I piedi nel fango- Adesso immagina di avere i piedi immersi nel fango. Tu vuoi uscire dal fango per cui devi allungare i tuoi piedi il più possibile e cercare di sfilarli. Quando sei uscito dal fango puoi rilassare gambe e piedi.




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Vediamo in dettaglio alcune caratteristiche che aiutano a riconoscere un bambino come iperdotato.

1) Spiccate abilità verbali: molti bambini iperdotati iniziano a parlare ben prima degli altri. E già da subito mostrano un lessico, una sintassi, una semantica molto più complesse di ciò che ci si aspetterebbe da un bambino della stessa età. Queste precoci abilità verbali solitamente si mostrano nella comprensione assai sofisticata di concetti astratti (quale, ad esempio, la creatività). Solitamente amano leggere molto e sono abili lettori: queste capacità nascono perlopiù automaticamente e da autodidatti apprendono la lettura e la scrittura.

2) Un’insolita buona memoria: una caratteristica fondamentale è che essi imparano in fretta e facilmente e ricordano con meno allenamento rispetto ai “normodotati”. Essi hanno inoltre un’eccellente memoria visiva e riescono a memorizzare qualsiasi dettaglio di una pagina stampata.




3) Una forte curiosità: i bambini iperdotati solitamente chiedono continuamente “perchè?”, pongono molti quesiti agli adulti, anche su questioni scomode, a cui i più grandi trovano difficoltà nel rispondere.

4) Un’ampia gamma di interessi: i loro interessi sono molto più ampi e sviluppati rispetto alla media. Alcuni concentrano la loro attenzione su un unico interesse; altri invece saltano da una passione all’altra, risultando agli occhi degli adulti dei “disorganizzati”. Quest’ultimo tratto caratteriale, sebbene possa essere irritante per genitori e insegnanti, è molto comune tra i bambini iperdotati.

5) Interesse nella sperimentazione: questi bambini utilizzano buona parte della loro giornata a sperimentare come funzionano gli oggetti della casa, a volte anche ai limiti della pericolosità.

6) Intensa immaginazione e creatività: è comune che questi bambini abbiano spesso un amico immaginario con cui giocano e di cui spesso inventano una vera e propria identità: per loro questo mondo immaginario può diventare davvero reale!

7) Notevole senso dell’umorismo: la loro forte immaginazione si esprime spesso in un insolito senso dell’umorismo, che li spinge a creare in continuazione indovinelli e giochi di parole.

8) Richiesta incessante di spiegazioni: i gifted sono sempre alla ricerca di spiegazioni alle loro domande, e non si accontentano facilmente di risposte superficiali.

9) Intolleranza verso gli altri: l’ enorme energia, che li porta ad avere sempre un contagioso entusiasmo, li può portare anche ad essere impazienti con gli altri. Hanno difficoltà a capire perché gli altri bambini non condividano i loro interessi o non sembrino afferrare la soluzione a problemi, che appare invece a loro così palese.

10) Curva dell’attenzione più lunga: molti bambini iperdotati spendono un gran numero di ore a leggere, disegnare, costruire modelli. La loro concentrazione è intensa, focalizzata su un’attività specifica; possono anche notare dettagli che agli altri sfuggono.

11) Un pensiero complesso: essi sono alla ricerca continua della complessità. Amano organizzare persone o cose entro sistemi complessi, come inventare giochi con regole molto sofisticate.

12) Impegnati in temi politici o sociali: dal momento che sono in grado di vedere le sfumature della vita attorno a loro, i bambini gifted sono preoccupati delle “regole” della vita molto più dei compagni della loro età, specialmente per quanto riguarda il tema della giustizia.

13) Sensibilità: solitamente i ragazzi brillanti sono anche più sensibili: notano molte più cose nell’ambiente che li circonda e reagiscono più energicamente. Sono spesso consapevoli dei loro sentimenti e possono risultare molto emotivi.

14) Intensità: questa è probabilmente la caratteristica più importante negli iperdotati. Semplicemente essi tendono ad essere molto più profondi degli altri bambini in qualsiasi cosa essi facciano. Ad esempio, se essi sono interessati a giocare a scacchi, questo diventerà tutto ciò che vogliono fare.

15) Sognare ad occhi aperti: questi bambini spesso si perdono nelle loro fantasticherie, al punto di diventare inconsapevoli di ciò che succede loro attorno.

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Non per tutti le relazioni extraconiugali rappresentano un problema. Anche se potrebbe sembrare inconsueto, i coniugi a volte concordano sulla reciproca non esclusività sessuale. Tuttavia, per la maggior parte delle coppie non è così. Ne deriva che i rapporti sessuali extraconiugali sono vissuti come una violazione importante delle aspettative  verso il partner e, quando svelati, fanno emergere importanti difficoltà di coppia.




Data l’universalità di tale “divieto”, come mai una sostanziale minoranza della popolazione tende a tradire il proprio partner?

Anche se il nostro comportamento può essere controllato abbastanza facilmente, per i sentimenti non vale altrettanto. Nel corso delle attività quotidiane è possibile conoscere nuove persone che potremmo trovare attraenti. La possibilità che si sviluppi qualcosa di più di un semplice flirt dipende da diversi fattori, tra cui motivazione ed opportunità. Le persone potrebbero essere motivate ad attività sessuali extraconiugali poiché non sono appagate dal proprio matrimonio tanto quanto desiderano, ma questo non basta. Ci dev’essere anche una persona che coglie l’opportunità di tradire il partner e secondo cui il fascino di una simile avventura supera i potenziali rischi che ne derivano.

Secondo la teoria di due psicologi (Baumeister and Bratslavsky, 1999), in una relazione sentimentale non è possibile massimizzare intimità e passione allo stesso tempo. La passione si sviluppa lentamente nelle prime fasi di conoscenza reciproca. Mano a mano che avviene l’apertura di sè da parte di entrambi i partner, il rapido aumento nella comprensione uno dell’altro genera un grado particolarmente intenso di passione. Tuttavia, con il tempo, come nel matrimonio, sempre un minor numero di “rivelazioni” possono essere svelate. Quando il flusso delle nuove informazioni arriva agli sgoccioli, la passione muore. Il fascino di una relazione extraconiugale rappresenta così l’opportunità che può offrire il riaccendersi della passione.

Nonostante sia uomini che donne possono essere coinvolti nei rapporti extraconiugali, esistono alcune differenze di genere riguardo a come il tradimento viene messo in atto.

Per gli uomini le relazioni sono guidate principalmente dal bisogno di eccitazione e varietà, quindi la probabilità di un loro coinvolgimento extraconiugale non dipende tanto da un’insoddisfazione per la relazione con la moglie. Contrariamente, le donne possono essere infedeli con maggior probabilità qualora si ritengono infelici della relazione con il coniuge. La loro infedeltà inoltre, è spesso motivata dall’appagamento di bisogni più emotivi che sessuali. Nonostante ciò, per gli uomini rimane più sconvolgente scoprire un tradimento sessuale della propria moglie piuttosto che scoprire un suo legame di tipo emotivo con un altro uomo.

In ogni caso, scoprire un tradimento è spesso uno shock che disturba il sistema coniugale conducendo ad una riduzione della qualità del matrimonio ed un aumento nella propensione al divorzio.




Gli effetti del sesso extraconiugale sul matrimonio e la famiglia possono essere veramente devastanti.

Non importa che a tradire sia l’uomo o la donna, l’accrescimento del rischio di rottura che ne consegue è lo stesso. Inoltre, a prescindere da quanto soddisfacente sia il matrimonio, da quanto tempo i coniugi sono sposati e da quanto la persona disapprovi il divorzio, gli effetti dannosi delle relazioni sessuali extraconiugali sono gli stessi.

Alcuni fattori hanno mostrato di svolgere un ruolo particolarmente importante a seconda della loro presenza o assenza, sulla probabilità che vi sia un divorzio a seguito di un tradimento. Tra questi, il fatto che la donna sia impiegata in un lavoro si è dimostrato essere un fattore che diminuisce le probabilità di divorzio, presumibilmente per il fatto che l’impegno in un lavoro fuori dall’ambiente domestico offre una tregua dalla situazione dolorosa e potrebbe essere di aiuto per far fronte alle conseguenze negative del tradimento. Un altro fattore che gioca un ruolo importante è la fede religiosa. Gli effetti del sesso extraconiugale sono infatti più forti tra coppie molto religiose, rispetto alla controparte dei non credenti. Ciò è coerente con l’elevato senso di profanazione vissuto da persone con una forte fede religiosa per quanto riguarda la violazione di un così saldo principio morale.

Articolo Originale

Demaris A. Burning the Candle at Both Ends: Extramarital Sex as a Precursor of Marital Disruption. J Fam Issues. 2013 Nov 1;34(11):1474-1499.

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Ogni genitore vuole essere un “buon genitore”, ma cosa lo definisce tale? Quali sono gli obiettivi? Fondamentalmente i genitori hanno sei compiti importanti da portare a termine:

  1. Accettare e apprezzare l’unicità del proprio bambino.
  2. Aiutare il proprio bambino ad essere sé stesso e a relazionarsi con gli altri.
  3. Aiutare il proprio bambino a sviluppare una relazione e un senso di appartenenza all’interno della famiglia.
  4. Coltivare/nutrire lo sviluppo di valori.
  5. Insegnare al bambino l’auto motivazione, l’autogestione e l’autodisciplina.
  6. Aiutare il bambino a scoprire le sue passioni ed impegnarsi a lasciarlo esplorare.

 




Sicuramente i genitori hanno idee molto diverse in merito a che cosa sia un appropriato stile parentale e, solitamente, il loro stile deriva dal modo in cui essi stessi sono stati cresciuti. Di fatto, non esiste un unico modo migliore per crescere un bambino; esso dipende dalle caratteristiche del bambino. Il miglior modo per la vostra famiglia è qualunque cosa sulla quale tu e il tuo partner vi siete accordati, che si implementi coerentemente per raggiungere i sei obiettivi precedentemente elencati.

 

Gli errori sono una parte della vita. Non sempre siamo i genitori che vorremmo essere. Come afferma lo psicologo Haim Ginott: nessun genitore si sveglia la mattina pianificando di rendere la vita di suo figlio infelice. Nessuna madre dice a se stessa Oggi urlerò, tormenterò e umilierò mio figlio ogni qualvolta mi sia possibile. Ma, a dispetto delle buone intenzioni, ci ritroviamo a dire cose che non intendevamo dire o ad usare un tono che non volevamo usare. Noi siamo abbastanza saggi da imparare da questi errori e provare a migliorare.




Come per molti aspetti della vita, essere un buon genitore comprende aspetti che dipendono dal caso o dalla fortuna. Ci sono tantissimi genitori che sembrano aver fatto il loro meglio e nonostante ciò i loro figli non sono cresciuti come speravano. La genitorialità è un’esperienza molto faticosa. Bisogna lottare, facendo il proprio meglio. Si deve avere fiducia nel fatto che si sono costruite solide basi ed instillati solidi valori nei propri bambini, tenendo sempre presente che i risultati dei propri sforzi non si possono vedere immediatamente.

 

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Facebook si presenta come un (relativamente) nuovo ambiente di comunicazione interpersonale.
È un mezzo che, in casi estremi, può entrare anche in modo pervasivo nella nostra vita, fino ad interferire negativamente nelle relazioni interpersonali. Questi effetti negativi sono più facilmente riscontrabili nei rapporti affettivi, primo fra tutti il rapporto di coppia.




Quale relazione esiste tra un elevato utilizzo di Facebook ed i possibili esiti negativi di una relazione amorosa?

Una ricerca che ha coinvolto 205 utenti Facebook, i quali hanno compilato un questionario anonimo online, ha rilevato che un elevato uso di Facebook è associato a degli esiti negativi della relazione amorosa (rottura, divorzio, tradimento ecc.). La minor o maggiore probabilità che tali avvenimenti si realizzino, viene però influenzata dalla durata della relazione e dai cosiddetti conflitti “Facebook-relati”, ovvero quei litigi che scaturiscono a causa di un utilizzo eccessivo del social da parte di uno dei due partner.
Per indagare quest’ultimo aspetto, nel questionario è stato chiesto: “Quanto spesso ti ritrovi a discutere con il tuo partner a causa di un eccessivo uso di Facebook?” “In seguito alla vista del profilo degli amici su Facebook, quanto frequenti sono le liti con il tuo partner?”
Le stesse domande venivano poste anche a coloro che non erano attualmente impegnati in una relazione amorosa chiedendo di rispondere pensando alla relazione con il proprio/la propria ex. I risultati hanno mostrato che proprio chi riportava una maggior frequenza di questi comportamenti, ritrovandosi a litigare più spesso anche a causa del social network, riportava degli esiti negativi della relazione quali il tradimento, la separazione o il divorzio. 

Quale spiegazione?
Un elevato utilizzo di Facebook può essere impegnativo e comporta dei costi nelle relazioni interpersonali. Le persone che trascorrono la maggior parte del loro tempo nei social network sostanzialmente trascurano il partner: il tempo che si potrebbe dedicare all’altro viene invece, ad esempio, speso curiosando nei profili e nelle vite virtuali delle altre persone, tra cui anche gli ex-partner, con cui è possibile mantenere i contatti e conversare. Tutto ciò contribuisce a sviluppare una “gelosia da Facebook” ed un costante monitoraggio del comportamento online del partner, e mentre il disinteresse (diretto o indiretto) per l’altro aumenta, insieme aumentano le discussioni ed i litigi con il rischio che la relazione si sgretoli.




Tutte le coppie in cui si usa molto facebook sono a rischio?
No. Si è visto che ciò è particolarmente vero per le coppie relativamente nuove (insieme da meno di tre anni) e che invece nelle coppie più “durature” diventano meno frequenti sia il coinvolgimento in attività su Facebook che, di conseguenza, litigi all’interno della coppia dovuti al social network.
Facebook potrebbe quindi rappresentare una minaccia per delle relazioni che non sono ancora completamente mature. È stato difatti osservato che comportamenti di “controllo sull’altro” sono maggiormente probabili tra i più giovani, suggerendo che chi si trova in una relazione da poco tempo potrebbe usare delle strategie di sorveglianza come tecniche di ricerca di informazioni sul nuovo partner. Se da un lato questo potrebbe influenzare positivamente la conoscenza tra i membri della coppia per conoscere il passato di ciascuno, dall’altro lato potrebbe provocare sentimenti di gelosia. È difatti noto che Facebook aumenta la gelosia soprattutto in coppie che hanno scoperto informazioni ambigue sul profilo del proprio partner. È quindi possibile che la gelosia indotta da Facebook serva da feedback per innescare un circolo vizioso, in cui il partner usa Facebook eccessivamente per scoprire informazioni addizionali sul proprio compagno/a così da ridurre l’ambiguità delle informazioni scoperte in precedenza.

Quale utilità per risolvere i problemi di coppia?
Questi studi ci fanno comprendere che nell’analisi del benessere nelle relazioni di coppia, è opportuno considerare anche il ruolo che i social network hanno all’interno di ogni relazione. Una corretta gestione dell’utilizzo di tali mezzi può aiutare a prevenire comportamenti pericolosi per la vita stessa della coppia, quali il tradimento o la separazione.

Articolo originale: 

Clayton et al. Cheating, breakup, and divorce: is Facebook use to blame? Cyberpsychol Behav Soc Netw. 2013 Oct;16(10):717-20.

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“Se prendi un cane che muore di fame e lo nutri, non ti morderà. E’ questa la differenza principale tra un cane e un uomo.”
Mark Twain

Molti studi hanno dimostrato che il supporto sociale è un fattore importante di benessere sia fisico che psicologico, riflettendo la centralità del “senso di appartenenza” nelle nostre vite. Questo bisogno, solitamente soddisfatto dalle interazioni umane, può essere ugualmente appagato anche dai nostri animali domestici?

Delle interessanti scoperte sono emerse da un gruppo di ricercatori della Miami University e Saint Lois University, i quali hanno condotto tre studi partendo da alcune considerazioni. Dalla letteratura scientifica è noto che un maggior supporto sociale porta le persone ad avere miglior salute fisica e psicologica (maggior autostima, miglior funzionamento cardiovascolare, endocrino ed immunitario). Generalmente il supporto deriva dagli “altri significativi” per la persona, come genitori, fratelli, sorelle ed amici. Ma come ben sa chi ha un animale domestico, in questa categoria rientrano spesso anche i nostri “amici a quattro zampe” che a modo loro contribuiscono, come una qualsiasi altra persona significativa, a fornire un importante supporto sociale a chi li accudisce.




Ma gli animali domestici sono veramente in grado di fornire un supporto sociale significativo al loro padrone migliorandone benessere, felicità ed addirittura salute fisica?

I ricercatori hanno primariamente indagato le differenze tra coloro che possiedono uno o più animali domestici e chi invece non ne ha per quanto riguarda il livello di benessere, caratteristiche di personalità e stile di attaccamento.
I primi riportano delle caratteristiche di personalità associate a maggior benessere: sono più coscienziose ed estroverse, tendono ad essere più in forma fisicamente, meno isolate e ad avere un’autostima più elevata, inoltre hanno uno stile di attaccamento più sicuro. Si può ipotizzare che queste caratteristiche di personalità “più sane” portino le persone che possiedono un animale domestico ad estendere le loro competenze sociali anche ai propri ai propri amici a quattro zampe riuscendo così a beneficiare del rapporto con loro.

Accudire un animale domestico va a discapito delle relazioni con le altre persone?
Al contrario: sembra che il possedere un animale domestico, vada addirittura a migliorare le relazioni con gli altri esseri umani: le persone che nello studio hanno riportato maggior supporto sociale da parte dei loro migliori amici, genitori e fratelli erano anche coloro che riportavano maggior supporto e vicinanza ai loro animali domestici. Questo evidenzia come questi ultimi siano una fonte ulteriore ed indipendente di supporto sociale e non una fonte a cui le persone si rivolgono per compensare delle mancanze di supporto sociale da parte delle altre persone.








Tutte le persone beneficiano allo stesso modo dell’avere un animale domestico?
Sembra non essere così. Un secondo studio ha infatti dimostrato che miglior benessere si registra soprattutto tra coloro il cui animale domestico soddisfa in maggior misura i bisogni sociali del padrone. È soprattutto in questo caso che le persone riportano livelli più bassi di depressione, solitudine, maggiore autostima e felicità, ed infine, minor stress percepito.

Cosa succede in una situazione “artificiale”?
Nel terzo studio i ricercatori hanno creato una situazione sperimentale in cui i partecipanti venivano inizialmente invitati a ricordare e descrivere un episodio negativo della propria vita, che implicasse rifiuto ed esclusione sociale. In seguito, venivano divisi in tre gruppi: il primo doveva scrivere un brano riguardante il proprio animale domestico, il secondo il proprio migliore amico, il terzo doveva disegnare la mappa del campus (condizione di controllo).
Il pensiero del proprio animale domestico, tanto quanto quello del migliore amico, erano in grado di alleviare la negatività indotta dal ricordo della situazione di rifiuto sociale, risultato che non si è registrato invece nella condizione di controllo.

Questo studio permette così di evidenziare come gli animali domestici siano effettivamente delle risorse sociali per il proprio padrone, al pari delle altre persone significative.

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Articolo originale:

McConnell et al. Friends with benefits: on the positive consequences of pet ownership. J Pers Soc Psychol. 2011 Dec;101(6):1239-52.




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